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Benito Mussolini e il mito di Roma
L’anno 1921 è il momento in cui la romanità diventa un argomento caro al capo del fascismo Benito Mussolini, il quale promuove il culto del mito della Roma antica per tentare di darne un’impronta fascista. La romanità deve iniziare a svolgere la sua fondamentale funzione mitica e il 21 aprile del 1922 il capo del fascismo è esplicito in merito:
“La Roma che noi onoriamo, non è soltanto la Roma dei monumenti e dei ruderi, la Roma delle gloriose rovine fra le quali nessun uomo civile si aggira senza provare un fremito di trepida venerazione; ma soprattutto la Roma che noi vagheggiamo e prepariamo è un’altra: non si tratta di pietre insigni, ma di anime vive; non è contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione dell’avvenire. Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l’Italia romana, cioè saggia, forte, disciplinata e imperiale.”[1]
Guardare al passato glorioso, dunque, non per provare una mera nostalgia temporanea e superficiale, ma attingere dalla tradizione secolare la forza e la consapevolezza di poter costruire un presente e un futuro non meno sublimi e intrisi di determinazione e buona volontà. L’obiettivo è certamente quello di unificare il paese, ma prima ancora il partito, composto da animi ribelli e indisciplinati, il tutto facendo leva sull’eredità comune del mito nazionale verso il quale ogni italiano deve identificarsi e nutrire la più sincera e convinta venerazione.
A questo punto la nuova romanità del XX secolo comincia a permeare “il partito fascista in ogni suo aspetto – l’ideologia, la cultura, la retorica, lo stile, i simboli, i rituali, l’organizzazione militare”[2]. A Udine, nel settembre del 1922, qualche settimana prima della marcia su Roma del 28 ottobre, Mussolini riprende pubblicamente il tema, dimostrando di avere le idee chiare sia sulla pesante eredità della tradizione storica, sia sul progetto da realizzare in futuro per la nuova Italia moderna:
“A Roma, tra quei sette colli carichi di storia, s’è operato uno dei più grandi prodigi spirituali che la storia ricordi, cioè si è tramutata una religione universale che ha ripreso sotto altra forma quell’impero che le legioni consolari di Roma avevano spinto fino all’estremo confine della terra. E noi pensiamo di fare di Roma la città del nostro spirito, una città che, depurata, disinfettata di tutti gli elementi che la corrompono e la infangano, pensiamo di fare di Roma il cuore pulsante, lo spirito alacre dell’Italia imperiale che noi sogniamo”.
Tra il 1923 e il 1925 sono diversi i riferimenti e i richiami del capo del fascismo al mito di Roma. In una lettera di questo periodo scrive: “Il Natale di Roma è il natale di una città la cui storia, più che italiana, è universale. Culla e centro di un grande impero politico; sede, poi, e capitale di un grande impero universale, Roma è la città fascinatrice per tutti i grandi intelletti di ogni gente. Col Fascismo il Natale di Roma cessa di essere una cerimonia d’ordine municipale, per assurgere a manifestazione d’ordine nazionale. Roma è ancora e sempre il cuore vivo ardente immortale”.

A partire dal novembre 1922 comincia, con la nuova epoca storica, la trasformazione vera e propria della capitale, da proiettare verso la modernità cercando di restare sempre a passo con i tempi. Altra tappa fondamentale in questo processo che conduce Mussolini a entrare in simbiosi con la storia gloriosa dell’Urbe è rappresentata dalla data del 21 aprile 1924, quando riceve in Campidoglio la cittadinanza romana. In tale circostanza ribadisce convintamente il suo profondo amore per Roma. La Roma Antica, nella sua mente perennemente attiva e creativa, deve necessariamente andare di pari passo con la nuova Italia moderna e volenterosa di affermarsi; infatti solo attraverso la romanità fascista è possibile costruire la nuova italianità fascista. Dopo aver esclamato con orgoglio “Civis romanus sum” il capo del governo sviluppa il suo ragionamento:
“Roma è veramente il sogno fatale della nostra stirpe, Roma non può essere senza l’Italia, ma l’Italia non può essere senza Roma. Il nostro destino di popolo ci inchioda alla storia di Roma. Noi prendemmo Roma per purificare, redimere ed innalzare l’Italia; noi terremo Roma solidamente fino a che il nostro compito non sarà totalmente compiuto. E state tranquilli, o cittadini, state tranquilli, o voi legionari delle camicie nere, che l’opera sarà continuata. Sarà continuata con una tenacia fredda, oserei dire matematica e scientifica. Noi marceremo con passo sicuro e romano verso le mete infallibili. Nessuna forza ci potrà arrestare, perché noi non rappresentiamo un partito o una dottrina o un semplice programma: noi rappresentiamo ben più di tutto ciò. Portiamo nello spirito il sogno che fermenta ancora nel nostro animo: noi vogliamo forgiare la grande, la superba, la maestosa Italia del nostro sogno, dei nostri poeti, dei nostri guerrieri, dei nostri martiri”[3].
