Le Idi di marzo del 44 a.C.: il celebre assassinio di Caio Giulio Cesare

la-morte-di-cesare

La morte di Cesare, dipinto di Vincenzo Camuccini

Idi di marzo. Il 15 marzo del 44 a.C. si consumava il celebre omicidio di Caio Giulio Cesare ad opera di un gruppo di circa venti senatori, che si consideravano difensori della tradizione e dell’ordinamento della Repubblica. A capo della congiura vi erano Marco Giunio Bruto, Decimo Bruto e Gaio Cassio Longino. SCOPRI LA SEZIONE STORIA ANTICA

Cesare al potere

Dopo aver vinto la guerra civile contro Pompeo Magno Cesare, già Pontefice massimo, divenne “Dittatore a vita” e “Imperator” e con una serie di riforme accentrò nelle sue mani sempre più potere. Alla dittatura egli aggiunse le prerogative civili, facendosi attribuire i più importanti privilegi dei tribuni e continuando, allo stesso tempo, a garantire l’apparente sopravvivenza delle istituzioni repubblicane.


Cesare limitò il potere del senato, consentendone l’accesso anche a persone di altri ceti, frenò le ingerenze de cavalieri e tentò di aiutare il popolo con sovvenzioni per i più bisognosi; si preoccupò, inoltre, di assicurare la giustizia amministrativa nelle province concedendo la cittadinanza romana agli abitanti della Gallia Cisalpina.

L’antefatto: la festa dei Lupercali

Il 15 febbraio del 44, in occasione della festa tribale dei Lupercali alla quale partecipava tutto il popolo, Cesare, che osservava lo spettacolo seduto sui rostri, rifiutò per ben tre volte la corona da re che gli fu posta prima ai piedi da un certo Licinio, poi sulle ginocchia da Cassio Longino e infine sul capo da Marco Antonio.

Prendendola tra le mani, infine, il dittatore la gettò tra la folla:

“Quelli che erano lontano applaudirono questo gesto, quelli che erano vicino, invece, gridavano che lo accettasse, che non rifiutasse il favore del popolo. Quando Marco Antonio gli mise il diadema sul capo per la seconda volta il popolo gridò: <<Salve Re!>> Egli non accettò nemmeno allora, e ordinò di portare la corona nel tempio di Giove Capitolino”. (Nicola di Damasco, Vita di Cesare)

Al complotto per uccidere il “tiranno” presero parte prevalentemente pompeiani graziati e amici intimi dello stesso Cesare: Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino e Decimo Bruto. Marco Tullio Cicerone, invece, venne tenuto all’oscuro per le sue indecisioni e per il fatto che avesse eccessivamente apprezzato la clemenza e la generosità dimostrata da Cesare verso gli avversari vinti.

L’attuazione della congiura, fissata per le Idi di marzo, non doveva presentare difficoltà dato che Cesare, dopo il giuramento fatto dai senatori di proteggerlo, aveva congedato la sua guardia del corpo costituita prevalentemente da Ispanici.

Le Idi di marzo

La sera prima delle Idi di marzo Caio Giulio Cesare cenò a casa di amici e ad un certo punto della serata la discussione tra i presenti cadde sul tema della morte. Alla domanda “come vorresti che fosse la tua morte?” pare che Cesare abbia risposto; “improvvisa e veloce“.


La mattina del 15 marzo Cesare e la moglie Calpurnia si svegliarono inquieti dopo una notte piena di incubi, tanto che Cesare pensò di annullare la riunione in Senato. A quel punto Decimo Bruto, uno dei congiurati, entrò in azione e con argomentazioni valide convinse Cesare ad uscire di casa:

“Bisognava forse mandare qualcuno ad avvisare i senatori già riuniti, di andarsene a casa e di ritornare quando Calpurnia avrebbe fatto sogni migliori? E questo non avrebbe indispettito? E noi cosa risponderemo quando bolleranno questi comportamenti come tirannici?” (Plutarco, Vita parallele)

Cesare si convinse ad uscire e si incamminò verso il teatro di Pompeo , sede provvisoria del senato. I congiurati, che lo stavano aspettando all’interno dell’edificio, appena lo videro entrare gli si avvicinarono ed estratti improvvisamente i pugnali lo compirono uno dopo l’altro in ogni parte del corpo.

Cesare si difese con vigore e, secondo la tradizione, quando tutto insanguinato dalle 23 pugnalate ricevute scorse tra gli assalitori anche Marco Bruto pronunciò in greco le parole “Kai su teknon?” (anche tu, figlio?). Ricevuto l’ultimo colpo di pugnale si accasciò ai piedi della statua di Pompeo, che da poco aveva fatto collocare nell’edificio.

“Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico di dare il segnale, gli si fece più vicino, come per chiedergli un favore. Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa a un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: “Ma questa è violenza bella e buona!” uno dei due Casca lo ferì, colpendolo poco sotto la gola.

Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con lo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita. Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, con anche la parte inferiore del corpo coperta.

Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: “Anche tu, figlio?”. Rimase lì per un po’ di tempo, privo di vita, mentre tutti fuggivano, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva fuori, fu portato a casa da tre schiavi.

Secondo quanto riferì il medico Antistio, di tante ferite nessuna fu mortale ad eccezione di quella che aveva ricevuto per seconda in pieno petto.I congiurati avrebbero voluto gettare il corpo dell’ucciso nel Tevere, confiscare i suoi beni e annullare tutti i suoi atti, ma rinunciarono al proposito per paura del console Marco Antonio e del comandante della cavalleria Lepido”. (Svetonio, Vita di Cesare)


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *