CONTENUTO
L’Iran degli ayatollah, il libro di Pier Luigi Petrillo
Nel panorama delle pubblicazioni italiane dedicate all’Iran contemporaneo, il volume di Pier Luigi Petrillo, L’Iran degli Ayatollah, rappresenta un contributo importante e di particolare rilievo per la sua chiarezza espositiva, il rigore analitico e la capacità di coniugare approccio giuridico-istituzionale e un’attenta sensibilità storico-politica. Docente di Diritto Pubblico comparato, Petrillo affronta la complessa realtà della Repubblica islamica non attraverso la lente, ormai consunta e stucchevole, della pura contrapposizione ideologica, bensì restituendo in maniera ordinata la trama istituzionale, religiosa, sociale ed economica che sorregge – e al contempo mette in tensione – il sistema iraniano.
L’Iran contemporaneo
“La sola parola, Iran, evoca nel nostro immaginario una società di soli uomini, molti dei quali indossano un turbante in testa. Questi uomini sono gli ayatollah, gli esponenti di vertice del clero sciita, le cui decisioni spesso determinano la vita e la morte delle persone. E’ un’immagine veritiera, quella dell’Iran degli ayatollah, ma non adeguata a riassumere la complessità e la pluralità di questo paese dai tanti volti”[1].
Negli ultimi anni ci siamo oramai abituati ad ascoltare e leggere, ad intermittenza temporale, notizie relative alle vicende che coinvolgono direttamente o indirettamente l’Iran. I mass media puntualmente tornano ad interessarsi delle questioni iraniane soltanto quando fatti eclatanti o eventi di dimensione internazionale riportano sotto i riflettori dell’attualità giornalistica il paese che dal 1979 ha aperto un nuovo e rivoluzionario capitolo della propria storia millenaria e affascinante.
Il libro di Pier Luigi Petrillo, edito da Il Mulino, giunge in soccorso delle persone di buona volontà che, anziché accontentarsi semplicemente delle narrazioni omologate e a volte superficiali che vengono propinate dai media all’ampio pubblico, hanno invece la curiosità e il desiderio di comprendere meglio, in modo più approfondito, la complessa realtà iraniana, sforzandosi di accantonare i soliti “pregiudizi alla occidentale”. L’autore rende chiara al lettore, sin dal principio, quella che è la sua chiave interpretativa per le riflessioni sviluppate:
“Il concetto principale attorno a cui ruota tutta la mia argomentazione è il seguente. Sebbene nell’immaginario collettivo la Repubblica Islamica dell’Iran ci appaia come un blocco monolitico, plasmato a immagine e somiglianza di Khomeini, il regime degli ayatollah, come spesso viene sinteticamente chiamato, si caratterizza per una pluralità di sfaccettature tanto articolate quanto difficili da comprendere se non si entra nei suoi meccanismi di funzionamento. (…) A occhi esterni o estranei, la corazza del paese (il suo contenitore) appare sempre la stessa, immutabile: ma quello che accade dentro (il suo contenuto) negli ultimi vent’anni ha oscillato continuamente tra due poli, da un lato quello riformatore, dialogante, aperto all’Occidente e dall’altro, quello reazionario, populista, fondamentalista, alimentando dinamiche contraddittorie e mostrando due possibili modi di intendere la Repubblica islamica, uno opposto all’altro ma ugualmente coerenti col suo modello originario”[2].

La rivoluzione del 1979 e la Guida suprema
A partire dal 1979, anno della rivoluzione che ha provocato il crollo del regime dello scià Mohammad Reza Pahlavi e la nascita della Repubblica islamica presidenziale teocratica, che ha visto quale suo fondatore e guida suprema l’ayatollah Ruhollah Khomeini, l’Iran si è attirato le antipatie di diversi paesi del pianeta, soprattutto di quelli facenti parte del blocco occidentale e dello schieramento dei musulmani sunniti (da questi ultimi l’Iran viene addirittura considerato uno Stato eretico), che hanno iniziato a guardare con malcelato disprezzo e sospetto l’esperimento istituzionale alquanto originale avviato da questo popolo profondamento fiero delle proprie tradizioni. In realtà la rivoluzione iraniana non si è consumata in un’unica e fulminea parentesi, ma si è invece sviluppata in diverse fasi; non è stata immediata, infatti, l’affermazione e imposizione dell’elemento religioso su quello laico:
“Nell’immediato la nuova carta fondamentale appare di per sé rivoluzionaria rispetto al regime dello shah. Riconosciuti i diritti fondamentali, affermate come inviolabili le libertà della persona, fissato il principio di uguaglianza tra uomini e donne, la Costituzione iraniana mescola istituti tipici delle democrazie europee a strumenti propri del diritto islamico, innovando sia gli uni che gli altri e definendo un assetto di poteri bicefalo al cui vertice sono posti, almeno formalmente, la Guida Suprema, percepita inizialmente come guida morale più che politica, riconosciuta a vita nella persona di Khomeini, e il Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale e diretto ogni quattro anni”[3].
La decisione della Guida suprema Khomeini di attuare nel paese una vera e propria “rivoluzione culturale”, mirante a imporre in maniera integrale i precetti religiosi legati allo sciismo in tutti gli ambiti della vita quotidiana non è immediata, poiché non matura nel momento stesso in cui il carismatico ayatollah fa il suo rientro in patria all’inizio del 1979, a seguito del lungo esilio francese, ma è un’esigenza che l’uomo religioso percepisce successivamente, un qualcosa che viene dettato anche dalle contingenze interne ed esterne al paese. Non bisogna dimenticare che la Repubblica degli ayatollah inizia ad essere sotto attacco dal momento stesso in cui nasce e la ferrea determinazione degli iraniani a difendere il proprio paese da qualsiasi minaccia o ingerenza, proveniente da nemici esterni, rappresenta un solidissimo collante che ancora oggi riesce a mantenere uniti i fedelissimi del regime con i suoi oppositori più intransigenti.
Il primo discorso di Khomeini dopo il ritorno in Iran
Struttura e impostazione del libro
Il volume si articola in una sequenza di capitoli che ripercorrono la genesi della Repubblica islamica a partire dalla rivoluzione del 1979, analizzandone i principali nodi costituzionali: la figura della Guida Suprema, il ruolo del Consiglio dei Guardiani, la dialettica e la sovrapposizione tra potere religioso e potere politico. La prospettiva giuridico-istituzionale è costantemente accompagnata da incursioni nella storia, nella cultura e nella sociologia del Paese, a testimonianza della volontà dell’autore di evitare ogni riduzionismo normativista.
Una parte consistente del libro è dedicata al rapporto tra religione e potere, al modo in cui esso si ripercuote nelle strutture istituzionali, e alla peculiare declinazione che il principio della velayat-e faqih (la “tutela del giureconsulto”) assume nella prassi politica iraniana. Petrillo mostra come, pur nella sua apparente rigidità teocratica, l’ordinamento iraniano presenti margini di interpretazione, negoziazione e resistenza sociale che ne fanno un sistema dinamico, non interamente riconducibile ai noti modelli occidentali di autoritarismo.
L’Iran come società plurale
Uno dei meriti maggiori del volume consiste nel rifiuto di considerare l’Iran un blocco monolitico. L’autore mette ben in evidenza la presenza di una società civile articolata, attraversata da conflitti generazionali e da una domanda variegata di cambiamento. Le proteste degli ultimi anni, la consistente mobilitazione delle donne e dei giovani, le fratture interne all’élite clericale vengono analizzate come elementi più strutturali che episodici, del sistema iraniano. In questa prospettiva, il regime appare non soltanto come apparato coercitivo, ma come campo di tensione tra legittimità religiosa e richiesta di maggiore rappresentanza politica.
