CONTENUTO
Le origini e la formazione di Marat
Jean-Paul Marat, figura centrale della Rivoluzione francese, ebbe una giovinezza cosmopolita segnata da una solida educazione domestica e da un precoce spirito di indipendenza. Nacque il 24 maggio 1743 a Boudry, nell’allora Principato di Neuchâtel (odierna Svizzera). Primogenito di sei figli, era figlio di Jean Mara — un ex monaco sardo originario di Cagliari convertitosi al calvinismo — e di Louise Cabrol, una ginevrina nota per la sua filantropia. Marat attribuì proprio alla madre il merito di avergli trasmesso la dedizione verso gli indigenti e un rigido senso morale, mentre dal padre ereditò la passione per lo studio.
Frequentò il Collegio di Neuchâtel fino ai sedici anni, ricevendo parallelamente una cura attenta dai genitori nella formazione privata. Consapevole che le origini straniere avrebbero limitato le sue opportunità in Svizzera, a 16 anni lasciò la famiglia per cercare fortuna in Francia. Soggiornò a Bordeaux per due anni come precettore della famiglia Nairac, per poi trasferirsi a Parigi per studiare medicina, sebbene non vi ottenne titoli formali. Nel 1765 si spostò a Londra, dove esercitò con successo la professione medica e iniziò a frequentare i circoli intellettuali. In questo periodo la sua reputazione crebbe al punto da ottenere, nel 1775, una laurea in medicina dall’Università di St. Andrews, in Scozia.

Interessi scientifici e politici
Prima del 1789, Marat si dedicò intensamente alla ricerca sperimentale su luce, calore ed elettricità. Sebbene si considerasse un innovatore, i suoi lavori si scontrarono spesso con l’ortodossia dell’Accademia delle Scienze, portandolo a duri conflitti con figure come Lavoisier o Condorcet. Tra il 1779 e il 1780 condusse numerosi esperimenti, in particolare sulla natura del fuoco, utilizzando un microscopio solare per rendere visibile quello che chiamava “fluido igneo”, convinto di poter dimostrare la materialità del calore. Persino Benjamin Franklin, allora ambasciatore americano a Parigi, visitò il suo laboratorio nel 1779 per assistere a queste dimostrazioni.
L’opera fondamentale di questo periodo è Recherches physiques sur l’électricité (1782), in cui Marat sosteneva che l’elettricità non fosse un fluido unico presente in eccesso o difetto (carica positiva/negativa), ma avesse una natura complessa legata alla materia ignea. Fu inoltre uno dei primi a esplorare sistematicamente l’elettricità come terapia medica. In campo politico, durante il soggiorno inglese, pubblicò The Chains of Slavery (1774), un’opera in cui attaccava il dispotismo monarchico e repubblicano attraverso esempi storici. Alla vigilia della Rivoluzione, Marat era un uomo di 45 anni: un intellettuale affermato ma deluso, pronto a trasformare la sua penna scientifica nell’arma del giornalismo politico.
Il ruolo di Marat nella Rivoluzione: lungimiranza e rigore
Marat è un personaggio complesso, estremamente indipendente e “scomodo” per le diverse correnti controrivoluzionarie, grazie alla sua capacità di svelare le manovre e i diversivi di chi si opponeva al bene pubblico. Aiutò sempre i poveri, sostenne le donne e difese gli oppressi, operando per profonda convinzione e senza mai lasciarsi corrompere, tanto da morire in povertà. Partecipò alla marcia su Versailles con le donne del popolo e previde con acume il tradimento di La Fayette e quello della famiglia reale. Quest’ultima, in fuga dal Paese, venne catturata a Varennes grazie alla vigilanza del popolo francese.
