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Iconoclastia: quando distruggere un’icona era questione di Stato

L'iconoclastia bizantina (VIII-IX secolo) rappresenta una profonda crisi teologica e politica che mette in discussione il ruolo delle immagini sacre nell'Impero. Nato dal timore dell'idolatria e da strategie di controllo imperiale, lo scontro tra iconoclasti e iconoduli ridefinisce indelebilmente l'estetica e la spiritualità dell'Oriente cristiano.

di Lucrezia Cotugno
16 Maggio 2026
TEMPO DI LETTURA: 11 MIN
Costantino mentre ordina la distruzione delle icone,  miniatura dalla Cronaca di Costantino Manasse

Costantino mentre ordina la distruzione delle icone, miniatura dalla Cronaca di Costantino Manasse

CONTENUTO

  • Secondo atto: il ritorno delle immagini e Irene d’Atene
  • Ultimo atto della lotta: il ritorno dell’iconoclastia
  • Le icone: perché alcune venivano considerate eretiche?
  • Conclusioni sul conflitto iconoclasta

«Dio allora pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi».[1]

Primo atto: quando l’iconoclastia divenne un tema sul quale discutere.

Il termine iconoclastia non nasce come una semplice categoria critica, ma come la descrizione di un’azione fisica e radicale. Deriva dall’unione di due parole del greco antico: εἰκών (eikón): “immagine“. L’altra parola è κλάω (kláo): “distruggere“. Dunque, l’iconoclasta è il “distruttore di immagini”. Nell’Oriente cristiano, l’icona non è una semplice decorazione, ma un “segno” che rende presente il divino. In questo contesto parleremo anche della sua antitesi, l’iconodulìa da doulos, “servo“, ovvero la devozione verso le immagini.

La questione della rappresentazione del divino tramite immagini divenne sin dagli albori qualcosa su cui riflettere. Specialmente tra le religioni abramitiche (Ebraismo, Cristianesimo e Islam), la rappresentazione delle “alte istituzioni” religiose, poteva essere un problema che poteva nuocere sia a chi venerava le immagini, sia a chi voleva distruggerle o non integrarle nel processo di diffusione della religione.

Prima che il primo protagonista della storia iconoclasta, Leone III, emani i suoi editti, Costantinopoli era in dissesto a causa delle guerre con gli arabi e alla corte dell’imperatore ci si domandò quale potesse essere la ragione che permise agli arabi di avanzare con così tanta facilità. Ovviamente non si parla di eventuali errori nell’assetto politico o militare, piuttosto si va a ricercare, nella lista di peccati possibilmente compiuti, quale possa essere il colpevole. Vittima, in questo caso, è la rappresentazione delle immagini. Così ha inizio il fenomeno dell’iconoclastia.[2]

Secondo Ostrogorsky, bisogna ricercare nella Chiesa greca il culto delle immagini dei santi, che aveva raggiunto negli ultimi secoli, particolarmente nell’età post-giustinianea, una sempre maggiore diffusione, ed diventando una delle forme principali in cui si esprimeva la religiosità bizantina. D’altra parte non mancavano nello stesso seno della Chiesa tendenze contrarie al culto delle immagini in quanto sembrava che il cristianesimo, come religione puramente spirituale, dovesse escluderlo. Questa opposizione era forte soprattutto nelle regioni orientali dell’impero, che da molto tempo erano terreno fertile di fermenti religiosi, in cui continuavano ad esistere considerevoli residui di monofisismo[3] e si rafforzava ed estendeva la setta dei pauliciani[4], nemica di ogni culto ecclesiastico. Ma diciamo che bastò semplicemente il contatto con il mondo arabo a far divampare l’opposizione al culto delle immagini[5].

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Dunque, quale fu il motivo che ha comportato tale scelta? Secondo l’Imperatore, per l’appunto Leone III l’Isaurico, con la diffusione della religione cristiana e con la costruzione dei luoghi di culto, cominciò ad insediarsi nelle pratiche dei fedeli, la venerazione delle immagini. Questo, aggiunto anche ad una serie di fenomeni naturali come il terremoto ed eruzione di Thera (l’attuale Santorini), a quanto pare, fece infuriare Dio, che li punì con la conquista da parte degli infedeli. Insomma ci sono una serie di congetture alle quali non possiamo dare un’effettiva risposta. Sappiamo però che dalla prima metà dell’VIII secolo d.C. si portarono avanti pratiche di rimozione delle immagini sacre da ogni luogo di culto, cominciando dalla Porta Bronzea di Costantinopoli (che scatenò linciaggio da parte dell’ufficiale incaricato della rimozione del sigillo).

Tutto ciò, ricordiamo, nell’Impero romano d’Oriente. Avendo controllo del mondo cristiano ad Occidente, papa Gregorio II, cultore delle immagini e quindi sostenitore dell’iconodulìa, obiettò le teorie di Leone III. Come già accennato, anno chiave del periodo iconoclasta è il 726, quando Leone si pronunciò per la prima volta pubblicamente contro il culto delle immagini. In primo luogo si mise a fare prediche con le quali cercava di convincere il suo popolo della sconvenienza dell’iconolatria[6] ma per i primi anni fu piuttosto cauto.

Dall’altra parte abbiamo il Papa e tutta una serie di sostenitori, primo fra tutti, il patriarca di Costantinopoli, Germano I. Accanto al patriarca Germano e a papa Gregorio II, il maggiore avversario dell’imperatore è Giovanni Damasceno, il più grande teologo del suo secolo, un greco che aveva rivestito un’alta carica alla corte del califfo a Damasco ed era poi entrato nel convento di San Saba presso Gerusalemme. Non avendo appoggio a questo punto, all’imperatore non rimase che convocare un Silentium, dando vita all’Editto iconoclasta (730).

Raffigurazione di Gesù distrutta dagli iconoclasti, miniatura del Salterio Chludov, IX secolo

Sostanzialmente dall’emanazione si presero decisioni sull’iconoclastia senza obiezioni (infatti venne spodestato anche Germano), alle sue condizioni, nella speranza di convertire anche Roma. Cosa che, inevitabilmente, non successe. Il Papa non riuscì a costringere l’Italia a collaborare alla lotta iconoclasta. Questo portò a delle divergenze che non vennero mai del tutto risanate. L’attrito tra le due potenze continuò anche con il successore di Gregorio II, Gregorio III, che condannò l’iconoclastia con un concilio (731).

L’eredità iconoclasta, dall’altra parte, venne tramandata anche dopo la morte di Leone III, prima con il figlio Costantino V (accanito sostenitore delle idee del padre e che convocò, tra le altre cose, il Concilio di Hieria nel 754 per dimostrare che l’iconoclastia non era un capriccio politico, ma l’unica vera interpretazione del Cristianesimo) e poi con Leone IV (più moderato). Ma è qui che entra in gioco una delle figure più importanti della lotta all’iconoclastia: la moglie ateniese di Leone IV, la regina Irene.

Secondo atto: il ritorno delle immagini e Irene d’Atene

Irene l’Ateniese, divenne reggente dopo la morte del marito e proveniva da una ricca famiglia greca, dove la rappresentazione iconografica del divino non era mai stato oggetto di divergenze. Ma l’obiettivo dell’imperatrice era quello di ritornare alle origini. E ci riuscì. Il ritorno alle icone non fu un colpo di mano, ma un capolavoro di diplomazia firmato dall’imperatrice. Irene dovette muoversi con estrema cautela in una Costantinopoli ancora dominata dai fedelissimi del defunto Costantino V. Nel 784, con le dimissioni del patriarca Paolo e l’ascesa del colto Tarasio, il terreno è pronto per un nuovo Concilio. Ma la strada non fu priva di pericoli: nel 786, i soldati iconoclasti irruppero spade in pugno nella Chiesa dei Santi Apostoli, sciogliendo l’assemblea con la forza.

Questo non fermò l’Imperatrice d’Oriente che non si diede per vinta: allontanò le truppe ribelli con il pretesto di una guerra e spostò il Concilio a Nicea nel 787. Qui, tra le mura che avevano visto nascere il primo dogma cristiano, l’iconoclastia fu condannata ufficialmente, sancendo che l’immagine non è l’oggetto dell’adorazione, ma un ponte verso il divino. Fu emanato così il Concilio di Nicea II. Siamo nel Maggio 787, proprio dove era stato emanato il primo concilio ecumenico sotto Costantino I. Sempre a Nicea cominciò il VII concilio, l’ultimo che la Chiesa d’Oriente riconobbe. Sette, le sedute, che portarono con accorta moderazione, alla riammissione nella comunità della Chiesa di quelli che erano stati iconoclasti.