Filippo Cremonesi Commissario Regio della capitale
Stando a questa prospettiva, quindi, la grandezza storica e mitologica dell’Urbe, che ha carattere di unicità, necessita di una guida stabile ed efficace. Così nel marzo del 1923 la gravosa e prestigiosa carica di commissario straordinario del comune di Roma viene assegnata a Filippo Cremonesi. Chi è costui? Di posizioni liberal-conservatrici, il Cremonesi, classe 1872, era stato l’ultimo sindaco eletto e ultimo regio commissario della capitale. Imprenditore cattolico lungimirante e uomo vicino al fascismo, egli sembra la persona più indicata alla quale affidare le redini dell’Urbe, tenendo conto anche del fatto che “è un prezioso mediatore con il mondo dell’imprenditoria e con gli ambienti vaticani”[4]. Con lui quindi il regime intende dare continuità all’opera di ammodernamento già avviata[5].
La tappa successiva di questo processo è l’istituzione, con Regio Decreto del 28 ottobre 1925, del Governatorato di Roma della cui creazione si era iniziato a parlare dalla data fatidica del 20 settembre 1870. Gli entusiasmi che l’unificazione nazionale aveva generato erano stati, però, affievoliti dalla realtà oggettiva della capitale, la quale si presentava ai più attenti osservatori di fine Ottocento come una città “asfittica, degradata, sporca, provinciale”[6].
Dopo decenni di ipotesi, tentennamenti e progetti falliti il fascismo si dimostra risoluto nel perseguire i suoi obiettivi: “In considerazione della maggiore importanza che la Capitale ha assunto nel regime fascista e dei particolari compiti che deve assolvere nella vita della nazione (…) Roma è stata sottratta alla vigilanza del Prefetto e alla tutela della Giunta Provinciale amministrativa ed è stata posta sotto il diretto controllo del Ministero dell’Interno. L’amministrazione della capitale è retta da un governatore che riassume in sé tutti i poteri un tempo conferiti alla giunta e al consiglio comunale”[7].
A ricoprire per primo la carica di governatore non può che essere il Cremonesi il quale viene insediato ufficialmente il 31 dicembre dello stesso anno. A partire dal 23 gennaio 1935 sarà, invece, il turno di Giuseppe Bottai, classe 1895, fascista della prima ora e membro del Gran Consiglio del Fascismo. Egli è tra le figure di spicco del regime e svolge un’intensa attività giornalistica[8]. Bottai si impegnerà in prima persona nel rinnovamento dell’amministrazione capitolina convinto dell’efficacia dell’impronta corporativista in tutti i settori della vita pubblica e consapevole che “la componente ideologica” sia “inscindibile da quella burocratica”[9].

