La marcia su Roma, 28 ottobre 1922: Mussolini al potere

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Marcia su Roma: Mussolini con i quattro quadrunviri

Il 28 ottobre 1922 è il giorno di inizio della Marcia su Roma, una manifestazione armata organizzata dal Partito Nazionale Fascista, guidato da Benito Mussolini. L’obiettivo dell’azione è quello di reclamare la guida politica del Regno d’Italia, minacciando, in caso contrario, la presa del potere con la violenza. La manifestazione eversiva si conclude con successo il 31 ottobre, quando il re Vittorio Emanuele III affida ufficialmente a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo.

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Chi guidò la marcia su Roma? Il piano di Benito Mussolini

Nella celebrazione, il 20 settembre 1922, del cinquantaduesimo anniversario della Breccia di Porta Pia, Benito Mussolini a metà del suo discorso si rivolge ai suoi camerati dicendo:


“Pensiamo di fare di Roma la città del nostro spirito, una città cioè depurata, disinfettata da tutti gli elementi che la corrompono; pensiamo di fare di Roma il cuore pulsante, lo spirito alacre dell’Italia imperiale che sogniamo”.

E’ il primo chiaro segnale delle intenzioni del leader del Partito Nazionale Fascista. Passa qualche settimana e il 16 ottobre Mussolini convoca nella sede del fascio milanese i maggiori esponenti del partito: la seduta è a porte chiuse. I presenti all’incontro sono: Michele Bianchi, segretario del partito, Italo Balbo, capo dei fascisti ferraresi, il monarchico Cesare Mattia De Vecchi e l’anziano generale Emilio De Bono.

Mussolini li nomina quadrunviri poiché diventano da quel momento i responsabili organizzativi e operativi della Marcia su Roma, la cui realizzazione è prevista nel giro di quindici giorni. Il 24 del mese si tiene a Napoli il Convegno nazionale fascista dove Mussolini pronuncia due discorsi separati, alternando come al suo solito, assicurazione e minacce, ma tenendo un tono tutto sommato moderato.

La sera stessa convoca nella sua stanza di albergo i quadrunviri e gli ordina l’azione insurrezionale per la notte tra il 27 e il 28, giorno in cui le forze fasciste dovrebbero convergere su Roma, pronte, se necessario, a conquistarla con la forza delle armi. I quadrunviri, non del tutto convinti di questo anticipo, si recano a quel punto, a Perugia, per organizzare da lì l’intera manifestazione armata.

Stando al piano l’avanzata verso Roma si sarebbe svolta seguendo tre direzioni: da Monterotondo, da Tivoli e da Santa Marinella, per convergere sulla capitale da nord, da est e da ovest. Quanto a Mussolini, egli torna a Milano, da dove coordina l’intera mobilitazione.

Le posizioni del re d’Italia Vittorio Emanuele III e Luigi Facta, Presidente del Consiglio al momento della Marcia

Il 27 ottobre è tutto pronto per l’inizio delle operazioni che, però, incominciano con qualche ora di anticipo rispetto alle disposizioni date da Mussolini. Roberto Farinacci, infatti, lancia la prima insurrezione a Cremona nel tardo pomeriggio, occupando con la sua squadra d’assalto i punti nevralgici del comune. Anche a Pisa e Firenze i fascisti si muovono in anticipo rispetto ai piani; tutto ciò mentre Mussolini si reca al Teatro Manzoni a vedere Il Cigno di Molnar. Una mossa politica astuta e ben ponderata la sua.

Il re Vittorio Emanuele III rientra a Roma alle ore 20.00 e trova ad aspettarlo alla stazione il Presidente del Consiglio Luigi Facta, che lo informa immediatamente della situazione, presentando contemporaneamente le proprie dimissioni. Il sovrano però le rigetta senza neanche pensarci un secondo:


“Dal momento che c’è un governo, tocca al governo sanare la situazione”.

Due ore dopo il re e il Presidente del Consiglio hanno un altro colloquio a Villa Savoia. Vittorio Emanuele III sfoglia e legge i vari telegrammi inviati dalle prefetture dove sono scoppiati i disordini e Facta propone di dichiarare lo stato d’assedio. Il re sembra accettare la proposta ma sottolinea l’importanza che tutti i ministri siano d’accordo su questa soluzione. I due si congedano così.

Facta viene svegliato in piena notte da un sottosegretario che lo informa del fatto che la marcia fascista verso Roma è già in corso e che la situazione sta precipitando. Il presidente del Consiglio, allora, convoca immediatamente il Consiglio dei ministri, che si riunisce al Viminale alle cinque. La riunione che si svolge è caotica e grottesca. Tutti i ministri concordano sul fatto di dichiarare lo stato d’assedio, ma paradossalmente, nessuno dei presenti è in grado di compilare il decreto in questione.

