Fatti per la Storia
  • Contemporanea
  • Moderna
  • Medievale
  • Antica
  • Storia in TV
  • Libri
SUPPORTA ORA
Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
Fatti per la Storia
  • Contemporanea
  • Moderna
  • Medievale
  • Antica
  • Storia in TV
  • Libri
SUPPORTA ORA
Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
Fatti per la Storia
SUPPORTA Ora
Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
  • Contemporanea
  • Moderna
  • Medievale
  • Antica
  • Storia in TV
  • Libri
Home Storia Contemporanea

Dalla dottrina Monroe all’interventismo americano: alcuni fallimenti

L’interventismo americano non è sempre stato coronato da successi. Dal Vietnam (1964) alla Libia (2011) alcuni interventi militari diretti e delle coalizioni capeggiate, scontrandosi asimmetricamente con eserciti meno potenti ma capaci di tattiche non convenzionali, hanno avuto conseguenze di instabilità geopolitica e compromissione della legittimità internazionale, evidenziando una carenza a lungo termine di strategia politica e di comprensione delle dinamiche locali e globali

di Francesco Caldari
10 Settembre 2025
TEMPO DI LETTURA: 14 MIN
1 maggio 2003, il presidente George W. Bush si rivolge alla nazione e ai marinai dal ponte di volo della USS Abraham Lincoln (foto di Tyler J. Clements, Pubblico Dominio)

1 maggio 2003, il presidente George W. Bush si rivolge alla nazione e ai marinai dal ponte di volo della USS Abraham Lincoln (foto di Tyler J. Clements, Pubblico Dominio)

CONTENUTO

  • La Dottrina Monroe e il Manifest Destiny
  • Davide e Golia, il primo conflitto asimmetrico
  • Dalla Seconda guerra mondiale al Vietnam, passando per la Corea
  • Full Metal Jacket
  • Il caso della Somalia
  • Haiti. Il tentativo di ripristino di un governo democraticamente eletto
  • La guerra in Afghanistan
  • Americani in Iraq nella Seconda guerra del Golfo
  • La Libia e la fine di Gheddafi 
  • Considerazioni finali sulle ingerenze geopolitiche degli Stati Uniti

La Dottrina Monroe e il Manifest Destiny

Nelle Cancellerie europee si sorrise quando si lesse la enunciazione della Dottrina Monroe statunitense. Era la fine del 1823 e quello che si andava costituendo al di là dell’Atlantico era visto come uno stato ancora debole e fragile, che certo non poteva ambire a porre condizioni alle Potenze europee. Pare che Metternich abbia espresso tutto il suo sconcerto e ilarità per le dichiarazioni degli americani, che “pensano di fare cose che non hanno gli strumenti per fare”.

Eppure questa visione del mondo avrebbe orientato le scelte e le strategie statunitensi per molti anni e sarebbe stata riesumata – non senza preoccupazione nel Vecchio Continente – due secoli dopo dal Presidente Donald Trump, all’avvio del suo secondo mandato. Il suo fautore originale, l’allora Segretario di Stato e a sua volta futuro Presidente John Quincy Adams, voleva segnare il predominio sulle due Americhe, che dovevano essere libere dall’imperialismo europeo e dalle sue dispute di potenza. In cambio, gli Stati Uniti promettevano di non ingerire nelle vicende europee.

John Quincy Adams, fu ambasciatore in vari Paesi europei; richiamato in patria, nel 1817 fu nominato Segretario di Stato dal presidente James Monroe, e fautore della Dottrina che prese il nome di questi. Fu a sua volta Presidente degli USA (il sesto) dal 4 marzo del 1825 al 4 marzo del 1829 (Pubblico Dominio)

Ma, nel tempo, man mano che gli USA crebbero in forza economica e militare, questa teoria ideale si trasformò da un’opposizione di principio a una azione concreta, escludendo con successo gli europei dalle Americhe e trasformandosi, secondo alcuni studiosi, in una politica di potenza. A dire di questi, specialmente nel XX secolo, si è evoluta a giustificazione per l’intervento statunitense verso occidentale, diventando il simbolo dell’imperialismo continentale emisferico degli Stati Uniti. A tale proposito si porta l’esempio della presidenza di Theodore Roosevelt (1901-1909). Questi nel 1904, dopo la guerra con la Spagna nel 1898 e dopo che nel 1903 la Colombia rifiutò di ratificare un accordo per la costruzione del canale di Panama, aggiunse un “corollario” alla dottrina, affermando che gli Stati Uniti avrebbero potuto intervenire per prevenire o porre rimedio a disordini o violazioni dei diritti dei cittadini statunitensi in paesi dell’America Latina, dando il via ad una politica estera assertiva che rafforzò significativamente l’influenza e il ruolo di potenza regionale dominante nelle Americhe.

D’altronde decenni prima il concetto di Manifest Destiny sosteneva che gli Stati Uniti avessero il “destino manifesto” di espandersi dall’Atlantico al Pacifico, estendendo il proprio dominio politico, economico e culturale. Il concetto di fondo rispetto alla Dottrina Monroe era diverso. Si trattava di una mandato di tipo religioso, un diritto, un destino dato da Dio agli Stati Uniti di espandersi: nazionalismo americano, bianco, anglosassone, protestante, molto connotato. Lo stesso John Quincy Adams, citato prima, criticò duramente la guerra col Messico, voluta da James K. Polk (XI° Presidente degli Stati Uniti, 1845-1849) e vista proprio come una conseguenza di tale ideologia espansionista. Sebbene abbia perso la sua forza propulsiva nel XX secolo, proprio Trump ha riesumato il Manifest Destiny nel suo discorso di insediamento del secondo mandato, evocando per altro il suo “sottotesto” razziale e la sua dimensione di politica neo-imperiale. Insieme, a partire dal XIX secolo, queste due dottrine (più l’addendum rooseveltiano) hanno fornito secondo numerosi scienziati politici una giustificazione ideologica e morale per l’espansionismo statunitense.

SULLO STESSO TEMA

Foto di gruppo ufficiale del Gabinetto degli Stati Uniti d'America (Pubblico Dominio)

USA post-Guerra Fredda: dall’eredità reaganiana fino al nuovo millennio

Muhammad Alì, 1975, Pubblico Dominio

Muhammad Alì: vita, vittorie nella boxe, attivismo e morte

President Nixon with his edited transcripts of the White House Tapes subpoenaed by the Special Prosecutor, during his speech to the Nation on Watergate

Richard Nixon, biografia di un presidente controverso

William J. Flynn: il detective “Bulldog” contro mafia, spionaggio e sabotatori

Davide e Golia, il primo conflitto asimmetrico

Golia era un gigante filisteo alto circa tre metri, armato con una pesante corazza, una lancia con una punta di cinque chili e un grande scudo. Ogni giorno, per quaranta giorni, Golia sfidava un campione dell’esercito israelita a duello per decidere le sorti della guerra tra i due popoli, ma nessuno osava affrontarlo per paura. Siamo intorno al 1000 a.C. La vicenda – una celebre storia biblica – è narrata nel Primo Libro di Samuele. Davide, un minuto pastore ebreo che non faceva parte dell’esercito perché troppo giovane, un giorno portando del cibo ai suoi fratelli soldati udì della sfida di Golia e si offrì di combattere il gigante, confidando nella protezione e nella forza del Signore. Il re Saul gli offrì la sua armatura, ma Davide la rifiutò, perché troppo pesante e ingombrante. Si armò della sua inseparabile fionda, di cinque pietre lisce raccolte sul luogo e – non ultimo – della sua fede in Dio. Golia derise Davide, ma quest’ultimo rispose con una pietra scagliata dalla fionda, che colpì il gigante in fronte, facendolo cadere a terra, morto. I Filistei fuggirono, lasciando agli Israeliti la insperata vittoria.