L’avventura di Bottai proseguirà in Etiopia dove andrà volontario per contribuire all’impresa italica di dare vita a un nuovo impero per poi ricoprire, una volta tornato in Patria, la carica illustre di Ministro dell’Educazione Nazionale. Per quel che riguarda l’organizzazione strettamente strutturale del Governatorato sono importanti da menzionare in questo contesto le attività svolte dal Servizio stampa e dall’Ufficio Studi. Questi due organi curano ogni dettaglio delle cerimonie pubbliche organizzate nella capitale a partire proprio dal 1925:
“Il calendario delle cerimonie era infatti estremamente ricco, suddiviso fra festeggiamenti eventuali e straordinari e ricorrenze che potremmo definire comandate. Fra queste ultime, relative ai frequenti anniversari politici, civili e religiosi – per i quali non doveva mai mancare quantomeno una sparuta delegazione del Governatorato o una corona listata con i colori di Roma – le giornate più importanti cadevano a sei mesi di distanza l’una dall’altra, suddividendo l’anno in due: il Natale di Roma il 21 aprile e l’anniversario della marcia su Roma il 28 ottobre, capodanno dell’era fascista. Queste date erano consacrate dal regime alle inaugurazioni delle nuove opere o all’avvio dei relativi lavori”[10].
Le scenografie degli esterni sono, invece, di competenza dello specifico Servizio Addobbi: “Che si trattasse di una ricorrenza o di un evento unico, quando le manifestazioni necessitavano di spazi pubblici e aperti, tutto ciò che atteneva alla logistica, alle decorazioni e alle illuminazioni straordinarie veniva preso in carico dall’Ufficio del Cerimoniale e dei servizi di Propaganda attraverso il proprio Servizio addobbi, che in tali circostanze coordinava le operazioni avvalendosi anche di esperti nella costruzione di palchi e scenografie”[11].
La cerimonia di insediamento di Filippo Cremonesi, il primo governatore di Roma
La cerimonia pubblica per l’insediamento del Cremonesi si svolge il 31 dicembre del 1925, alle ore 16, in Campidoglio, nella Sala degli Orazi e Curiazi, accuratamente decorata per il grande evento: è stato innalzato un baldacchino ricoperto di velluto cremisi, sistemati tendaggi di colore rosso, disposte ordinatamente poltrone di circostanza e collocate ai lati di questo ambiente solenne tantissime piante.
Il Capo del Governo S.E. Benito Mussolini, nell’insediare il Primo Governatore di Roma, Filippo Cremonesi, pronuncia un importante discorso soffermandosi sul processo ben avviato volto a costruire una nuova Roma grande, immortale e gloriosa. Al contempo egli, non nascondendo una certa soddisfazione, rimarca i risultati raggiunti e indica in maniera esplicita la strada da seguire nel cammino di rigenerazione collettiva, fornendo al governatore e alle maestranze presenti precise linee guida d’un vasto programma pratico, volto a riaffermare l’ideale di Roma come uno dei caratteri essenziali della civiltà fascista:
“Governatore! Il discorso che ho l’onore e il piacere di rivolgervi sarà di stile romano, intonato nella sua concisione alla solenne romanità di questa cerimonia. Rigorosamente esclusa ogni divagazione rettorica. Il mio discorso consisterà in un elogio per quanto avete fatto ed in una precisa consegna per quanto ancora vi resta da fare. Quando nell’aprile del 1924, mi faceste l’onore supremo di accogliermi fra i cittadini di Roma, vi dissi che i problemi della Capitale si dividevano in due grandi serie, i problemi della necessità e quelli della grandezza. Dopo tre anni di R. Commissariato, nessun osservatore obiettivo può contestare che i problemi della necessità sono stati energicamente affrontati e in buona parte risolti. Roma ha già un aspetto diverso, decine di quartieri sono sorti alla periferia della città che ha lanciato le sue avanguardie di case verso il monte salubre, verso il mare riconsacrato. (…) Nel tempo stesso riscattati dal silenzio oblioso i Fori come quello di Augusto e i templi come quello della Fortuna Virile. Tutto ciò è innegabile merito Vostro, tutto ciò si deve alla Vostra instancabile fatica ed al Vostro ardente spirito di romanità antica e moderna. (…)

Avete dinanzi a Voi un periodo di almeno cinque anni per completare ciò che fu iniziato ed incominciare l’opera maggiore del tempo secondo. Le mie idee sono chiare, i miei ordini sono precisi. Sono certissimo che diventeranno una realtà concreta. Fra cinque anni Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo: vasta, ordinata, potente come fu nei tempi del Primo Impero di Augusto. Voi continuerete a liberare il tronco della grande quercia da tutto ciò che ancora l’aduggia: farete largo attorno all’Augusteo, al Teatro Marcello, al Campidoglio, al Pantheon. Tutto ciò che vi crebbe attorno nei secoli della decadenza, deve scomparire (…) Quindi la Terza Roma si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro sino alle spiagge del Tirreno. Voi toglierete dalle strade monumentali di Roma la stolta contaminazione tramviaria ma darete modernissimi mezzi di comunicazione alla nuova città che sorgeranno in anello attorno all’antica. Un rettilineo che dovrà essere il più lungo ed il più largo del mondo, porterà l’empito del Mare Nostrum da Ostia risorta sino nel cuore della Città dove regna l’Ignoto”[12].
