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Biografia di Hideki Tōjō, criminale di guerra o capro espiatorio?

Il generale soprannominato "Rasoio", metodico ed efficiente, morì impiccato per crimini di guerra. Dittatore sui generis, la sua biografia mette in luce tanto le nefandezze dell’esercito giapponese quanto le contraddizioni dei processi successivi alla seconda guerra mondiale.

di Gianmarco Biccini
1 Settembre 2026
TEMPO DI LETTURA: 17 MIN
Hideki Tojo

Hideki Tojo

CONTENUTO

  • Un ritratto storico di Hideki Tōjō
  • Le origini di Hideki Tōjō: figlio della nuova casta militare
  • Berlino e la lezione della guerra totale
  • Lo scontro tra il Tōseiha e il Kōdōha
  • L’esperienza in Manciuria
  • Ministro della Guerra e Primo Ministro: l’apogeo di Tōjō
  • Da Pearl Harbor alla disfatta
  • La caduta del generale Tōjō
  • Il processo di Tokyo, l’esecuzione e il mistero delle ceneri
  • Riassunto della vita di Hideki Tōjō

Un ritratto storico di Hideki Tōjō

Il 28 aprile 1945 Benito Mussolini viene fucilato da un gruppo di partigiani. Appena due giorni dopo, Adolf Hitler si toglie la vita nel suo bunker. L’11 settembre Hideki Tōjō, circondato dalle truppe d’occupazione statunitensi, prova a togliersi la vita sparandosi al petto. Non colpisce punti vitali, sopravvive e viene arrestato. La sua vita è destinata a concludersi il 23 dicembre 1948, impiccato a seguito della sentenza del Tribunale di Tokyo.

La figura del “dittatore” Hideki Tōjō è piuttosto peculiare: non spicca per carisma, non ha goduto di un culto della personalità, sempre all’ombra dell’imperscrutabile imperatore Hirohito, ma si è distinto per efficienza e capacità organizzativa, diventando una figura fondamentale per l’Esercito Imperiale Giapponese. Nel perseguire l’obiettivo di elevare l’arcipelago a potenza mondiale, i soldati si sono macchiati di crimini di guerra efferati e ancora oggi non pienamente riconosciuti. Ancora oggi il fenomeno delle comfort women coreane è minimizzato e il massacro di Nanchino non è menzionato nei libri didattici.

Hideki Tōjō, al contrario di Hitler e Mussolini, non è stato né l’ideologo né la figura carismatica dell’ultra-nazionalismo nipponico: è piuttosto la conseguenza estrema di condizioni pre-esistenti. Ciononostante, pur senza aver sparato un colpo, è stato responsabile e mandante di alcune delle azioni più deprecabili della seconda guerra mondiale. A causa della posizione apicale, è stato l’uomo su cui l’establishment giapponese e l’occupazione americana hanno scelto di far ricadere una colpa non soltanto sua, nella fretta di Washington di guadagnare un prezioso avamposto in Asia in vista dei decenni successivi.

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Le origini di Hideki Tōjō: figlio della nuova casta militare

Hideki Tōjō nasce a Tokyo il 30 dicembre 1884, in pieno periodo Meiji. L’epoca Meiji (che significa “Regno Illuminato”) comincia nel 1868. Fino a quel momento, il Giappone era stato un “impero” chiuso al resto del mondo, retto secondo logiche feudali dal clan Tokugawa. La chiusura al mondo esterno aveva provocato da un lato arretratezza tecnologica e militare e, dall’altro, la sedimentazione di un senso d’identità collettiva e omogeneità etnica. 

L’isolamento termina nel 1853, quando gli Stati Uniti inviano una flotta guidata dall’ammiraglio Perry per “convincere” il Giappone ad aprirsi al commercio internazionale. Le velate minacce statunitensi provocano una spaccatura nella leadership giapponese, divisa tra i sostenitori dello shogun (e quindi del vecchio sistema feudale) e chi desidera una palingenesi dei popolo giapponese. Questi ultimi si riuniscono attorno all’imperatore, figura divina sul piano religioso ma da secoli privata di qualsiasi potere materiale.