Su questa base il concilio condannò l’iconoclastia come eresia, e ordinò la distruzione degli scritti iconoclasti e restaurò il culto delle immagini. Seguendo l’orma di Giovanni Damasceno il concilio collegò la questione delle immagini con la dottrina della salvazione e affermò il principio che la venerazione non è diretta all’immagine, ma alla persona sacra che vi è rappresentata, e che essa non ha niente a che vedere con l’adorazione che è dovuta solo a Dio. Una solenne seduta conclusiva, che si tenne il 23 ottobre nel palazzo Magnaura a Costantinopoli, confermò le risoluzioni del concilio e l’imperatrice e il suo giovane figlio vi apposero la firma.[7] Ma come spesso accade, certe cose ritornano e il fatto che già durante il concilio di Nicea non ci fosse un’unanimità, portò a successivi scontri tra Irene e il figlio ormai cresciuto, Costantino VI.

Costantino mentre ordina la distruzione delle icone, miniatura dalla Cronaca di Costantino Manasse

Ultimo atto della lotta: il ritorno dell’iconoclastia

Irene non fu particolarmente apprezzata dal figlio con il passare del tempo, tanto che, una volta raggiunta un’età consona alla reggenza, decise di escluderla dalle decisioni, in quanto si considerava pronto ad affrontare la carica di Imperatore d’Oriente. Questo, aggiunto al fatto che durante lo stesso concilio di Nicea non fosse stata raggiunta l’unanimità in quanto molti erano ancora attaccati alle teorie iconoclaste dei predecessori di Costantino, fu inizialmente e relativamente semplice escludere Irene dalle decisioni. Ma come precedentemente dimostrato, l’Imperatrice non era facile da spezzare.

Per circa un anno Costantino VI riuscì a governare ma la cosa non durò molto. Irene continua a cospirare fino alla morte, avvenuta per sua mano, del figlio. Tornata Basileus ton Rhomaion porta avanti una serie di sotterfugi che però, non porteranno a nulla, in quanto, con la nomina di Carlo Magno a imperatore dei Romani nella notte di Natale del 800, i sogni dell’Ateniese svaniscono definitivamente. Ma la pratica dell’iconoclastia? Tornò abbastanza facilmente. Nell’813, Leone V l’Armeno, che proveniva da Oriente e quindi da quella fetta di territorio dell’impero bizantino piuttosto favorevole alla distruzione delle immagini sacre, decise che dovesse essere parte fondamentale della sua reggenza.

Se la prima fase era stata mossa da un fervore quasi profetico, la reintroduzione dell’iconoclastia nell’814 sotto Leone V ha un carattere più pragmatico e sistematico. Leone, un generale convinto che i successi militari dei suoi predecessori (come Costantino V) fossero legati al rifiuto delle immagini, decise di riportare indietro l’orologio della storia. A differenza della prima ondata, Leone V cerca inizialmente di agire con una “legalità” apparente, ma la pratica iconoclasta diviene presto brutale: nell’815 si convoca il Sinodo di Costantinopoli (sulla scia del Concilio di Hieria del 754), che abolisce le decisioni prese a Nicea da Irene, reintroducendo una serie di clausole che, di fatto, reintroducono l’iconoclastia.

Il punto principale è la raschiatura delle chiese, che subirono un “restyling” (esempio: la chiesa di Santa Irene a Istambul) e i magnifici mosaici che Irene aveva restaurato vennero coperti da strati di calce o, nei casi più ostinati, le tessere dorate vennero rimosse una ad una. Le icone su tavola vennero sequestrate e bruciate pubblicamente, spesso nei mercati o davanti alle porte delle chiese. Altro drastico cambiamento lo abbiamo nella Sostituzione Simbolica: al posto dei volti dei santi e di Cristo, Leone V impose nuovamente il ritorno a motivi naturalistici (uccelli, alberi, scene di caccia) e alla croce nuda. Questo trasformò le chiese in giardini decorativi, privandole però della loro funzione di “portali verso il divino”.

Un altro punto importante era l’Umiliazione delle Immagini. Un metodo comune per scoraggiare i fedeli era il fango: le icone venivano calpestate o imbrattate per dimostrare che, essendo pura materia, non possedevano poteri miracolosi e non potevano né difendersi né tantomeno difendere chi le venerava. Infine, abbiamo la non scontata Repressione dei “Custodi”. I monaci, principali produttori e difensori delle icone furono le perfette vittime per Leone V che colpì duramente i monasteri e le figure legate ad essi. Chi si rifiutata di calpestare un’immagine sacra rischiava il carcere, la fustigazione o l’esilio.