Dopo aver superato l’impasse il governo dirama l’ordine di stato d’assedio all’esercito e ne dispone l’invio alle prefetture. La marcia su Roma, così, sembra fallire prima ancora di essere realmente iniziata. Verso le 9 però si verifica un colpo di scena: Facta rientra pallido dal Quirinale e annuncia ai colleghi che Vittorio Emanuele III ha rifiutato di firmare il testo e gli ha impartito anche una bella ramanzina per aver disposto l’affissione del testo nella capitale senza prima aver ottenuto la sua approvazione.

Facta, poche ore dopo, fa un secondo tentativo ma il re resta fermo sulla sua posizione strappando in due il foglio del decreto. Questa decisione di Vittorio Emanuele III rappresenta il mistero centrale dell’evento, su cui gli storici ancora oggi discutono. Alcuni tirano in ballo la simpatia di molti esponenti dell’esercito verso il movimento fascista, anche se nulla fa supporre che l’esercito avrebbe mai osato spingersi sulla via della ribellione di fronte ad un ordine chiaro del sovrano. La tesi più diffusa, punta, invece, verso una scelta autonoma del re, persuaso forse dal fatto che una repressione armata della sedizione fascista non sarebbe valsa a ripristinare un clima sereno e pacifico all’interno del paese.


Cosa accadde il 28 ottobre 1922?

Revocando lo stato d’assedio Vittorio Emanuele III affida inizialmente l’incarico di formare il nuovo governo ad Antonio Salandra. Questa sembrerebbe essere la scelta migliore poiché Salandra, oltre ad essere da tempo molto apprezzato da Mussolini, è stato in quelle ore l’interlocutore privilegiato del quadrumviro De Vecchi in vista di una possibile alleanza di governo.

Mussolini si trova però, in questo momento, in una posizione di forza e se solo qualche ora prima era favorevole a questa soluzione, adesso alza la voce, abbandonando qualsiasi ipotesi di mediazione:

“Il governo deve essere nettamente fascista. Ogni altra soluzione è da respingere. Comprendano gli uomini di Roma che è ora di finirla con i vuoti formalismi. Il fascismo vuole il potere e l’avrà”.

La mattina del 29 Salandra riceve il rifiuto definitivo di Mussolini e si reca dal sovrano per rinunciare all’incarico. A Vittorio Emanuele III, così, non resta che convocare il leader del Partito nazionale fascista per un colloquio. Quest’ultimo, però, si rifiuta di muoversi prima di aver ricevuto ufficialmente per iscritto l’incarico di formare il nuovo gabinetto. Il telegramma atteso arriva a Milano qualche ora dopo.

La sera stessa Mussolini prende il treno delle 20,30 e giunge alla stazione Termini alle 11 del giorno seguente. Sono ad attenderlo poche camicie nere bagnate e sporche di fango. Il resto della sua milizia armata sta bivaccando nei dintorni della capitale, ancora in attesa del via libera da parte dei quadrunviri non arrivato fino a quel momento. Dopo una breve sosta in albergo Mussolini viene ricevuto al Quirinale dal sovrano. al quale (secondo la versione fascista) rivolge queste prime parole:

“Porto a Vostra Maestà l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria, e sono di vostra maestà il fedele servitore”.

30 ottobre 1922: Mussolini diventa capo del governo

Ottenuto ufficialmente da Vittorio Emanuele III l’incarico di formare il nuovo governo Mussolini si adopera per costruire, sin da subito, il mito della marcia su Roma, facendola passare come una vera e propria rivoluzione fascista. Convince, infatti, il re a far entrare il 31 ottobre gli squadristi nella capitale e fa immortalare la sfilata delle camicie nere da filmati e fotografie.

Ai giornalisti del Corriere della Sera che lo intervistano per primi nelle sue nuove vesti di presidente del Consiglio, il 39enne Mussolini fa riferimento alla marcia su Roma, dove non è stato necessario l’utilizzo di armi né si sono verificati spargimenti di sangue, definendola come: “Una rivoluzione di stile nuovo“.

Anniversario della marcia su Roma, 28 ottobre 1939

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Foto scattata a Piazza Venezia, il 28 ottobre del 1939, in occasione delle celebrazioni per l’anniversario della Marcia su Roma del 1922. Sullo sfondo, alla fine di “Via dell’Impero” (odierna Via dei Fori Imperiali), è ben visibile anche il Colosseo.