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Il volto “benevolo” del potere: l’Imperialismo democratico statunitense di inizio 900′

Il concetto di "imperialismo democratico" statunitense si riferisce a una forma di espansione e controllo politico, economico e militare giustificata non solo da interessi economici o strategici, ma anche da una retorica di missione civilizzatrice e diffusione della democrazia. Questo fenomeno, pure definito come "imperialismo dal volto umano", si manifestò in diversi modi, nella “guerra dimenticata” delle Filippine e soprattutto in America Latina e nei Caraibi, dove gli Stati Uniti intervennero ripetutamente per "proteggere" o "modernizzare" paesi da loro considerati instabili o arretrati

di Francesco Caldari
26 Marzo 2026
TEMPO DI LETTURA: 7 MIN
La Battaglia di Quingua combattuta nelle Filippine il 23 aprile 1899, evidenziò la determinazione delle forze locali, armate con fucili spagnoli antiquati e prive di artiglieria pesante (da Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C., "no known restrictions on publication")

La Battaglia di Quingua combattuta nelle Filippine il 23 aprile 1899, evidenziò la determinazione delle forze locali, armate con fucili spagnoli antiquati e prive di artiglieria pesante (da Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C., "no known restrictions on publication")

CONTENUTO

  • Fine Ottocento primo Novecento. L’abbandono dell’isolazionismo
  • Un bivio storico, sulla spinta della prima globalizzazione
  • Theodore Roosevelt e la politica espansionistica in America Latina
  • Wilson, dalla Diplomazia Morale alla I^ Guerra Mondiale

Fine Ottocento primo Novecento. L’abbandono dell’isolazionismo

“Ghiaccio bollente” è il più classico degli ossimori, quella particolare figura retorica che accosta due termini di significato opposto o contraddittorio, in modo da creare un’espressione apparentemente assurda, ma che in realtà genera un effetto espressivo potente e suggestivo. Potremmo continuare gli esempi con “imperialismo democratico”, anche qui due termini contrastanti, soprattutto se guardiamo all’imperialismo strettamente connesso a forme di colonialismo di sfruttamento. Eppure, taluni scienziati politici si interessano ad un periodo della storia degli Stati Uniti narrato retoricamente come una manifestazione democratica di imperialismo.

Ci riferiamo agli anni che cadono sotto le presidenze McKinley e Roosevelt, per allungarsi (seppure con qualche distinguo) a quella Wilson. Siamo alla fine dell’Ottocento ed ai primi del Novecento, allorquando gli USA abbandonano l’isolazionismo per proiettarsi come potenza globale. Sono tre i fattori che spingono verso l’espansione: al primo posto – come spesso accade nelle vicende degli stati – quello economico. Il “Panico del 1893” fu la peggiore crisi economica degli Stati Uniti (fino alla Grande Depressione degli anni ’30), scatenata dal collasso di alcune società ferroviarie e da una corsa all’oro, e che portò al fallimento di oltre 500 banche e 15.000 imprese, con tassi di disoccupazione che raggiunsero il 25% in Pennsylvania, 35% a New York e 43% nel Michigan, sì da convincere industriali e agricoltori della necessità di trovare nuovi mercati esteri per le conseguenti eccedenze di produzione.

Disegno che ritrae l’ammiraglio Alfred T. Mahan, uno degli strateghi militari e storici navali più influenti della storia americana, le cui teorie sul potere marittimo plasmarono la politica estera e militare di diverse grandi potenze

In più, gli effetti della “prima globalizzazione” (1870-1914) – considerata dagli economisti come la iniziale grande fase di integrazione commerciale e finanziaria su scala mondiale – spinsero pensatori geo-politici come l’ammiraglio Alfred Thayer Mahan (fautore del “navalismo”) a sostenere che una grande potenza avesse bisogno di una Marina forte per fornire sicurezza ai commerci marittimi e conseguentemente di basi navali globali per proteggere il commercio.  Questo fu sufficiente a rispolverare il concetto di  Manifest Destiny (Destino Manifesto), coniato nel 1845 dal giornalista John L. O’Sullivan, che esprimeva la convinzione che la diffusione della democrazia americana e dei valori statunitensi fosse non solo giusta, ma anche inevitabile e divinamente voluta. Insomma, gli americani avevano un diritto divino e un destino inevitabile di espandersi territorialmente dall’Atlantico al Pacifico.

