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Lucky Luciano: il boss che fondò la mafia moderna

Salvatore Lucania, meglio conosciuto come Charlie "Lucky" Luciano, è stato la forza trainante della modernizzazione e dell'espansione della mafia americana nel XX secolo. Dalle umili origini in Sicilia al regno come "capo della Commissione", sino al coinvolgimento con le forze alleate durante la Seconda Guerra Mondiale, la sua vita è stata un'altalena di crimine, violenza e potere

di Francesco Caldari
2 Agosto 2025
TEMPO DI LETTURA: 16 MIN

CONTENUTO

  • Gli anni delle gang di Lower East Manhattan  
  • Il grande affare del proibizionismo 
  • La fine dei Moustache Petes e la nascita della Commissione 
  • Trailer del film “Lucky Luciano” di Francesco Rosi 
  • Le Operazioni Underworld ed Husky 
  • La fine in Italia 

Gli anni delle gang di Lower East Manhattan  

Davvero siete convinti che per divenire un capitano d’industria o un potente manager di una multinazionale siano necessari studi approfonditi in economia, un paio di master universitari ed un ambito sociale favorevole? Ebbene, fermo restando che siamo dalla parte della legge e non ci sentiremmo di indicare ad un giovane di seguire l’esempio del personaggio di cui vi parleremo, vogliamo provare a confutare il vostro convincimento, presentandovi colui che svolse – partendo da una gang giovanile – le funzioni del tutto informali di Amministratore Delegato di una industria operante nel mondo del crimine, convertendola in una stupefacente fonte di profitto, una nuova “azienda” operante sia nel mercato illegale che in quello legale, giacché reinvestiva gli enormi profitti provenienti dal primo (traffico di droga, prostituzione, estorsioni, racket, traffico di armi e commercio illegale di alcolici) nel secondo (edilizia – anche alberghiera -, case da gioco, mercato immobiliare e istituti finanziari).  

Parliamo di Charles “Lucky” Luciano, che abbandonò la scuola pubblica all’età di 14 anni e proseguì la sua formazione con dei tirocini “sul campo”, per le strade del Lower East Side di New York. Egli è ampiamente riconosciuto come la figura che ha rivoluzionato e modernizzato la Mafia americana, trasformandola da una serie di bande disorganizzate in un “sindacato nazionale del crimine” altamente strutturato e incentrato sul profitto. Nato Salvatore Lucania a Lercara Friddi, in provincia di Palermo, nel 1897 emigrò unitamente alla famiglia negli Stati Uniti all’età di nove anni, stabilendosi nel Lower East Side (più noto come LES) di Manhattan, a New York. Il quartiere era uno dei principali punti di approdo e insediamento per milioni di immigrati, soprattutto europei, che arrivavano negli Stati Uniti attraverso Ellis Island. Negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento ospitava grandi comunità di immigrati tedeschi (il Kleindeutschland), seguiti da italiani (Little Italy), ebrei dell’Europa orientale (comunità che divenne nel tempo una delle più numerose). Ma non mancavano greci, ungheresi, polacchi, rumeni, russi, slovacchi e ucraini, ciascuno con proprie enclave relativamente omogenee. 

Mulberry Street, nel Lower East Manhattan, in una foto editata a colori (pubblico dominio)

Gli immigrati vivevano in condizioni precarie, in case popolari sovraffollate e malsane. Edifici stretti, con scarsa ventilazione e luce. Insomma, vi erano problemi di povertà, igiene e sovraffollamento, con conseguenti alti tassi di criminalità e presenza di bande, in particolare nelll’area di Five Points, nota per un tasso elevatissimo di violenza e conflittualità interetnica, con frequenti omicidi e scontri tra le gangs composte inizialmente da immigrati irlandesi, tedeschi e successivamente da italiani ed ebrei. Queste controllavano il territorio e si scontravano per il predominio di attività illecite, a partire dalla prostituzione e bordelli, gestiti da imprenditori criminali che pagavano tangenti alla polizia corrotta per mantenere l’attività.