La seconda iconoclastia (814-843) fu una reazione politica guidata da Leone V l’Armeno, che impose il patriarca Teodoto per epurare i dissidenti, tra cui l’abate Teodoro Studita. Dopo la tolleranza pragmatica di Michele II e le feroci (ma poco popolari) persecuzioni di Teofilo, il movimento crollò improvvisamente alla sua morte. Nell’843, la reggente Teodora, tale in quanto il figlio Michele III era ancora di minore età, depose l’ultimo patriarca iconoclasta e nominò Metodio I, ristabilendo definitivamente il culto delle immagini e sancendo la fine della seconda iconoclastia. Non fu la fine ma per il momento, le immagini potranno essere reintegrate ufficialmente nei luoghi di culto, e perché no, apprezzate.

Le icone: perché alcune venivano considerate eretiche?

Come abbiamo detto all’inizio dell’articolo, le figure che destarono effettivamente l’ira degli iconoclasti erano tutte quelle che rappresentavano Cristo, la Madonna, Santi e martiri come “umani”, andando ad enfatizzare una eventuale natura terrena che, per esempio, il figlio di Dio non poteva avere. In uno dei testi di Giovanni Damasceno, si parla proprio di come tutte le figure citate possano effettivamente essere rappresentate proprio per la natura umana che li contraddistingue, oltre che, ovviamente, a quella divina.

In “La fede ortodossa”, Damasceno, parla delle due nature di Cristo dicendo che il Figlio divino assunse il titolo di Cristo nell’istante in cui prese dimora nel grembo della Vergine, assumendo la natura umana e ricevendo così l’unzione celeste. Pertanto, la natura divina è non originata, ossia non creata, mentre tutto ciò che esiste dopo la natura divina è stato originato, dunque creato. Nella natura divina, il “non generato” si trova nel Padre (che non è stato generato), il “generato” nel Figlio (che è stato generato eternamente dal Padre) e il “procedente” nello Spirito Santo.

Tuttavia, tra le varie specie viventi, i primi esseri sono non generati in quanto concepiti dal Creatore, che non è un loro simile. Se gli interrogatori affermassero che Colui che è stato generato dalla santa Madre di Dio possiede due nature, noi confermiamo: sì, ha due nature: “poiché è allo stesso tempo Dio e uomo”. Lo stesso principio vale per crocifissione, resurrezione e ascensione. Se Cristo sulla croce ha sofferto fisicamente per i peccati del mondo, perché non dovrebbe essere considerato umano? Esiste dunque in due nature in quanto è stato appeso alla croce con il corpo, non con la divinità.

Quindi è lecito e fattibile rappresentare sia Cristo, quanto tutte le altre figure sopra citate, sostenendo che non esiste alcuna teoria che possa compromettere la natura divina dei soggetti, in quanto hanno vissuto da umani. Quindi quando guardiamo Cristo (o una sua icona), non stiamo guardando una “natura astratta”, ma una persona reale che ha sofferto fisicamente nella carne, pur rimanendo Dio. Proprio perché il simbolo non è una connessione arbitraria tra il significante e il suo significato, esso può avere la sua ragione d’essere nel modo stesso in cui la realtà si manifesta attraverso l’immagine.

Ma è fondamentale notare che, mentre il pensiero dei difensori delle icone (iconoduli) è giunto fino a noi con una mole immensa di trattati e documenti, la voce degli iconoclasti è quasi del tutto scomparsa. A causa della damnatio memoriae applicata dopo la vittoria del culto delle immagini nell’843 d.C., i testi ufficiali e i trattati teologici degli imperatori iconoclasti sono stati sistematicamente distrutti.

Quello che sappiamo oggi delle loro motivazioni deriva quasi esclusivamente dai loro oppositori: conosciamo le tesi iconoclaste solo perché autori come Giovanni Damasceno o Niceforo le citavano testualmente per poterle confutare. Di conseguenza, ci troviamo di fronte a un paradosso storiografico: studiare l’iconoclastia è come assistere a un processo giudiziario in cui è conservata solo l’arringa dell’accusa, mentre la difesa è stata cancellata dai verbali della storia.

Rappresentazione della distruzione d’icone nell’815, immagine presa dal Salterio Chludov

Conclusioni sul conflitto iconoclasta

L’analisi del conflitto iconoclasta ci restituisce l’immagine di uno scontro epocale, segnato però da un profondo squilibrio documentario. Se oggi leggiamo il trionfo delle immagini come una vittoria dell’ortodossia, non dobbiamo dimenticare che la damnatio memoriae ha quasi del tutto cancellato le ragioni dei “vinti”. Nonostante il silenzio delle fonti originali, emerge che gli iconoclasti non rifiutavano l’arte in sé, ma la pretesa di circoscrivere l’invisibile. Per loro, tentare di dipingere Cristo significava limitare la sua divinità a una forma umana (cadendo nel materialismo) o separare le sue due nature, cosa che ritenevano teologicamente inaccettabile.