In questa immagine (creata con intelligenza artificiale) Davide si confronta con Golia, in quello che può essere indicato come il primo scontro “asimmetrico” della storia

Questa è probabilmente la prima storia che narra di uno scontro “asimmetrico”. Il termine è divenuto di gran moda negli ultimi anni. Secondo la dottrina militare statunitense (lo Stato che vanta le Forze Armate più potenti al mondo) il “conflitto asimmetrico” (asymmetric warfare) avviene tra parti coinvolte che hanno capacità militari significativamente diverse, portando l’attore più debole a impiegare tattiche non convenzionali per compensare le proprie carenze e sfruttare le vulnerabilità dell’avversario, includendo in queste aspetti politici, culturali e – oggi più che mai importanti – mediatici.

A ben vedere la vittoria di Davide è considerata un simbolo di coraggio e della possibilità di vittoria del più debole sul più forte, dimostrando che la determinazione e – nel caso specifico – la fiducia in Dio possono superare anche le sfide più grandi. Nel contesto di teorie espansionistiche sostenute da linee di pensiero quali la Dottrina Monroe ed il Manifest Destiny, alle Forze Armate statunitensi è accaduto di confrontarsi in tali tipi di conflitti “non convenzionali” e di uscirne malamente, spesso vedendosi costrette ad abbandonare la missione assegnata dal decisore politico.

Dalla Seconda guerra mondiale al Vietnam, passando per la Corea

Vincitori dalla Seconda guerra mondiale, gli USA affrontarono il primo conflitto a pochi anni dalla conclusione di questa: il 25 giugno 1950 scoppiò la Guerra di Corea. Si trattò però di un conflitto “convenzionale”, Stato contro Stato, con l’utilizzo di forze di terra su larga scala, carri armati, aerei e potere navale. Il combattimento figurava simile alle tattiche nella Seconda guerra mondiale, con truppe sulla prima linea, obiettivi territoriali e scontri cinetici tra le parti. La guerra presentava infatti obiettivi geografici distinti da perseguire, come spingere le forze nordcoreane indietro oltre il 38 ° parallelo. Le principali campagne erano manovre strategiche volte a controllare il territorio.

Diversamente le cose andarono invece in Vietnam (1955-1975). Qui per la prima volta si può parlare di un conflitto asimmetrico e di una conclusione avversa agli USA. Si trattò di un fallimento strategico e militare. Il conflitto esplose per una combinazione di fattori storici, politici, ideologici e geopolitici, molti dei quali legati alla Guerra Fredda. Il Vietnam era una colonia, parte dell’Indocina Francese. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il movimento nazionalista comunista Viet Minh, guidato da Ho Chi Minh, lottò per l’indipendenza, sconfiggendo infine le truppe di Parigi nella battaglia di Dien Bien Phu (1954), nonostante gli USA avessero finanziato il 70-80% dello sforzo bellico di queste ultime.

Gli USA ritenevano, secondo la “teoria del domino”, che se il Vietnam fosse caduto sotto il comunismo anche altri paesi del sud-est asiatico (Laos, Cambogia, Thailandia) lo avrebbero seguito. Fu stabilita (Conferenza di Ginevra) la divisione temporanea lungo il 17º parallelo: il Nord comunista guidato da Ho Chi Minh; il Sud sostenuto dagli Stati Uniti retto da un governo filoccidentale. Furono forniti aiuti economici e addestratori militari, sinché, dopo l’incidente del Golfo del Tonchino (agosto 1964, attacchi da parte di motovedette nordvietnamite a cacciatorpediniere statunitensi), gli USA iniziarono il coinvolgimento militare diretto, con truppe da combattimento sul campo. Ma non compresero la natura asimmetrica del conflitto.

