La lotta per le investiture: lo scontro tra Papato e Impero

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Enrico IV si umilia a Canossa

La lotta per le investiture. Il 25 gennaio 1077  l’imperatore Enrico IV raggiunge il castello di Canossa, sull’Appennino emiliano, dove il papa Gregorio VII è ospite della contessa Matilde, sua fedele alleata. Enrico attende per tre giorni davanti al castello prima di essere ricevuto dal papa il quale decide di revocare la scomunica che gli aveva lanciato precedentemente. Come si è arrivati a questo evento così clamoroso? SCOPRI GLI APPROFONDIMENTI

Lotta per le investiture: Impero e Papato

“L’ineffabile Provvidenza ha posto dunque innanzi all’uomo due fini cui tendere: la felicità di questa vita, che consiste nell’esplicazione della propria specifica facoltà, ed è simboleggiata nel paradiso terrestre, e la felicità della vita eterna, che consiste nel godimento della visione di Dio, e costituisce il paradiso celeste…Per questo l’uomo ebbe bisogno di una duplice guida, in corrispondenza del duplice fine, cioè del Sommo Pontefice, per condurre il genere umano alla vita eterna mediante la dottrina rivelata, e dell’Imperatore, per dirigere il genere umano alla felicità terrena attraverso gli insegnamenti della filosofia.” (Dante Alighieri, De Monarchia, III)

Queste parole del Sommo Poeta, espressione della sua teoria dei “due soli”, mostrano come il ruolo e l’esistenza stessa dell’Impero e del Papato traessero origine da due diversi fini preordinati e stabiliti da Dio: all’imperatore spettava condurre gli uomini alla felicità terrena attraverso l’applicazione della giustizia, il papa invece aveva la missione di garantire la felicità eterna attraverso la diffusione del messaggio evangelico.


Ciò nonostante per tutto il Medioevo (e con frequenza minore anche nei secoli successivi) l’intromissione dell’uno nel campo dell’altro fu una costante che determinò mutamenti politici, sociali e religiosi. Senza scomodare i rapporti tra il potere imperiale e quello episcopale ai tempi di Costantino o le beghe tra il cristianissimo imperatore Teodosio I e il potente vescovo di Milano Ambrogio o ancora l’epoca dell’assolutismo ispirato di Giustiniano, i prodromi di questo dualismo istituzionale possiamo trovarli in quel fatidico giorno di Natale dell’800 quando papa Leone III, a Roma, incoronò Carlo Magno Imperatore dei Romani.

Secondo il suo biografo Eginardo, Carlo si sarebbe pentito di aver assunto il titolo imperiale; ci si è chiesti se la consacrazione gli creasse qualche imbarazzo perché di fatto lo metteva nelle mani del papa oppure per i grattacapi che gli procurava nelle relazioni con  Costantinopoli (fino ad allora unica sede imperiale).

Esigenza di rinnovamento nella Chiesa

Sotto l’egida carolingia, poi proseguita con l’alternarsi delle altre dinastie imperiali germaniche, la Chiesa cominciò a soffrire la sua condizione di semplice apparato dello stato e nel corso dell’XI secolo si affermò una forte esigenza di rinnovamento che diede luogo ad un movimento di riforma della vita e dell’organizzazione del clero, destinato a modificare i rapporti tra papato e impero giacché l’oggetto delle istanze riformatrici furono i problemi creati dallo stretto legame che sin dai tempi dei merovingi aveva unito strutture ecclesiastiche e poteri politici. Questo legame aveva certamente accresciuto la ricchezza e l’autorità di chiese e monasteri ma nel contempo aveva determinato l’ingerenza dei laici nelle nomine religiose, trasformando gli enti ecclesiastici in strumenti politici in mano a re e signori.

“Constitutio romana” e “Privilegium Othonis”

Persino il papato non era riuscito a sottrarsi al controllo dell’imperatore come testimoniano la Constitutio romana dell’824 emanata dall’imperatore Lotario e soprattutto il Privilegium Othonis  emanato nel 962 da Ottone I, che in cambio del riconoscimento del dominio papale su alcuni territori del Lazio (il cosiddetto Patrimonio di San Pietro) attribuiva all’imperatore il diritto di confermare o meno l’elezione del pontefice; in tal modo Ottone rese sua vassalla la Chiesa, gettando le basi della successiva lotta per le investiture.

