CONTENUTO
La guerra del Pacifico, riassunto
La guerra del Pacifico, parte cruciale della Seconda guerra mondiale, affonda le radici nell’espansionismo giapponese degli anni ’30. Dopo l’invasione della Manciuria e della Cina, Tokyo mira a creare una “sfera di Coprosperità” asiatica, basata sul controllo delle risorse naturali come petrolio e gomma. Le sanzioni economiche imposte dalle potenze occidentali spingono il Giappone a colpire preventivamente: il 7 dicembre 1941 attacca Pearl Harbor, danneggiando la flotta americana e aprendo le ostilità.
Segue una travolgente avanzata nipponica: Filippine, Hong Kong, Malaya, Singapore, Indie Olandesi e Birmania cadono in rapida successione. Tuttavia, la vittoria statunitense a Midway, nel giugno 1942, segna una svolta decisiva: quattro portaerei giapponesi vengono distrutte e l’iniziativa passa gradualmente agli Alleati, che dispongono di una capacità industriale nettamente superiore.
Inizia così la strategia americana del “salto delle isole”. La campagna di Guadalcanal, agosto 1942-febbraio 1943, dimostra la determinazione giapponese, ma anche la crescente supremazia alleata. Le battaglie in Nuova Guinea, nelle Salomone e nelle Marshall riducono progressivamente lo spazio d’azione nipponico. Nel 1944 cadono le Marianne, Saipan, Guam, Tinian, che consentono agli Stati Uniti di colpire direttamente l’arcipelago metropolitano con i bombardieri B-29 e provocano la caduta del governo Tojo.
La riconquista delle Filippine culmina nella battaglia del Golfo di Leyte , ottobre 1944), il più grande scontro navale della storia, che annienta la marina giapponese. Tuttavia, la resistenza resta accanita: a Peleliu, Iwo Jima e Okinawa i giapponesi combattono fino all’ultimo uomo, ricorrendo anche agli attacchi suicidi dei kamikaze. Di fronte alla prospettiva di un’invasione delle isole metropolitane, gli Stati Uniti scelgono di impiegare la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, agosto 1945. Il Giappone annuncia la resa e il 2 settembre firma l’atto di capitolazione. La guerra del Pacifico si chiude con un bilancio devastante: più di tre milioni di morti giapponesi civili e militari, 200 000 morti statunitensi, prevalentemente militari, distruzioni immense e la nascita di un nuovo equilibrio mondiale, con gli Stati Uniti come potenza egemone in Asia e l’inizio della guerra fredda.
Contesto e premesse della guerra combattuta nel Pacifico
Negli anni 30 quella americana è una società frammentata: l’unica cosa che tutti affrontano allo stesso modo è la grande depressione. Nel 1940 gli americani rieleggono Franklin Roosevelt contando sulla sua promessa di non entrare in guerra pensando che prima il paese debba risolvere i propri problemi. Se è vero che la preoccupazione più grande degli Stati Uniti è la Germania nazista, è anche vero che il Giappone ha iniziato la sua guerra ben prima, nel 1930, invadendo la Cina. Quindi gli Stati Uniti sanno che prima o poi anche il fronte del Pacifico sarà interessato dalla guerra. I vertici militari giapponesi stanno preparando i loro piani dagli anni 30: prevedono la conquista di tutta la fascia di isole dalla Filippine all’Indonesia, fino alla Polinesia ad est e alla Birmania ad ovest per assicurarsi la sfera di Co-prosperità asiatica. Nei piani di conquista dei vertici militari, questa è indispensabile per garantire al Giappone le materie prime di cui ha disperatamente bisogno, come la gomma, il petrolio e l’acciaio.
Tutte le forze armate giapponesi vengono sapientemente e accuratamente addestrate. L’esercito si prepara agli scenari più ostili come la guerra nella giungla. La fanteria di marina si prepara a sbarcare, l’aviazione navale testa nuovi siluri e nuovi metodi aereonavali congiunti, mentre la flotta da battaglia si addestra al combattimento notturno. I piani di espansione prevedono la massima sorpresa: attacco a Pearl Harbor per eliminare la flotta statunitense, considerata la maggior minaccia alleata. In contemporanea l’attacco alle Filippine, ad Hong Kong e a Singapore.
La seconda fase prevede la conquista delle Indie orientali olandesi, della Thailandia e della Birmania fino all’India britannica. Al contrario, gli americani non sono in grado di opporre un’adeguata resistenza, in quanto sono impegnati a fornire assistenza alla Gran Bretagna in Europa, ma soprattutto sono alle prese ancora con la Grande depressione. Inoltre, sottovalutano i giapponesi, non credendo che siano capaci di attaccare contemporaneamente con questa potenza tutti questi obiettivi, anche a causa del presunto suprematismo bianco nei confronti dei popoli asiatici, di stampo darwinista.
Infine, come per le democrazie europee, anche la società americana affronta l’appeasament, ovvero una totale sfiducia nelle forze armate, che li pone in una pessima situazione iniziale. Ciò da un lato si traduce in una scarsità di ogni materiale bellico, basti pensare che nelle Filippine, i soldati di stanza americani nel dicembre 1941 si esercitano con i sassi per risparmiare le bombe a mano. Dall’altro lato, questo stato di cose produce anche un allentamento delle misure di sicurezza, oltreché una catena di comando assolutamente inadeguata a reagire con efficacia. Anche negli Stati uniti vengono sviluppate tecnologie belliche innovative come il Boeing B-17 Fortezza volante, aerei da caccia come l’F4F Wildcat e nuove armi come i Marines, ma di fatto rimane quanto detto prima: si spera che la guerra rimanga una faccenda esclusivamente europea.