Nelle parole di Mussolini emerge un programma di lavoro ben delineato che esce dalla sfera strettamente amministrativa per soffermarsi su un rinnovamento estetico della capitale da realizzare in modo concreto e visibile. In tale contesto la figura del Governatore assume una funzione chiave per il compimento di un’opera ambiziosa e poderosa che sia all’altezza della tradizione gloriosa. Nella sua risposta al Duce il Cremonesi esalta la grandiosità di questo progetto storico, etico, culturale, urbanistico e politico nel quale si sente pienamente coinvolto: “Per volontà del Governo Nazionale e come attuazione della Rivoluzione fascista oggi una nuova conquista si compie che riconduce l’anima italiana alla pura e profonda corrente delle sue tradizioni”.
Il progetto di rinnovamento e di rigenerazione urbanistica della città eterna è dunque chiaro e già ben tracciato a questo punto. Al Governatorato spetterà il compito di realizzare l’ardito programma per la nuova Roma imperiale del XX secolo e, in tal modo, far riecheggiare in Campidoglio il voto del poeta latino Orazio: “Possa tu, o sole, non veder mai nulla di più grande di Roma“.
NOTE:
[1] E. Gentile, Fascismo di pietra, Editori Laterza, Bari, 2007, pag. 48.
[2] Ibidem pag. 52.
[3] Ibidem pag. 64.
[4] Paolo Sidoni, La Roma di Mussolini. La più completa ricostruzione delle trasformazioni della città durante il regime fascista, Newton Compton Editori, Roma, 2019, pag. 62.
[5] Dopo il Cremonesi è la volta di due rappresentanti dell’aristocrazia: Ludovico Spada Veralli Potenziani, dal dicembre 1926 al settembre 1928, e Francesco Boncompagni Ludovisi fino al gennaio 1935. Il primo di Rieti, classe 1880, fu esperto nel campo agrario tanto da sperimentare dei fertilizzanti chimici e da ricoprire un ruolo di tutto rispetto nella battaglia del grano. Il secondo, classe 1886, di Foligno, ricoprì la delicata carica negli anni in cui furono firmati i Patti Lateranensi. Entrambe queste figure, dopo l’esperienza al Governatorato, continuarono la loro attività in politica.
[6] Paolo Saverio Pascone, Le carte dell’Ufficio del Cerimoniale e dei servizi della Propaganda e dell’Ufficio Studi del Governatorato di Roma, Gangemi Editore, Roma, pag. 13.
[7] Ibidem pag. 14.
[8] Tra le testate per le quali lavorò si ricordano Roma Futurista, Le Fiamme, Critica fascista, Il Popolo d’Italia, Il Resto del Carlino, Il Mattino.
[9] Ibidem pag. 41.
[10] Ibidem pag. 98.
[11] Ibidem pag. 100.
[12] Roma Mussolinea. 299 illustrazioni in rotocalco della Roma del decennale”, Luciano Morpungo Editore, Roma, 1932, pag. VII-X.
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- E. Gentile, Fascismo di pietra, Editori Laterza, Bari, 2007.
- Paolo Sidoni, La Roma di Mussolini. La più completa ricostruzione delle trasformazioni della città durante il regime fascista, Newton Compton Editori, Roma, 2019.