I dissidi tra le due fazioni sfociano in una vera e propria guerra civile, vinta dalla corrente imperiale: lo shogunato termina e l’imperatore Mutsuhito si riappropria – almeno formalmente – dei poteri sovrani. Il nuovo governo ridisegna le gerarchie del periodo Tokugawa e stravolge il Giappone: l’apertura al mondo rivela le capacità di un popolo in grado di recuperare in pochi decenni secoli di arretratezza e di posizionarsi in cima a svariati mercati internazionali. Da Paese periferico e isolato, il Giappone si appresta a diventare una potenza mondiale.

È in questo contesto che il giovane Tōjō muove i suoi primi passi. Il padre, Hidenori, è una figura di raccordo tra la vecchia leadership shogunale e la nuova imperiale: pur appartenente all’ultima generazione di samurai, si allinea subito al governo Meiji, evitando le conseguenze dalla guerra civile. I Tōjō sono una famiglia di militari, e il destino di Hideki, senza grandi colpi di scena, segue questo filo. Studia in istituti di élite come l’Accademia Militare Imperiale e il Collegio di Stato Maggiore, che formeranno la futura classe dirigente nipponica.

La carriera di Tōjō si sviluppa negli Stati Maggiori e nei comandi amministrativi, dove si distingue per disciplina, precisione e metodicità, qualità che lo rendono un pianificatore eccellente. I suoi commilitoni iniziano a chiamarlo “Rasoio“ (kamisori) in virtù di queste caratteristiche. Nei suoi primi incarichi si guadagna la fama di ufficiale efficientissimo e di successo, che pretende dai suoi sottoposti la sua stessa disciplina ferrea e dedizione totale.

Berlino e la lezione della guerra totale

Nel 1919 Tōjō riceve il primo incarico di prestigio: addetto militare all’ambasciata giapponese presso la Repubblica di Weimar. Si tratta di un lavoro d’intelligence che lo porta a seguire l’evoluzione dell’ormai fragilissimo esercito tedesco. Nonostante osservi uno Stato allo sbando, umiliato e in subbuglio, il soldato giapponese trae un insegnamento fondamentale, assimilando il concetto di “guerra totale“ teorizzato dal generale Ludendorff. Il veterano della Prima guerra mondiale sostiene che la condizione fondamentale per vincere una guerra sia la capacità di mobilitare le risorse nazionali nel modo più efficiente possibile. Una visione militare che travalica il fronte e si estende a ogni ambito della vita quotidiana di cittadini costantemente mobilitati nello sforzo bellico.

Tōjō si accorge che la nozione di guerra totale si sposa perfettamente con lo spirito nazionale del suo popolo. Il Giappone di quel tempo è caratterizzato da gerarchie rigidissime, un imperatore dalle presunte origini divine, un popolo sempre più consapevole delle proprie capacità e una narrazione nazionalista e suprematista inculcata fin dall’infanzia. I giapponesi hanno costruito in pochi decenni ciò che gli europei avevano costruito in secoli; si sentono investiti della missione divina di conquistare l’Asia, liberandola dal colonialismo occidentale; sono altamente motivati, disposti a dare la vita per l’imperatore e ragionano come una grande famiglia. Da questa prospettiva, la partecipazione collettiva allo sforzo bellico non sembra solo possibile, ma la naturale conseguenza dell’identità nazionale nipponica. Forte di questa convinzione, Tōjō torna in Giappone. Il militarismo giapponese è al suo apogeo. 

Lo scontro tra il Tōseiha e il Kōdōha

Mentre Tōjō si fa strada nell’esercito imperiale, questo è attraversato da una lotta intestina tra le fazioni Tōseiha e Kōdōha. Nei primi anni Trenta Tōjō frequenta, la Isseki-kai (la “Società di un’unica sera”), nell’orbita culturale del Kōdōha, la “Fazione della Via Imperiale“. Le società segrete come la Isseki-kai sono un tassello fondamentale, spesso poco considerato dalla storiografia occidentale, per comprendere l’evoluzione del nazionalismo giapponese. Si tratta di confraternite, a volte vere e proprie sette, composte da notabili della società: studenti, intellettuali, ufficiali militari.