La prostituzione era una delle principali fonti di reddito illegale, con una rete organizzata che si spostava nel quartiere per sfuggire ai tentativi di repressione. Con l’arrivo degli immigrati italiani si svilupparono gruppi attivi nella contraffazione del dollaro, ed altri che utilizzavano, per intimidire e taglieggiare i loro stessi connazionali, il simbolo originariamente anarchico della “Mano Nera”. Si trattava delle prime forme di mafia italo-americana: estorsioni e attentati con esplosivi alle attività commerciali dei “paesani”, imponendo il controllo attraverso la violenza e la paura. Non mancava in questo “florido catalogo” il gioco d’azzardo. In questo contesto, Lucania (lo ricordiamo, il suo vero cognome, con il quale era stato registrato all’arrivo nella “terra delle opportunità” e che modificò al pari di molti altri per “americanizzarsi”) si dedicò sin da giovanissimo ad attività criminali, iniziando con piccoli racket di protezione/estorsione tra i compagni di scuola e poi spaccio di eroina, che lo portò alla sua prima condanna a 18 anni (sei mesi di riformatorio). 

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Fu durante l’adolescenza che strinse amicizie chiave con membri di gang ebree: Meyer Lansky e Benjamin “Bugsy” Siegel, crescendo, sarebbero diventati due dei suoi alleati principali. Luciano e Lansky divennero sorprendentemente amici inseparabili fin da giovani, consolidando un legame che trascendeva le barriere etniche del crimine dell’epoca. Lansky, in particolare, date le sue naturali capacità finanziarie, è stato il “cervello” dietro le operazioni di Luciano. Rimanendo in ambito etnico, quest’ultimo si legò inoltre ad un giovane immigrato calabrese: Frank Costello, nato Francesco Castiglia a Lauropoli, in Calabria, nel 1891, emigrato nel 1895 con la madre e il fratello. Anche la sua carriera criminale iniziò precocemente: fu incarcerato per aggressione, rapina e possesso di armi almeno quattro volte tra il 1908 e il 1918. Egli era un membro della Five Points Gang, ed iniziò a lavorare per il potente mafioso di East Harlem, Ciro Terranova, vicecapo della Famiglia Morello di Manhattan. Fu in questo periodo che divenne amico di Lucky Luciano. Con altri giovani italiani i cui nomi presto “risplenderanno” nella élite mafiosa (Vito Genovese e Joe Adonis), ed i loro soci ebrei di cui abbiamo fatto cenno, Luciano e Costello si dedicarono a rapine, estorsioni e gioco d’azzardo.  

Il grande affare del proibizionismo 

Ma fu l’avvento del proibizionismo nel 1919, quando iniziarono a contrabbandare alcol, che fece prosperare l’alleanza tra i quattro “Ragazzi” emergenti di New York. Il gangster nonché banchiere ebreo-americano Arnold Rothstein, più noto come “The Brain” (la mente) e “The Big Bankroll”, fu un mentore per i nostri. Rothstein insegnò loro a gestire un impero criminale come un’attività di successo e a muoversi nell’alta società. Era un kingpin (capo) della mafia ebraica a New York City che controllava operazioni di gioco d’azzardo e contrabbando.

Colpito dalla personalità di Luciano, e compreso l’affare che si prospettava con il contrabbando di alcolici dopo l’introduzione del proibizionismo, fu un importante investitore iniziale, finanziando le operazioni di Luciano e le spese che Costello doveva sostenere per far giungere l’alcol proibito (per altro scegliendo quello di buona qualità ed evitando liquori prodotti in laboratori casalinghi) tramite canali quali imbarcazioni e camion. La loro attività divenne la più grande di New York entro il 1925, grazie alla importazione da Scozia, Caraibi e Canada. Luciano e i suoi soci guadagnavano milioni, anche dopo aver speso ingenti somme per corrompere politici e polizia. 

Rothstein fu assassinato nel novembre del 1928, trafitto da diversi colpi di arma da fuoco mentre si trovava in un hotel. L’identità e i motivi del suo assassino non sono mai stati del tutto chiariti. Ma se questi aveva ben compreso le capacità e l’intraprendenza dei giovani gangster che si andavano formando, lo stesso non si può dire dei più anziani mafiosi italiani. L’associazione di Luciano con criminali ebrei come Rothstein e Lansky non era ben vista da alcuni gangster della vecchia scuola italiana, che si rifiutavano di lavorare con non-italiani o anche con italiani nati fuori dalla Sicilia. 