Dall’attacco a Pearl Harbour alla Sfera di Co-prosperità asiatica
Le conquiste giapponesi sono fulminee e inarrestabili. Nei primi due mesi di guerra, gli Stati uniti perdono la flotta e l’aviazione delle Hawaii l’8 dicembre 1941, con l’attacco a sorpresa a Pearl Harbor, insieme alle Filippine, Guam e Wake. I nipponici sconfiggono l’Impero britannico in Estremo Oriente, occupando Hong Kong e Singapore. Intanto, a Washington Roosevelt si rivolge al Congresso per la dichiarazione di guerra al Giappone e modificare la Legge Leand and lease, che permette agli Stati Uniti di vendere a modica cifra aiuti militari alla Gran Bretagna. Ora anche gli Stati uniti sono in guerra e bisogna volgere parte della produzione bellica contro il Giappone. Viene promossa la chiamata alle armi, che mobilita universitari, disoccupati, ma anche operai e impiagati, che vogliono vendicarsi dell’attacco nipponico. Vengono chiamati i prodigi dei 90 giorni perché questa è la durata dell’addestramento in tempo di guerra.
All’inizio della Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico, le rapide conquiste giapponesi generano dibattiti interni sul proseguimento delle ostilità o sulla ricerca di compromessi diplomatici. L’ala oltranzista guidata dal Primo Ministro Tojo decide di continuare la guerra, pianificando espansioni verso il Pacifico centrale e l’Australia, con l’obiettivo di consolidare il fianco meridionale e potenzialmente collegarsi con le forze dell’Asse in Medio Oriente. Parallelamente, gli Stati Uniti organizzano la propria gerarchia militare: il generale MacArthur riceve il comando del Sud-Ovest del Pacifico, mentre l’ammiraglio Nimitz guida le operazioni nel Pacifico centrale. MacArthur, ambizioso e mediatico, contrasta con Nimitz, pacato e riservato.
Il corpo dei Marines, inizialmente considerato secondario, sperimenta nuove tattiche di assalto anfibio e si prepara a operazioni complesse. Nel febbraio 1942, i giapponesi attaccano Darwin in Australia, distruggendo numerosi navi e aerei e causando centinaia di morti e feriti. In risposta all’attacco a Darwin, ma soprattutto a quello di Pearl Harbour, gli Stati Uniti pianificano il raid Doolittle su Tokyo nell’aprile 1942, un’azione simbolica che colpisce la capitale nipponica ma con danni limitati.
La conquista giapponese delle Isole Salomone e della Nuova Guinea porta alla battaglia del Mar dei Coralli, dove le forze americane e australiane fermano l’avanzata giapponese, segnando un nuovo tipo di guerra navale combattuta interamente con gli aerei. Problemi come malaria e febbre tropicale colpiscono entrambe le parti, ma interventi medici come l’uso del DDT riducono le perdite.
Le prime reazioni militari americane nell’Oceano Pacifico
La battaglia decisiva di Midway nel giugno 1942 rappresenta un punto di svolta: grazie alla decrittazione dei codici giapponesi, gli Stati Uniti colgono alla sprovvista la flotta nipponica, distruggendo quattro portaerei e infliggendo gravi perdite. Nonostante sacrifici, gli americani dimostrano di poter rispondere agli attacchi giapponesi e cambiano le sorti della guerra nel Pacifico. Parallelamente, negli Stati Uniti, oltre 110.000 nippo-americani vengono internati in campi di detenzione per timori di lealtà verso il Giappone, subendo privazioni nonostante il loro sostegno alla nazione.
Durante quei quattro giorni i giapponesi aprono un nuovo fronte, conquistando le isole Aleutine di Kiska e Attu, parte del territorio dell’Alaska, portando quindi la guerra sul suolo nordamericano. Di fronte a questa minaccia, gli Stati Uniti inviano 4.500 soldati all’avamposto di Attu, dove costruiscono un aeroporto da cui possono lanciare attacchi aerei. Nonostante le condizioni estreme del clima subartico, i piloti americani cominciano i primi raid con nove bombardieri, dodici caccia e circa cento uomini. I giapponesi, in superiorità numerica con 10.000 uomini, utilizzano le contraeree per ostacolare gli aerei, ma gli attacchi americani persistono dall’alba al tramonto per oltre un anno, con circa tre milioni di chili di bombe sganciate.
Parallelamente, gli alleati affrontano un enorme perimetro difensivo giapponese che si estende dalle Aleutine fino alle pendici dell’Himalaya, e cercano di mantenere aperta la via di rifornimento cinese attraverso la Birmania. La via aerea, attraverso “la gobba” sopra l’Himalaya fino a Lhasa, è estremamente pericolosa e stressante per equipaggi e velivoli. La via terrestre richiede cinque mesi di viaggio a cavallo, troppo lunga e logorante. Solo la giungla birmana, attraverso sentieri segreti creati dall’OSS, Office of Strategic Services, antesignano della CIA, e grazie alla collaborazione dei Kachin, consente un flusso costante di rifornimenti, causando più di 4.000 morti tra le truppe giapponesi.
La svolta: Guadalcanal
Nel luglio 1942, l’intelligence americana scopre un progetto giapponese per costruire una base aerea a Guadalcanal, nell’arcipelago delle Salomone, che minacciava le comunicazioni tra Hawaii e Australia e consentirebbe bombardamenti sulla Nuova Guinea e sull’Australia. Gli Stati Uniti decidono di passare all’offensiva con l’Operazione Watchtower, che prevede lo sbarco a Guadalcanal, Tulagi, Gavutu e Tanambogo. L’isola, lunga 150 km e larga 40, è caratterizzata da giungle fitte, corsi d’acqua ostacolanti, vulcani, coralli taglienti, malaria, dengue, serpenti e coccodrilli, condizioni che rendono le operazioni estremamente difficili. I giapponesi hanno iniziato a costruire l’aeroporto a Lunga Point alla fine di maggio 1942 per isolare l’Australia.
La Prima divisione Marines, rinforzata da truppe paracadutiste e guidata dal generale Alexander Vandergrift, sbarca a Guadalcanal il 7 agosto 1942 quasi senza resistenza, mentre a Tulagi e Gavutu-Tanambogo si registrano combattimenti più intensi. Sulla Spiaggia Rossa vengono scaricati rifornimenti, armi pesanti e munizioni in un contesto di confusione e disorganizzazione. Le avanguardie si dirigono verso Lunga Point e l’aeroporto giapponese, mentre i cannoni navali bombardano le difese di Tulagi e Gavutu. I giapponesi, ritirandosi, abbandonano materiali, munizioni e riso, che i marines, inizialmente disgustati, presto considereranno prezioso cibo.
