Fatti per la Storia
  • Contemporanea
  • Moderna
  • Medievale
  • Antica
  • Storia in TV
  • Libri
SUPPORTA ORA
Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
Fatti per la Storia
  • Contemporanea
  • Moderna
  • Medievale
  • Antica
  • Storia in TV
  • Libri
SUPPORTA ORA
Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
Fatti per la Storia
SUPPORTA Ora
Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
  • Contemporanea
  • Moderna
  • Medievale
  • Antica
  • Storia in TV
  • Libri
Home Storia Antica Antica Roma

Marco Tullio Cicerone: l’ultima voce della libertà romana

Avvocato, politico, oratore e filosofo romano: Marcus Tullius Cicero è stato uno dei personaggi più importanti e significativi dell’antichità romana. La sua fondamentale produzione letteraria comprende numerosi trattati retorici, opere filosofiche e orazioni politiche che diventano un immediato punto di riferimento per gli autori del I secolo a.C., rafforzando il suo ruolo di modello nella letteratura latina classica. Le sue opere costituiscono inoltre un’essenziale fonte per la comprensione della società romana degli ultimi anni della Repubblica.

di Marica Stano
14 Novembre 2025
TEMPO DI LETTURA: 33 MIN
Busto di Marco Tullio Cicerone

Busto di Marco Tullio Cicerone

CONTENUTO

  • Il contesto storico: la Res Publica agli sgoccioli
  • Cicerone: dalle origini agli esordi
  • L’impegno politico di Cicerone
  • Gli ultimi anni e la morte di Cicerone
  • Le opere retoriche
  • Le opere politiche di Cicerone
  • Il pensiero filosofico
  • La trattazione etica
  • L’epistolario
  • La lingua di Cicerone

Il contesto storico: la Res Publica agli sgoccioli

Marco Tullio Cicerone vive in un periodo cruciale della storia romana, segnato dalla crisi finale della Repubblica e dall’ascesa dell’Impero. Infatti, la sua esistenza segna proprio il passaggio tra il II e il I secolo a.C., anni densi di sconvolgimenti politici, guerre civili e trasformazioni sociali. Sallustio, uno storico vissuto nel I secolo a.C., sostiene in una delle sue opere più celebri, De Catilinae coniuratione, che l’origine di tale crisi vada individuata nell’assenza di metus hostilis (la paura del nemico): la completa distruzione di Cartagine, nel 146, ha portato Roma a sviluppare un’autorità incontrastata sull’intero Mediterraneo, espandendo il suo dominio a macchia d’olio e permettendo l’affermarsi di una certa tranquillità presso Roma, che tuttavia avrebbe provocato la nascita di contese locali e discordie tra i romani stessi, bramosi di far propri potere e ricchezze conquistati fino a quel momento.

Gradualmente le istituzioni repubblicane (Senato, magistrature e comizi) sono diventate lente e inadeguate per il governo di un impero in costante espansione. A ciò si aggiunge la lotta aggressiva che vede contrapposti gli optimates, conservatori e difensori del Senato, e i populares, coloro che invece cercano il consenso del popolo. I conflitti interni diventano sempre più brutali e, dallo scontro tra Mario e Silla, si ricorre più spesso alla violenza politica messa in atto attraverso omicidi, guerre civili e colpi di Stato.

Tuttavia, una delle armi legali più letali messe in atto in questo periodo è stata la lista di proscrizione: vinta la guerra civile, Silla stila delle vere e proprie liste di nemici da eliminare e li affigge su manifesti sparsi in tutta la città; conseguentemente i suoi antagonisti pubblici vengono uccisi, i loro beni confiscati e redistribuiti ai suoi alleati. Questo è lo strumento che viene usato dal potere dittatoriale per giungere alla completa eliminazione di qualunque tipo di opposizione, è un modo per arricchire i propri sostenitori e soprattutto per continuare a rafforzare il potere personale.

Tra le principali cause del declino del regime repubblicano rientrano anche le questioni economiche. Con le guerre di conquista l’élite senatoria si arricchisce enormemente, soprattutto attraverso i bottini di guerra, i terreni conquistati e le cariche pubbliche redditizie nelle province. Invece i proprietari terrieri, spesso ex soldati, si impoveriscono a causa di lunghi periodi nella leva militare, perdono la terra o diviene sempre più complesso coltivarla, motivo per cui decidono spesso di venderla a già ricchi proprietari terrieri per poi trasferirsi in città.

SULLO STESSO TEMA

Pierre-Joseph François - Marius assis sur les ruines de Carthage

Gaio Mario: il generale che trasformò la Repubblica senza volerlo

La morte di Spartaco, di Hermann Vogel

La Rivolta di Spartaco: la terza guerra servile

Scontro in mare tra le flotte romana e cartaginese

La Prima Guerra Punica (264-241 a.C.): genesi, battaglie, esito

Le guerre pirriche. La vittoria di Roma su Taranto e Pirro

Questi ricchi signori acquistano grandi appezzamenti di terra e li trasformano in latifondi lavorati dagli schiavi, non da cittadini romani: il susseguirsi di questi eventi porta dunque al declino della piccola proprietà contadina e al dilagare della disoccupazione rurale. Il nuovo sistema agricolo crea grande instabilità economica nelle province e genera malcontento generale verso e dentro la città di Roma, soprattutto perché le ricchezze sono concentrate nelle mani di politici e latifondisti, mentre molti contadini si riversano nelle città a causa dei debiti e alla ricerca di speranze di un cambiamento di vita concreto.

Cicerone: dalle origini agli esordi

Cicerone nasce ad Arpino (odierna provincia di Frosinone) il 3 gennaio del 106 a.C. da famiglia ben nota in città, un piccolo centro non lontano da Roma in cui le antiche tradizioni vengono ancora conservate tenacemente e i costumi restano strettamente legati alla civiltà contadina. Sua madre, Elvia, è una donna famigerata per la rigorosa onestà e accuratezza morale, suo padre invece appartiene alla classe equestre. In quegli anni i cavalieri sono visti con grande diffidenza dall’oligarchia senatoria dominante; infatti questi, nonostante siano ammessi al cursus honorum (percorso prestabilito di cariche pubbliche che un cittadino romano aspirante alla carriera politica deve seguire, in ordine di crescente responsabilità), non appartengono ancora a quel nucleo di famiglie aristocratiche che avevano contribuito a forgiare la grandezza romana.

Motivo per cui Cicerone, una volta entrato nel mondo della politica, sarebbe stato considerato homo novus (“uomo nuovo” alle cariche pubbliche) nonostante l’impegno paterno e la parentela, seppur molto lontana, a Gaio Mario. Quest’ultimo è il più illustre uomo di Roma durante gli anni d’infanzia dell’oratore, in quanto console della Repubblica e soprattutto valoroso generale che ha salvato la città dalle invasioni barbariche. Il padre ha voluto per lui un’educazione di alto livello, così il giovane Cicerone ha la possibilità di studiare a Roma con i maggiori oratori e giuristi del tempo, tra cui Marco Antonio.

La sua brillante giovinezza è caratterizzata dagli studi di eloquenza, lingua, poesia e cultura greca; successivamente, entra in contatto con il pensiero epicureo e platonico come risultato del suo spiccato interesse verso il mondo della filosofia, materia che occupa uno spazio importante nella sua formazione. Egli è ritenuto un uomo “completo”, perfetto conoscitore della cultura greca e latina, è poeta e scrittore e possiede un’immensa biblioteca contenente innumerevoli testi. Cicerone compie il servizio militare tra il 90 e l’89 a.C., ma non sono le caserme ad attenderlo: in quanto “uomo pacifico” (come egli stesso sostiene), preferisce di gran lunga perfezionare i suoi studi giuridici (anche detti tirocinium fori) sotto la guida dei più eminenti giuristi dell’epoca, Scevola l’augure e Scevola il pontefice.

