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Il primo anno di pontificato di papa Leone XIV

Leone XIV, l’8 maggio, compie il suo primo anno di pontificato, caratterizzato dal cambiamento nella continuità. Da Istanbul, passando per i palazzi di Monaco, arrivando alle ferite dell'Africa, la sua «pace disarmata e disramante» è la voce più critica contro il secolarismo, l'idolatria del denaro e il riarmo mondiale.

di Emanuele Maestri
2 Maggio 2026
TEMPO DI LETTURA: 7 MIN
Papa Leone XIV in abito corale e stola, Fotografia nel Pubblico Dominio pubblicata dalla Presidenza del Guatemala

Papa Leone XIV in abito corale e stola, Fotografia nel Pubblico Dominio pubblicata dalla Presidenza del Guatemala

CONTENUTO

  • Elezione di Leone XIV: il 266° successore di Pietro
  • “Sua mediocrità?”. Un giudizio severo su Leone XIV
  • I viaggi di Leone XIV a Istanbul, nel Principato di Monaco e in Africa
  • “Non mi fa paura!”
  • Un anno da Leone

Elezione di Leone XIV: il 266° successore di Pietro

Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, è il 267° pontefice della Chiesa cattolica, 9° sovrano dello Stato della Città del Vaticano, primo statunitense, primo appartenente all’Ordine di Sant’Agostino. «La pace sia con tutti voi… Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante» sono le sue prime parole, pronunciate dalla loggia della Basilica di San Pietro, al mondo intero.

I primi gesti, uniti alle vesti liturgiche della tradizione indossate, classificano Leone come un papa del cambiamento nella continuità: cambiamento, rispetto al predecessore, riscontrabile nel rispetto del magistero papale senza ondeggiamenti, «mettendo al centro Cristo»; continuità evidente nel sovente richiamo alla pace giusta, da coltivare sempre, con un’attenzione particolare per i poveri e gli emarginati, non disgiunto dal perseguimento di politiche rispettose del creato.

Il nome scelto è un manifesto programmatico del pontificato, un omaggio a Leone XIII, il papa della Rerum novarum, l’enciclica che concretizzò la dottrina sociale della Chiesa, attraverso una visione innovativa, ancora oggi attuale, in cui l’uomo non è visto nella sola prospettiva dell’utilità sua e degli altri, ma come un attore concreto, che opera nella comunità in quanto titolare di diritti e doveri e dove l’Autorità è chiamata a intervenire, con funzioni sussidiarie, solo quando la libertà non si bilancia con l’uguaglianza.

Una comunità che è evidentemente cristiana, in cui l’uomo non si dissocia da Dio, perché non può esistere un umanesimo senza Dio. Su queste basi leonine si fonderà l’enciclica tanto attesa sull’intelligenza artificiale su cui papa Prevost sta lavorando, il cui impatto sull’umanità è tanto similare a quello che si registrò durante la Rivoluzione industriale, comprendendo appieno la portata epocale del cambiamento tecnologico in atto.

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“Sua mediocrità?”. Un giudizio severo su Leone XIV

Lo storico cattolico Franco Cardini ha definito, con un giudizio severo, Leone XIV «Sua mediocrità» (intervista rilasciata al quotidiano La Verità il 20 aprile 2026), intesa come normalizzazione istituzionale necessaria dopo anni di sovraesposizione mediatica del papato. Ma Prevost è davvero un papa mediocre? Certamente sì, se si scambia la mitezza per mediocrità.

Leone è un pontefice differente rispetto a Francesco, con un carisma tutto suo, basato su esternazioni misurate, attraverso l’uso di un linguaggio profondo che lo avvicina molto a Benedetto XVI, per ancorare la Chiesa alla roccia petrina: una Chiesa che, secondo Leone, non deve rinunciare a evangelizzare e a difendere la verità; una Chiesa che si oppone all’aborto e all’eutanasia, difendendo l’obiezione di coscienza, intesa come «non ribellione, ma atto di fedeltà a se stessi che sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani»;

una Chiesa che lotta contro la discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani definita «sottile discriminazione che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talora si vedono limitare la possibilità di annunciare la verità evangelica per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia»; una Chiesa che difende la famiglia «istituzione che si trova oggi di fronte a due sfide cruciali: da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale, dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disagiate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica»;

una Chiesa che si oppone «al corto circuito dei diritti umani» perché «il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perda vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità»; una Chiesa che si oppone con fermezza al «linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di esser sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti si adeguano alle ideologie che lo animano», perché per Leone «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui; il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma». Insomma, una Chiesa che smette di inseguire il mondo per tornare a essere un punto di riferimento critico.