20 maggio 1966. Membri della compagnia “B”, secondo battaglione, 14° Fanteria, mentre cercano una fattoria deserta nella zona della provincia di Xa Ba Phuoc durante l’operazione Wahiawa (foto di SFC James K. F. Dung, Pubblico Dominio)

Questo fu basato su tattiche di guerriglia del Viet Cong (comunisti del Sud) e sostegno popolare al Nord Vietnam. Si giunse alla Offensiva del Têt (gennaio-febbraio 1968, Capodanno lunare vietnamita, la festa più importante dell’anno, tradizionalmente osservata con una tregua militare), allorquando le forze del Viet Cong e dell’Esercito del Nord (NVA) attaccarono più di 100 città e basi militari in tutto il Sud, inclusa la capitale Saigon e la città di Huế. Le truppe americane e sudvietnamite riuscirono a respingere tutti gli attacchi dopo settimane di combattimenti. Il Viet Cong subì perdite enormi (oltre 30.000 morti): un disastro militare per Hanoi.

Tuttavia, l’offensiva smentì l’idea che la guerra stesse per finire, come sosteneva il governo USA. Il famoso giornalista ed influencer Walter Cronkite dichiarò che essa sembrava “destinata alla stasi”. L’opinione pubblica americana perse fiducia nel governo e cominciò a percepire che la guerra non era vincibile. Inoltre, le immagini di villaggi bombardati col napalm e defolianti, come l’agente Orange, e il massacro di Mỹ Lai (16 marzo 1968, uccisi circa 500 civili disarmati, tra cui anziani, donne, bambini e neonati) alimentarono proteste di massa, soprattutto dopo la leva obbligatoria e per le perdite elevate (58.000 morti USA e oltre 2 milioni di vietnamiti).

Ciò senza contare le ricadute notevoli sull’economia (168 miliardi di dollari, equivalenti a 1.000 miliardi oggi): un costo elevato che contribuì all’insorgere di problemi macroeconomici come l’inflazione e il deficit, e generò ripercussioni a livello globale sia in termini di instabilità politica che di mutamenti negli equilibri economici internazionali. Le conseguenze politiche furono pesanti: il presidente Lyndon B. Johnson rinunciò a ricandidarsi alle elezioni del 1968, l’escalation militare rallentò ed il neoeletto Richard Nixon dispose il disimpegno graduale, ottenendo con gli Accordi di Parigi del 1973 un “cessate il fuoco” per ritirare le truppe. Il Sud Vietnam collassò nel 1975 sotto l’attacco nordvietnamita. Per anni a seguire, l’opinione pubblica americana ha risentito dei contraccolpi sociali e morali di quel conflitto. Il mondo del cinema non ha mancato di offrire uno sguardo spesso sconvolgente sulla guerra, mettendo in discussione la politica e le motivazioni che avevano portato all’intervento.

Full Metal Jacket

Full Metal Jacket (1987) di Stanley Kubrick segue il percorso di una recluta, dalla dura formazione al combattimento a Huế durante l’offensiva del Têt, mettendo in luce l’impatto devastante della guerra sui soldati. In sintesi, l’impegno militare in Vietnam richiedeva – come usa dire di questi tempi – vincere “i cuori e le menti” della popolazione, e contrastare un’insurrezione sfuggente e ideologicamente guidata, qualcosa per cui la dottrina militare degli Stati Uniti all’epoca era poco o punto preparata.

 

Il caso della Somalia

Poco meno di venti anni più tardi le forze armate statunitensi si trovarono (seppure in scala notevolmente minore) in una situazione simile: ci riferiamo all’intervento inizialmente umanitario in Somalia, esempio classico di “Stato fallito” in preda ai così detti Signori della Guerra (warlords) leaders dei propri clan. Ne abbiamo parlato in un precedente articolo, cui vi rimandiamo. Basti qui rammentare che nell’ottobre del 1993, quando la postura della missione sotto ombrello ONU aveva assunto carattere impositivo della pacificazione tra le bande armate che scorrazzavano per Mogadiscio, uno scontro tra le Forze speciali statunitensi (Delta Force, Rangers ed elicotteri da attacco) e gli insorgenti somali costò diciannove vittime agli americani (ed un elevato numero mai ufficialmente definito tra gli attaccanti e la popolazione somala).