In quel periodo la scena era dominata da due boss “old-styles”: parliamo di Giuseppe “Joe the Boss” Masseria, capo della più grande famiglia mafiosa di New York, basata su presunti principi di onore, tradizione e rispetto, e Salvatore Maranzano, proveniente da Castellammare del Golfo in Sicilia, aderente a sua volta alla “vecchia scuola”, che emerse come rivale del primo.  

La fine dei Moustache Petes e la nascita della Commissione 

La brama di potere spinse i due ad un conflitto fratricida e sanguinoso, rimasto nella storia criminale come Guerra Castellammarese, che durò dal 1929 al 1931. In questo contesto, i “Ragazzi” seppur sollecitati, non si schierarono in maniera palese, giocando su entrambi i fronti. Questo costò a Luciano un tentativo di omicidio (che lui poi avrebbe attribuito a Maranzano), da cui – dato per morto abbandonato su una spiaggia – si salvò solo per la fortuna di essere soccorso da un passante, tanto che il soprannome “Lucky” gli viene proprio da tale episodio. A quel punto, stanco della vecchia mentalità dei “Moustache Petes” (i capi anziani) che ostacolava gli affari e si rifiutava di collaborare con i non-italiani, egli orchestrò prima l’assassinio di Joe “the Boss” Masseria nell’aprile 1931, quindi, allorquando Maranzano si dichiarò “Capo di tutti i capi”, lo fece uccidere nel settembre successivo, con l’aiuto di Lansky e Siegel, che avevano dato vita alla così detta “anonima omicidi” (la “Murder, Incorporated“) un’organizzazione di sicari, composta da diverse figure chiave, tra cui Louis “Lepke” Buchalter, Albert Anastasia e Joe Adonis.  

Fatta “piazza pulita” della “vecchia” Mafia, era giunto il momento di “reinventare” il business, ed anche qui Luciano agì con grande acutezza: invece di assumere il titolo di “capo di tutti i capi”, istituì un nuovo modello di governance per il crimine organizzato americano: la Commissione, che fungeva da organo direttivo nazionale, un “consiglio di amministrazione” che riuniva i capi delle cinque famiglie di New York (che includevano Bonanno, Profaci, Gagliano e Mangano, oltre alla sua, che avrebbe assunto nel tempo la denominazione di Genovese) e altre figure del crimine da tutto il paese, come Al Capone a Chicago. 

L’obiettivo principale era quello di eliminare i conflitti interni e le sanguinarie guerre tra bande che avevano danneggiato gli affari, massimizzando i profitti per tutte le famiglie. Le decisioni importanti e le controversie venivano portate alla Commissione e votate, con Luciano come leader di fatto. Così modernizzò la Mafia, trasformandola in un sindacato del crimine nazionale ben gestito e incentrato sul risultato economico. Questa struttura permise l’infiltrazione e la corruzione di attività legittime, della politica e delle forze dell’ordine. 

Sotto la sua guida, e con Lansky quale “ministro delle finanze”, il sindacato controllava il contrabbando di alcolici, le estorsioni, l’usura, la prostituzione, il traffico di droga, i waterfront, i sindacati e vari settori commerciali come negozi di alimentari e il commercio di abbigliamento. Nel frattempo, Luciano, al pari di Costello, adottò uno stile di vita sontuoso, vivendo in suite lussuose al Waldorf Astoria e vestendo abiti costosi, contribuendo a definire l’immagine del gangster di “stile”. 

Trailer del film “Lucky Luciano” di Francesco Rosi 

Il regista di impegno civile Francesco Rosi, nello scandagliare con i suoi film – che oggi potrebbero essere inseriti nella categoria della “docu-fiction” – la vita italiana del Novecento, pose nel 1973 il suo faro su questa figura di “uomo tranquillo, dallo sguardo triste”, che affidò alla caratterizzazione di un attore del calibro di Gian Maria Volontè, in una pellicola che porta il nome del protagonista. 

Ma come l’esperienza insegna, anche gli amministratori delegati (o se preferite CEO) possono rovinosamente cadere. Nel suo caso fu – come spesso accaduto per altri boss – per volontà di un cocciuto investigatore che colpì una sola parte del business, per conseguire però una condanna utile a porre del tutto fuori gioco il gangster. Parliamo del procuratore Thomas E. Dewey, una figura centrale e influente nella lotta contro il crimine organizzato a New York, in particolare contro la Mafia. Nominato procuratore speciale di New York City nel 1935 con l’obiettivo di stroncare il racket, lanciò un attacco concentrato e spietato contro la criminalità organizzata. 

Definì Luciano “il capo del crimine organizzato in questa città” e si concentrò sul suo racket della prostituzione. Organizzò raid in numerosi bordelli in tutta la città, arrestando più di 100 persone, in gran parte donne. Per evitare fughe di notizie, utilizzò agenti di polizia esterni alla squadra “anti-vizio”, comunicando i luoghi dei raid solo pochi minuti prima della loro attuazione. La sua assistente procuratore distrettuale, Eunice Carter, fu fondamentale nella costruzione del caso contro Luciano, raccogliendo testimonianze e seguendo la pista del denaro che conduceva a lui.

Infine, il boss italiano fu arrestato in Arkansas ed estradato a New York per il processo. Dewey mise in evidenza l’influenza criminale di Luciano e la sua incapacità di giustificare il suo stile di vita lussuoso con un reddito dichiarato di soli 22.500 dollari all’anno, ottenendone la condanna per 62 capi d’accusa di prostituzione forzata nel giugno 1936, ricevendo una pena da 30 a 50 anni di prigione, la più lunga mai inflitta per un crimine simile. Dopo il successo come procuratore, sarà eletto governatore di New York, e dieci anni dopo avrà un ruolo fondamentale nella liberazione di Luciano. 

Le Operazioni Underworld ed Husky 

Sì, avete letto bene, il boss tornò libero grazie a “speciali servigi resi alle forze armate americane“. L’ultimo colpo di scena di una “carriera” davvero originale. Per raccontare della sua liberazione dobbiamo far riferimento all’ingresso degli USA nella Seconda Guerra Mondiale. Nei primi mesi del 1942 sorse una grande preoccupazione per la sicurezza dei porti della costa orientale degli Stati Uniti. Dopo l’attacco giapponese a sorpresa a Pearl Harbor e la dichiarazione di guerra della Germania, la marina mercantile statunitense perse 120 navi a causa degli attacchi degli U-boat tedeschi, la maggior parte dei quali al largo della costa orientale. La Marina sospettava che pescherecci americani rifornissero questi sottomarini o che vi fossero agenti nemici infiltrati nei porti. 

Il 9 febbraio 1942, la nave da crociera francese SS Normandie (ribattezzata USS Lafayette e in fase di conversione in nave trasporto truppe) prese fuoco e si capovolse nel porto di New York. Sebbene la causa sia stata quasi certamente un incidente (una saldatrice, secondo un’indagine post-guerra, o un’azione accidentale secondo altre fonti), all’epoca si temette un sabotaggio nazista.  L’Office of Naval Intelligence (ONI), in particolare il comandante Charles Radcliffe Haffenden, si rese conto che la Marina non aveva il controllo completo del porto di New York e che i lavoratori portuali e i pescatori non erano disposti a collaborare con le autorità. Decise quindi di rivolgersi alla criminalità organizzata. 

Haffenden e il procuratore distrettuale di Manhattan, Frank Hogan, insieme all’assistente procuratore Murray Gurfein, avvicinarono Joseph “Socks” Lanza, il “boss” del Fulton Fish Market di Manhattan. Lanza utilizzò la sua influenza sui pescatori perché segnalassero i sottomarini tedeschi e suggerì di coinvolgere Lucky Luciano, che – dalla galera – manteneva una notevole influenza sulla criminalità newyorkese. La Marina, per non far sapere dell’accordo all’FBI, organizzò il suo trasferimento nel maggio 1942 dalla prigione di massima sicurezza di Dannemora alla più comoda Great Meadow Prison di Comstock, New York. Egli ordinò ai suoi uomini di segnalare qualsiasi attività sospetta lungo i moli e garantì l’assenza di scioperi tra i lavoratori portuali (International Longshoremen’s Association). Meyer Lansky, Frank Costello e gli altri mobster di alto livello lo visitavano regolarmente in prigione. 

