“La Strategia della Paura”, la recensione del libro di A. Ventrone sul fenomeno dello stragismo in Italia

Copertina

Il libro “La strategia della paura. Eversione e stragismo nell’Italia del Novecento” di Angelo Ventrone (editore Mondadori) fa una riflessione di lungo periodo sulla strategia della tensione nella storia del Novecento italiano, provando a seguire i fili che legano, dall’inizio del secolo agli anni Settanta, le varie strategie eversive. Con il termine strategia eversiva si vuole intendere il progetto che, nell’intento di impedire l’arrivo al potere – per via rivoluzionaria o per via legale – della sinistra, mira a rovesciare l’assetto politico esistente tramite l’alleanza tra ambienti politici di vario orientamento (non solo di destra) e settori fondamentali delle istituzioni. Lo storico Angelo Ventrone vuole provare a comprendere e a spiegare le riflessioni, le prospettive e le modalità operative che guidano l’azione degli eversori, la trasmissione di queste esperienze da una generazione all’altra, i momenti in cui i modelli cambiano e ne compaiono di nuovi.

“Salvare” il Paese

Nella storia italiana si è presentata in più occasioni un’accoppiata dirompente: ogni volta che il disorientamento e il timore che sempre seguono le fasi in cui le trasformazioni sociali accelerano notevolmente il passo si sono accompagnati a una pressante minaccia proveniente da un nemico esterno (con la Prima Guerra Mondiale, per esempio, e poi con la Guerra Fredda), in ambienti politici e militari relativamente estesi è affiorata una precisa tentazione, ossia quella di accusare il regime parlamentare di non essere in grado di fronteggiare il pericolo incombente e rimproverare la classe politica al potere di non saper proteggere il Paese dal caos, dal collasso. È in questa situazione che compaiono i progetti eversivi, nati sempre con l’obiettivo dichiarato d’impadronirsi dello Stato per “salvare” il Paese.

Ogni volta che all’orizzonte si profilano trasformazioni sociali importanti si propagano la sfiducia nelle procedure del sistema parlamentare, l’insofferenza verso i compromessi imposti dal pluralismo e il timore che il Paese si snaturi, perda la propria identità. È proprio allora che affiora la tentazione di fare un passo indietro e sconfessare i valori della democrazia, accusata di non essere in grado di gestire quelle trasformazioni.


Gli strumenti individuati per raddrizzare il percorso che sta facendo deragliare il Paese sono sostanzialmente sempre gli stessi: lo sforzo per spingere l’opinione pubblica a identificare gli oppositori interni con il “nemico esterno”, accusando i primi, identificati a questo punto con il «nemico interno», di essere solo la longa manus del secondo; la conseguente demonizzazione del dissenso o quanto meno l’imposizione di un alveo molto stretto al cui interno possa esprimersi; la creazione di una rete spionistica capillare per sorvegliare, ricattare, ridurre al silenzio gli avversari; la soppressione dei partiti politici “nemici” e della loro stampa per cancellare ogni divisione nel corpo nazionale; infine, l’organizzazione di squadre paramilitari che – con l’aiuto compiacente di settori delle forze armate e delle forze dell’ordine, con i finanziamenti di parte del mondo imprenditoriale, la protezione di ambienti politici e giudiziari e il sostegno di Paesi stranieri – hanno il compito di compiere attentati, aggredire, rapire o uccidere gli avversari politici e distruggere le loro sedi. È quello che accadrà a partire dallo scoppio della Grande Guerra.

La strategia eversiva durante il Fascismo

Il Fascismo farà tesoro di queste esperienze. E nel momento stesso in cui si preparerà per arrivare al potere, chiarirà la modernità della sua concezione eversiva. Limitarsi a occupare i palazzi del potere politico non è più sufficiente. Occorre provocare la paralisi della società e lo sfaldamento dell’autorità statale, fino a farne temere la dissoluzione, così da spingere l’opinione pubblica ad accettare il cambiamento di regime come unica soluzione possibile per uscire dal caos. Di questa esperienza gli eversori successivi faranno buon uso.

Negli anni del regime fascista emergerà inoltre una realtà con cui gli italiani torneranno a fare i conti da piazza Fontana in poi. Come mostrerà infatti la vicenda legata alla strage alla Fiera campionaria di Milano del 1928, i cui autori resteranno sconosciuti ma la cui responsabilità verrà scaricata dal fascismo sugli antifascisti, l’uso politico delle stragi è una costante di lungo periodo della storia italiana.

L’uso politico dello stragismo

Durante la guerra fredda, viene elaborata una strategia che può essere sintetizzata con il nome di “guerra non ortodossa al comunismo”. Il suo cardine centrale è coinvolgere la popolazione civile, mobilitarla in modo permanente, corrodere, passo dopo passo, la legittimità e la compattezza del nemico per provocarne il crollo, e formare degli specialisti che creino le condizioni per arrivare alla presa del potere. Per i teorici della guerra non ortodossa al comunismo, la posta in gioco è troppo alta – salvare l’umanità dal caos e dall’asservimento che i regimi comunisti portano con sé – per potersi porre problemi di coscienza e scrupoli morali.

L’uso politico dello stragismo ha lo scopo di manipolare i comportamenti delle masse, di colpirle sul piano psicologico. La violenza come arma di pressione psicologica provoca la paura, la paura di morire, di avere davanti a sé un futuro incerto, una delle leve su cui è più facile agire. Il profluvio di attentati, così come le numerose minacce di colpo di Stato – in Italia più volte affiorate, ma mai realizzate – si muovono lungo questo sentiero. Lo scopo è tenere in perenne stato di allarme la popolazione e far sentire la sinistra, identificata con il nemico interno, sempre minacciata, perché sia costretta a limitare le sue pretese e, soprattutto, non si azzardi ad avvicinarsi all’area di governo. Il primo passo da fare è provocare un momentaneo e parziale stato di disordine sociale attraverso attentati, omicidi e sabotaggi – la cui responsabilità va addossata alla sinistra.

Arriviamo così a uno degli assi portanti dell’interpretazione che attraversa il libro. La nebbia che per decenni aleggia su gran parte delle vicende esaminate (Piazza Fontana, Peteano, Italicus, Piazza della Loggia e i vari tentativi di golpe) la confusione, i mille sospetti avanzati e subito dopo smentiti, i depistaggi e le omissioni non sono il prodotto secondario di una strategia complessa e clandestina, difficile da districare. Sono al contrario l’obiettivo primario che ci si prefigge di raggiungere. Certo, ciò non vuol dire che ci sia un unico soggetto a manovrare tutto, come un grande burattinaio. I soggetti sono sempre tanti, e ognuno di loro ha una propria volontà, propri scopi, propri metodi. Non c’è un’unica mente che agisce ma – questo ormai si può dire – la strategia è condotta ai livelli alti in modo unitario. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui funziona così bene.


Obiettivi della strategia della tensione

Queste considerazioni ci portano direttamente al tema della strategia della tensione come “grande messa in scena”, ovvero come accorta e premeditata strategia costruita ad arte per distogliere lo sguardo dalle reali intenzioni di chi opera dietro le quinte e dirottarlo su elementi collaterali, marginali. Lo scopo, per l’appunto, è nascondere il progetto originario, quello realmente perseguito.

Gli obiettivi da raggiungere sono infatti molteplici: tacciare la sinistra di inaffidabilità democratica, isolarla politicamente e intimorirla, accusandola di essere l’autrice degli attentati. In modo speculare, far aleggiare il sospetto che le responsabilità cadano sulla destra neofascista ha perciò lo scopo inverso: isolare quest’ultima politicamente ed evitare che possa approfittare degli attacchi terroristici per far precipitare la situazione e, nel caos che ne seguirebbe, andare al potere.

Da una parte, si depotenzia il messaggio delle organizzazioni terroristiche, creando confusione e incertezza sulla loro reale responsabilità; dall’altra, se ne bilancia la pericolosità, enfatizzando la minaccia proveniente tanto dall’estrema destra quanto dall’estrema sinistra. Il vantaggio che se ne ricava è duplice: far sì che nessuno possa veramente beneficiare della tensione creata nel Paese e nello stesso tempo rendere lo Stato, aggredito contemporaneamente dai due opposti estremismi, l’unico saldo appiglio, l’unico effettivo garante della vita civile, il solo in grado di tutelare la sicurezza della comunità nazionale.


In effetti, gli ambienti nazionali e internazionali in cui è stata ideata la strategia della tensione non sono permeati di nostalgie fasciste, se non in alcuni settori marginali; non vogliono quindi un ritorno al passato. Ciò che li guida è semplicemente l’anticomunismo. Al contrario di quanto a lungo abbiamo creduto, in Italia un colpo di Stato di marca fascista è stato progettato solo da ristrette minoranze. La strategia che ha dominato è stata infatti un’altra, quella volta a “destabilizzare per stabilizzare”. O, per dirla in modo più preciso, volta alla “destabilizzazione dell’ordine pubblico”, per “stabilizzare l’ordine politico”, a “creare la punta massima di disordine al fine di ristabilire ‘l’ordine’”. Ai registi di questa strategia, una limitazione – non una perdita – della libertà è sembrato un ragionevole prezzo da pagare proprio per salvare la libertà, o meglio, ciò che loro stessi definiscono libertà.