Le immagini di corpi di soldati americani oltraggiati e di un militare fatto prigioniero (poi rilasciato) convinsero l’amministrazione guidata da Clinton ad abbandonare il campo, con una sensazione di grande amarezza tra quanti ivi avevano combattuto e perso compagni. Secondo alcuni storici il Signore della Guerra Aidid (i cui miliziani erano stati protagonisti della battaglia di Mogadiscio) uscì vincitore nei confronti degli Stati Uniti.

Haiti. Il tentativo di ripristino di un governo democraticamente eletto

Un solo anno dopo (19 settembre 1994) gli Stati Uniti avviarono una nuova operazione umanitaria e di ripristino di un governo democraticamente eletto. L’Operazione Uphold Democracy fu autorizzata dal presidente Bill Clinton per rimettere al potere Jean-Bertrand Aristide, risultato vincitore nelle prime elezioni libere del paese e rovesciato da un colpo di stato militare guidato dal generale Raoul Cédras dopo appena otto mesi, con conseguente grave crisi umanitaria, con migliaia di haitiani che tentavano di fuggire verso gli Stati Uniti su imbarcazioni di fortuna.

L’intervento – iniziato con lo sbarco di circa 20.000 soldati americani (la Risoluzione 940 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva conferito legittimità internazionale) – si trasformò in un intervento pacifico, grazie a una missione diplomatica dell’ultimo minuto condotta da Jimmy Carter, Colin Powell e Sam Nunn, che convinse la giunta militare haitiana a cedere il potere senza combattere, tanto che Aristide fu reinsediato come presidente il 15 ottobre 1994, la situazione umanitaria migliorò temporaneamente e le forze americane furono gradualmente sostituite da una forza di peacekeeping dell’ONU.

Purtroppo i risultati a lungo termine per la stabilità di Haiti rimasero limitati: l’intervento non ha rafforzato in modo duraturo le istituzioni haitiane, lasciando il paese vulnerabile a nuove crisi, tanto che dopo il ritiro delle forze USA e ONU, Haiti è ricaduta più volte nel disordine (che permane tuttora: nel primo trimestre del 2025, Haiti ha registrato oltre 1.600 morti a causa della crescente violenza delle gang, che controllano ampie aree del paese, tra cui la capitale Port-au-Prince e le regioni del Plateau Central e dell’Artibonite. Più di un milione di persone sono state sfollate e oltre la metà della popolazione necessita di assistenza umanitaria), culminando in nuove missioni internazionali.

La guerra in Afghanistan

L’intervento militare in Afghanistan iniziò il 7 ottobre 2001 con l’operazione Enduring Freedom, guidata dagli Stati Uniti e sostenuta dalla NATO e da una coalizione internazionale di “volenterosi”, in risposta agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, nell’ambito di quella che il presidente George W. Bush definì “war on terror”. La causa principale è da ricercare nella presenza in Afghanistan di Al-Qaeda, guidata da Osama bin Laden, organizzazione “ospitata” dal regime talebano, che offriva rifugio e campi di addestramento.