Un errore iniziale riguarda il viceammiraglio Fletcher, che aveva promesso di restare fino al 10 agosto per permettere lo sbarco completo dei rifornimenti, ma decide di ritirarsi la sera del 7 stesso, temendo un ritorno in forze dei giapponesi, lasciando i marines sotto la protezione limitata della flotta britannica del contrammiraglio Clutchey. Nella notte tra l’8 e il 9 agosto, l’ammiraglio giapponese Gunichi Mikawa affonda quattro incrociatori nella battaglia delle Salomone, ma inspiegabilmente non prosegue verso i trasporti, tornandosene indietro. L’affondamento colpisce duramente la logistica americana, ma il generale Turner riesce a scaricare parte del materiale. I giapponesi approfittano della scarsa capacità di rifornimento dei marines con bombardamenti diurni e attacchi notturni, convinti erroneamente che la maggior parte delle truppe sia stata ritirata con le navi di Turner.
L’aeroporto di Lunga Point, conquistato senza resistenza l’8 agosto, diventa operativo in pochi giorni, ribattezzato Henderson Field in onore del maggiore Lofton Henderson, caduto a Midway. La Cactus Air Force, CAF, con una trentina di aerei, controlla lo Slot e tiene sotto pressione le forze giapponesi. Henderson Field diventa il fulcro della battaglia: i giapponesi lo bombardano quasi quotidianamente, mentre gli ingegneri dei Seabees riescono a ripararlo costantemente.

La Marina giapponese organizza una controffensiva: la portaerei Ryūjō viene usata come esca per attirare i bombardieri americani e consentire agli incrociatori di attaccare le difese terrestri. Tuttavia, l’operazione è mal pianificata, con piani terrestri inadeguati. Il colonnello Ichiki, convinto della superiorità giapponese, attacca prematuramente con 900 uomini al fiume Tenaru il 21 agosto, ma i marines, respingono l’assalto Banzai, causando la morte del colonnello, che si suicida.
Il 24 agosto, durante la battaglia delle Salomone Orientali, gli aerei americani delle portaerei Enterprise e della Saratoga attaccano la portaerei giapponese Ryūjō. Tanaka, costretto a obbedire agli ordini contraddittori di Rabaul, devia la rotta. Successivamente, il “Tokyo Express” giapponese inizia a trasportare truppe di notte, rapide ma limitate. Guadalcanal diventa cruciale, con il generale Kawaguchi che sbarca oltre seimila uomini, ma rallentati dalla giungla, dalla fame e dai problemi di comunicazione. Le truppe raggiungono il crinale di Edson, dove trovano i marines del colonnello Merrit “Red Mike” Edson, pronti alla difesa.
Tra il 12 e il 14 settembre, dopo bombardamenti navali, i giapponesi assaltano il crinale urlando “Banzai”, ma vengono respinti con fuoco concentrato, segnando una svolta nella campagna. Le truppe giapponesi, stremate e demoralizzate, si ritirano verso il fiume Matanikau. In mare, i giapponesi affondano la Wasp e danneggiano l’Enterprise e la North Carolina, ma non impediscono lo sbarco del 7° reggimento di marines.
Il generale Vandergrift lancia offensive contro le posizioni giapponesi attorno al Matanikau dal 23 settembre, con duri scontri, attacchi all’arma bianca e interventi aerei. Le posizioni giapponesi cedono grazie a bombardamenti e lanciafiamme, con circa mille giapponesi e oltre cento marines caduti. La guerra a Guadalcanal diventa un logoramento quotidiano: fame, sete, malaria, dissenteria, stress, bombardamenti e scontri ravvicinati caratterizzano la vita dei marines, mentre il Tokyo Express martella di notte. I giapponesi soffrono anch’essi per malattie, carenza di rifornimenti e ospedali inefficaci, e entrambi i lati commettono atrocità.
Il mare resta decisivo: i giapponesi esperti nei combattimenti notturni affondano la Wasp e danneggiano l’Enterprise, ma nella battaglia di Capo Esperance,11-12 ottobre, la flotta giapponese viene sorpresa e travolta. Le corazzate Kongo e Haruna bombardano Henderson Field, minacciandone l’operatività. Gli attacchi giapponesi falliscono a causa della resistenza americana, del terreno e dei ritardi di Kawaguchi, che viene poi rimosso dal comando. Il 25 ottobre, l’ammiraglio Halsey sostituisce Ghormley, portando determinazione nella difesa. Le operazioni navali mostrano il progressivo indebolimento giapponese.
Il 26 ottobre, nella battaglia di Santa Cruz, gli Stati Uniti subiscono perdite ma i giapponesi perdono piloti esperti. A novembre, nelle due battaglie navali di Guadalcanal, i giapponesi riescono a far sbarcare uomini e rifornimenti, ma a costi elevati, perdendo circa 700 aerei e numerosi equipaggi esperti. Sul terreno, il generale Patch assume il comando delle forze americane, superiori numericamente e meglio supportate, con tre divisioni, artiglieria e carri armati. Le offensive contro Monte Austen e le fortificazioni del Gifu, Galloping Horse e Sea Horse conducono i giapponesi a cedere terreno. All’inizio del 1943, il Tokyo Express diventa un mezzo di evacuazione per oltre 10.000 uomini. Il 9 febbraio 1943, Guadalcanal è definitivamente nelle mani degli Stati Uniti. La campagna segna la fine dell’iniziativa giapponese e l’inizio della controffensiva americana.
La Battaglia di Tarawa
Nel novembre 1943, gli Stati Uniti lanciano la prima grande operazione anfibia della guerra nel Pacifico: la conquista di Tarawa, piccolo atollo delle Gilbert di 7 km², ma strategicamente cruciale per la pista d’atterraggio costruita dai giapponesi. L’operazione rappresenta il primo test su larga scala della strategia dell’island hopping ideata dall’ammiraglio Nimitz, volta a conquistare solo isole selezionate, saltando quelle meno importanti, per avvicinarsi rapidamente al Giappone. Tarawa, considerata un obiettivo “facile”, è scelta come banco di prova.