Convinto — a ragione — che dei traditori si nascondessero nel governo mentre il Paese veniva invaso, fu il primo a invocare misure radicali, pur dissociandosi immediatamente dai “Massacri di settembre” del 1792, dei quali i suoi oppositori cercarono invano di attribuirgli l’intera responsabilità. Va inoltre ricordato, per sottolinearne l’integrità, che Marat prese le difese di Théroigne de Méricourt quando fu aggredita e fustigata pubblicamente dalle donne del popolo, nonostante non fosse a lei ideologicamente vicino. Nominato presidente dei Giacobini e vicino ai Cordiglieri, mantenne sempre la sua autonomia. Condannò severamente le idee estremiste di Hébert, Roux e Leclerc; costoro, dopo il suo assassinio, vennero etichettati come suoi “eredi” solo per infangare il nome di Marat e favorire la propaganda girondina, come denunciò la sua compagna Simonne Evrard l’8 agosto 1793 alla Convenzione.
Coerenza e giustizia sociale
Marat individuò tempestivamente i pericoli che minacciavano la Repubblica. Denunciò la Costituzione del 1791, definendo il sistema elettorale basato sul censo come una nuova “aristocrazia del denaro” sostitutiva di quella di sangue. Mentre altri leader cercavano il lusso, egli scelse una vita di stenti. Perseguitato dalla Guardia Nazionale, visse in clandestinità in cantine umide e malsane, da dove continuò a combattere con la sua piuma gli uomini di potere come Mirabeau, Necker, Lafayette e Brissot.
L’accusa di incitamento alla violenza va contestualizzata: in un’Europa coalizzata contro la Francia, Marat riteneva che l’eliminazione mirata di pochi nemici della patria avrebbe evitato massacri civili ben più ampi. Egli insisteva affinché la Rivoluzione approdasse alla giustizia sociale: lottò per il suffragio universale e sostenne che il “diritto all’esistenza” fosse superiore al diritto di proprietà, giustificando misure eccezionali per sfamare il popolo durante le carestie.

Marat e la questione femminile
Marat fu tra i pochi leader a riconoscere il ruolo cruciale delle donne, definendo le cittadine che parteciparono alla marcia su Versailles più audaci e lungimiranti degli uomini. Con la sua “sposa” Simonne Evrard ebbe un legame profondo e paritario. Simonne non fu solo un sostegno affettivo, ma la sua principale collaboratrice operativa, finanziando e gestendo la stampa clandestina. Dopo il suo assassinio, ella fu riconosciuta come “Vedova Marat” e ne difese strenuamente l’eredità intellettuale davanti alla Convenzione. Marat difese le donne in quanto parte vitale del “popolo”, elevando la loro sofferenza quotidiana alla priorità politica ed in più occasioni, leggendo la sua corrispondenza spesso e volentieri ha difeso le donne vittime di violenza domestica, invitandole a fuggire dal marito violento e ripararsi presso la casa paterna o di persone amiche.
La caduta dei Girondini
La caduta dei Girondini o chiamati anche Brissotini o Rolandisti, avvenuta tra il 31 maggio e il 2 giugno 1793, non fu solo un cambio di guardia politica, ma il trionfo della volontà popolare sulla paralisi legislativa. In questo scenario, Jean-Paul Marat, “l’Amico del Popolo”, emerge come l’unico vero guardiano della Rivoluzione. Mentre i Girondini si perdevano in sterili legalismi e cercavano di proteggere gli interessi della borghesia agiata, Marat comprese che la Repubblica era sull’orlo del baratro, minacciata dai nemici esterni e dal tradimento interno.
Girondini avevano cercato di salvare il Re e temporeggiavano sulla guerra. Marat sapeva che finché il potere fosse rimasto nelle mani di chi temeva il popolo, la Rivoluzione sarebbe rimasta incompiuta. Egli fu l’unico a dare voce ai bisogni concreti della folla di Parigi. La sua battaglia non era per la gloria personale, ma per il pane e per la sicurezza delle classi più povere, schiacciate dall’inflazione e dalla carestia.