L’ingerenza laica nelle nomine ecclesiastiche portò ad un impoverimento culturale e morale del clero e l’elemento catalizzatore del nuovo riformismo fu il rinnovamento dei conventi che prese avvio in Francia, a Cluny, nella Borgogna meridionale, dove il duca Guglielmo d’Aquitania aveva fondato nel 910 un’abbazia benedettina che in breve tempo divenne una delle più ricche e potenti d’Europa e centro di una vasta rete di monasteri dipendenti governati da priori designati dall’abate cluniacense, a sua volta dipendente direttamente dal papa. L’ondata di nuovi ordini religiosi (come quello certosino) e di conventi dilagò.

L’obiettivo della Chiesa di rendersi indipendente dall’autorità imperiale, non si manifestò soltanto in un movimento di riforma interna ma si delineò anche e soprattutto nel perseguire la linea contrastante della supremazia dell’autorità del Papato su quella dell’Impero; forse i dubbi del buon Carlo Magno quel giorno di Natale dell’800 non erano così infondati!


La lotta per le investiture

Il contrasto si manifestò apertamente in quella che venne definita “lotta per le investiture”, che scoppiò violentemente nella seconda metà dell’XI secolo, durante il pontificato di Ildebrando di Soana, al secolo papa Gregorio VII. L’impulso dato da quest’ultimo al processo di centralizzazione delle istituzioni ecclesiastiche e al rafforzamento del primato assoluto del papa suscitò l’ostilità sia dell’imperatore che dei vescovi, i quali vedevano nella sottolineatura del primato pontificio una minaccia alla loro autonomia.

Lo scontro divenne inevitabile quando Gregorio VII, nel sinodo romano del 1075, depose numerosi vescovi dell’Italia settentrionale e della Germania ed emanò una serie di decreti con i quali stabiliva che: l’investitura ecclesiastica doveva spettare solo al pontefice e non all’imperatore, che alle autorità laiche, pena la scomunica, era vietato concedere l’investitura di vescovadi e abbazie e che gli arcivescovi, pena la deposizione, non dovevano consacrare chi avesse ricevuto l’investitura da un laico.

Il Dictatus Papae di Gregorio VII

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Il Dictatus Papae di Gregorio VII

A mettere il carico da novanta fu la stesura, in quello stesso anno, del celebre “Dictatus Papae”, un lapidario complesso di ventisette brevi proposizioni tutte rivolte ad esaltare la dignità e i poteri del pontefice romano. Dal testo emergeva l’immagine di una Chiesa di impronta monarchica facente perno sull’obbedienza assoluta dovuta a Dio e di conseguenza al papa in quanto successore e vicario di Pietro, sia da parte delle istituzioni ecclesiastiche che dai sovrani laici.

Per comprendere la reazione imperiale ritengo sia utile e doveroso riportare i 27 assiomi in questione. Il Papa stabilisce:


I  Che la Chiesa Romana è stata fondata unicamente da Dio.

II Che il Pontefice Romano sia l’unico ad essere di diritto chiamato universale.

III Che Egli solo può deporre o reinsediare i vescovi.

IV Che in qualunque concilio il suo legato, anche se minore in grado, ha autorità superiore a quella dei vescovi, e può emanare sentenza di deposizione contro di loro.

V Che il Papa può deporre gli assenti.

VI Che, fra le altre cose, non si possa abitare sotto lo stesso tetto con coloro che egli ha scomunicato.

VII Che a Lui solo è lecito, secondo i bisogni del momento, fare nuove leggi, riunire nuove congregazioni, fondare abbazie o canoniche; e, dall’altra parte, dividere le diocesi ricche e unire quelle povere.

VIII Che Egli solo può usare le insegne imperiali.

IX Che solo al Papa tutti i principi debbano baciare i piedi.

X Che solo il Suo nome sia pronunciato nelle chiese.

XI Che il Suo nome sia il solo in tutto il mondo.

XII Che a Lui è permesso di deporre gli imperatori.

XIII Che a Lui è permesso di trasferire i vescovi secondo necessità.

XIV Che Egli ha il potere di ordinare un sacerdote di qualsiasi chiesa, in qualsiasi territorio.

XV Che colui che Egli ha ordinato può guidare un’altra chiesa, ma non può muovergli guerra; inoltre non può ricevere un grado superiore da alcun altro vescovo.

XVI Che nessun sinodo sia definito “generale” senza il Suo ordine.

XVII Che un testo possa essere dichiarato canonico solamente sotto la Sua autorità.

XVIII Che una Sua sentenza non possa essere riformata da alcuno; al contrario, Egli può riformare qualsiasi sentenza emanata da altri.