La flotta americana, composta da 100 navi e 35.000 uomini, bombarda l’isola con oltre 2 milioni di kg di esplosivi nei giorni precedenti lo sbarco. Per la prima volta vengono impiegati in massa i nuovi veicoli anfibi amtrac, capaci di trasportare truppe dalla nave alla spiaggia. All’alba del 20 novembre 1943, però, gli errori di calcolo delle maree costringono i marines a guadare a piedi carichi di 40 kg di equipaggiamento sotto il fuoco micidiale delle mitragliatrici e dei mortai giapponesi. Centinaia di uomini cadono prima di raggiungere la riva, mentre gli amtrac incagliati e distrutti si trasformano in ostacoli.
I circa 5.000 difensori giapponesi hanno fortificato l’atollo con bunker, trincee, campi minati e postazioni nascoste, determinati a combattere fino alla morte. Solo con l’arrivo dei rinforzi americani è possibile consolidare una testa di ponte e conquistare la pista d’atterraggio, dividendo l’isola in due. La resistenza giapponese è feroce: ogni bunker deve essere eliminato con esplosivi o lanciafiamme, mentre cecchini nascosti tra le palme infliggono perdite continue. In mare, un sottomarino giapponese affonda la portaerei USS Liscome Bay, causando 687 morti.
Dopo tre giorni di combattimenti, gli americani dichiarano Tarawa sicura: dei 5.000 difensori giapponesi ne sopravvivono solo 17. La vittoria costò oltre 1.000 morti e 2.000 feriti americani. La diffusione dei filmati senza censure mostra per la prima volta al pubblico americano l’orrore della guerra nel Pacifico. Tarawa diviene una lezione di sangue: l’island hopping continua, ma con addestramenti più realistici, mezzi da sbarco migliorati e comunicazioni più efficaci, mostrando che ogni futura isola sarebbe stata conquistata a caro prezzo.
Dopo la sanguinosa battaglia di Tarawa, gli Stati Uniti comprendono di rivedere profondamente la loro strategia e i loro mezzi di combattimento. Nuove idee spingono l’America a “pensare in grande”: nascono così le portaerei della classe Essex, più veloci, più grandi e in grado di trasportare quasi 100 aerei, inclusi i bombardieri. Grazie a radar migliorati, queste navi possono individuare il nemico da distanze maggiori, rendendo più sicure le operazioni in mare aperto. Accanto a esse operarono anche le portaerei della classe Independence, incrociatori riadattati, più piccoli ma più veloci, impiegati in gruppo per concentrare la potenza di fuoco.

Queste innovazioni si inseriscono nella cornice della strategia dell’island hopping, con cui gli americani intendono avanzare di isola in isola fino al cuore del Giappone. Le nuove portaerei permettono di lanciare il caccia F6F Hellcat, progettato per affrontare il temuto Mitsubishi Zero giapponese. Più veloce di 50 km/h, meglio corazzato e con maggiore potenza di fuoco, il nuovo velivolo segna un cambio di passo nei cieli del Pacifico.
Anche i mezzi da sbarco sono completamente rivisti dopo i disastri di Tarawa: i nuovi anfibi diventano più veloci, meglio corazzati e alcuni dotati persino di razzi per neutralizzare le fortificazioni giapponesi. Questi mezzi, però, risultano difficili da manovrare e la visibilità è ridotta a un piccolo spiraglio. I marines, in gran parte giovanissimi, si addestrano duramente: una settimana di formazione sui mezzi anfibi, simulazioni di bombardamenti navali, esercitazioni di combattimento corpo a corpo e con munizioni vere. Gli incidenti sono frequenti, ma l’urgenza della guerra impone ritmi serrati.
L’assalto alle Isole Marshall
Dopo Tarawa, il comando statunitense decide di procedere con un duplice approccio: il generale MacArthur avanza lungo la Nuova Guinea e le Salomone, mentre l’ammiraglio Nimitz prosegue nel Pacifico centrale con l’island hopping. L’obiettivo successivo sono le Isole Marshall, in particolare l’atollo di Kwajalein, il più grande atollo al mondo. Tra novembre 1943 e gennaio 1944, gli americani bombardano intensamente le posizioni giapponesi, sganciando oltre 100 tonnellate di esplosivi. Quando, il 1° febbraio 1944, le truppe sbarcano su Kwajalein, trovano difese sorprendentemente deboli: i giapponesi pensano che la barriera corallina sia sufficiente a bloccare i mezzi anfibi, ma i nuovi veicoli superano l’ostacolo. In pochi giorni l’atollo cade.
Parallelamente, viene attaccata anche Roi-Namur, difesa da 3.500 giapponesi: solo 51 sopravvivono. In totale, l’intero arcipelago viene conquistato in meno di una settimana, cancellando l’amara esperienza di Tarawa. Un fatto insolito rende la conquista ancora più significativa: per la prima volta, sono ammesse sul fronte infermiere americane. La presenza femminile si amplia anche nei cieli: nascono le WASPs (Women Airforce Service Pilots), donne pilota guidate da Jackie Cochran, che ricevono un addestramento identico a quello maschile e accumularono oltre 90 milioni di km di voli di servizio.
La vittoria a Truk e la conquista delle Marshall
Nel febbraio 1944, gli americani colpiscono un altro obiettivo fondamentale: la base giapponese di Truk, nelle Caroline, sede di quattro piste e oltre 400 aerei. In due giorni, 300 caccia e bombardieri americani lanciarono 30 attacchi consecutivi, distruggendo 250 aerei e più di 40 navi. L’attacco supera, per potenza, persino quello giapponese a Pearl Harbor. Con Truk neutralizzata, si apre la strada alla conquista di Eniwetok, altro atollo chiave. Qui la resistenza giapponese è più dura: bunker collegati da tunnel sotterranei rallentano l’avanzata, che richiede quattro giorni di feroci combattimenti. Gli americani perdono 262 uomini, i giapponesi oltre 2.000.