Un bivio storico, sulla spinta della prima globalizzazione

A conclusione del XIX ed all’alba del XX secolo, gli Stati Uniti d’America si trovavano quindi di fronte a un bivio storico. Conclusa la conquista della frontiera interna e emergente come potenza industriale globale, la nazione dovette ridefinire il proprio ruolo nello scacchiere internazionale, anche per partecipare alla globalizzazione che l’Europa faceva attraverso l’imperialismo, divenuto uno strumento di governance delle vicende del mondo.

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Il conflitto con la Spagna fu l’evento scatenante. Sebbene il casus belli fosse l’esplosione della corazzata Maine e la difesa dell’indipendenza cubana, il risultato fu un’acquisizione territoriale massiccia. Con il Trattato di Parigi del dicembre 1898 la Spagna cedette agli USA Cuba  (che divenne un protettorato), Porto Rico e Guam (colonie dirette) mentre le Filippine furono acquistate per 20 milioni di dollari. Questo fu il punto più controverso: trasformare una repubblica insurrezionale in una colonia americana scatenò un acceso dibattito interno (condotto dalla American Anti-Imperialist League, che riuniva figure come Mark Twain, Andrew Carnegie e William Jennings Bryan) ed una guerra sanguinosa (1899-1902).

Fu un conflitto asimmetrico: i filippini combatterono con tattiche di guerriglia contro un esercito regolare, che da parte sua usò metodi repressivi, inclusi campi di concentramento e torture. Le stime indicano che morirono circa 200.000 filippini (tra civili e combattenti) e 4.200 soldati americani. A quanti, con motivazioni razziste, lamentavano l’ assorbimento forzato di popolazioni considerate “inferiori”, McKinley giustificò l’espansione con argomenti morali e religiosi, affermando di dover “educare, civilizzare e cristianizzare” i filippini, definendo la conquista una “benevola assimilazione“.

William McKinley fu il 25º presidente degli Stati Uniti

Approfittando del clima nazionalista di guerra, McKinley superò le resistenze precedenti e annesse le Hawaii tramite una risoluzione congiunta del Congresso (Newlands Resolution), evitando la necessità di un trattato che richiedeva una maggioranza senatoriale più ampia. Con riguardo alla Cina, nel 1899, mentre in Europa le nazioni la spartivano in “sfere di influenza”, il Segretario di Stato John Hay lanciò le note della Porta Aperta (“Open Door Policy“), chiedendo alle altre potenze di non discriminare il commercio altrui nelle loro sfere e di rispettare l’integrità territoriale cinese.

Gli USA, arrivati “in ritardo” nella corsa coloniale, usarono la diplomazia per garantire ai propri prodotti l’accesso ai mercati cinesi senza dover conquistare territori o amministrare popolazioni, tentando la forma più pura di quella che gli studiosi identificano come  “imperialismo commerciale”, ovvero l’esercizio di dominio economico senza sovranità territoriale diretta. Guardando alla strategica e vicina Cuba (zucchero e suoi derivati) gli USA nel 1901 imposero l’Emendamento Platt, che limitava la sovranità cubana nei trattati internazionali e concedeva il diritto di intervenire militarmente per “preservare l’indipendenza”, cedendo in perpetuo la base di Guantanamo.

