“Piazza Fontana. Il processo impossibile” la recensione del libro di B. Tobagi sul processo sulla strage di piazza Fontana

Il libro “Piazza Fontana. Il processo impossibile” di Benedetta Tobagi (Einaudi editore) indaga la strage di piazza Fontana e, in particolare, il primo processo sull’attentato, analizzando fonti primarie quali gli atti del processo e le sentenze. La strage di piazza Fontana, avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969 è stata un evento epocale per l’opinione pubblica: con il bilancio drammatico di 17 morti e oltre 90 feriti è, nella breve storia dell’Italia repubblicana, l’ evento terroristico con il maggior numero di vittime.

Soprattutto quel luogo e quella data hanno rappresentato l’epicentro di una serie di scosse che per molti anni hanno messo a dura prova la tenuta delle fragili istituzioni democratiche di un Paese che si trova in una posizione peculiare tra i paesi dell’Europa occidentale: nazione aderente al Patto Atlantico, ha il più forte partito comunista attivo nei paesi europei estranei al Patto di Varsavia. L’Italia appare dunque, in piena guerra fredda, come Paese di confine tra i due blocchi, al centro di una forte tensione politica internazionale. Circostanza questa – come anche la strage dimostra – non estranea a gravi episodi sul fronte dell’eversione e del terrorismo interno.


“La madre di tutte le stragi”

Piazza Fontana è “la madre di tutte le stragi” ed apre la stagione delle bombe neofasciste. Ma è, al tempo stesso, “la madre degli anni bui”, quelli segnati dall’avvio degli attentati terroristici condotti dall’estremismo di sinistra. Ancora, quella bomba rappresenta per interi settori dell’opinione pubblica democratica, progressista, “la perdita dell’innocenza”, il venire meno di una visione positiva e ottimistica sul funzionamento delle istituzioni repubblicane nate sulle macerie morali e materiali ereditate dalla conclusione della seconda guerra mondiale.

La ricostruzione dell’autrice mostra, infatti, che numerose sono le manipolazioni e le deviazioni delle indagini, promosse dalla “convergenza” di una pluralità di attori che perseguono obiettivi differenti. Manipolazioni e deviazioni hanno creato una lacerazione durevole tra larga parte dei cittadini italiani e istituzioni e hanno ottenuto il risultato di consegnare “la madre di tutte le stragi” all’impunità.

Il labirinto delle inchieste

Piazza Fontana è un evento che Benedetta Tobagi affronta nel suo importante saggio ripercorrendo il labirinto delle inchieste giudiziarie hanno segnato la storia nazionale. In 36 anni (1969-2005) sono avvenuti 3 processi, per un totale di 10 giudizi: un primato che sarebbe stato superato solo dal percorso giudiziario (durato ben 43 anni) per la strage di Piazza della Loggia (28 maggio 1974).

Il primo lungo processo si dipana tra il 1969 e il 1987 e produce ben 5 giudizi (con 2 appelli e altrettante rispettive pronunce in Cassazione). Il solo primo grado copre 10 anni, con un dibattimento che conosce ben tre false partenze, prima di quella definitiva. Il secondo, la cui istruttoria germoglia da indicazioni del primo giudizio d’appello del precedente, dura ben undici anni, dal 1981 al 1991, mentre il terzo, scaturito da indagini avviate nel 1988, si svolge tra il 1995 e il 2005.

Si tratta di una vicenda giudiziaria intricata che giunge a un punto di approdo paradossale: la realizzazione di “una giustizia incompiuta che tuttavia iscrive nella storia i nomi dei responsabili”. Perché i terroristi neofascisti veneti, Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti inizialmente colpevoli e condannati all’ergastolo nel 1979 dalla Corte di Assisi di Catanzaro, vengono in seguito assolti fino all’ennesima – ultima – pronuncia della Cassazione, emessa il 3 maggio 2005 e che dichiara “tutti assolti, di nuovo”, ma che, “alla luce di nuovi elementi di prova”, li individua comunque come “responsabili”, “almeno davanti al tribunale della storia”.

Il primo processo

Un processo-labirinto celebrato tra Milano, Roma e infine Catanzaro nell’arco di quasi vent’anni, il primo, quello di cui si tratta nel libro di Tobagi, che è un duello tra l’acume investigativo di alcuni inquirenti e le reiterate azioni di depistaggio messe in atto da più parti. Un processo che ha una risonanza mediatica senza precedenti e che vede testimoniare personaggi di primo piano della classe dirigente politica di allora. Un processo, ancora, che assume una dimensione internazionale sotto l’emergere del dipanarsi di reti eversive che uniscono uomini della destra radicale attivi in alcuni paesi dell’Europa meridionale (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia). A dimostrazione di come il vincolo internazionale abbia avuto riflessi pesanti sulle dinamiche della vita interna del Paese in quei decenni. Connessione evidenziata anche dall’espressione, “strategia della tensione”, apparsa sulle pagine del tabloid inglese The Observer, due giorni dopo lo scoppio.


Un labirinto, segnato da una galleria di volti e da un campionario di voci, che l’autrice ripercorre per restituire la complessità di una vicenda giudiziaria inestricabilmente legata alle molteplici contraddizioni di un periodo della storia nazionale che ha messo a rischio la tenuta delle istituzioni democratiche. Un processo epocale che si conclude senza giungere a una condanna dei colpevoli, generando un diffuso sentimento di sfiducia nella giustizia e una presa di consapevolezza delle possibilità e dei limiti della giustizia.