Con la conquista delle Marshall, gli Stati Uniti consolidano una posizione strategica di prim’ordine nel Pacifico centrale. Le nuove basi navali e aeree permettono di progettare ulteriori operazioni, accelerando l’avanzata verso il Giappone. La combinazione tra tecnologia, nuove portaerei, nuovi caccia, nuovi mezzi da sbarco, migliore addestramento e strategie più coordinate ha trasformato le forze americane. Le lezioni apprese a Tarawa vengono applicate con successo a Kwajalein, Roi-Namur ed Eniwetok. Gli assalti anfibi, un tempo considerati folli, sono ormai collaudati.
La guerra nel Pacifico ha cambiato volto: l’island hopping si sta affermando come strategia vincente, anche se MacArthur continua a perseguire la sua via alternativa. In ogni caso, sia nel Pacifico centrale che in quello meridionale, gli Stati Uniti hanno preso l’iniziativa. Il Giappone, pur ancora potente, si trova sempre più sulla difensiva. Nel 1944 la macchina da guerra americana è ormai lanciata a pieno ritmo. Dopo Tarawa, le Gilbert e le Marshall, gli Stati Uniti si prepara a un nuovo balzo in avanti: la conquista delle isole Marianne, un obiettivo strategico decisivo. Ma l’invasione di Saipan non sarà come le altre: qui si concentrano problemi logistici enormi, resistenze giapponesi più determinate e divergenze tra i comandi americani stessi.
Hawaii, gennaio 1944: due visioni opposte
Alle Hawaii, lontane dal fronte e ormai trasformate in un “parco giochi” per soldati in licenza, i vertici militari discutono accanitamente di strategia. Douglas MacArthur, generale carismatico, spinge per concentrare l’azione nel Pacifico sud-occidentale, sotto il suo comando. Chester Nimitz, ammiraglio e capo delle forze navali, insiste invece sul Pacifico centrale con la strategia del leapfrogging, la cui idea centrale è quella di aggirare le isole nemiche pesantemente fortificate invece di tentare di conquistare ogni isola in sequenza lungo la rotta verso l’obiettivo finale.
La disputa è accesa: MacArthur teme che l’island hopping costi troppe vite, Nimitz è convinto che sia la via più rapida. A spostare l’ago della bilancia è la nascita di un’arma rivoluzionaria: il Boeing B-29 Superfortress, il bombardiere più potente e a lungo raggio mai costruito. Con le Marianne come base, il B-29 potrebbe colpire direttamente Tokyo. Il bombardiere però non è pronto. I primi prototipi hanno gravi difetti ai motori, e al momento dell’invasione solo 15 aerei su 100 consegnati sono effettivamente idonei al volo. Nonostante ciò, la macchina organizzativa americana è decisa: le Marianne devono essere conquistate per garantire il futuro impiego del B-29.
L’invasione di Saipan
Nel maggio 1944, la 27ª Divisione di Fanteria americana si prepara alle Hawaii per invadere Saipan, nell’arcipelago delle Marianne. L’operazione richiede una complessa logistica: 110 navi trasportano 128.000 uomini, 75.000 tonnellate di rifornimenti, carburante, artiglieria pesante e mezzi da sbarco. Lo sbarco, previsto per il 15 giugno, è la più grande operazione anfibia del Pacifico fino a quel momento e utilizza un nuovo approccio: carri anfibi pesantemente armati aprono la strada alla fanteria, per ridurre le perdite rispetto a Tarawa.
Nonostante il bombardamento preliminare e la preparazione, i giapponesi hanno fortificato l’isola con nascondigli mimetizzati, postazioni sopraelevate e campi minati, trasformando le spiagge in un inferno. L’avanzata è lentissima: un battaglione impiega un’ora per guadagnare pochi metri, con centinaia di morti e feriti. Dopo il primo giorno, i marines conquistano circa 10 km di spiaggia e 800 metri di profondità, ma a un prezzo altissimo. In mare, la flotta giapponese tenta di intervenire dal Mare delle Filippine, dando luogo alla più grande battaglia tra portaerei della storia, tra il 19-20 giugno Grazie al radar, gli F6F Hellcat americani abbattono decine di aerei nemici inesperti.
In due giorni il Giappone perde oltre 400 aerei e tre portaerei, segnando un colpo irreparabile, anche se gli americani subiscono perdite limitate. A terra, l’obiettivo principale è il Monte Tapotchau, conquistato con una manovra a tenaglia: i marines avanzano sui fianchi, mentre la 2ª Divisione dell’esercito spinge dal centro, ma rimane bloccata nella “Death Valley”. Il generale dei marines Holland Smith destituisce Ralph Smith, comandante dell’esercito, per incapacità, episodio senza precedenti.
La vittoria di Saipan e quella nel Mare delle Filippine segnano un punto di svolta: il Giappone perde gran parte della capacità offensiva e gli Stati Uniti ottengono basi per i bombardieri B-29, aprendo la strada ai raid su Tokyo. La battaglia evidenzia anche tensioni interne tra esercito e marines, ma consolida la supremazia americana e segna l’inizio della fase finale della guerra nel Pacifico.
Conflitti tra i comandi e condizioni delle truppe
Dopo i difficili combattimenti iniziali a Saipan, le tensioni tra i vertici militari americani diventano pubbliche. Il generale Holland Smith, comandante dei Marines, viene accusato da alcuni ufficiali di nutrire pregiudizi contro l’esercito; altri vogliono addirittura rimuovere Ralph Smith dal Pacifico. Ralph Smith stesso sostiene che nessuna unità dell’esercito dovrebbe combattere sotto il comando di Holland Smith. La rivalità tra esercito e marines diventa così evidente che i giornali ne parlano apertamente e la questione arriva fino all’ammiraglio Nimitz. Tra le truppe di terra, tuttavia, il danno è già fatto: cresce diffidenza reciproca e si mette in discussione il coraggio dei soldati, creando malumori e tensioni interne.