XIX Che Egli non possa essere giudicato da alcuno.

XX Che nessuno possa condannare chi si è appellato alla Santa Sede.

XXI Che tutte le maiores cause, di qualsiasi chiesa, debbano essere portate davanti a Lui.

XXII Che la Chiesa Romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerà per l’eternità.

XXIII Che il Pontefice Romano eletto canonicamente, è senza dubbio, per i meriti di San Pietro, santificato [2], secondo quanto detto da sant’Ennodio, vescovo di Pavia, e confermato da molti santi padri a lui favorevoli, come si legge nei decreti di San Simmaco papa.

XXIV Che, dietro Suo comando e col suo consenso, i vassalli abbiano titolo per presentare accuse.

XXV Che Egli possa deporre o reinsediare vescovi senza convocare un sinodo.

XXVI Che colui il quale non è in comunione con la Chiesa Romana non sia da considerare cattolico.

XXVII Che Egli possa sciogliere dalla fedeltà i sudditi dei principi iniqui.

Concilio di Worms e deposizione di Gregorio VII

La reazione dell’imperatore Enrico IV fu immediata, convocò un concilio di vescovi tedeschi riuniti a Worms (1075) che dichiararono deposto Gregorio VII, il quale a sua volta replicò con un provvedimento senza precedenti, scomunicando l’imperatore e sciogliendo i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà. La sanzione ebbe delle ripercussioni istantanee in Germania, dove i signori del regno, che da tempo si opponevano a Enrico IV, si sollevarono contro il sovrano, il quale,  rimasto isolato, ritenne opportuno riconciliarsi con il pontefice.

Gennaio 1077: umiliazione di Enrico IV a Canossa

matilde-di-canossa-enrico-ivNel gennaio 1077 Enrico scese in Italia e raggiunse il castello di Canossa, sull’Appennino emiliano, dove il papa era ospite della contessa Matilde, esponente di spicco di una delle più potenti famiglie dell’aristocrazia italica e sua fedele alleata. Gregorio VII assolse l’imperatore dalla scomunica soltanto dopo averlo umiliato con un’attesa di tre giorni in mezzo alla neve e avendogli imposto la veste del penitente.

Dopo l’umiliazione subita,  Enrico fece ritorno in Germania e pose fine alle sollevazioni dei principi tedeschi. Ferito nell’orgoglio, riprese la politica di contrapposizione al papato con conseguente scomunica e deposizione nel 1080; Gregorio a sua volta fu nuovamente deposto e al suo posto Enrico nominò Guiberto, arcivescovo di Ravenna che prese il nome di Clemente III.

Non pago, l’imperatore nel 1081 mosse verso Roma approfittando della momentanea assenza dalla penisola del normanno Roberto il Guiscardo. Nel 1084 dopo un lungo assedio, entrò nella città eterna costringendo Gregorio a rifugiarsi in Castel Sant’Angelo e facendosi incoronare imperatore dall’antipapa Clemente. Liberato dal ritorno di Roberto il Guiscardo, Gregorio VII lo seguì a Salerno, dove morì l’anno successivo.

La fine della lotta per le investiture

La lotta per le investiture proseguì, con alterne vicende, ancora per diversi anni, fra i successori di Gregorio VII e quelli di Enrico IV. L’intesa fra le due superpotenze del Medioevo fu raggiunta sotto il pontificato di Callisto II, che concluse con l’imperatore Enrico V il Concordato di Worms nel 1122 in cui si stabilì che:

  • l’investitura religiosa dei vescovi spettava alla Chiesa, mentre l’investitura temporale era di competenza dell’imperatore;
  • in Italia l’investitura religiosa avrebbe preceduto quella temporale, mentre in Germania l’investitura imperiale avrebbe preceduto la consacrazione;
  • nello Stato della Chiesa il papa avrebbe goduto di entrambi i diritti di investitura.

Una soluzione di compromesso che poneva fine al quasi secolare scontro tra Papato e Impero. Worms sanciva le profonde trasformazioni subite dalle due istituzioni: mentre l’impero perdeva definitivamente il ruolo sacrale attribuitogli da carolingi e ottoni e vedeva compromesse le sue ambizioni universalistiche, il papato si liberava dalla subordinazione realizzando con l’affermazione della “libertas Ecclesiae” una delle principali istanze della riforma e compiendo nuovi passi verso il primato assoluto di Roma.

 

Articolo di Tommaso Masone


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