Nella cerchia di allievi del primo fa la conoscenza del raffinato epicureo Tito Pomponio Attico, fedele amico che sarebbe rimasto il suo più grande confidente per tutta la vita. Questo decennio è particolarmente buio per la città di Roma: sono gli anni delle guerre civili e delle liste di proscrizione, durante i quali la città conosce il subbuglio creato dai partigiani, guidati dal suo concittadino Mario, e le violenze messe in atto dalla sanguinosa repressione di Silla. Nell’80 a.C. Cicerone esordisce come avvocato. La sua prima causa tratta un caso molto torbido in cui egli si presta alla difesa di Roscio Amerino. Crisogono, uno dei liberti più vicini a Silla, vuole impadronirsi dei beni del padre di Sesto Roscio, morto da poco; decide quindi di farlo accusare da un prestanome di parricidio, un’accusa del tutto infamante e solitamente punita con pene terribili. Il caso sembra quasi perso, poiché Crisogono decide di ingaggiare Ortensio, il più famoso oratore dell’epoca, a sostegno della sua causa.

Cicerone sceglie di sostenere il suo primo cliente con immenso coraggio, si scontra con il prestigio dell’avvocato rivale e col potere occulto e corrotto del liberto sillano, ma ne esce vincitore: riesce infatti a smantellare l’intero castello di accuse costruito ai danni di Roscio, a dimostrare l’infondatezza delle prove e, soprattutto, a svelare l’inganno che gli sconfitti stavano cercando di tessere attorno alla loro povera vittima.

L’avvocato Cicerone in difesa di Roscio Amerino

Nonostante il grande successo, Cicerone è consapevole che lo scontro con un uomo ancora più avido e spietato, Silla, è ormai alle porte, avendo adesso destato la sua attenzione. Comprende dunque che sia arrivato il momento di partire, o gli è stato giustamente consigliato; raggiunge la Grecia e vi rimane dal 79 al 77 a.C. Durante questi due anni, l’oratore viaggia per la Grecia e l’Asia Minore con lo scopo di perfezionarsi presso l’Accademia platonica di Atene e a Rodi, dove conosce Apollonio Molone, famoso retore che lo aiuta a smorzare i giovanili eccessi sviluppati per l’asianesimo. Nello specifico, l’asianesimo è uno stile retorico nato nell’età ellenistica, presente sia in Grecia che a Roma, caratterizzato dall’ornato, dalla ricerca di artifici, concettosità, acutezze e frasi spezzettate, privilegiando il nuovo e l’originale rispetto alla tradizione. Esso si contrappone all’atticismo, lo stile più sobrio, pulito e basato sui modelli attici.

L’impegno politico di Cicerone

Nel 77 a.C., un anno dopo la morte di Silla, Cicerone torna a Roma e sposa la giovane Terenzia, dalla quale avrebbe avuto due figli, Tullia (nata nel 76 a.C. e che l’oratore appella affettuosamente “Tulliola”) e Marco (nato nel 65 a.C.). L’anno del suo ritorno prosegue la sua attività di avvocato e comincia anche la sua carriera politica divenendo homo novus, in qualità di primo componente della sua famiglia e ricoprire questo incarico. Nel 76 a.C. viene proclamato questore in Sicilia, ma questo è solo il primo di numerosi eventi che costellano la sua ascesa politica e lo conducono al centro della scena pubblica romana.

In poco tempo riesce a conquistare la fiducia dei Siciliani, soprattutto attraverso il suo generoso operato e la sua onesta amministrazione, tanto che nel 70 gli stessi gli affidano la causa contro Verre, il governatore dell’isola noto per la sua crudeltà e disonestà. Durante il mandato in Sicilia, Gaio Licinio Verre è stato accusato di concussione e corruzione, dimostrandosi come il prototipo di politico avido e spregevole, il cui unico obiettivo è quello di depredare i suoi amministrati. Verre è inoltre esponente della classe senatoria, la quale conosce l’unica legge del libero arbitrio e si ritiene esente dalle conseguenze legali. Le accuse sono però gravi e l’imputato richiede l’aiuto di Ortensio, che entra nuovamente in scena come avversario del nuovo avvocato.

Ma Cicerone presenta un’arringa decisiva e colma di prove schiaccianti tanto che Verre, ancor prima di essere giudicato colpevole, preferisce l’esilio volontario, portando con sé il poco che ormai possiede. In seguito l’oratore ha pubblicato anche le successive cinque orazioni, all’interno delle quali passa al setaccio le numerose malefatte dell’esule, da quelle più conosciute a quelle più subdole. Le requisitorie contro Verre, dette anche Verrine, sono il primo capolavoro oratorio di Cicerone in cui la sua arte retorica si dispiega compiutamente attraverso una varietà di toni che trascorrono dall’ironia all’indignazione, con un linguaggio forbito e sovrabbondante, tipicamente ciceroniano, il cui fine ultimo è quello di far emergere la verità decostruendo l’immagine dell’avversario.

Dal 75 al 63 a.C. Cicerone completa il suo cursus honorum senatorio, divenendo pretore nel 64 e console l’anno successivo, raggiungendo l’apogeo del suo potere. Pur essendo vicino alla politica conservatrice degli optimates e di Gneo Pompeo, Cicerone ascende a questa carica tanto prestigiosa grazie al suo atteggiamento equilibrato, sempre attento a non esporsi come parte integrante di una singola fazione, bensì come elemento di coesione di diverse forze politico-sociali.

La scena politica romana è adesso dominata da importanti personaggi come Pompeo, Cesare e Crasso, già molto vicini, nonostante il primo sia rappresentante degli optimates e il secondo dei populares. In questi anni una nuova minaccia incombe sulla stabilità di Roma, cioè i nemici orientali che la campagna militare di Silla non era riuscita a sedare completamente; Gaio Manilio, un tribuno della plebe, propone allora la sua Lex Manilia, una legge che avrebbe conferito a Gneo Pompeo il comando dell’esercito contro Mitridate, re del Ponto. Questo incarico, oltre che estremamente prestigioso, avrebbe anche rafforzato enormemente il potere personale di Pompeo.

Cicerone decide allora di sostenere pubblicamente questa proposta scrivendo la Pro Lege Manilia e pronunciandola nel 66 a.C. davanti al popolo: in questo discorso elogia Pompeo come generale ideale per salvare Roma e riportare finalmente ordine in Oriente. La Lex Manilia viene definitivamente approvata, Pompeo governa il campo di battaglia e conclude lo scontro con grande successo, comprende allora quanto importante sia l’appoggio di Cicerone e quanto la sua parola possa contare politicamente.

 Il 63 a.C., tuttavia, coincide anche con l’episodio più celebre della sua intera carriera politica: la repressione della congiura di Catilina. Dagli storici contemporanei di Cicerone, egli viene descritto come un personaggio malvagio e depravato; tuttavia, alcune sfumature inserite nei suoi ritratti sono certamente poco veritiere, soprattutto perché Catilina, discendente da una nobile famiglia, è stato al seguito di Silla e in passato e si è macchiato di numerosi omicidi sotto la sua repressione.

Le 4 orazioni, anche dette Catilinarie, rappresentano il momento più alto della carriera politica dell’avvocato. Tutto comincia verso la fine del primo consolato di Cicerone, quando Catilina già costituisce uno dei suoi più grandi rivali, proprio perché sconfitto l’anno prima per l’acquisizione di quello stesso mandato. Cicerone, pur di conquistare il titolo, ha infatti pronunciato un severo discorso contro l’avversario, nel quale lo accusa di comportamento immorale con sua cognata Fabia: l’oratore vince le elezioni con una maggioranza schiacciante, Catilina si ricandida nuovamente l’anno successivo ma viene ancora sconfitto e, in quel momento, decide di organizzare un colpo di stato.