Il sergente Derick Eaddy, con la squadra provinciale di ricostruzione Kapisa, scambia una stretta di mano con un giovane afgano durante una missione per ispezionare un ponte nel distretto di Surobi in Afghanistan (foto di Tech. Sgt. Joe Laws, Pubblico Dominio)

L’amministrazione Bush decise l’invasione militare con l’obiettivo di distruggere Al-Qaeda e rovesciare il regime talebano. L’intervento iniziò con bombardamenti aerei, seguiti da un’offensiva terrestre con l’appoggio dell’Alleanza del Nord, un gruppo di ribelli afghani ostili ai talebani. Ciò portò ad una rapida caduta di Kabul, tal ché il regime fu rovesciato entro novembre 2001 con la presa di Kandahar, ultimo baluardo, e la fuga del mullah Omar, fondatore e guida suprema dei Talebani, nonché Emiro dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan sin dal 1996. Fu istituito un governo provvisorio con Hamid Karzai come presidente, sostenuto dagli USA e dalla comunità internazionale, ma il controllo effettivo rimase limitato a Kabul e poche altre aree.

Dal 2006 si assistette a una ripresa dell’insurrezione, con un aumento degli attacchi e una nuova campagna militare da parte di USA e NATO, che portarono all’invio di migliaia di truppe aggiuntive e a una intensificazione dei bombardamenti aerei. Nonostante gli sforzi per stabilizzare il paese e costruire istituzioni democratiche, il conflitto si protrasse per quasi vent’anni, con alti costi umani (oltre 46.000 civili morti) e difficoltà nel debellare completamente l’insorgenza talebana. Nel 2021, con il ritiro delle truppe statunitensi e NATO, i talebani riconquistarono rapidamente il controllo del paese, segnando la fine dell’intervento internazionale e un ritorno al potere del regime che era stato rovesciato. Si trattò di un disimpegno avviato da anni e teoricamente regolato da un accordo (“di Doha”) con gli stessi talebani.

Ciò che indignò l’opinione pubblica mondiale fu il modo in cui esso fu gestito, che apparve ai più come una vera e propria fuga: a partire da maggio 2021, le truppe USA e NATO abbandonarono basi chiave come quella di Bagram, il principale quartier generale militare. I talebani accelerarono la loro offensiva riconquistando rapidamente vaste aree del paese, sino ad entrare il 15 agosto a Kabul senza incontrare una resistenza significativa, mentre il presidente Ashraf Ghani se la dava a gambe. La apparente mancanza di adeguata pianificazione da parte degli occidentali lasciò vulnerabili sia le forze afghane regolari che civili e collaboratori, causando una crisi umanitaria e una caotica ed indegna evacuazione dall’aeroporto di Kabul.

Qui invero il ritiro americano non può essere visto solo come una disfatta militare in un conflitto asimmetrico, ma – per certi versi con analogie con la situazione haitiana – come il fallimento di un progetto molto più ampio e complesso di trasformazione politica, sociale e culturale del Paese. Gli Stati Uniti e la coalizione al loro seguito si erano posti obiettivi ambiziosi e di difficile realizzazione. Alcuni studiosi rilevano un fiasco nella “occidentalizzazione” dell’Afghanistan.

Il risultato è stato il mancato raggiungimento di un “nation building”, dovuto ad una serie di concause: la caratterizzazione della società afghana in una complessa struttura tribale e un forte legame con l’Islam conservatore; una certa corruzione endemica, nonché la mancanza di infrastrutture e di un’amministrazione centrale efficace che hanno limitato la capacità del governo sostenuto dagli USA di estendere il proprio controllo e legittimità. Infine, la presenza militare straniera, pur necessaria per la sicurezza, è stata percepita da molti come un’occupazione, alimentando risentimento e supporto ai talebani.

Americani in Iraq nella Seconda guerra del Golfo

Anche la missione militare in Iraq (2003-2011, Seconda Guerra del Golfo) ebbe un andamento e conclusione simile. Iniziò il 20 marzo 2003 con l’invasione guidata dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, con l’obiettivo principale di rovesciare il regime di Saddam Hussein, stante il presunto possesso da parte dell’Iraq di armi di distruzione di massa (di fatto mai rinvenute), il ritenuto sostegno al terrorismo e – anche qui – la volontà di liberare il popolo da una dittatura oppressiva. L’invasione fu rapida: entro il 15 aprile 2003 tutte le principali città irachene erano sotto il controllo della coalizione, e il 1º maggio il presidente George W. Bush dichiarò conclusa la fase principale delle operazioni militari (“Mission accomplished”).