La battaglia per il Monte Tapotchau e Purple Heart Ridge
L’avanzata verso il Monte Tapotchau è lenta e sanguinosa. La conquista di questa altura è fondamentale per permettere all’artiglieria americana di supportare le operazioni nella Death Valley sottostante. Le truppe devono affrontare giapponesi nascosti tra le rocce e le trincee, utilizzando piccole armi, mortai, mitragliatrici, granate e per la prima volta i carri lanciafiamme. I combattimenti sono feroci: intere compagnie subiscono perdite significative già nelle prime ore dell’assalto. Dopo giorni di sanguinosi scontri, gli americani conquistano il Purple Heart Ridge, aprendo finalmente la strada all’artiglieria nella valle. In dieci giorni di combattimenti, la resistenza giapponese viene gradualmente spezzata, con oltre 4.000 vittime americane, gran parte della 2ª Divisione dell’esercito.
Durante l’avanzata, circa 25.000 civili vengono catturati e portati in campi di internamento. Molti sono coreani, costretti a vivere sotto l’Impero giapponese e spesso trattati come schiavi. Alcuni civili vengono uccisi insieme ai giapponesi perché impossibile distinguerli. La propaganda giapponese ha spaventato la popolazione con storie di violenze americane, rendendo difficile convincere i civili ad accettare gli invasori. La città di Garapan, definita la “Tokyo del Mare del Sud”, viene distrutta dai bombardamenti. I combattimenti urbani durano quattro giorni, con le truppe costrette a combattere tra macerie e rovine.
Nonostante la situazione disperata, i giapponesi continuano a combattere fino alla morte. Un ultimo attacco Banzai, con circa 3.000 soldati, rappresenta uno degli assalti più violenti della guerra del Pacifico: i giapponesi attaccano in massa gli americani, causando centinaia di feriti e decine di morti, prima di essere definitivamente respinti. Alla fine, il 12 luglio 1944, gli Stati Uniti dichiarano la vittoria a Saipan. Le perdite americane ammontano a circa 3.500 morti e oltre 10.000 feriti. La battaglia dimostra la resistenza incredibile dei giapponesi e la difficoltà della strategia del leapfrogging, ma segna anche un punto di svolta nel Pacifico, aprendo la strada alle successive campagne sulle Marianne e alle basi aeree per i bombardamenti su Tokyo.
L’operazione Stalemate e Forager
Nel 1944, gli Stati Uniti si trovano a combattere in isole tropicali, spesso paradisi apparenti come Peleliu, trasformati in inferni dai combattimenti. La prima divisione dei Marines affronta condizioni estreme: caldo opprimente, cibo scarso, insetti e allenamenti estenuanti. Molti soldati sono giovani reclute, con meno di ventuno anni, e solo i veterani conoscono i pericoli del nemico. L’avanzata sulla spiaggia di Peleliu si trasforma in un massacro: metallo deformato, sangue e fuoco ovunque, centinaia di vittime nelle prime ore.
Il loro obiettivo principale è un piccolo aeroporto che potrebbe interferire con l’invasione delle Filippine, operazione voluta dal generale Douglas MacArthur, deciso a vendicare la sconfitta del 1941 e il controllo giapponese sulle Filippine. L’avanzata verso l’aeroporto richiede due settimane di duri scontri, combattimenti corpo a corpo e costi enormi: circa 1.800 morti e 8.000 feriti tra i Marines, molti giovanissimi. Nonostante il prezzo umano, l’azione apre la strada all’invasione di Leyte.

A Leyte, gli americani affrontano una situazione complessa: un’isola grande, 16 milioni di civili, migliaia di prigionieri alleati e mezzo milione di difensori giapponesi nascosti. Lo sbarco iniziale è relativamente semplice, ma la logistica è caotica, con tonnellate di rifornimenti sepolte nel fango durante la stagione delle piogge. La Marina imperiale giapponese tenta di fermare l’avanzata, ma viene sconfitta nella battaglia del Golfo di Leyte, fra il 23 e il 26 novembre e il aprendo il controllo dei mari agli americani.
L’operazione Forager
Nel Pacifico centrale, gli Stati uniti conquistano contemporaneamente anche le Isole Marianne, che diventano basi cruciali per i bombardieri B-29 Superfortress. La nuova forza aerea americana, guidata dal generale Curtis LeMay, si prepara a raid strategici sul Giappone, malgrado problemi logistici e truppe inesperte. I B-29 rappresentano l’inizio di una nuova fase della guerra: la capacità americana di colpire il nemico a lunga distanza, segnando il passaggio dall’avanzata anfibia al bombardamento strategico, preludio ai raid su Tokyo.
Questi velivoli, progettati per attacchi a lungo raggio contro il Giappone, affrontano enormi difficoltà tecniche: con carichi di 4.000 chili di bombe alcuni aerei riescono a stento a decollare e talvolta non riescono neppure a sollevarsi in volo. Il generale Curtis LeMay, responsabile dei bombardamenti, deve affrontare personalmente questi fallimenti e ridisegnare le strategie per evitare ulteriori perdite. La ricerca di piste di emergenza per i B-29 danneggiati porta gli americani a focalizzarsi su isole chiave, tra cui il Monte Suribachi a Iwo Jima, che diventa teatro di uno scontro cruento tra forze giapponesi e americane.
L’invasione di Iwojima e delle Filippine
I Marines sbarcano tra cenere vulcanica e fango, affrontando un nemico nascosto in trincee e tunnel sotterranei. La spiaggia inizialmente sembra poco difesa, ma l’avanzata si rivela letale: uomini e mezzi rimangono bloccati nella sabbia, e i giapponesi aprono il fuoco dalle alture. L’assalto al Suribachi è estenuante: in sei ore i Marines avanzano di soli 200 metri, con centinaia di morti e feriti. Dopo giorni di combattimenti ravvicinati, una manciata di soldati conquista finalmente la vetta, piantando la celebre bandiera americana, simbolo di resistenza e speranza.
Parallelamente, Manila e le Filippine vengono liberate. La città, un tempo vivace e in stile occidentale, è ridotta in rovina dopo i bombardamenti giapponesi e americani. McArthur vieta attacchi aerei indiscriminati per risparmiare vite civili, adottando una strategia di guerriglia urbana. Carri armati e fanteria penetrano nel campus dell’Università delle Filippine, trasformato in deposito d’armi e luogo di scontri tra soldati giapponesi nascosti e forze alleate. La città è devastata, ma i civili sopravvivono e i prigionieri americani liberati celebrano il ritorno alla libertà.