La ricostruzione di questo memorabile evento viene offerta dalle Catilinarie dello stesso Cicerone e dal racconto di molti storici, uno dei più celebri è De Catilina coniurazione di Sallustio, opera concepita tra il 43 e il 40 a.C. Al centro della narrazione vi è un giovane aristocratico roso dall’ambizione e disposto a tutto, e per questo avversato dai senatori che cercano in ogni modo di impedirgli di divenire console per vie legali. Viene descritto come un uomo che si compiace delle guerre civili, degli assassini, delle rapine e degli intrighi e l’esempio della tirannide di Lucio Silla lo aveva spinto ad impadronirsi del potere supremo, senza preoccuparsi di utilizzare mezzi leciti. Per tastare la veridicità di tale racconto, è importante sottolineare che sia molto verosimile che Sallustio abbia voluto vendicarsi di Catilina – anche per lui rivale – dopo la sua morte, fornendo una versione dei fatti in cui Cicerone viene descritto in termini sostanzialmente favorevoli, ma il vero protagonista è Catilina, anche se in negativo.

Sconfitto per la seconda volta alle elezioni, Catilina tenta il colpo di stato alla Res Publica. Al tempo, le ragioni di scontento sociale sono molte e gli oppositori del regime senatorio hanno poche possibilità di far sentire la propria voce, motivo per cui Catilina lamenta un disagio diffuso, latente e ben sviluppato sotto le membra cittadine. Egli tenta di strumentalizzare le difficoltà di vari strati sociali, infatti i suoi seguaci sono molto variegati: contadini espropriati dei loro poderi e distribuiti ai veterani di Silla, alcuni nobili, provinciali e molti proletari oppressi e sfruttati.

Nonostante Catilina sia mosso da un interesse prettamente personale, la sua congiura rischia di demolire gli equilibri del potere della classe dirigente e il suo attacco rappresenta un nuovo tipo di pericolo estremamente grave: da una parte è un male che matura all’interno del regime democratico stesso, dall’altra si insinua che con grande probabilità dietro Catilina si celino personaggi in vista (come Giulio Cesare), che non avrebbero mai combattuto al suo fianco ma che sarebbero saliti al potere poco dopo, proprio sfruttato questa situazione di disordine socio-politico.

Alcuni sicari di Catilina tentano di uccidere Cicerone che, informato da una spia poco prima dell’iniziativa, riesce a mettersi in salvo; ma il giorno successivo, questi si presenta in senato per pronunciare una violentissima requisitoria contro il suo avversario, cogliendolo di sorpresa non appena entrato. La Prima Catilinaria è connotata da uno degli esordi più famosi di tutta l’antica oratoria (“Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”, tradotto come “E fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”) in cui vengono smascherati i preparativi della congiura e si denuncia l’esercito privato che Catilina ha arruolato in Etruria.

La stessa notte, il capo del complotto parte per raggiungere il suo accampamento, in cui si sono radunati circa 20.000 uomini pronti ad eseguire i suoi ordini. Il giorno dopo, Cicerone continua ad incalzare il suo avversario pronunciando la Seconda Catilinaria davanti al popolo riunitosi al foro, i congiurati e i complici vengono immediatamente rintracciati e arrestati. Nel momento in cui il governo sta decidendo quale sorte riservare loro, l’oratore pronuncia la Terza Catilinaria e due giorni dopo la Quarta, nuovamente dinnanzi al popolo.

Cicerone accusa Catilina davanti al Senato

Al termine della vicenda Cicerone riceve quanto spera, ottenendo provvedimenti straordinari per reprimere la cospirazione e decide di condannare i congiurati senza la provocatio ad populum: esso è un principio fondamentale del diritto penale romano, secondo cui chiunque fosse stato condannato ad una pena grave (come la morte) avrebbe potuto appellarsi all’assemblea popolare (composta da Comizi Curiati e Centuriati) per chiedere un riesame della punizione, che avrebbe potuto essere potenzialmente modificata o revocata. I congiurati a Roma vengono brutalmente soffocati nello stesso carcere di Mamertino in cui sono stati tenuti prigionieri; Catilina, che è invece riuscito a scappare in Etruria con il suo esercito, viene costretto allo scontro finale nel gennaio del 62 a.C., vicino Pistoia. Muore combattendo valorosamente in prima linea contro le legioni romane, ponendo così fine all’episodio della sua congiura.

Nonostante l’intera vicenda possa dirsi conclusa, Cicerone deve ancora affrontare le conseguenze del suo terribile sbaglio. Nel corso del tempo l’avvocato ha attirato su di sé sguardi astiosi e si è circondato di numerosi avversari, anche piuttosto potenti. Il suo errore non sarà mai dimenticato, soprattutto dal suo futuro avversario, Publio Clodio. Questo è sicuramente il momento più fortunato per la carriera politica di Cicerone, tanto che viene onorato con il titolo pater patriae per aver salvato lo Stato. Terminata la carica, l’avvocato non ha però tempo di godere del prestigio e del denaro guadagnato nel periodo precedente poiché comincia subito ad avvertire il peso delle inimicizie che si è procurato durante il consolato.

Motivo per cui decide di gettarsi in una nuova ma controversa causa: per vincere l’isolamento si riduce a difendere Silla, nipote dell’ex dittatore, che si è arricchito con le proscrizioni; tuttavia, cominciano a girare voci sulle motivazioni che si nascondono dietro questa difesa, è per esempio probabile che Silla gli abbia offerto un’ingente quantità di denaro e che Cicerone si sia fatto corrompere. Poco dopo, nel 60 a.C., si forma il Primo Triunvirato: un accordo privato che unisce Pompeo, il più famoso generale del tempo, Crasso, il più grande capitalista di Roma e l’ambizioso Cesare. Anche Cicerone viene invitato a prendere parte a questo strategico patto ma rifiuta, da una parte per non inimicarsi gli aristocratici conservatori a cui si è strettamente legato, dall’altra perché riconosce il carattere anti-senatorio e la pericolosità di questa alleanza.

Cesare diviene il nuovo protagonista della scena sociale e politica di Roma; infatti, terminato il consolato si fa assegnare la provincia della Gallia in qualità di proconsole, rinnovato teatro delle sue imprese. Egli invita Cicerone a partecipare ai viaggi e alle spedizioni perché vorrebbe ottenerne l’appoggio e riuscire anche a tenerlo sotto controllo per un po’. Ma Cicerone declina l’invito, sostenendo che il suo posto non sia negli accampamenti, bensì nel cuore della vita politica romana. Il suo rifiuto segna anche il suo declino: con la lontananza di Cesare, Cicerone è facile preda dei nemici di cui si è circondato durante la sua carriera da avvocato e negli anni del consolato, finendo così nel mirino del suo acerrimo rivale, Publio Clodio.

In quanto tribuno della plebe, fa promulgare una legge che punisce con la morte i magistrati che condannano gli imputati senza prima sottoporre il caso alla provocatio ad populum (esattamente ciò che aveva fatto l’oratore qualche anno prima). La legge viene resa retroattiva, quindi vengono condannati anche coloro che si sono precedentemente macchiati di questa infrazione. Cicerone comprende chiaramente il pericolo a cui va incontro e nel 58 a.C. decide di esiliarsi in Grecia, mentre la sua casa viene saccheggiata e i suoi beni confiscati da Clodio.

La lontananza dura poco: in poco meno di un anno viene richiamato a Roma attraverso il consenso del Senato e l’appoggio di Pompeo, ottiene la restituzione della casa attraverso il Pro domo sua, un discorso che rappresenta anche un elogio personale e del suo operato politico. In questo periodo, non c’è nessuno a Roma che ponesse sotto controllo il malefico operato di Clodio, che spadroneggia in città facendo uso delle sue bande armate; allora Cicerone decide di avvicinarsi e intaccare la sua figura gradualmente, difendendo all’inizio i suoi nemici, ma preparando poco dopo anche un attacco più che diretto.