Papa Leone XIV in abito corale e stola. Fotografia nel Pubblico Dominio pubblicata dalla Presidenza del Guatemala

I viaggi di Leone XIV a Istanbul, nel Principato di Monaco e in Africa

Con i suoi primi viaggi apostolici, Leone XIV è stato pellegrino della speranza: nel centro del potere finanziario europeo (Principato di Monaco), le piaghe della sofferenza globale (Africa), in terra turca nella vecchia Costantinopoli e nel martoriato Libano. A Istanbul, il pontefice ha rinnovato l’abbraccio con il patriarca ecumenico Bartolomeo, trasformando la visita, in occasione dell’anniversario dei 1700 anni dal Concilio di Nicea, in un potente segnale di unità dei cristiani, in una città cerniera tra Oriente e Occidente, invocando un «ecumenismo della pace», affinché le religioni non siano scudo per la violenza: un messaggio che ha risuonato come un chiaro monito ai leader mondiali impegnati nel riarmo.

Di tenore diverso, ma altrettanto politico, è stata la visita di Stato nel Principato di Monaco. Tra i palazzi della finanza internazionale, il papa non ha risparmiato critiche serrate al sistema economico globale, parlando di un’economia che «uccide» quando dimentica il bene comune, esortando l’élite monegasca a farsi promotrice di una finanza etica e sostenibile. Nel secondo Stato più piccolo al mondo in cui il cattolicesimo è religione ufficiale (il primo è, appunto, il Vaticano), Leone ha lanciato la sfida al laicismo invocando un «argine al secolarismo che fonda la società sulla produzione di ricchezza»;

rinnovato l’appello a difendere la vita dal concepimento alla fine naturale; citato come esempio per i giovani San Carlo Acutis; ribadito che «Dio non ci abbandona alle tentazioni provocate dagli idoli», citando l’amato Sant’Agostino, il quale nel De civitate Dei afferma che «l’uomo si libera dal loro dominio quando crede in colui che per risollevarlo, ha offerto un esempio di umiltà; fatto appello alla pace affinché non ci si abitui al fragore delle armi, alle immagini di guerra!», perché «la pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere».

Infine, il viaggio nel cuore dell’Africa (Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale), una missione che ha toccato zone martoriate da conflitti dimenticati e da crisi climatiche. Lontano dalle luci di Istanbul e dal lusso di Monaco, Leone XIV ha camminato tra i rifugiati e i poveri, denunciando il saccheggio delle risorse naturali del continente. Questo viaggio ha delineato l’essenza della Chiesa che Leone vorrebbe: che non guarda il mondo da un balcone, ma si immerge nella quotidianità del popolo di Dio, che vuole alzare la testa, vuole autodeterminarsi e grida «basta» a ogni forma di sfruttamento.

Agli studenti dell’Università Cattolica in Camerun ha chiaramente detto: «Giovani, restate in Africa…Cari studenti, di fronte alla comprensibile tendenza migratoria che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito innanzitutto a rispondere con ardente desiderio di servire il vostro Paese», ribaltando così la narrativa migratoria imperante, ponendo l’accento sul diritto a non dover emigrare, un tema caro a Benedetto XVI e più volte ribadito, anche se non mediaticamente riportato, da papa Francesco.

“Non mi fa paura!”