1 maggio 2003, il presidente George W. Bush si rivolge alla nazione e ai marinai dal ponte di volo della USS Abraham Lincoln (foto di Tyler J. Clements, Pubblico Dominio)

La caduta del regime non portò però ad una stabilità immediata. In una lunga fase di occupazione e insurrezione, gruppi armati sunniti e sciiti si opposero alle forze straniere e si combatterono tra loro. La salita al potere della maggioranza sciita alimentò tensioni settarie e conflitti interni. Gli Stati Uniti dal 2007 avviarono una graduale riduzione delle truppe (il ritiro ufficiale avvenne il 18 dicembre 2011) per pressioni interne negli USA, ove il lungo conflitto era divenuto impopolare. Il risultato fu che l’Iraq rimase instabile, con la successiva ascesa di gruppi come l’ISIS che sfruttarono il vuoto di potere e le divisioni interne.

Se è vero che l’invasione raggiunse rapidamente l’obiettivo di rovesciare Saddam Hussein, la gestione successiva si presentò problematica e portò a una lunga guerra civile e a un’instabilità duratura. Le stesse motivazioni iniziali, come la presenza di armi di distruzione di massa, si rivelarono infondate, sì da minare la legittimità internazionale dell’intervento. Il ritiro senza una stabilità consolidata fu considerato da molti un fallimento strategico, poiché l’Iraq rimase un paese fragile e teatro di conflitti interni e terrorismo.

La Libia e la fine di Gheddafi 

Terminiamo la nostra carrellata facendo infine un cenno a quanto accadde in Libia nel 2011; il paese fu teatro di un intervento militare internazionale autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 1973, che istituì una zona di interdizione al volo e un embargo navale per proteggere i civili nel contesto di una guerra civile tra le forze lealiste di Muʿammar Gheddafi e i ribelli del Consiglio nazionale di transizione. L’intervento iniziò il 19 marzo con attacchi aerei e il lancio di missili da crociera da parte di Stati Uniti, Francia, Regno Unito e altri paesi, con l’obiettivo di impedire all’esercito di Gheddafi di colpire i civili, soprattutto nelle regioni ribelli come Bengasi.

Il comando delle operazioni fu unificato il 31 marzo sotto la NATO con l’operazione Unified Protector, che coinvolse fino a 19 stati membri impegnati nel far rispettare la no-fly zone, il blocco navale e nel condurre attacchi aerei contro obiettivi militari lealisti. Le forze della NATO sostennero i ribelli nella loro avanzata contro il regime di Gheddafi, culminata con la conquista di Tripoli e di altre città chiave. Il dittatore libico fu catturato e ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011. Fu questo l’evento che segnò la fine effettiva del regime e della guerra civile. La NATO concluse le operazioni una decina di giorni dopo. L’intervento militare, inizialmente concepito come una missione per proteggere i civili, si trasformò in un conflitto aperto che portò alla caduta del regime, lasciando la Libia in una situazione di instabilità politica e frammentazione, con conseguenze durature per la sicurezza e la governance del paese.

Considerazioni finali sulle ingerenze geopolitiche degli Stati Uniti

Gli insuccessi militari statunitensi di cui abbiamo trattato riflettono non un’incapacità tecnica o bellica, quanto piuttosto una carenza a lungo termine di strategia politica e – con riguardo alla asimmetria dei conflitti – di comprensione delle dinamiche prima locali e poi globali. In altre circostanze invece, la difficoltà nel definire un realistico e condiviso “end-state” (una conclusione dell’operazione mediante il raggiungimento degli obiettivi prefissi) ha portato a interventi prolungati, costosi e, alla fine, inefficaci.

Questi fallimenti che punteggiano la storia contemporanea della nazione vincitrice della II Guerra mondiale e poi della Guerra Fredda rappresentano un monito ed una “lezione appresa” per la sua politica estera, sottolineando la necessità di una leadership politica che si mantenga responsabile nel definire e sostenere le missioni internazionali. Sebbene vi siano alcune analogie, nel senso che la Dottrina Monroe e quella di Trump (“America first”) enfatizzano la protezione degli interessi nazionali e mostrano tendenze unilaterali in risposta a percepite minacce o squilibri di potere, le differenze di contesto, obiettivi e modalità operative appaiono significative.

La prima era specifica per il suo tempo e per una situazione geopolitica post-coloniale, mentre la politica di Trump si è sviluppata in un contesto di interdipendenza globale e sfide multinazionali. Pur individuando alcuni elementi comuni nella retorica e nell’approccio, bisogna riconoscere che le due politiche rispondono a realtà storiche e strategiche diverse. Rimane il fatto che dall’interesse per l’acquisto della Groenlandia, alle tensioni e le rivendicazioni di sovranità sulle acque e sui territori del Canada artico, le dichiarazioni trumpiane (che citano esplicitamente l’espansionismo territoriale come obiettivo, cosa che include l’idea di un “impero nord americano a guida statunitense”) si prestano ad una lettura espansionistica.

L’amministrazione USA ha subito un cambiamento significativo nel suo approccio alle relazioni internazionali, caratterizzato dalla delegittimazione di partner e istituzioni. Uno sviluppo che ha portato a un ritorno a una dinamica basata sul potere, minando di fatto i principi del multilateralismo, almeno nel breve termine, ma che deve pur sempre fare i conti con la storia, e con alcuni fallimenti che essa suggerisce.

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Daniele Ganser, Breve storia dell’impero americano. Una potenza senza scrupoli, Fazi Editore, 2021.
  • Paolo Wulzer, La dottrina Obama. La politica estera americana dalla crisi economica alla presidenza Trump, Textus, 2017.
Letture consigliate
Tags: Storia degli USA
Francesco Caldari

Francesco Caldari

Concluso il servizio attivo in una forza di polizia, si dedica alla sua passione per la storia, convinto che personaggi definiti "minori" meritino le giuste attenzioni, poichè spesso hanno fornito il proprio contribuito al pari di quelli più noti. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Sicurezza (Roma-Tor Vergata) e quella magistrale in Relazioni Internazionali (Genova), qui con una tesi sulla "cooperazione internazionale di polizia", argomento anche a carattere storico sul quale cura un blog ed un podcast.

DELLA STESSA CATEGORIA

Storia Contemporanea

La strage dell’Italicus del 4 agosto 1974: attentato e colpevoli

Storia Contemporanea

Strage di Monaco: il massacro alle Olimpiadi del 1972

La sede de Il Popolo d'Italia
Storia Contemporanea

Il Popolo d’Italia: il quotidiano di Benito Mussolini

Fatti per la Storia

© 2019-2025 Fatti per la Storia - La Storia di Tutto, per tutti.

Fatti per la Storia è il portale per gli appassionati di Storia. Spunti, approfondimenti e video-lezioni su personaggi storici ed eventi che hanno segnato le varie epoche del passato (antica, medievale, moderna e contemporanea).

  • CHI SIAMO
  • NOTE E CONDIZIONI
  • METODOLOGIA E COMITATO SCIENTIFICO
  • COLLABORA CON NOI
  • CONTATTI
  • COOKIE POLICY
  • PRIVACY POLICY

Seguici su

Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
  • I PIÙ CERCATI
    • Seconda Guerra Mondiale
    • Guerra Fredda
    • Fascismo
    • Nazismo
  • STORIA E CULTURA
    • Libri
    • Film di Storia
    • Serie TV
  • RUBRICHE
    • History Pop
    • La Storia di Tutto

© 2019-2025 Fatti per la Storia - La Storia di Tutto, per tutti.