L’iconoclastia resta dunque un enigma storico: un tentativo radicale di purificare il culto che, pur sconfitto, ha costretto la Chiesa a definire con precisione millimetrica il confine tra la venerazione del simbolo e l’idolatria della forma. Questo contrasto ideologico, lungi dall’esaurirsi nell’VIII secolo, tornerà ciclicamente in auge nel corso della storia, segnando altri profondi strappi nel mondo cristiano. L’iconoclastia non fu solo una parentesi di distruzione, ma il travaglio di nascita dell’identità bizantina.

Uscendo da questa crisi, l’Impero non solo riabbracciò le sue immagini, ma definì una volta per tutte il ruolo dell’arte: l’icona non era più un semplice ornamento, ma una “teologia visiva” essenziale per la fede. Mentre l’Occidente prendeva una strada più realistica e narrativa, l’Oriente bizantino sceglieva la solennità dei fondi oro e il mistero della trasfigurazione, creando quel canone estetico che ancora oggi ammiriamo nelle chiese ortodosse. Il Trionfo dell’Ortodossia dell’843 non segnò solo la fine di una guerra civile, ma l’inizio di un’epoca in cui l’Impero, pur ridotto nei confini, trovò nella sacralità delle sue immagini una forza culturale inattaccabile.

Libri consigliati:

  • Conterno, La «descrizione dei tempi» all’alba dell’espansione islamica. Un’indagine sulla storiografia greca, siriaca e araba fra VII e VIII secolo, Walter de Gruyter GmbH & Co., Berlino, 2012.
  • Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi Editore, Torino, 2017.
  • Damasceno, La fede ortodossa, Città Nuova Editrice, Roma, 1998.
  • Lingua, L’icona, l’idolo e la guerra delle immagini. Questioni di teoria ed etica dell’immagine nel cristianesimo, Edizioni Medusa, Milano, 2006.
  • Podcast Pillole di storia, #513 – Leone III l’Isaurico, Imperatore iconoclasta, 2024.
  • Podcast Vanilla Magazine, Irene d’Atene: Imperatrice Assassina venerata come Santa, 2022.
  • Video Youtube, Marco Ravasio, Storia del Papato: Iconoclastia, Stato Pontificio, Concilio di Nicea II, Carlo Magno e Filioque, 2021.

NOTE: 

[1] Esodo; 20; 1-6

[2] https://www.youtube.com/watch?v=OA22PrARaJY

[3] Nella storia del cristianesimo, monofisismo è il termine con il quale si indicano in generale le varie dottrine teologiche di coloro che hanno negato la duplice natura, divina e umana, del Cristo, affermando, con sfumature diverse, l’unicità della sua natura, cioè quella divina (da Treccani dizionario).

[4] I Pauliciani erano dei seguaci di una setta ereticale sorta verso la metà del VII sec., la quale, organizzata da Costantino di Samosata, pretendeva rifarsi all’azione e al pensiero dell’apostolo Paolo (da cui deriverebbe, secondo alcuni, il nome della setta, che altri derivano invece da Paolo di Samosata), si ispirava a un dualismo nettamente manicheo e marcionita, contrapponeva il Dio celeste al Creatore, respingeva l’Antico Testamento e negava l’Incarnazione (da Treccani dizionario).

[5] G. Ostrogorsky, P. Leone, Storia dell’impero bizantino, pag.178

[6] G. Ostrogorsky, P. Leone, Storia dell’impero bizantino, pag.180

[7] G. Ostrogorsky, P. Leone, Storia dell’impero bizantino, pag.197

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi Editore, Torino, 2017.
  • Damasceno, La fede ortodossa, Città Nuova Editrice, Roma, 1998.
Letture consigliate
Tags: Impero BizantinoStoria del Cristianesimo
Lucrezia Cotugno

Lucrezia Cotugno

Sono Laureata in Scienze storiche e del patrimonio culturale presso l'università degli studi di Siena con una tesi di Storia contemporanea sul caso Watergate con il titolo di "Il caso Watergate nella stampa Italiana (1972-1974)" e, successivamente, ho conseguito una Laurea magistrale in Storia e Filosofia (indirizzo storico) sempre all'università degli studi di Siena con una tesi in Storia della contemporaneità dal titolo "Azione Nonviolenta (1964-2023). Un giornale antimilitarista per l'obiezione di coscienza".

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