Sul fronte aereo, la base nelle Marianne diventa cruciale per i B-29, permettendo attacchi strategici diretti sul Giappone. Curtis LeMay rivoluziona la strategia dei bombardamenti: voli notturni a bassa quota trasportano dieci tonnellate di bombe incendiarie per raid di saturazione su Tokyo. Il primo attacco del 09-10 marzo 1945 provoca una pioggia di fuoco, generando correnti ascensionali che sparpagliano gli aerei e producono un’aria densa di cenere e odore di carne bruciata. Il bombardamento incendia 41 km² del centro di Tokyo, causando circa 100.000 vittime civili. È l’attacco più letale della guerra del Pacifico, dimostrando l’efficacia devastante della nuova strategia e spingendo il Giappone verso il collasso morale e logistico.
Contemporaneamente, Iwo Jima viene definitivamente conquistata alla fine di marzo, trasformandosi in una base operativa chiave. Le truppe americane liberano i coreani costretti a combattere per i giapponesi e continuano a combattere contro soldati nemici nascosti nei tunnel sotterranei. L’occupazione dell’isola costa circa 20.000 vite giapponesi e 7.000 americane, e la battaglia, prevista inizialmente per pochi giorni, dura 36 giorni estenuanti. La conquista di Peleliu e Iwo Jima prepara l’avanzata finale verso Okinawa, ultima isola da conquistare prima di pianificare l’invasione del Giappone continentale.
Le operazioni sul Pacifico evidenziano la brutalità e l’inesorabilità del conflitto: combattimenti corpo a corpo, condizioni ambientali estreme, pressione psicologica sui soldati e devastazioni civili su larga scala. L’uso strategico dei bombardamenti aerei combinato all’avanzata terrestre segnala la superiorità logistica americana e preannuncia il crollo dell’impero giapponese, anche se la resa non è ancora imminente. La campagna del Pacifico, tra raid aerei, assalti anfibi e liberazione di città e isole chiave, costituisce l’ultimo, decisivo capitolo della Seconda Guerra Mondiale in Asia.
La battaglia di Okinawa
La campagna finale della Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico raggiunge il culmine con l’invasione americana di Okinawa, iniziata la domenica di Pasqua del 1945, nota come “Hell Day”. Con 1.500 navi e mezzo milione di uomini, gli Stati Uniti affrontano un’isola lunga 110 km, con montagne e crinali che costituiscono barriere naturali. L’inizio sembra sorprendentemente facile: le prime ondate attraversano la parte centrale quasi indisturbate, raccogliendo provviste e osservando obiettivi militari senza incontrare resistenza. Tuttavia, la calma è ingannevole. I giapponesi, guidati dal tenente generale Mizushima, si trincerano nella Linea di Shuri e adottano la strategia del combattimento fino alla morte.

Il 6 aprile inizia un’offensiva kamikaze senza precedenti: oltre 350 aerei nemici attaccano le navi americane, affondandone tre e danneggiandone quindici. La linea di Shuri blocca l’avanzata americana, causando oltre 20.000 vittime tra gli alleati. Le condizioni di combattimento sono estreme: bombardamenti continui, privazioni, feriti e soldati traumatizzati. Civili malnutriti e armati in modo rudimentale subiscono morti e violenze quotidiane. Le colline circostanti, come Sugar Loaf, diventano punti nevralgici: progressi minimi vengono pagati con altissime perdite, mentre piogge torrenziali e fango ostacolano rifornimenti e mezzi.
Parallelamente, gli alleati conducono operazioni nel Borneo, come l’invasione di Labuan, per interrompere le linee di rifornimento giapponesi. Qui i combattimenti sono altrettanto violenti, tra mine, trappole ed edifici fortificati, mentre civili e prigionieri sopravvivono a condizioni atroci, tra fame, lavori forzati e torture. Pure in Birmania gli inglesi, comandati da Lord Mountbatten attaccano i giapponesi respingendoli sempre di più verso Singapore, che però verrà restituita solo a settembre 1945.
Le tattiche americane a Okinawa diventano estreme: l’uso di fiamme liquide ed esplosivi per sgominare truppe nascoste nelle grotte riduce ulteriormente le possibilità di prigionieri, mentre reggimenti interi subiscono perdite massive. Dopo settimane di combattimenti, gli americani conquistano le posizioni chiave, incluso Sugar Loaf e l’ex quartier generale giapponese al castello di Shuri, ma la resistenza continua a ritirarsi verso sud, prolungando il conflitto. Okinawa diventa così simbolo della brutalità estrema della guerra nel Pacifico e anticipa l’alto prezzo umano della conquista del Giappone continentale.
Il bilancio della battaglia è devastante: 12.520 americani morti e oltre 36.000 feriti, mentre i giapponesi perdono più di 100.000 uomini. Circa un terzo della popolazione civile di Okinawa, pari a circa 300.000 persone, muore a causa dei combattimenti. L’enorme costo umano fa comprendere agli Stati Uniti l’impatto che un’invasione del Giappone continentale comporterebbe, stimando un milione di possibili vittime. Il 12 aprile, il Presidente Roosevelt muore, lasciando la presidenza a Henry Truman, il vicepresidente, mentre finisce la guerra in Europa con la morte di Adolf Hitler e la resa tedesca.
Il 26 luglio 1945, si tiene a Potsdam, vicino a Berlino, la conferenza che deciderà il destino dell’impero nipponico: gli alleati accetteranno soltanto la resa incondizionata, aprendo anche a spiragli di armistizio. Ma la frangia militarista giapponese, nonostante la sconfitta di Okinawa e le terribili incursioni aeree dei B-29 del generale LeMay, non intendono minimamente arrendersi. Il presidente Truman allora ordina al generale MacArthur di studiare un’invasione anfibia del territorio metropolitano giapponese, da effettuarsi nel più breve tempo possibile, in quanto il generale e altri alti vertici delle forze armate vengono tenute all’oscuro del progetto Manhattan, ovvero della bomba atomica.