Publio Sestio è un tribuno della plebe che a lungo si è opposto a Clodio e ai suoi uomini e, poiché anche lui corre grossi pericoli, decide di assicurare la propria sopravvivenza circondandosi di uomini armati. Nel 56 a.C. viene accusato di violenza e broglio elettorale, infatti trasgredisce la legge recandosi alla campagna elettorale circondato da schiavi o da uomini pagati, costituendo così la sua personale difesa armata. Cicerone decide di difenderlo non appena tornato in patria e pronuncia uno dei discorsi più famosi della sua carriera, il Pro Sestio, all’interno del quale riflette sul suo operato politico e si applica ad una completa rivalutazione della disputa tra le due fazioni in scontro. L’avvocato sostiene che tra gli optimates non si annoverino solo i rappresentati del Senato, bensì tutti coloro che operano in favore dello Stato, che proteggono la pace interna da dissapori e discrepanze; in questa categoria non sono previste differenziazioni sociali poiché ciò che importa è che non vi siano malfattori, malvagi e teste calde.

L’aspirazione più alta degli optimates è quella di coltivare la “otium cum dignitate”, cioè la possibilità di dedicarsi alla cultura e allo studio senza rinunciare alla partecipazione ad una giusta attività politica e sociale, in cui il clima è sicuro, stabile e non veicolato da gente assetata di potere. E’ logico pensare che Cicerone abbia formulato un discorso così largo e, al tempo stesso, mirato per difendere il suo cliente e mettere a nudo la già nota malvagità del suo avversario. Questa orazione è una summa delle sue azioni passate, del rinnovato atteggiamento del presente e delle nuove intenzioni per il futuro, in cui tratteggia distintamente le sfumature del nemico pubblico per eccellenza. Publio Sestio viene assolto e Cicerone può dedicarsi alla causa successiva.

Nell’aprile dello stesso anno Cicerone è chiamato a difendere Marco Celio Rufo, suo allievo e amico, con il discorso Pro Caelio. La principale accusa mossa a Celio è quella di aver preso parte all’uccisione di Dione, un filosofo alessandrino a capo di un’ambasceria inviata a Roma per impedire che Tolomeo Aulete fosse rimesso sul trono egiziano. Tolomeo, secondo l’accusa, avrebbe corrotto Celio perché rendesse inefficace la missione diplomatica. Ma, con l’intento di mettere in cattiva luce Celio mostrandone l’indole corrotta, si aggiungevano altre accuse minori: l’amicizia con Catilina, la contrazione di pesanti debiti, l’accusa di brogli elettorali, di sperpero di denaro, di violenza nei confronti di un senatore che sarebbe stato bastonato da Celio, e infine di molestie sessuali ai danni di alcune matrone che si stavano dirigendo presso le rispettive dimore al termine di un banchetto serale.

Cicerone in Senato

Nella sua arringa, Cicerone dedica pochissimo spazio a queste accuse, considerate come maligne mormorazioni e non fatti di rilevanza processuale. L’obiettivo dell’oratore è invece quello di concentrarsi su Clodia, vedova di Q. Cecilio Metello Celere, luogotenente di Pompeo in Asia, divenuto pretore e poi console. La sua morte, avvenuta improvvisamente nel 59, aveva fatto nascere in molti il sospetto che fosse stato avvelenato dalla moglie. Clodia, inoltre, è proprio la sorella di Clodio (acerrimo nemico del grande oratore) e la donna da tutti indicata come la famosa amante del poeta Catullo, da lui cantata con il nome di Lesbia.

Clodia è parte del processo in qualità di testimone principale a carico dell’accusa: Celio viene accusato di aver chiesto e ottenuto denaro da Clodia con il pretesto di organizzare dei giochi pubblici; ma la donna ha poi scoperto che le ricchezze sono state impiegate per l’esecuzione dell’assassinio di Dione e, divenuta pericolosa testimone, avrebbe subito un tentativo di avvelenamento da parte dell’imputato. Cicerone cerca di spostare tutti i sospetti che vertono sul suo cliente col fine di veicolarli sulla donna, facendo soprattutto leva sul fatto che Clodia avesse intrattenuto una relazione amorosa con l’accusato e che adesso voglia vendicarsi della loro separazione.

Da avvocato difensore, Cicerone si trasforma in accusatore: Clodia viene attaccata dalla vivissima oratoria ciceroniana, attenta alle sfumature per una difesa efficace, fondata sull’ironia e sul sarcasmo, ricca di escamotages. L’avvocato si rivolge più volte alla giuria sottolineando la dissolutezza di una donna che vive nell’agio e senza il controllo di un uomo, che partecipa più che liberamente alla vita sociale e che soprattutto coltiva numerose relazioni amorose che non tende a celare. Lo stesso Catullo la definisce infedele, manipolatrice e lussuriosa nei suoi carmi.

In una società patriarcale come quella romana, in cui le donne devono invece essere caste, fedeli e riservate, Clodia rompe completamente gli schemi: per questo motivo, viene subito definita “amorale” e, di conseguenza, le sue parole diventano sempre meno credibili alle orecchie degli ascoltatori. Il discorso termina con un colpo fatale, inferto con ironica malizia e tono garbato, in cui Cicerone dice: «… se non ci fosse di mezzo l’odio fra me e il marito – il fratello – volevo dire; qui faccio sempre lo stesso errore». Questa frase alimenta i pregiudizi sulla donna e sul rapporto che intrattiene con suo fratello Clodio, che già molti ritengono impuro e incestuoso. Alla fine, il giovane Marco Celio viene assolto.

Esempio tipico dell’iconografia greca attraverso cui Clodia e Clodio venivano rappresentati insieme

Clodio, nonostante l’umiliazione, non vuole arrendersi e negli anni successivi prosegue i suoi aggressivi interventi politici, ponendosi sempre di più in rotta di collisione con Pompeo. Nel gennaio del 52 a.C. muore ingloriosamente, vittima di quella violenza che aveva tante volte fomentato in strada: fuori Roma la sua banda si scontra con quella di Milone e, al termine della zuffa, il corpo di Clodio giace a terra inerme.

Cicerone ha poi tentato la difesa del suo assassino con un discorso intitolato Pro Milone ma, nonostante la simpatia e le potenti amicizie di cui l’accusato può godere, l’avvocato perde la causa. Molti hanno ipotizzato che Milone non sia stato assolto perché concorreva al consolato e, in quello stesso periodo, Pompeo aspira a divenire Consul sine collega: la carica di console unico, ottenuta con l’appoggio del Senato, in contrapposizione alla normale collegialità che prevede invece la presenza di due consoli in carica contemporaneamente.

Gli ultimi anni e la morte di Cicerone

Le dinamiche politiche si sono fatte serrate e pericolose. Dopo la morte di Crasso (avvenuta nel 53 a.C. presso Carre per mano dei Parti), si rompe definitivamente l’equilibrio – già precario – tra Cesare e Pompeo. Il primo è diventato notevolmente più potente dopo la conquista della Gallia e il Senato, temendo la sua influenza, ha deciso di schierarsi con Pompeo nominandolo Consul sine collega e chiedendo a Cesare di tornare in patria da privato cittadino, ma solo dopo aver sciolto il suo esercito.

Egli però comprende che a Roma stanno tessendo una trappola contro di lui: una volta tornato i suoi oppositori si sarebbero sicuramente appellati agli errori commessi in passato, sarebbe stato processato e di conseguenza messo politicamente fuori gioco. Difronte all’ennesimo ultimatum senatorio, Cesare decide di attraversare il Rubicone con i suoi uomini armati nel 49 a.C. e proprio in questa occasione avrebbe pronunciato le parole “Alea iacta est” (“Il dado è tratto”), sancendo l’inizio della guerra contro la stessa Roma e attendendo le conseguenze dell’attacco. Alla notizia, il Senato e Pompeo decidono di darsi alla fuga, mentre Cesare approfitta della loro lontananza per arruolare altri uomini e aumentare i suoi effettivi.