Pur concentrandosi sull’assetto interno, l’autore non trascura le dimensioni esterne del potere iraniano. Le sanzioni internazionali, la politica nucleare, le difficili relazioni con l’Occidente e con i vicini regionali vengono inquadrate come fattori che incidono sulla stessa configurazione della politica interna, il tutto in un quadro geopolitico in costante cambiamento.
Valutazione critica del volume “L’Iran degli ayatollah”
Sul piano metodologico, L’Iran degli Ayatollah si distingue per la capacità di collegare l’analisi giuridico-istituzionale con la dimensione culturale e antropologica. Il linguaggio rimane accessibile senza rinunciare alla precisione terminologica, qualità che lo rende adatto sia a un pubblico accademico sia a lettori colti interessati alla politica internazionale. Alcuni limiti del volume risiedono forse nella relativa marginalità accordata alle prospettive “dal basso”: la voce degli attori sociali, dei movimenti femminili e studenteschi, seppur evocata, resta mediata attraverso la lente istituzionale. Questo aspetto non inficia però la solidità complessiva dell’analisi, che mantiene un equilibrio apprezzabile tra divulgazione e rigore scientifico.
Il lavoro di Petrillo contribuisce in modo significativo a rinnovare lo studio dell’Iran contemporaneo in Italia, proponendo una lettura che sicuramente supera la banale e scontata dicotomia tra demonizzazione e idealizzazione del regime. L’Iran che emerge da queste pagine è quello di un Paese sospeso tra tradizione e modernità, religione e Stato, autorità e partecipazione attiva: una realtà complessa che richiede di essere compresa più che giudicata. Per chiarezza espositiva, equilibrio interpretativo e coerenza metodologica, L’Iran degli Ayatollah si impone come un testo di riferimento per gli studi sul Medio Oriente contemporaneo e sulla comparazione costituzionale in contesti non occidentali.

Il futuro dell’Iran: gli scenari possibili nella parte finale “Dove va l’Iran?”
Nell’ultima sezione del volume, intitolata “Dove va l’Iran?”, l’autore si sofferma sulle traiettorie che potrebbero definire il futuro della Repubblica islamica, partendo dalla tensione costante tra struttura autoritaria e spinte sociali di cambiamento. Petrillo individua diversi scenari possibili, ciascuno dipendente da fattori interni ed esterni che potrebbero fungere da leva per un mutamento significativo. Come elemento trasversale a tutti gli scenari, resta la variabile sociale: identità giovanile, aspirazioni democratiche, ruolo dei diritti umani, della cultura, della religione non istituzionale. Petrillo sottolinea che non è semplice intuire quale forma potrà assumere questa spinta: se da attori extra-istituzionali o mediata dall’interno del regime, e se produrrà apertura politica oppure una repressione più feroce.
“La Repubblica islamica dell’Iran non manca mai di sorprendere. E’ cambiata profondamente dal 1979 a oggi pur restando sempre uguale. Il novero delle elité politiche è rimasto pressoché invariato negli ultimi quarant’anni, ma il loro discorso ideologico è in continua evoluzione: raramente una società ha visto infondere idee così fluide nelle vene di un corpo apparentemente così omogeneo. E’ dentro questo tessuto compatto che trovano forza i tanti volti diversi: non si nascondono ma, anzi, emergono pubblicamente per evidenziare quanto sia flessibile il sistema giuridico e quante possibilità abbia il paese di trasformarsi, evolversi, rinnovarsi. Al tempo stesso, però, questa duttilità del sistema preoccupa il regime perché mostra di essere un gigante dai piedi di argilla”[4].
NOTE:
[1] Pier Luigi Petrillo, L’Iran degli ayatollah, Il Mulino, 2025, p. 11.
[2] P. 7.
[3] P. 31.
[4] P. 143,144.
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- Pier Luigi Petrillo, L’Iran degli ayatollah, Il Mulino, 2025.