Quando i Girondini cercarono di metterlo sotto processo con accuse false e diffamanti (leggere il processo a Marat) dinanzi al Tribunale Rivoluzionario nell’aprile del 1793, il suo trionfale assolvimento dimostrò che il popolo lo riconosceva come il proprio difensore. Il suo ritorno in assemblea, incoronato di alloro, segnò la fine morale della Gironda. La sua insistenza sulla vigilanza costante non era paranoia, ma realismo politico. In un momento in cui i generali tradivano (come Dumouriez) e le province insorgevano, la fermezza di Marat evitò il collasso totale dello Stato.

Il sacrificio dell’amico del popolo
Il giorno dopo l’arresto dei Girondini, Marat domandò le dimissioni da deputato, poché non voleva influire minimamente sulle sorti dei suoi ex colleghi, poiché ora stava ai giudici giudicare i loro fatti e misfatti. Il mese successivo, Marat venne pugnalato mentre stava curando la sua malattia infiammatoria per mano di Charlotte Corday (simpatizzante girondina), proveniente da Caen e con legami con Pétion, Buzot e con altri proscritti, non fece che confermare il suo ruolo: Marat morì perché era l’unico uomo che i nemici della Rivoluzione temevano davvero.
La sua penna era più potente di un esercito, e la sua integrità era un rimprovero costante per chiunque volesse tradire gli ideali del 1789. Qui di seguito il lettore ha la possibilità di leggere e capire in piccola parte il pensiero politico di Jean-Paul Marat, una delle figure più scomode ed infangate dalla Storia. La causa della sua “Damnatio Memoriae” la si può trovare nel discorso che egli fece il 24 aprile 1793 alla Convezione Nazionale.
Discorso di Marat alla Convenzione il 24 aprile 1793
“Cresciuto tra i repubblicani, ho poppato l’amore per la libertà con il latte della mia nutrice, cioè mia madre; colei che ha nutrito la mia infanzia con le lezioni di filantropia, ho sempre avuto davanti agli occhi l’esempio dei buoni costumi nella casa paterna; Ho imparato nella mia giovinezza a conoscere i diritti dell’uomo e quelli delle nazioni; Ho passato metà della mia vita nello studio delle leggi di natura e nella mediazione e l’altra metà nell’esercizio dei doveri più dolorosi, delle virtù più pericolose.
Vili calunniatori che cercherete di diffamarmi, quindi mostrate come me la vostra morale, le vostre azioni, tutta la vostra vita, e la nazione giudicherà chi di noi ha il diritto di ergersi a censore. Ma questi non sono ancora i miei titoli alla stima dei francesi. Da più di vent’anni mi batto per la difesa dei diritti dell’uomo e del Cittadino, per la difesa dei popoli oppressi; Potevo tacere sull’avvertimento della mia patria, quando l’eccesso di soprusi e gli attacchi del governo avevano preparato la caduta del dispotismo? Molto prima che la nazione, risorgendo per la prima volta, spezzasse il giogo vergognoso sotto il quale aveva gemuto per tanti secoli, ho lavorato per accelerare il momento della nostra gloriosa rivoluzione, dimostrando la proposta di riforma di alcuni rami dell’amministrazione. Questo primo tributo della mia illuminazione, l’ho reso al paese, in mezzo alle crudeli sofferenze di una malattia che mi aveva portato sull’orlo della tomba.
Appena ripresosi, pensai solo a preparare il rovesciamento della tirannia, e posso annoverarmi tra coloro che determinarono la defezione del reggimento delle guardie francesi, a cui siamo debitori per la conquista della libertà.
-Per quattro anni che ho servito come censore pubblico, instancabile Argo, sono stato il terrore dei nemici della Rivoluzione, gli scagnozzi del vecchio regime, ministri perfidi, rappresentanti infedeli del popolo, amministratori canaglia, giudici prevaricati, traditori e cospiratori. Quanti progetti fatali non ho sventato! Quante trame liberticide non ho svelato! Quanti traditori non ho smascherato! Una guerra così crudele, dichiarata contro tutti i nemici della libertà, non poteva essere condotta contro di loro impunemente. Così divenni presto per loro un mostro da soffocare. Mi dipingevano più e più volte come un libellista venduto a turno ai nemici del bene pubblico, alla corte, ai principi d’Orleans, al Clero, alla nobiltà, ai generali.