Quest’ultimo dichiara guerra a tutte le legioni pompeiane, che vengono sconfitte in Grecia, in Egitto e in Spagna; raggiunge infine la città di Farsalo, in Tessaglia, dove affronta i generali dell’avversario per l’ultima volta, sconfiggendo le loro truppe e portando a termine vittoriosamente questa sanguinosa guerra civile. Pompeo tuttavia riesce a fuggire in Egitto, dove chiede aiuto al giovane Tolomeo XIII, che lo attira con l’inganno promettendogli protezione e ne ordina l’uccisione a tradimento.

Pompeo tradito e decapitato dai soldati agli ordini di Tolomeo

Durante gli anni della guerra civile, tutti i personaggi politici in vista vengono implicitamente chiamati a prendere una posizione e Cicerone decide di schierarsi dalla parte del futuro perdente; tuttavia, si ritiene estremamente fortunato poiché Cesare promette clemenza contro i nemici politici, risparmiandogli così la vita. L’oratore viene comunque marginalizzato e l’apogeo della sua influenza subisce un tracollo improvviso. Nel frattempo, affronta disgrazie anche nella vita privata: dopo aver divorziato dalla prima moglie, è costretto anche a patire la morte dell’amata figlia “Tulliola”, che aveva sposato uno dei collaboratori più corrotti e spregevoli di Cesare, Dolabella.

Devastato dal dolore, Cicerone si getta a capofitto nella scrittura filosofica sperando in un po’ di conforto e consolazione; proprio a questo periodo risalgono alcune delle sue opere più celebri e significative. Tuttavia, le turbolente vicende interne non sono ancora terminate. Nel 44 a.C. viene messa in atto la congiura contro Cesare, ordita da Bruto e Cassio, e così scoppia una nuova guerra civile: alla testa dei cesariani si pone Marco Antonio, suo luogotenente, e nella parte dei cesaricidi vi sono tutti i personaggi vicini al senato, ai quali in un primo tempo si aggiunge anche Ottaviano (futuro Augusto). Cicerone sta dalla parte della fazione senatoria e decide di pronunciare una serie di violentissime orazioni pubbliche contro l’avversario Antonio, le cosiddette Filippiche.

L’ultima battaglia di Cicerone è costituita dalle 14 orazioni pronunciate subito dopo la morte di Giulio Cesare, quando la lotta politica romana è giunta a livelli di violenza inaudita. L’intitolazione Filippiche dipende da una citazione: allude ai discorsi omonimi pronunciati da un grande oratore dell’antichità, l’ateniese Demostene, contro il re Filippo II di Macedonia (padre di Alessandro Magno) nel tentativo di convincere i suoi concittadini a opporsi al nemico che stava minacciando la libertà delle città greche. Come Demostene, anche Cicerone viene sconfitto e paga con la vita la sua audacia.

Inizialmente, i cesaricidi sembrano avere la meglio e riescono a sconfiggere Marco Antonio presso Modena, costringendolo alla ritirata. Tuttavia, egli comprende che sarebbe stata enormemente più vantaggiosa un’alleanza con Ottaviano: in accordo anche con Lepido, viene così formato il II Triumvirato nell’anno 43 a.C. La loro primissima decisione politica è quella di creare delle nuove liste di proscrizione con i nominativi dei nemici giurati e il nome di Marco Tullio Cicerone è proprio in cima. Ma l’oratore non si aspettava nulla di diverso da Marco Antonio, che aveva pungolato troppo a lungo.

In un primo momento, Cicerone ripone fiducia nel potenziale ripensamento di Ottaviano, ragazzo che aveva adulato e manipolato sino a quel momento, ma comprende che non ci sono più speranze ormai: dopo una serie di tentennamenti decide finalmente di prendere il mare, ma i sicari lo intercettano e raggiungono; all’età di 63 anni, Cicerone viene sgozzato con una spada e, per ordine del vendicativo Antonio, al cadavere vengono mozzate testa e mani, poi esposte sui rostri del Foro, proprio dove l’avvocato aveva fatto risuonare la sua voce per molti anni.

Le opere retoriche

Forte delle sue esperienze politiche e giudiziarie, a partire dal 55 a.C. Cicerone si dedica all’attività letteraria e alla riflessione teorica. Il contesto è quello del suo rientro dall’esilio, un momento in cui non ha ancora ripreso i suoi negotia ed è stato estromesso dalla scena politica sconvolta dai disordini causati dalle bande di Clodio, che di proposito metteva a repentaglio la serenità cittadina. Proprio qui nasce il De Oratore, un trattato retorico in 3 libri, dedicato all’ideale ciceroniano del perfetto oratore. L’opera è costruita sulla struttura di un dialogo platonico, cioè una forma di scrittura in cui l’autore affida il compito di trattare l’argomento principale a diversi interlocutori all’interno di una cornice fittizia, ma storicamente definita. Il dialogo si immagina avvenire a Tuscolo nel 91 a.C. nella villa di Crasso e con Marco Antonio (nonno del triumviro) costituiscono i principali personaggi e interlocutori del dialogo.

Nel I libro, Crasso si fa portavoce delle idee di Cicerone e sviluppa la tesi principale dell’opera: il perfetto oratore non è colui che ha semplicemente imparato la tecnica attraverso la messa in pratica di regole ed esercizio, ma un uomo fornito di vastissima cultura (come l’autore appunto). L’oratore ideale è dunque connotato da una conoscenza superiore, affinata dallo studio ininterrotto e dalla significativa attività sociale e politica al servizio del bene. Solo attraverso queste basi sarà effettivamente in grado di mettere a usufrutto un tipo di eloquenza utile e alta, grazie alla quale il popolo può essere concretamente indirizzato verso il bene e il giusto.

Nel II libro, la parte dialogica si fa più sistematica e vengono spiegate in maniera minuziosa le 5 parti che compongono la retorica: inventio (la ricerca degli argomenti da svolgere), la dispositio (l’ordine degli argomenti nel discorso), la memoria (una rassegna delle tecniche utili a memorizzare ciò che si deve dire). Nel III libro si parla invece dell’elocutio (l’elaborazione stilistica e artistica del materiale) e l’actio (la modalità attraverso cui l’oratore deve presentare il suo discorso, quindi dizione, tono della voce e gestualità).

Statua di Cicerone del 19esimo secolo, posta davanti al Palazzo della Giustizia a Roma

Nel 46 a.C., in piena dittatura cesariana, Cicerone torna ad occuparsi di retorica e scrive il Brutus. Quest’opera prevede un dialogo tra l’autore stesso e gli amici, Attico e Bruto (il futuro cesaricida), a cui l’opera è intitolata e dedicata. Dopo un rapido excursus sull’oratoria greca, l’autore sviluppa una grandiosa storia sull’eloquenza romana, presentando e illustrando le caratteristiche di circa 200 oratori. Questi ritratti sono disposti in ordine cronologico, tuttavia quello di Cicerone conclude la serie: attraverso questa modalità, dimostra che l’oratoria latina sia la maturazione e il perfezionamento e di quella greca e che il culmine di questo raffinato processo sia proprio rappresentato dallo stesso oratore. Quest’opera viene costruita in un particolare contesto storico-politico, in cui Cesare ha posto fine ad ogni reale dibattito politico e tutti i processi lo vedono sempre come giudice supremo. Allora Cicerone tenta di irrompere in questa situazione così chiusa e silenziosa, costruendo non soltanto un autoelogio, ma soprattutto un’autodifesa.

Sempre nel 46, Cicerone scrive la sua terza opera retorica, l’Orator, anch’essa dedicata a Bruto, costituendo una sorta di trilogia. Il testo presenta un tipo di struttura differente poiché l’oratore decide di abbandonare momentaneamente la forma dialogica per proporre invece una scrittura continuata e perpetua, incorniciata questa volta da un unico libro interamente scritto in prima persona e rivolto direttamente al destinatario. Cicerone riprende alcuni dei principi fondamentali già introdotti nelle opere precedenti, come i compiti del perfetto oratore: probare (“convincere”), delectare (“dilettare”) e movere (“suscitare emozione”); da questi elementi dipende la scelta finale dello stile, quindi piano o umile, medio, elevato o sublime. Cicerone si rifà anche al contrasto tra atticismo e asianesimo, sostenendo che non si debba aderire in modo esclusivo a un solo indirizzo: il buon oratore deve saper padroneggiare anche stili molto differenti e, di volta in volta, scegliere il più adeguato alle esigenze della causa. Dunque, il vero oratore è colui che sa usare tutti i livelli stilistici, mescolandoli nella medesima orazione a seconda dell’effetto che si vuole suscitare.