Frank Costello (pubblico dominio)

L’Operazione Underworld è ancora oggetto di dibattito. Edgar Hoover, direttore dell’FBI la definì un “esempio sconvolgente di abuso di autorità della Marina nell’interesse di un delinquente (leggi: Luciano)”. Fatto sta che non si registrarono più distruzioni di navi o scioperi dopo il 1942. A questa si affiancò e ne fu per certi versi una evoluzione l’Operazione Husky tra luglio ed agosto del 1943. Le truppe USA si preparavano ad invadere la Sicilia, e si rivolsero nuovamente a Luciano e ai suoi contatti. L’idea era di infiltrare italo-americani nell’isola per fomentare la rivolta contro le autorità fasciste e stabilire contatti con gruppi dissidenti, inclusa la Mafia, fornendo loro armi ed esplosivi. Ufficiali dei servizi segreti navali, come i tenenti Anthony Marsloe e Paul Alfieri, furono schierati sul campo.

Sebbene il suo desiderio di essere paracadutato in Sicilia per guidare la resistenza mafiosa fu respinto, la reputazione di Luciano agì come una “chiave magica” per aprire le porte e ottenere cooperazione dalla popolazione locale e dai mafiosi siciliani. Così, dopo nove anni e mezzo di prigione, nel gennaio 1946, il governatore di New York Thomas E. Dewey commutò la pena. Dichiarò che Luciano aveva cooperato nello sforzo di fornire informazioni su possibili attacchi nemici, anche se il valore effettivo delle informazioni non era chiaro e rimane oggetto di dibattito tra gli storici. Alcuni rapporti, come l’Herlands Report del 1954, attestano l’importanza dell’aiuto, mentre altre fonti indicano che i suoi contributi furono esagerati da Frank Costello per scopi di propaganda.

Il direttore dell’ONI Charles Haffenden in una lettera al governo dello Stato di New York, rivelò l’assistenza di Luciano e la sua importanza per l’Operazione Husky, supportando la sua libertà condizionale. La commutazione della pena fu da parte delle Autorità geniale: era infatti subordinata alla sua deportazione in Italia, con la condizione che non sarebbe mai più tornato negli Stati Uniti. Ma Luciano – rientrato in Italia, prima nella cittadina d’origine, poi a Palermo, infine a Napoli – pensò bene di fare un viaggio a … Cuba, ove si recò passando per il Venezuela e il Messico. Qui dobbiamo fare un passo indietro: sin dagli anni ’30, la Mafia accumulò vaste fortune sull’isola, che divenne un punto chiave per gli interessi nel gioco d’azzardo, nella prostituzione e nel traffico di droga.

Lansky aprì sale da gioco negli Stati Uniti e ottenne a Cuba una posizione dominante, creando casinò sotto la dittatura di Batista. Santo Trafficante padre, vista la sua esperienza nelle sale da gioco del sud degli Stati Uniti, fu designato luogotenente di Lansky sull’isola quando questi si spostò a New York per coordinare la Mafia con i servizi segreti statunitensi durante le Operazioni Underworld e Husky.  

Da sinistra: il dittatore cubano Fulgencio Batista, la signora Lansky, Meyer Lansky (pubblico dominio)

Proprio a Cuba si tenne la Conferenza dell’Avana, svoltasi nella settimana del 22 dicembre 1946 presso l’Hotel Nacional, un incontro storico tra i capi della Mafia statunitense. Luciano ne fu il presunto organizzatore, con l’aiuto di Lansky. Per dare il bentornato a Luciano dall’esilio e riconoscere la sua autorità, i partecipanti gli portarono regali in contanti, per un totale di oltre 200.000 dollari. Egli stesso acquistò una partecipazione di 150.000 dollari nell’Hotel Nacional, che era di proprietà di Lansky e del suo socio in incognito, il presidente cubano Fulgencio Batista. 