In questo primo anno, Leone si è dimostrato un abile mediatore tra le varie anime, non sempre in equilibrio, della Chiesa: attento alla componente conservatrice  sia nel ripristinare l’esercizio delle funzioni formali e sostanziali del papa, unito ai paramenti liturgici indossati, che Francesco tenne sempre negli armadi della sacrestia, sia nella difesa dei valori della tradizione, ponendosi in perfetta continuità con Benedetto XVI nel voler conciliare fede e ragione, per creare un dialogo possibile fra credenti e non, per fermare lo sbriciolamento etico in corso in Italia e in Europa, portatore di una morale fai da te. Attento alla componente progressista nel citare spesso il predecessore in tema di migranti e disagiati, ponendosi, con coraggio, in contrasto netto con la politica trumpiana, anche in tema di pace, da perseguire sempre, anche se con una visione diversa da quella del predecessore, basata sull’opera di Sant’Agostino, la Città di Dio.

Una visione politica a tutto tondo, in cui il cristiano è chiamato all’impegno diretto, non mettendo in contrapposizione l’aldilà con l’aldiquà, la Chiesa allo Stato. Le due «città» possono tranquillamente coesistere: «il cristiano, – afferma Leone – vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile». Proprio come avvenne negli anni di Sant’Agostino, la cui opera fu scritta in un periodo di forte cambiamento, con, da un lato, il decadimento dell’Impero romano, dall’altro, l’impegno della Chiesa per costruire una città terrena a somiglianza di quella eterna.

Messaggio attuale per il perseguimento della pace, con l’impegno della Chiesa e dei politici cattolici; una pace giusta, ottenuta non attraverso mezzi giustificati per il conseguimento di un fine, sebbene giusto. Leone, al riguardo, è chiarissimo: «La guerra è tornata di moda, si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto. E mina il diritto umano internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici».

Parole che, unite a quelle pronunciate durante la veglia per la pace tenutasi in San Pietro l’11 aprile, hanno fatto imbufalire il presidente degli Stati Uniti, il quale, sentitosi preso in causa, ha avuto una reazione scomposta, al di fuori della normale dialettica tra capi di Stato. Ecco le sue parole: «Non sono un suo grande fan: è un debole e pessimo nella politica estera, preferisco di gran lunga suo fratello Louis che è totalmente Maga. Lui ha capito tutto». Il papa, in perfetto stile agostiniano, ha semplicemente ribattuto con mitezza: «Non mi fa paura, non voglio aprire un dibattito».

E’, inoltre, di questi giorni l’annuncio del viaggio di Leone XIV a Sant’Angelo Lodigiano il 20 giugno, il quale, per tale data, aveva già previsto, sulle orme di Sant’Agostino, un viaggio a Pavia per sostare sulla sua tomba. Dopo aver visitato quella che fu la capitale d’Italia ai tempi dei Longobardi, il pontefice si recherà nei luoghi nativi di Santa Francesca Saverio Cabrini, la patrona dei migranti, colei che venne santificata da Pio XII, diventando la prima santa degli Stati Uniti d’America, di cui è noto l’impegno per dare dignità agli italiani d’America che a fine Ottocento e inizio Novecento erano forza lavoro per l’espansione economica dello Zio Sam. Il viaggio di Leone XIV si configura così come una silenziosa risposta alla politica migratoria statunitense portata avanti dall’amministrazione Trump e come un monito per quella italiana.

Un anno da Leone

Se Leone XIII fu il papa che aprì la Chiesa alla modernità sociale, Leone XIV sembra essere il papa che vuole restituire un’anima a una modernità che l’ha smarrita, cercando di mediare tra la mistica agostiniana, basata sull’interiorità, e la necessità di un’autorità morale forte in un mondo frammentato e secolarizzato. Il suo è stato, nella delicatezza e nella sobrietà che lo contraddistinguono, un vero anno da Leone!

Tags: Storia del Cristianesimo
Emanuele Maestri

Emanuele Maestri

Nato nel 1979 a Sant’Angelo Lodigiano, città natale di Santa Francesca Cabrini. E’ laureato in Scienze politiche e in Economia. E’ libero ricercatore in storia contemporanea e in filosofia politica. Ha all’attivo diverse pubblicazioni, tra cui “Il Risorgimento di Pio IX”, “Il costo della partecipazione. Dall’Antica Roma al Governo Monti” e “Nonno, perché Fanfulla?...te lo raccontiamo noi”.

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