Le opere politiche di Cicerone

Nel corso del 54 a.C., Cicerone è stato spostato ai margini della vita pubblica a causa del potere smisurato dei triumviri; decide pertanto di adoperarsi nuovamente per il bene comune, dedicando il suo tempo alla scrittura e alla riflessione politica. Si mette all’opera per la scrittura di due testi vasti e ambiziosi e, sulla base del pensiero greco, affronta alcuni dei problemi che gli stanno più a cuore: l’organizzazione dello Stato, la miglior forma di governo, le istituzioni politiche.

Nasce così il De Republica, un dialogo in 6 libri prettamente ispirato, tanto nella forma quanto nel contenuto, all’omonima opera platonica. Tuttavia, emerge sin da subito una sostanziale differenza tra le due opere: Platone aveva tracciato il ritratto di uno Stato ideale e utopico, che non teneva in considerazione le reali necessità e le convezioni poste dalla convivenza sociale; tutti motivi per cui Cicerone introduce una critica all’opera. L’oratore, invece, vuole definire uno Stato reale in cui applicare i principi della scienza politica, permettendo la creazione e sopravvivenza di una repubblica romana viva e reale.

Il dialogo si immagina avvenire nel 129 a.C. e i principali interlocutori sono Scipione Emiliano (tutto si svolge nella sua villa) e il suo amico Lelio. Ricostruire la trama in maniera precisa risulta una missione complessa, l’opera infatti era mutila quando è stata rinvenuta inizialmente ma, grazie alle citazioni di diversi scrittori antichi (Agostino e Lattanzio tra i più importanti), è stato possibile recuperare varie parti. Fu Angelo Mai, nel 1820, a rinvenire una parte cospicua dell’opera all’interno del codice palinsesto (un manoscritto su pergamena) nella Biblioteca Vaticana.

I libri giunti in forma più completa sono i primi 2 e coprono il primo giorno dei tre ne quali si immagina che sia avvenuto il dialogo. Scipione, esortato da Lelio a indicare quale sia la migliore forma di governo, inizia descrivendo le fondamentali, cioè monarchia, aristocrazia e democrazia, passando poi alle rispettive degenerazioni, quindi tirannide, oligarchia e demagogia. Scipione arriva alla conclusione secondo cui la migliore è la forma di governo mista, nella quale le prime tre sono mescolate in modo da bloccarne la possibile degenerazione. L’esempio migliore di forma governativa mista è proprio la costituzione romana, nella quale coesistono la parte monarchica (i consoli), quella aristocratica (il senato) e quella democratica (il popolo rappresentato dai comizi).

Il III e il IV libro sono molto più frammentari dei precedenti e trattano del concetto di giustizia de dell’educazione dei cittadini. Il V libro è andato quasi interamente perduto ma era dedicato al ritratto del princeps per eccellenza. Il suo ruolo non risulta estremante chiaro a causa dello stato lacunoso del testo, ma con ogni probabilità Cicerone ha in mente la figura di un uomo che possa contribuire alla costruzione di un governo ideale e capace di tenere ben saldi i poteri costituzionali della repubblica, senza sovvertirli o abusarne. Infatti, si pensa che l’autore abbia usato la terza persona singolare per indicare un uomo eminente nella politica, coscienzioso e cauto, saggio e moderato, giusto e temperato. Il tipo di regime che l’oratore ha in mente non è certo autoritario e dispotico. In questo modo l’auctoritas del princeps non diventa mai alternativa a quella del senato, ma pilastro essenziale per reggere la repubblica romana che viene invece distrutta dalle varie lotte intestine.

La parte finale del De Republica è nota come Somnium Scipionis. Tramandata in modo indipendente dal resto del trattato, questa sezione dell’opera è giunta insieme al commentario di Macrobio. Qui Scipione Emiliano rievoca un sogno di venti anni prima, in cui il proprio avo gli aveva rivelato la piccolezza delle cose terrene e gli aveva mostrato la ricompensa che spetta nella vita ultraterrena ai grandi uomini che sono stati benefattori dello Stato. Come Platone aveva fatto seguire alla sua Repubblica un’opera intitolata Leggi, allo stesso modo Cicerone decide di comporre il De legibus subito dopo la pubblicazione del De Republica.

Anche in questo caso si tratta di un’opera in forma dialogica, in cui però la conversazione è ambientata nel presente e si svolge direttamente nella villa di Cicerone ad Arpino e gli interlocutori sono l’autore stesso, il fratello Quinto e l’amico Attico. L’opera è composta da 5 libri, ma soltanto tre sono giunti sino a noi, per lo più in forma lacunosa, eppure è possibile capire l’argomento principale su cui verte l’interesse di Cicerone: giusto e ingiusto sono principi di diritto naturale, radicati nella coscienza di tutti gli uomini e quindi immutabili.

Il pensiero filosofico

La produzione filosofica di Cicerone risale agli ultimi anni della sua vita, cioè al periodo in cui all’amarezza per l’esclusione dalla vita pubblica si aggiunge la disperazione per la morte dell’amata figlia Tullia. Dalla sua dedizione alla materia, è possibile comprendere che la scrittura filosofica non fosse semplicemente un’attività speculativa, Cicerone crede fermamente nell’utilità della filosofia in quanto guida e conforto.

Nonostante l’attività filosofica fosse reputata inferiore rispetto a quella politica secondo la cultura del tempo, Cicerone decide di dedicarsi ugualmente ad essa per rendersi realmente utile ai propri concittadini, mettendo a disposizione in latino una disciplina con cui i romani – popolo d’azione più che di pensiero – hanno fin ora evitato di confrontarsi volontariamente.

Scrivendo in latino ciò che sino a questo momento è stato tramesso solo in greco, Cicerone si fa anche inventore del linguaggio filosofico latino. L’operazione dell’autore, tuttavia, non può essere ridimensionata a delle semplici traduzioni: egli cerca di applicare i problemi e le risoluzioni della filosofia greca alla realtà storico-culturale della società romana. Infatti, l’impegno filosofico di Cicerone è volto alla creazione di un pensiero originale, basato sull’analisi di tutti quei temi che basterebbero alla rifondazione della civiltà romana, adesso schiacciata dalla dittatura cesariana. Nello specifico vengono spesso analizzati i concetti di dovere, di virtus, di humanitas, il ruolo della religione, il libero arbitrio, la conquista della felicità, l’importanza dell’amicizia e della vecchiaia.

Cicerone decide di affrontare varie problematiche attraverso il metodo dossografico: stila una rassegna di opinioni su determinati argomenti e problemi che vengono poi messi a confronto, per capire quali siano i più coerenti e probabili tra i tanti. Da questa metodologia proviene l’impostazione eclettica del pensiero di Cicerone, il quale decide di non aderire a priori ad un’unica e assoluta dottrina, ma si dimostra aperto e disponibile nei confronti di tutte le possibili teorie, rimanendo critico e indipendente da qualunque condizionamento, col fine ultimo di dare vita ad un dialogo costruttivo.

Ovviamente Cicerone nutre delle più specifiche simpatie, seppur mai eccessivamente marcate, soprattutto nei confronti delle dottrine probabilistiche della Nuova Accademia, secondo cui la verità vada cercata nella conciliazione tra punto di vista storico e aristotelico. Al contrario, le antipatie dello scrittore sono invece ben note e tendono ad emergere sempre nelle sue opere scritte e, in modo particolare, il suo bersaglio prediletto è proprio l’Epicureismo.