L’agenda della Conferenza dell’Avana includeva importanti questioni come la leadership della Mafia di New York, gli interessi dei casinò a Cuba controllati dalla Mafia, le operazioni di narcotici e le operazioni di Bugsy Siegel sulla costa occidentale, in particolare il Flamingo Hotel a Las Vegas, che svolgeva lo stesso ruolo del Nacional nella capitale cubana. Il traffico di droga, in particolare, divenne un punto focale per Luciano, che vide un’opportunità per importare eroina dai luoghi di produzione attraverso l’Italia e Cuba verso gli Stati Uniti e il Canada. 

Tuttavia, la presenza di Luciano non durò a lungo. Il governo degli Stati Uniti fece pressione su quello cubano per espellerlo, arrivando a minacciare di bloccare tutte le spedizioni di forniture mediche. Questo portò all’arresto e alla sua definitiva deportazione in Italia nel febbraio 1947. La partenza di Luciano, sebbene motivata ufficialmente dalla pressione statunitense, favorì di fatto le famiglie mafiose legate al sempre più emergente Vito Genovese (che di Luciano era stato il vice), e forse anche Meyer Lansky, che con la definitiva estromissione del suo fraterno amico e capo poteva assumere da solo il controllo dell’impero all’Avana. 

La fine in Italia 

Fatto sta che Luciano rimase sotto stretta sorveglianza della polizia italiana. Gli fu proibito di lasciare Napoli senza permesso e non poté più entrare in luoghi come ippodromi o negozi di alcolici. Nonostante queste restrizioni, la stampa lo descriveva ancora come una figura fondamentale del mondo criminale internazionale e la “forza trainante” del traffico illecito, specialmente di stupefacenti, tra Italia e Stati Uniti. È indicativo che nel 1951 la commissione d’inchiesta speciale incaricata di redigere un rapporto sulle attività delle bande criminali negli Stati Uniti (che prese il nome del suo presidente, il senatore Kefauver), oltre ad utilizzare per la prima volta il termine mafia per riferirsi a tali organizzazioni criminali, lo indicò come il «capo internazionale» di questa. 

Negli anni ’50 e ’60, Luciano manifestò il desiderio di raccontare la sua vita, sperando che potesse diventare un film. Concesse interviste a giornalisti e produttori e, non casualmente, morì il 26 gennaio 1962, a 64 anni, per un attacco di cuore, all’aeroporto di Capodichino a Napoli, proprio mentre attendeva l’arrivo di uno sceneggiatore, Martin Gosch. Dopo un grande funerale a Napoli, il suo corpo fu riportato negli Stati Uniti e seppellito nella tomba di famiglia al Cimitero di St. John nel Queens, New York, sotto il suo nome di nascita, Salvatore Lucania, ricordato come colui che ebbe la visione di un crimine organizzato “aziendale”, che valorizzava il profitto e la cooperazione al di sopra della violenza indiscriminata, lasciando tale principio come un’eredità per la struttura e il funzionamento della Mafia americana. 

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Mauro De Mauro, Lucky Luciano, Mursia, 2010.
  • Carlo Maria Lomartire, La prima trattativa Stato-Mafia: Lucky Luciano e gli Stati Uniti. 1942-1946, Mursia, 2014.
  • Martin A. Gosch, Richard Hammer, Io, «Lucky» Luciano. L’ultimo testamento, LEG Edizioni, 2023.
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Tags: Mafia
Francesco Caldari

Francesco Caldari

Concluso il servizio attivo in una forza di polizia, si dedica alla sua passione per la storia, convinto che personaggi definiti "minori" meritino le giuste attenzioni, poichè spesso hanno fornito il proprio contribuito al pari di quelli più noti. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Sicurezza (Roma-Tor Vergata) e quella magistrale in Relazioni Internazionali (Genova), qui con una tesi sulla "cooperazione internazionale di polizia", argomento anche a carattere storico sul quale cura un blog ed un podcast.

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