Oltre a svolgere la funzione di incubatore ideologico del suprematismo nipponico, alcune di queste società si organizzano in milizie più o meno supportate dallo Stato e svolgono attività di intelligence, sabotaggio e terrorismo. Ebbene, i leader carismatici del Kodoha sono i generali Sadao Araki e Jinzaburō Masaki. I due creano un vero e proprio culto di seguaci attorno alla venerazione religiosa ed indefessa per l’Imperatore e la “Via Imperiale”. Il Kōdōha rappresenta l’ala radicale dell’esercito. Fa presa sui giovani ufficiali provenienti dalle campagne sfruttando una narrazione che mischia poetica e metafisica, interpretando l’espansionismo giapponese come una missione divina. Le idee del Kōdōha iniziano a ricevere critiche a seguito della conquista di Jinzhou, in Manciuria (regione nord-orientale della Cina), nel 1932. 

Nagata Tetsuzan, amico e mentore di Tōjō, teme l’espansione rapida e brutale sul continente possa provocare l’isolamento internazionale del Giappone; Araki lo liquida come “miope” e insiste per continuare la conquista della Cina. Nagata abbandona la setta militare, seguito da Tōjō. Attorno ai due confluirà il Tōseiha, la “Fazione di Controllo” ‘etichetta affibbiata con disprezzo dai militanti del Kōdōha. Il Tōseiha incarna un Giappone sempre militarista ed imperialista, ma in un’accezione più pragmatica: punta sulla pianificazione industriale centralizzata, sulla modernizzazione bellica e su strutture di comando gerarchiche e burocratizzate.

Nessuna delle due fazioni mette in discussione le velleità imperialistiche di Tokyo: il loro scontro si basa sul metodo per raggiungere l’egemonia continentale. In questa dicotomia, Tōjō si inserisce tra i pragmatici, tra i burocrati autoritari: più che alla mistica e al “vero spirito nipponico, “Rasoio” è interessato a favorire la definitiva consacrazione del Giappone attraverso la tecnica e il metodo razionale.

La faida degenera nel sangue il 12 agosto 1935, quando il tenente colonnello Aizawa Saburō — un fanatico del Kōdōha — irrompe nell’ufficio di Nagata a Tokyo e lo uccide a colpi di sciabola. Alla notizia, Tōjō rientra immediatamente nella capitale, correndo un rischio personale reale: si vocifera che il prossimo bersaglio sia lui. Alimentato ora da un autentico desiderio di vendetta, l’ufficiale guida il Tōseiha nella lotta intestina contro i rivali.  Le tensioni culminano il 26 febbraio 1936, quando un gruppo di giovani ufficiali del Kōdōha tentano un colpo di Stato: commettono una serie di omicidi politici coordinati e diversi esponenti di governo — tra cui il ministro delle Finanze — restano uccisi.

L’imperatore Hirohito, si oppone con inaspettata fermezza al golpe, rifiutando persino la richiesta di concedere ai cospiratori l’onore di un suicidio rituale: li vuole trattati, senza eccezioni, da traditori. Quasi tutti gli ufficiali ribelli si arrendono, vengono processati e la maggior parte di loro condannati a morte. Segue una vasta campagna di epurazioni che si conclude con la decapitazione della leadership del Kōdōha: Masaki finisce agli arresti domiciliari e Araki è costretto al ritiro. Il Tōseiha esce vincitore da questa faida, e Hideki Tōjō diventa uno degli uomini più potenti dell’esercito giapponese.

Il tentato golpe del 1936 è interpretabile secondo il concetto di gekokujō, letteralmente “gli inferiori rovesciano i superiori”. È la tradizione, radicata nell’esercito imperiale, per cui ufficiali di grado medio-basso agiscono in aperta insubordinazione rispetto ai comandi superiori — talvolta persino rispetto all’imperatore o lo shogun — convinti che le sfide del loro tempo necessitino di una rivoluzione nella catena di comando. La scalata al potere di Tōjō lo porterà a confrontarsi con il gekokujō da entrambe le prospettive: prima da quella del giovane che disattende gli ordini imperiali (specialmente in qualità di Capo dello Stato Maggiore in Cina) e costringe lo Stato ad allinearsi al fatto compiuto, e poi da quella dell’anziano primo ministro, costretto alle dimissioni da una nuova generazione di soldati disperati.

L’esperienza in Manciuria

Il dominio del Tōseiha, comunque, affonda le radici nel progetto di conquista della Manciuria, una regione della Cina confinante con Mongolia, Russia e Corea. La zona è da decenni oggetto dell’espansionismo giapponese (la guerra russo-giapponese del 1904-1905 ha le sue radici proprio sul suo controllo). Nel 1931 alcuni ufficiali dell’Armata del Kwantung — il contingente militare giapponese di stanza in Cina, ormai talmente autonomo da essere considerato un esercito parallelo  — mettono in scena un attentato sotto falsa bandiera: il cosiddetto “incidente di Mukden“. Fanno esplodere un tratto della ferrovia sud-manciuriana, di proprietà giapponese, e incolpano gli indipendentisti cinesi per giustificare un’invasione su larga scala. Il piano riesce: la Manciuria viene invasa integralmente e il Giappone crea lo Stato fantoccio dell Manchukuo, retto dall’ultimo imperatore cinese Pu Yi.

Tra il 1935 e il 1937 Tōjō dirige, nel Manchukuo, la Kempeitai, la famigerata polizia militare giapponese. Porta avanti una campagna di persecuzioni indiscriminate ai danni dei cinesi, considerati una razza inferiore e nemica. Il generale adempie con zelo al suo incarico (la violenza diventa una prassi sistematica, e i soldati giapponesi vengono incentivati a perpetrarla), e contribuisce all’escalation nel continente asiatico. Il generale è talmente efficace che nel 1938 viene richiamato a Tokyo e nominato viceministro della Guerra, nonostante lui stesso si aspettasse un richiamo per insubordinazione (di sua iniziativa aveva infatti ordinato alcuni sconfinamenti in territorio mongolo e sovietico).

La Manciuria è stato il laboratorio della dottrina militare — e criminale — dell’esercito imperiale: economia pianificata, propaganda martellante, controllo poliziesco capillare, privazioni sistematiche e uno stato d’assedio permanente logorano lentamente la resistenza cinese, che tuttavia non si spezzerà mai del tutto. Tōjō non è il padre di un’ideologia, ma di un metodo: disumano e violento, eppure straordinariamente efficiente. Le fondamenta poste durante l’esperienza del Manchukuo troveranno eco su scala nazionale nella Legge di Mobilitazione Generale del 1938: la dottrina Tōjō diventa, a tutti gli effetti, dottrina di Stato.

Ministro della Guerra e Primo Ministro: l’apogeo di Tōjō

Dal 1938 al 1941 il generale svolge gli incarichi di viceministro della Guerra e direttore generale dell’aviazione militare. Sono gli anni in cui le cariche politiche e militari dell’Impero del Sol Levante iniziano a fondersi fino a diventare indistinguibili. Al termine di un processo durato decenni, che riflette la storia del Paese, il potere marziale fagocita quello politico. Tōjō non è l’artefice di questo passaggio da leadership politica a militare, ne è piuttosto la manifestazione più evidente. Semplicemente, il suo talento organizzativo e la sua disciplina ossessiva sono talmente evidenti che la sua scalata al potere diventa inevitabile.

Nel 1941 avviene la consacrazione: Hideki Tōjō è nominato ministro della Guerra nel governo Konoe (luglio 1940 – ottobre 1941). Il primo ministro è impegnato in dialoghi diplomatici con gli Stati Uniti, scontenti delle politiche imperialiste di Tokyo. Gli USA minacciano un embargo, soprattutto sul petrolio — risorsa vitale per i giapponesi, che ne sono quasi del tutto privi sul territorio nazionale. Smettere di importare il petrolio statunitensei significa rinunciare non solo ai progetti di egemonia continentale, ma anche frenare bruscamente un settore industriale galoppante. Nella sua veste di ministro della Guerra, Tōjō risponde alle minacce americane firmando il Patto Tripartito con Italia e Germania: nasce l’Asse Roma-Berlino-Tokyo.

Dall’altra parte, il più moderato Konoe cerca di risolvere il contenzioso con Washington con la diplomazia. Tuttavia, l’intera macchina imperiale è ormai orientata allo sforzo bellico: i civili sono abituati a privazioni quotidiane, i giovani hanno tutti ricevuto un’educazione militare, l’industria serve quasi interamente l’esercito e, soprattutto, non è affatto sicuro che l’Armata del Kwantung obbedirà a un eventuale ordine di dietrofront. Date le condizioni, prevale l’ala oltranzista e intransigente con gli Stati Uniti. Konoe è costretto alle dimissioni e Tōjō viene nominato primo ministro.