Cicerone nel suo studio

Le opere fondamentali in cui si dispiega pienamente il pensiero filosofico ciceroniano sono due, entrambe scritte nel 45 a.C. Il De finibus bonorum et malorum (“Sul sommo bene e sul sommo male”) è un dialogo in 5 libri dedicato ancora una volta a Bruto. L’opera si apre attraverso un’interessante discussione sulle tesi epicuree, sostenute da Lucio Torquato nel I libro, ma contrastate da Cicerone nel II; nel III libro, invece, Catone (futuro Uticense) presenta lo stoicismo e lo scrittore risponde nel IV in maniera interlocutoria, sostenendo che quel tipo di rigore etico sia molto anacronistico e poco praticabile nella società contemporanea, nonostante abbia una base morale ben solida. Nel V e ultimo libro Cicerone espone la dottrina accademica a cui va, seppur con qualche riserva, la sua preferenza: la felicità consiste nella virtù, ma è completa (da qui la rottura con lo stoicismo) solo quando ai beni del corpo (salute, successo, agiatezza) di aggiungono anche quelli spirituali.

Anche l’opera Tusculanae disputationes è un dialogo in 5 libri, è dedicata a Bruto e Cicerone conversa con un interlocutore anonimo nella villa Tuscolo, da cui proviene l’intitolazione del testo. Questa volta, però, l’interlocutore ha il semplice compito di porre le questioni e di ricevere le risposte, come una forma di lezione frontale. Lo scopo dell’opera è quello di allontanare l’uomo da tutti gli ostacoli che gli impediscono di diventare felice: la paura della morte, il dolore fisico, il dolore spirituale e le passioni; l’ultimo libro è infine dedicato alla virtù. Cicerone sostiene che la morte non sia mai un male, sia nel caso in cui l’anima perisca col corpo liberando l’uomo dalla sofferenza, sia nel caso in cui vi sia un’esistenza ultraterrena e quindi più felice. Il dolore fisico va mitigato con la fortezza d’animo e il dolore spirituale deve essere contrastato con la razionalità.

Al 44 a.C. risalgono altre due opere importanti, ma questa volta dedicate all’amico di sempre, Attico. Il Cato Maior sive de senectute, più noto come De senectude, tratta il tema della vecchiaia e riflette lo sconforto di Cicerone durante il tempo della dittatura cesariana in tono pensoso e dimesso. Questo breve dialogo è ambientato nell’anno 50 a.C., quando Catone ha ormai aggiunto la veneranda età di 84 anni. Nell’opera Cicerone tramette il suo pensiero tramite il senile Catone, costruendo un alter ego dotato della sua stessa cultura letteraria e filosofica, e riflettendo sulla senilità, se essa sia da ritenersi un bene o un male. Cicerone dimostra molta nostalgia per un passato in cui l’uomo politico era rispettato fino a tarda età e decide di far pronunciare a Catone, che trascorre i suoi ultimi anni circondato da un’aura di fama e prestigio, un elogio alla vecchiaia, età di saggezza e autorevolezza, nella serena e consapevole attesa della morte.

La seconda opera è nota come il De amicitia, la cui intitolazione è anche Laelius, scritta in forma dialogica all’indomani dell’assassinio di Cesare molto probabilmente. La conversazione si ambienta nel 29 a.C. e al centro della scena compare Lelio che, dopo la morte di Scipione Emiliano, riflette proprio sul legame fondamentale dell’amicizia. Nonostante nel mondo romano l’amicizia venga concepita prettamente come un’alleanza politica, Cicerone la innalza alla luce del pensiero greco e la definisce come una sorta di comunione spirituale tra anime elette. Di conseguenza, la vera amicizia non nasce dall’interesse o unicamente nel momento del bisogno, bensì fiorisce nel terreno in cui vengono coltivati valori comuni, come la virtus e la probitas (onestà). Dunque, solo gli onesti hanno il privilegio di questo legame, un’amicizia che può germogliare unicamente tra due uomini virtuosi.

La trattazione etica

Nell’autunno del 44 a.C., in piena lotta contro Antonio, Cicerone si dedica alla scrittura del De officiis. L’autore, dopo un periodo di fermo, è nuovamente sceso nell’agone politico, feroce e inclemente, quindi sceglie di abbandonare la scrittura filosofica per avvicinarsi a quella etico-politica: il suo intento è quello di presentare adesso un sistema di valori condiviso, attorno a cui l’aristocrazia possa nuovamente compattarsi e riacquisire un fermo controllo sullo Stato.

L’opera è dedicata a suo figlio Marco, a quel tempo impegnato negli studi presso Atene, composta da 3 libri: il primo tratta dell’honestum (ciò che è giusto dal punto di vista morale), il secondo dell’utile e il terzo del conflitto tra le prime due tematiche, come accade nel caso dell’uccisione di un tiranno (un atto moralmente ingiusto e potenzialmente punibile, ma utile alla comunità). È chiaro che Cicerone si sta riferendo all’assassinio di Cesare.

L’opera ha dunque un evidente sfondo politico, attuale e turbolento, in cui emergono i grandi temi politici e sociali: in primo luogo il problematico rapporto fra gli interessi del singolo e quelli dello Stato, le relazioni di Roma con alleati e nemici, la terribile povertà che affligge una larga fetta della popolazione. A questo panorama si accostano anche dei precetti di vita comune, legati soprattutto allo studio del decorum (ciò che è conveniente e appropriato in società), trattando così di quanto si addica all’aristocratico in termini di abbigliamento, casa, portamento.

L’epistolario

Tra gli uomini dell’antichità di maggior prestigio, Cicerone è colui che conosciamo meglio, proprio grazie all’ingente quantità di lettere private che sono state conservate. Vi è, tuttavia, una grande differenza tra l’oratore e altri personaggi del tempo di cui è possibile leggere le epistole: le lettere ciceroniane non hanno alcun tipo di filtro letterario perché non sono state concepito con l’intento di pubblicarle, sono lettere private scritte col fine ultimo di raggiungere unicamente il loro rispettivo destinatario. Questa straordinaria fonte comprende 864 lettere, copre gli anni tra il 68 a.C. e il 44 a.C. ed è composta da 4 precise raccolte:

Le Epistulae ad familiares, in 16 libri, sono indirizzate non soltanto ai membri della famiglia ma, in generale, ad amici e conoscenti. Si tratta di una raccolta composita e variegata, che comprende missive di carattere più intimo (come quelle scritte a sua moglie Terenzia o al liberto Tirone) e altre indirizzate a personaggi politici di spicco (come Pompeo, Cesare e Catone). Questo ricco gruppo contiene anche circa 90 missive scirtte dai suoi corrispondenti per Cicerone.

Le Epistulae ad Atticum, in 16 libri, sono organizzate in ordine cronologico e il destinatario è sempre il suo grande amico Attico. Qui Cicerone è estremamente spontaneo, vivo e intimo.

Le Epistulae ad Quintum Fratrem sono invece 28 lettere suddivise in 3 libri, coprono l’arco cronologico che va dal 60 al 54 a.C.

Le Epistulae ad Marcum Brutum sono 26 lettere divise in 2 libri, sono state scritte tutte dopo l’uccisione di Cesare, quando Bruto era fuggito in Oriente e si preparava per lo scontro con Antonio.

Ritratto di Cicerone mentre scrive le sue missive

È naturale chiedersi come siano nate queste raccolte e come mai sia stato conservato un grande numero di epistole. In una lettera indirizzata ad Attico nell’estate del 44, Cicerone esplicita la sua intenzione di rivedere e poi pubblicare una settimana delle sue lettere, probabilmente quelle più interessanti dal punto di vista politico. Tuttavia, la morte gli avrebbe impedito di realizzare questo progetto, motivo per cui la pubblicazione di questa raccolta è postuma ed è stata curata direttamente da Attico stesso e dal suo fedele segretario Tirone.