Di fatto gli Stati Uniti esercitavano un controllo totale, senza i costi amministrativi e politici dell’annessione: quello che secondo gli scienziati politici è un esempio da manuale di “imperialismo informale”, ovvero lo stato sottomesso mantiene sovranità formale, bandiera e governo, ma  le politiche economiche ed estere sono dettate dallo stato egemone. La presidenza McKinley, terminata anticipatamente il il 6 settembre 1901 a causa di un attentato dell’anarchico Leon Czolgosz, che fece di lui uno dei quattro presidenti americani uccisi in carica, il terzo in successione, dimostra come  l’imperialismo moderno è flessibile: annessione diretta quando serve un territorio strategico (le Filippine nel Pacifico), protettorato quando risulta utile stabilità politica a basso costo (Cuba), ed infine la diplomazia economica quando è necessario aprire i mercati (Cina). Una “cassetta degli attrezzi” imperiale, che diventerà il modello per le potenze del XX secolo.

Theodore Roosevelt e la politica espansionistica in America Latina

Proprio il profilo “informale”, fu il preludio della politica espansionistica in America Latina del successore Theodore Roosevelt : influenza tramite investimenti e leva finanziaria. Se il  suo approccio segnò la nascita dello Stato moderno americano, attivo nella regolazione economica e nella tutela sociale, la sua dottrina non negava l’uso della forza; al contrario, lo celebrava nel famoso proverbio africano: “Parla piano e porta con te un grosso bastone” (speak softly and carry a big stick). Il punto di svolta fu il Corollario alla Dottrina Monroe (1904). Mentre la dottrina originale (1823) era difensiva (avvertiva l’Europa di non interferire nelle Americhe), il Corollario trasformava gli USA in una “polizia internazionale”.

Theodore Roosevelt

Roosevelt sosteneva che se una nazione latinoamericana mostrava  wrongdoing, ovvero instabilità o destabilizzazione o incapacità di mantenere l’ordine, gli Stati Uniti avevano il dovere di intervenire, così spostando la colpa sull’incapacità della nazione debole e giustificando l’intervento esterno. “Se una nazione mostra di sapere come agire con ragionevole efficienza e decenza in materia sociale e politica, se mantiene l’ordine e paga i propri obblighi, non ha bisogno di temere l’intervento degli Stati Uniti. Crroniche irregolarità o un’impotenza che risultano in un generale allentamento dei legami della società civilizzata, possono richiedere, in America come altrove, l’intervento di una nazione civilizzata, e nell’emisfero occidentale l’adesione degli Stati Uniti alla dottrina Monroe può costringerli, sebbene a malincuore, […] all’esercizio di un potere di polizia internazionale” (messaggio al Congresso del 6 dicembre 1904).

La giustificazione era chiaramente paternalistica: i popoli dell’America Latina non erano ancora pronti per l’autodeterminazione completa. Portare stabilità finanziaria e ordine politico (spesso proteggendo gli interessi delle compagnie americane, come nel caso della United Fruit Company (UFC) in Honduras, attore economico dominante dove acquisisce terre, costruisce ferrovie e porti per la raccolta ed il trasporto delle banane ed influenza l’economia e la politica locale) era presentato come un primo passo necessario verso una futura civiltà.

La forzata separazione della provincia di Panama dalla Colombia (1903), che dopo aver dato il proprio assenso al costruendo Canale lo aveva poi frenato, è un caso emblematico. Roosevelt facilitò la secessione per garantire la costruzione e lo sfruttamento economico del Canale. La retorica ufficiale parlava di progresso globale e connessione tra i popoli e gli Stati Uniti concretizzavano quanto prospettato da Thomas Jefferson a fine Settecento, ovvero la costruzione ed il controllo di un Canale che attraversasse Panama. E proprio lì Roosevelt farà il primo viaggio all’estero di un presidente degli Stati Uniti. Se Roosevelt era il pragmatico che ammetteva la lotta per il potere, Woodrow Wilson fu l’idealista che credeva sinceramente nella missione morale degli USA.