Da Pearl Harbor alla disfatta

Da primo ministro, Tōjō incorpora a sé anche i portafogli della Guerra e dell’Interno. È l’apice del suo potere, tra competenze formali e disponibilità materiali. Un potere che tuttavia rimane inserito in logiche costituzionali e condiviso con la Marina Imperiale, l’Armata del Kwantung, i grandi gruppi industriali (gli zaibatsu) e l’imperatore. Il massimo potere raggiunto da Tōjō non è lontanamente paragonabile a quello di Hitler, compiutamente totalitario, e nemmeno a quello di Mussolini che, pur essendo costretto a lasciare margini alla Chiesa, al Re e agli industriali, esprimeva un controllo politico quasi assoluto. 

Il nuovo primo ministro giapponese sostiene la necessità di un attacco preventivo contro gli Stati Uniti. Nonostante le reticenze di Isoroku Yamamoto — il celebre ammiraglio della marina imperiale, che aveva trascorso anni negli USA e aveva avvertito circa l’impossibilità di piegare militarmente Washington — Tokyo lancia l’ordine di attaccare la base navale di Pearl Harbor. Il 7 dicembre 1941 lo stesso Yamamoto conduce l’attacco a sorpresa che sbaraglia la marina statunitense.

A questo punto, il Giappone lancia un’offensiva fulminea su scala continentale. Una dopo l’altra cadono Filippine, Thailandia, Malesia, Birmania, Indocina, Indonesia e Singapore; i giapponesi giungono alle porte di India e Australia. Nonostante il Trono di Crisantemo sia giunto al suo apice territoriale, i sacrifici materiali e umani sono enormi. Nel frattempo, gli Stati Uniti si riorganizzano e ottengono la prima grande vittoria nella battaglia delle Midway (giugno 1942). Questo evento segna un punto di non ritorno: i continui sacrifici a cui è costretta la popolazione giapponese, il numero di morti, i crimini di guerra e la predazione delle risorse nei territori occupati e non bastano a piegare gli Stati Uniti, che cominciano una risalita irrefrenabile verso Tokyo.

La guerra inizia a volgere a favore degli Alleati e le truppe giapponesi retrocedono sempre di più. Per la storia di Tōjō, una vicenda centrale è la sconfitta nella battaglia di Saipan (29 giugno – 9 luglio 1944), un’isola del Pacifico abbastanza vicina al Giappone da permettere agli USA di usarla come base per i nuovi bombardieri B-29. La caduta di Saipan apre a una serie di disfatte militari sempre più cocenti.

La caduta del generale Tōjō

Con il crollo di Saipan ormai certo, il Primo Ministro tenta di farsi da parte, proponendo il principe Higashikuni come possibile successore. Il principe rifiuta categoricamente, affermando che Tōjō dovesse restare al potere e “condurre la guerra fino all’amaro epilogo”. La decisione del Principe è piuttosto pragmatica: conscio dell’imminente sconfitta, tenta di veicolare l’idea di una guerra interamente voluta dal generale pur di proteggere la dinastia imperiale. Lo stesso Hirohito rifiuta di chiedere le dimissioni dell’esecutivo, adducendo alla volontà di non violare la Costituzione.

Mentre il palazzo imperiale mantiene una condotta ambigua nei confronti di Tōjō, questo è bersaglio di due complotti. Il primo è ordito da ex ufficiali di marina, che pianificano di sparargli mentre si trova in automobile. Il secondo è organizzato da un vecchio nemico del generale, Ishiwara Kanji, che già aveva definito “Rasoio” come un “nemico del Giappone”. Nessun attentato viene mai effettivamente compiuto, poiché nel frattempo si è già avviata una campagna di pressione politica, portato avanti dalla Marina e dagli ex primi ministri, che convince il Primo Ministro alle dimissioni nel 18 luglio 1944. L’attentato pensato da Kanji era stato pianificato per le ore appena successive. Tōjō viene estromesso dalla vita politica attraverso canali istituzionali e gruppi di pressione, in rottura rispetto ai ben più cruenti cambi di leadership precedenti. 

Fintanto che Tōjō rappresentava un simbolo di efficienza, ordine e corretta amministrazione delle risorse, era considerato imprescindibile. Ma con l’arcipelago ormai sull’orlo della devastazione, gli ideali mistico-imperiali di giovani ufficiali e gli altri poli del potere prendono il sopravvento e ne causano la destituzione; la stessa logica di insubordinazione che Tōjō aveva praticato in Manciuria si è ritorta contro di lui.