La data di pubblicazione è assai dibattuta dalla critica, soprattutto perché mancano le lettere degli ultimi 6 mesi di vita, quelle del 63 (anno del glorioso consolato) e le missive del 57 (anno di trattative per il ritorno in patria dall’esilio volontario). Queste lacune non possono essere casuali; inoltre, la raccolta delle Ad familiares che comprende anche le risposte dei corrispondenti di Cicerone, non prevede la presenza di nessuna lettera scritta da Attico. Molti di questi indizi hanno quindi condotto ad un’ipotesi largamente accreditata: dietro la pubblicazione delle epistole ciceroniane ci sarebbe l’ombra di Ottaviano, il quale decide di risparmiare misteriosamente Attico da lettere che avrebbero potuto comprometterne la reputazione. Quest’ultimo, nonostante la morte di Cicerone, rimaneva appunto il più grande confidente di un uomo il cui nome compariva in vetta nella lista di proscrizione e al tempo si poteva morire per molto meno.

Altre fonti fanno anche ipotizzare che, dopo l’uccisione di Cicerone, i rapporti tra Attico e Ottaviano divengono assai stretti. Quindi è altamente probabile che è proprio una scelta di Augusto quella della pubblicazione delle missive ciceroniane, seppur preceduta da un’importante manomissione: non è un caso che ai posteri non venga data la possibilità di leggere le missive scritte in alcuni dei momenti più imbarazzanti o negativi per Cesare o per Ottaviano. Infine, negli ultimi mesi di vita Cicerone deve aver inviato delle lettere abbastanza compromettenti per Augusto, in quanto probabili testimonianze dei suoi repentini voltafaccia, culminati con l’abbandono dell’oratore al suo sfortunato destino.

L’epistolario di Cicerone rappresenta un’impareggiabile fonte di informazioni della sua vita privata e, allo stesso tempo, ha fornito dei dettagli non indifferenti che ne hanno danneggiato la reputazione. Le lettere, come mai prima d’ora, mostrano il vero uomo che si cela dietro il grande avvocato, le sue speranze e le sue delusioni politiche, le preoccupazioni di un padre amorevole, le difficoltà del marito di una donna spregevole e infima (che mai smetteva di ricordare al coniuge quanto fosse più ricca e più nobile di lui). Quello che ne emerge è il ritratto di un Cicerone impietosamente nudo ed esposto al giudizio del lettore.

La lingua di Cicerone

Il latino che oggi viene insegnato nelle scuole e trasmesso attraverso le grammatiche coincide con quello delle orazioni e delle trattazioni filosofiche di Cicerone: si può quindi affermare che l’oratore sia padre del latino classico. La prosa dell’avvocato si basa soprattutto sull’armonioso equilibrio delle parti e sul periodare ampio e disteso, ricorre anche a diversi registri stilistici e all’uso di espedienti retorici finalizzati a rendere efficace il discorso e a colpire emotivamente il lettore-ascoltatore.

Fa largo uso dell’allitterazione e dell’anafora per aumentare l’enfasi delle sue enunciazioni ed è abbastanza frequente l’uso dell’amplificatio, ovvero la dilatazione concettuale o verbale di un argomento per accentuarne la presa sul pubblico. Lo stile che Cicerone decide di adottare cambia costantemente e ciò dipende direttamente dalle tre istanze che reputa centrali nella costruzione del discorso: probare, flectere e delectare. Particolare attenzione è posta nelle clausole, dove l’impiego dei toni e del pathos diviene decisivo.

Di notevole importanza sono anche le innovazioni che riguardano il lessico, soprattutto per quanto riguarda le opere filosofiche. Infatti, in quanto divulgatore della cultura greca, Cicerone si ritrova spesso ad illustrare concetti per i quali non esistono ancora delle parole specifiche in latino, né tanto meno esatte corrispondenze con la lingua greca. Lo scrittore ha sempre voluto salvaguardare la purezza della lingua romana, motivo per cui decide di evitare astutamente i grecismi, prediligendo calchi e perifrasi. Numerosi sono poi i casi in cui Cicerone ha introdotto dei neologismi nelle sue opere scritte, come le parole quantitas, qualitas ed essentia, entrate poi nell’uso comune.

Tuttavia, l’oratore è anche padre del latino colloquiale. Un tipo di scrittura connotata da grande libertà sintattica e particolarità espressiva, elementi attinti per la maggior parte dalle sue corrispondenze epistolari e private. La raccolta delle sue lettere, infatti, rappresenta uno dei documenti più importanti per testimoniare il linguaggio quotidiano dei ceti più aristocratici che, pur non essendo volgare o popolare, risulta comunque molto diverso da quello utilizzato nelle orazioni e trattazioni volte alla pubblicazione. Questa scrittura diviene testimonianza di un largo uso di espressioni idiomatiche e abbreviazioni, a volte affettuose e altre ironiche, ed è soprattutto caratterizzata dalla presenza frequente di parole, frasi e modi di dire greci.

E’ così che il suo epistolario diviene un raro documento in grado di dimostrare che i romani come Cicerone sono stati perfettamente bilingui e che la scrittura informale (così come il parlato) è caratterizzata dalla massiccia presenza di grecismi, invece assenti all’interno delle orazioni e delle opere ufficiali. In conclusione, nel corso dei secoli Cicerone ha rappresentato più di ogni altro scrittore l’essenza stessa della latinità. È stato un avvocato e un oratore impareggiabile, ma ha incarnato anche la figura – tipicamente romana – di uomo d’azione e di cultura, capace di impegnarsi con grande dedizione negli otia (affari politici) e di dedicarsi con immensa passione all’otium letterario.

Consiglio per approfondire la figura di Marco Tullio Cicerone

Podcast consigliato su Cicerone

Cicerone: la vita e le orazioni

 

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Luciano Canfora, Catilina. Una rivoluzione mancata, Editori Laterza, 2023.
  • Cicerone, Le catilinarie. Testo latino a fronte, BUR Rizzoli.
  • Cicerone, Dell’oratore. Testo latino a fronte, BUR Rizzoli.
Letture consigliate
Tags: Roma Repubblicana
Marica Stano

Marica Stano

Originaria di Santeramo in Colle (un piccolo paese in provincia di Bari), si è diplomata al liceo scientifico e ha conseguito la Laurea Triennale in Lettere Moderne presso l'Uniba (BA). Frequenta il corso di Italianistica presso l'Università di Bologna. Studia anche cinema, inglese e spagnolo nel tempo libero.

DELLA STESSA CATEGORIA

Storia Antica

Battaglia di Gaugamela, il trionfo di Alessandro sull’Impero Persiano

Sacco di Roma del 455, Karl Briullov
Storia Antica

Il sacco di Roma del 455 compiuto dai vandali di Genserico

Attacco dei Visigoti, Pubblico Dominio
Storia Antica

Battaglia di Adrianopoli del 378: verso il tramonto di Roma

Fatti per la Storia

© 2019-2025 Fatti per la Storia - La Storia di Tutto, per tutti.

Fatti per la Storia è il portale per gli appassionati di Storia. Spunti, approfondimenti e video-lezioni su personaggi storici ed eventi che hanno segnato le varie epoche del passato (antica, medievale, moderna e contemporanea).

  • CHI SIAMO
  • NOTE E CONDIZIONI
  • METODOLOGIA E COMITATO SCIENTIFICO
  • COLLABORA CON NOI
  • CONTATTI
  • COOKIE POLICY
  • PRIVACY POLICY

Seguici su

Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
  • I PIÙ CERCATI
    • Seconda Guerra Mondiale
    • Guerra Fredda
    • Fascismo
    • Nazismo
  • STORIA E CULTURA
    • Libri
    • Film di Storia
    • Serie TV
  • RUBRICHE
    • History Pop
    • La Storia di Tutto

© 2019-2025 Fatti per la Storia - La Storia di Tutto, per tutti.