L’operazione Downfall
Durante la campagna di Okinawa, MacArthur e gli alti vertici militari statunitensi iniziano a pianificare l’invasione del territorio metropolitano giapponese. Essa deve avvenire tramite due operazioni distinte: l’Olympic per l’isola meridionale di Kyushu e la Coronet per l’isola principale di Honshu e quindi la pianura di Tokyo. La conquista a carissimo prezzo di Okinawa che vede circa 50.000 soldati, aviatori e marinai americani messi fuori combattimento, e per le perdite materiali, circa 800 aerei e una quarantina di navi oltre quelle innumerevoli di carri armati e cannoni, spinge i vertici strategici americani a valutare attentamente le perdite che le forze armate possono subire. Anche perché ad Okinawa si è visto un impiego sistematico della popolazione civile contro gli americani, quindi cosa pensare del territorio giapponese metropolitano?
Dunque, MacArthur decide che per il momento le truppe americane ad Okinawa devono riorganizzarsi e aspettare rinforzi per effettuare l’invasione nel novembre 1945. Bisogna rilevare che gli alti vertici militari sono all’oscuro del Progetto Manhattan, il progetto di sviluppo della bomba atomica, e quindi sono incaricati di escogitare le migliori opzioni convenzionali per conquistare il Giappone. Quindi l’unica soluzione è uno sbarco anfibio. Ormai è dalla conquista delle isole Marianne del 1944 che gli Stati uniti hanno iniziato il bombardamento sistematico delle città giapponesi, anche se i risultati non sono sempre entusiasmanti, ma con l’adozione del napalm i B-29 del generale LeMay ottengono effetti sempre più devastanti.
Il bombardamento più famoso è quello di Tokyo del 9-10 marzo 1945 in cui gli americani distruggono il 50 per cento della città e uccidono centomila civili giapponesi con una tempesta di fuoco, intensificata dal vento notturno. Una volta distrutte le città maggiori giapponesi, il generale LeMay dirotta i B-29 sulle città secondarie e terziarie giapponesi, bruciandole praticamente tutte. Nel mentre dei bombardamenti strategici, gli americani impiegano i B-29 anche per l’operazione Starvation. Poiché il Giappone è un Paese collinare, in cui il traffico navale è di importanza capitale, si pensa di minare tutti i porti e le linee di comunicazione giapponesi, insieme alla distruzione del naviglio nipponico, per fermare i rifornimenti di materie prime e costringere il nemico alla resa.
Il progetto Manhattan
Nonostante tutte queste distruzioni, la frangia militarista dell’ammiraglio Tojo continua a non prendere in considerazione la resa, ma anzi si prepara per il previsto sbarco americano, con difese terrestri e ammassando quanto più aerei possibili per disperati attacchi kamikaze. Tuttavia, gli statunitensi stanno completando il Progetto Manhattan: lo sviluppo della bomba atomica, ovvero una singola bomba in grado di annientare una città intera, invece di inviare 350 bombardieri. I vertici militari stimano i morti militari americani di un’eventuale invasione in 3 o 4 volte superiori per morto americano delle perdite ad Okinawa.
Dunque, a causa di questa eccessivo tributo umano e dopo il successo del Test Trinity, il 16 luglio 1945, ad Alamagordo nel New Mexico, il presidente Henry Truman decide di «colpire gli obiettivi indicati con bombe atomiche non appena fossero state pronte» per costringere il Giappone alla resa. Il 6 agosto il B-29 Enola Gay si presenta su Hiroshima, un centro industriale e portuale, su cui sgancia la bomba atomica Little boy, radendola al suolo e uccidendo circa 60000 persone sul colpo. Un numero non precisato di hibakusha, ovvero sopravvissuti al fall-out radioattivo, morirà negli anni seguenti, elevando il totale delle vittime a circa 300.000. Ma ancora l’ammiraglio Tojo non accenna volontà di resa, di conseguenza un altro B-29 il 9 agosto sgancia la seconda bomba atomica sulla città portuale di Nagasaki, sede delle acciaierie Mitsubishi, incenerendola.
La resa giapponese
Così, il 15 settembre 1945, l’imperatore Hirohito si rivolge per la prima volta al proprio popolo, annunciando che la resa sarebbe stata inevitabile. Il 28 agosto gli americani iniziano ad occupare l’arcipelago, mentre il 2 settembre MacArthur e Hirohito firmano l’atto di resa incondizionata del Giappone a bordo della corazzata Missouri, ma mantenendo la figura dell’Imperatore quale collante nazionale. La guerra ha portato il paese allo sfacelo totale, con più di tre milioni di morti tra militari e civili ed enormi danni alle città, causati dall’offensiva aerea del generale LeMay. tra il 3 maggio 1946 e il 12 novembre 1948, i rappresentanti alleati conducono il Processo di Tokyo, l’omologo asiatico del Processo di Norimberga contro i criminali di guerra giapponesi.

L’occupazione alleata del Giappone, guidata dagli Stati Uniti sotto il generale Douglas MacArthur, inizia nel settembre 1945. Questo periodo vide riforme radicali volte a smilitarizzare e democratizzare il Giappone. I cambiamenti principali sono: l’attuazione di una nuova costituzione nel 1947, che rinuncia alla guerra e istituisce una democrazia parlamentare. Questo segna un significativo allontanamento dal sistema imperiale prebellico. La riforma agraria, che ha ridistribuito la proprietà dai ricchi proprietari terrieri ai fittavoli, modificando radicalmente le strutture di potere e l’economia rurale. Lo scioglimento degli zaibatsu, i grandi conglomerati industriali, finalizzato a rompere i monopoli e a democratizzare l’economia. La riforma dell’istruzione, con l’introduzione di un curriculum più liberale e democratico e l’estensione dell’obbligo scolastico.
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- Costello, John The Pacific War: 1941–1945, Harper Perennial, 1981.
- Iacopini, Roberto, La battaglia che cambiò la seconda guerra mondiale: Pearl Harbor. Strategie, protagonisti, mezzi e armi dell’attacco più celebre della storia, Newton Compton, 2021.
- Ford, Douglas; Breccia, Francesco; Gastone, Francis, La guerra del Pacifico, il Mulino, 2017.