Woodrow Wilson

Wilson, dalla Diplomazia Morale alla I^ Guerra Mondiale

La sua “Diplomazia Morale” prometteva di rompere con l’imperialismo del passato, rispettando la sovranità e promuovendo il diritto internazionale. Tuttavia, paradossalmente, egli intervenne militarmente in America Latina più di qualsiasi suo predecessore. La differenza stava nella giustificazione: Wilson non interveniva per l’ordine fine a se stesso, ma per “insegnare ai popoli dell’America Latina a eleggere uomini buoni“.  Gli interventi e le occupazioni di Messico, Haiti e Repubblica Dominicana ebbero la loro motivazione nel desiderio di instaurare governi costituzionali modellati su quello americano.

A conclusione della vittoriosa I^ Guerra Mondiale Wilson, democratico, diffuse “i 14 Punti” (1918), proponendo un nuovo ordine mondiale basato sulla libertà dei mari, il libero commercio e l’autodeterminazione dei popoli, manifestando il limite strutturale dell’imperialismo democratico: a ben vedere l’autodeterminazione era un principio da applicare ai popoli sottomessi agli imperi nemici (austro-ungarico, ottomano, tedesco), ma non necessariamente alle colonie delle potenze alleate o alle nazioni sotto influenza economica statunitense. Egli cercò di imporre in patria il trattato di Versailles (che includeva la Società delle Nazioni) senza consultare i repubblicani, che controllavano il Senato dopo le elezioni del 1918.

Il leader repubblicano Henry Cabot Lodge guidò l’opposizione, temendo che la Società delle Nazioni avrebbe limitato la sovranità americana e obbligato gli USA a intervenire in conflitti stranieri senza il consenso del Congresso. D’altronde, molti americani volevano tornare all’isolazionismo. L’idea di impegnarsi in affari europei era impopolare, soprattutto tra i contadini, i lavoratori e i gruppi etnici (come gli irlandesi e i tedeschi) che vedevano la guerra come un affare europeo. Fu così che Il Senato non ratificò il trattato di Versailles due volte (novembre 1919 e marzo 1920) e gli Stati Uniti non aderirono alla Società delle Nazioni — unica grande potenza a non farlo.

La mancata adesione della potenza uscita vincitrice dalla Guerra ed ormai nazione imperante nel globo indebolì l’organizzazione e segnò l’inizio di un periodo di isolazionismo americano che può dirsi durò fino all’entrata in guerra nel 1941. Fu anche un fallimento personale di Wilson – uno dei padri delle Scienze Politiche moderne negli USA con una carriera accademica che lo rese unico tra i presidenti americani – che aveva sognato un nuovo ordine mondiale basato sulla cooperazione. La storia insegna che raramente un impero si definisce tale; piuttosto, ogni potenza egemone tende a mascherare l’espansione coercitiva con una missione benevola.

Che si tratti della mission civilisatrice francese, del “fardello dell’uomo bianco” britannico o della “difesa della democrazia” americana, la struttura narrativa è sorprendentemente simile: tutti gli imperialismi, in fondo, si dichiarano democratici o benefici, sostenendo di voler esportare benessere, ordine e stile di vita nei territori di occupazione o di influenza. Gli USA dimostrarono che è possibile esercitare un’immenso influsso imperiale senza necessariamente possedere colonie formali, basandosi invece sul controllo finanziario e sull’intervento militare selettivo, sospinti dal potere persuasivo di un’idea di “imperialismo democratico” in cui il confine tra protezione e imposizione diventa estremamente sottile.

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Giovanni Borgognone, Storia degli Stati Uniti, Universale Economica Feltrinelli, 2016.
  • Mario Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo 1776-2016, Laterza, 2017.
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Tags: Storia degli USA
Francesco Caldari

Francesco Caldari

Concluso il servizio attivo in una forza di polizia, si dedica alla sua passione per la storia, convinto che personaggi definiti "minori" meritino le giuste attenzioni, poichè spesso hanno fornito il proprio contribuito al pari di quelli più noti. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Sicurezza (Roma-Tor Vergata) e quella magistrale in Relazioni Internazionali (Genova), qui con una tesi sulla "cooperazione internazionale di polizia", argomento anche a carattere storico sul quale cura un blog ed un podcast.

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