Con le dimissioni di Tōjō, il potere passa ai Kuniaki Koiso. Durante l’ultimo anno di guerra il generale rimane membro della Camera dei Rappresentanti e una sorta di consulente militare. La sua figura è ormai ai margini della vita politica. Intanto il fronte pacifico si sposta all’interno del Giappone: le città nipponiche sono bombardate e sottoposte a una distruzione quasi totale. L’esercito imperiale reagisce con scelte drammatiche, come l’impiego di piloti kamikaze, i suicidi delle alte sfere militari e una resistenza a oltranza nonostante l’evidenza dell’imminente sconfitta.

Il 6 e il 9 agosto, infine, vengono sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. L’Impero del Sol Levante accetta la resa incondizionata, l’imperatore Hirohito annuncia, nel suo giapponese di corte vecchio di secoli, la sconfitta e le truppe americane cominciano l’occupazione dell’arcipelago. Tōjō è uno dei principali ricercati dagli americani. L’undici settembre 1945 l’esercito d’occupazione circonda la villa del generale, il quale prova a togliersi la vita sparandosi. Non colpendo punti vitali, riesce a sopravvivere e viene tratto in arresto.

Il processo di Tokyo, l’esecuzione e il mistero delle ceneri

Il 29 aprile 1946 il Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente diventa operativo: comincia il processo di Tokyo. Tōjō è imputato insieme ad altri 27 di aver partecipato a guerre d’aggressione e di aver commesso crimini di guerra. Il generale dimostra spiccate doti oratorie e persuasive, capaci di mettere in imbarazzo il procuratore capo americano Joseph Keenan e di ottenere le doti dell’inglese Comyns-Carr. L’ex primo ministro sfrutta il processo per riguadagnare popolarità tra i giapponesi e riscattare la sua figura. Ciononostante, questo non basta a evitare una sentenza che sembra già scritta.

Il 12 novembre 1948 il processo si conclude: Hideki Tōjō, insieme ad altri sei imputati, è condannato all’impiccagione. Il generale si toglie le cuffie per la traduzione e rifiuta di ascoltare la sentenza. Durante gli ultimi mesi di vita, avviene in lui una sorta di rinascita religiosa; si avvicina alla scuola buddista Jōdo Shinshū, cui appartenevano anche sua madre e sua sorella. Poche ore prima della sentenza scrive: “Alzando lo sguardo, odo con riverenza la voce del Buddha che mi chiama dal cielo limpido e sconfinato”.

Il generale viene impiccato all’alba del 23 dicembre 1948, nel carcere di Sugano, insieme ad altri sei criminali di classe A. Poco prima dell’esecuzione si scusa con i lettori della rivista Daiyamondo, riconoscendo che la sua morte non può espiare la sua responsabilità nei confronti dei caduti e delle loro famiglie in lutto. Con tutta probabilità si riferisce ai caduti e alle famiglie giapponesi; fino all’ultimo, “Rasoio” non mostra segni di pentimento o consapevolezza delle efferate azioni commesse dall’esercito imperiale. Fino all’ultimo ha ritenuto quello di Tokyo un processo politico e ha accusato gli Stati Uniti di aver compiuto crimini di guerra, su tutti le bombe su Hiroshima e Nagasaki.

Vale la pena sottolineare un dettaglio singolare della morte di Tōjō: per settant’anni nessuno riesce a rintracciare le sue ceneri. Solo grazie a documenti americani declassificati decenni dopo si è scoperto che l’esercito di occupazione, timoroso che le ceneri potessero divenire oggetto di pellegrinaggio, devozione o simbolo del revanscismo giapponese, sceglie di disperderle nell’Oceano Pacifico. La breve popolarità guadagnata con il processo di Tokyo è tuttavia destinata ad esaurirsi in poco tempo: il miracolo economico giapponese è senza precedenti e il popolo si abitua in fretta a un benessere semi-diffuso; notabili dei decenni successivi lo giudicano “spregevole”, “responsabile dell’economia della disfatta”, lo accusano di essersi “atteggiato a eroe nel perseguire sogni di invasione asiatica”. 