Mi hanno dipinto più e più volte come un emissario segreto presso potenze straniere, che si erano coperte con la maschera del patriottismo, per trattare con loro gli interessi della nazione e vendergli la Francia stessa. Tante imposture sembravano fatte per sopraffarmi; non mi hanno nemmeno toccato; sempre respinti con orrore dagli uomini avveduti che conoscevano la purezza della mia civiltà, furono respinti con disprezzo da tutti i cittadini giudiziosi che conoscevano il prezzo che i nemici della patria avrebbero posto al mio semplice silenzio, e che furono testimoni della mia povertà; se hanno trovato degli imbroglioni, è tra la moltitudine sconsiderata, tra gli uomini creduloni che non erano a portata di mano né per vedere la mia condotta, né per giudicare i miei scritti. La penna era diventata nelle mie mani uno strumento di terrore per i nemici della libertà.
Un ministro onnipotente (Necker) aveva tentato invano di corrompermi; per farmi tacere, hanno cercato di spaventarmi, mi hanno tolto i torchi, mi hanno ordinato di prendermi cadavere e di mettermi una taglia sulla testa; vani sforzi, non facevano che sostenere il mio coraggio e accrescere la mia energia, i miei scritti continuavano ad apparire, e non erano temibili ai nemici del bene pubblico. Un onnipotente ex ministro e generale, che aveva perfidamente catturato la fiducia del popolo, e che io inseguii in mezzo alla loro gloria come macchine, formò il progetto di schiacciarmi con i miei difensori. Fu costituito un esercito di dodicimila uomini per assediare la mia casa e contenere le persone che vennero in mia difesa. Sono sfuggito alla ricerca dei satelliti del dispotismo; tutto è stato saccheggiato in casa mia, le mie stampe, le mie carte sigillate e i miei appartamenti abbandonati a discrezione di una spia della polizia. Per sfuggire all’inseguimento di un’orda innumerevole di spie e tagliagole per assassinarmi, mi sono visto ridotto a vivere nelle segrete.
Per tre anni consecutivi ho avuto la triste esperienza di quanto sia pericoloso voler salvare il popolo dai suoi oppressori e quanto sia crudele avere ragione con diciotto mesi di anticipo. Ho disprezzato tutti i pericoli, ho sfidato la furia dei nemici del paese, ho resistito all’oppressione dei decretatori, finché la verità non è venuta alla luce; e continuai a smascherare i traditori ea sventare i loro complotti, finché il popolo, rimesso nei suoi diritti, non gli fece giustizia. All’interno della stessa Convenzione sorse una fazione criminale, nemica di ogni libertà e venduta al dispotismo. È lei che per sei mesi macchina giorno e notte contro la patria e disperata per la mia distruzione. Dopo aver distillato instancabilmente contro di me il veleno della calunnia, dopo aver travolto di insulti, avermi fatto mille offese e tentato la mia vita, si è appena impadronita dell’instat dove l’assenza di patrioti le dava la maggioranza per decretare un’accusa e uccidermi”..
Libri consigliati:
– Charlotte Goetz Nothomb, Jean-Paul Marat une tradition politique à rédecouvrir, Edizione Polenordgroup, Bruxelles 2016.
– Jean-Paul Marat, Oeuvres Politiques, Edizione Polenordgroup, 1995
– Serge Bianchi, Marat L’ami du peuple, edizione Belin, Parigi, 2019.
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- C. Spada, L’amico del popolo, Editori Riuniti, 1968.
- Roberto Satolli, Giuseppe Gaudenzi, Jean-Paul Marat. Scienziato e rivoluzionario, Mursia, 2022.