Questo è l’epilogo della vita di un uomo che ha rappresentato perfettamente il Giappone del suo tempo: un impero nazionalista, sprezzante, da un lato smanioso dell’approvazione delle potenze occidentali, dall’altro cavalcante la narrazione di liberatore dell’Asia (atta a smascherare progetti imperialisti non dissimili da quelli europei). Tōjō ha saputo incarnare i valori prediletti dalla società nipponica: l’ossequio, la disciplina, il metodo, l’emulazione dei pregi occidentali e la sintesi con i valori giapponesi. Ha saputo coniugare la mistica del guerriero con l’efficienza dello statista.

Non grazie al culto della personalità, destinato esclusivamente all’imperatore, bensì grazie alle sue capacità, ha ottenuto ruoli sempre più importanti, avanzando per meriti amministrativi piuttosto che per consensi politici democratici o per carisma totalitario. Queste qualità oggettive sono state applicate a un culto della guerra e della razza che ha reso il generale/ministro mandante di efferati crimini contro l’umanità non dissimili a quelli commessi in Europa. Pur non sporcandosi mai le mani in prima persona, è stato il responsabile degli ordini più nefasti che rivelano una doppia faccia: la prima, istituzionale e meritocratica, che gli ha permesso di ottenere i rispetti di un popolo intero, la seconda, oppressiva e crudele, che lo ha reso il principale capro espiatorio di un regime aggressivo e criminale. 

Riassunto della vita di Hideki Tōjō

Hideki Tōjō nasce a Tokyo il 30 dicembre 1884, in una famiglia della casta militare emersa dalla Restaurazione Meiji. Formato all’Accademia Militare Imperiale, nel 1919 viene inviato come addetto militare a Berlino, dove assimila la dottrina della “guerra totale” di Ludendorff. Rientrato in Giappone, entra nell’orbita del Kōdōha, ma rompe con la fazione a fianco del mentore Nagata Tetsuzan, dando vita al Tōseiha, di cui diventa uno dei leader.

Dopo l’assassinio di Nagata nell’agosto 1935 e la repressione del tentato colpo di Stato del 26 febbraio 1936, il Tōseiha conquista l’egemonia sull’esercito imperiale. Tra il 1935 e il 1937 Tōjō dirige la Kempeitai nel Manchukuo, distinguendosi per l’efficienza repressiva contro la popolazione cinese. Nominato ministro della Guerra nel 1940, contribuisce alla firma del Patto Tripartito e, il 17 ottobre 1941, diventa primo ministro. Sotto la sua guida il Giappone attacca Pearl Harbor (7 dicembre 1941) ed entra in guerra contro gli Alleati.

In seguito alla sconfitta delle Midway (giugno 1942) e alla caduta di Saipan, si dimette da tutte le cariche il 18 luglio 1944 — sfuggendo, per poche ore, a un attentato pianificato contro di lui. Arrestato dopo un tentato suicidio l’11 settembre 1945, viene processato dal Tribunale di Tokyo e condannato a morte il 12 novembre 1948. Viene giustiziato per impiccagione il 23 dicembre 1948. Le sue ceneri vengono disperse in segreto nell’Oceano Pacifico dalle autorità d’occupazione statunitensi.

BIBLIOGRAFIA:

  • Peter Mauch, Tojo: The Rise and Fall of Japan’s Most Controversial World War II General, Harvard University Press, 2024.
  • Herbert P. Bix, Hirohito and the Making of Modern Japan, HarperCollins, 2000.

SITOGRAFIA: 

  • Britannica, Hideki Tojo: https://www.britannica.com/biography/Tojo-Hideki 
  • Historycrunch, Hideki Tojo, a detailed biography: https://historycrunch.com/hideki-tojo/ 
  • L’Eco del Nulla, Hideki Tojo: https://www.ecodelnulla.it/hideki-tojo
Gianmarco Biccini

Gianmarco Biccini

Prossimo alla laurea magistrale in Relazioni Internazionali, ho conseguito la laurea triennale in scienze dell'amministrazione e delle relazioni internazionali presso l'Università di Roma Tor Vergata. La mia tesi di laurea, in global history, ha come titolo "Islam e politica: dalla crisi del bipolarismo al nuovo ordine mondiale". In passato ho collaborato con la rivista Everyeye e ora scrivo periodicamente articoli di storia e politica estera.

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