CONTENUTO
Il Governatorato Generale
A Cracovia sorge un maestoso castello, il Wawel, luogo in cui vengono incoronati, nel corso dei secoli, i re polacchi. Tutto cambia nel tardo 1939, quando a sedersi sul trono non è un sangue blu, ma un uomo che di sangue si macchierà eccome: Hans Frank. Arrivato dopo l’invasione nazista, l’allora Reichsleiter (“ministro del Reich”) Frank riceve un ordine: occuparsi di ciò che resta della Polonia.
Lo Stato polacco, infatti, a seguito del Patto “Molotov-Ribbentrop” del 23 agosto 1939 (e della successiva invasione tedesca e sovietica) viene diviso in tre territori: il primo, conosciuto come Warthegau (ufficialmente Reichsgau Wartheland), con capitale Posen (Poznań), che comprende le aree più ad Ovest, viene annesso al Terzo Reich; il secondo, più a Est, all’URSS; il terzo, una lunga fascia centrale che comprende vari sottodistretti e che, si estende da Cracovia a Varsavia e da Lublino a Radom.
Quest’ultima parte–non incorporata, pertanto, al Reich o all’Unione Sovietica e ribattezzata “Governatorato Generale” (Generalgouvernement, GG) con Cracovia capitale–viene istituita per volere di Hitler il 12 ottobre 1939, rappresentando di fatto una sorta di colonia. Due settimane dopo, il 26 ottobre, Hans Frank, ministro del Reich e brillante avvocato, diviene Governatore Generale per i territori occupati (“Generalgouverneur für die besetzten polnischen Gebiete”) ricevendo per questo un compito preciso: creare una zona unica per i Tedeschi e sviluppare, grazie alla manodopera coatta, una forte economia locale. Successivamente, si renderà responsabile della morte di milioni di persone.

Dal 26 ottobre 1939, Frank, dall’alto di Wawel, presso il quale si insedia, ha così il potere di vita e di morte sulla popolazione di Cracovia. Ogni volta che in auto scende dalla collina, i Polacchi distolgono lo sguardo: non osano guardare, la paura è troppa. A seguito dell’Operazione Barbarossa del 22 giugno 1941, il GG comprende la parte della Polonia occupata dai Tedeschi non direttamente annessa alla Germania o alla Prussia Orientale tedesca o all’Unione Sovietica, occupata dalle truppe naziste.
L’istituzione del ghetto
“Per ciò che concerne gli ebrei, vi dirò con tutta franchezza che […] con loro bisogna farla finita. Il Führer un giorno disse: “Se la feccia giudea riunita dovesse riuscire a scatenare un’altra guerra mondiale, non sarà versato solamente il sangue dei popoli che verranno coinvolti nella guerra, ma gli ebrei avranno finito di vivere in Europa”. So che molte delle misure antiebraiche nel Reich in questi anni hanno suscitato critiche. I rapporti relativi al morale dell’opinione pubblica riferiscono di continue insinuazioni di crudeltà, di durezza e così via. […] avremo pietà solo ed esclusivamente del popolo tedesco, e di nessun altro al mondo. Gli altri non hanno avuto pietà di noi. […] per quanto riguarda gli ebrei, ciò che mi aspetto veramente è che essi scompaiano. Devono sparire. A tal fine ho avviato trattative per trasferirli verso Est. In gennaio, a Berlino, avrà luogo una grande riunione a questo proposito, alla quale invierò il segretario di Stato, il Dottor Bühler […]
Ma cosa farne degli ebrei? […] Ecco che cosa ci hanno detto a Berlino “Perché tutte queste complicazioni? Non abbiamo bisogno degli ebrei, né nell’Ostland né nel Commissariato del Reich, perciò liquidateli voi stessi…” Anche per noi gli ebrei rappresentano bocche inutili da sfamare […] Nel Governatorato generale vi sono circa 2,5 milioni di ebrei, e sommati ai Mischlinge danno un totale che si avvicina ai 3,5 milioni di persone. Questi 3,5 milioni di ebrei non possiamo fucilarli, non possiamo avvelenarli, ma possiamo attuare interventi che in qualche modo portino a un annientamento. […] Il Governatorato generale deve essere liberato dagli ebrei alla stessa stregua del Reich […] (Discorso di Hans Frank sullo sterminio degli Ebrei, 16 dicembre 1941)
Hans Frank, restio a occuparsi dei “rifiuti sociali”, aspira a creare una colonia modello. Questa richiede non l’insediamento, ma l’espulsione degli ebrei, in parte per motivi di prestigio e razziali; in parte, per motivi economici, in quanto gli esperti del Governatore Generale sollevano gli fanno notare che la regione è sovrappopolata.
Nonostante le parole di Frank, occorre tuttavia precisare che, sebbene detenga il controllo supremo dell’amministrazione civile e venga soprannominato “il macellaio della Polonia”, non è libero di governare –suo malgrado– a suo piacimento. Al contrario, lui e il suo entourage devono sempre confrontarsi (e talvolta scontrarsi) tanto con la polizia ordinaria–l’Ordnungspolizei (Orpo)– guidata da Kurt Daluege; quanto con le SS–rappresentate, tra gli altri, da Otto Gustav von Wächter, Friedrich Krüger, Wilhelm Koppe, Karl Zech, Julian Scherner, Theobald Thier.
Alla vigilia della guerra vivono a Cracovia circa 55.000-60.000 ebrei (rappresentando, di fatto, un quarto della popolazione totale della città), i quali risiedono soprattutto a Kazimierz, lo storico quartiere ebraico, e nei suoi dintorni. Nel novembre del 1939, la popolazione ebraica di Cracovia cresce fino a circa 70.000 unità. Questo aumento riflette la concentrazione di ebrei fuggiti o cacciati dalle campagne verso la città e i suoi sobborghi, e l’arrivo di quelli deportati a est dal Wartheland.
Nel giro di sei mesi, da settembre 1939 a marzo 1940, le autorità naziste emanano i primi decreti antiebraici in tutto il Paese. Questi prevedono l’obbligo di presentarsi per i lavori forzati; l’espulsione dalla vita pubblica; l’espulsione forzata dalle scuole e dai posti di lavoro; la creazione del Judenrat, il Consiglio ebraico preposto a eseguire le direttive delle autorità tedesche (e di occuparsi di questioni come l’alimentazione, l’educazione, la sicurezza e il lavoro); l’obbligo di identificarsi, attraverso l’uso di una fascia bianca con una stella di David blu da apporre sul braccio; l’obbligo di registrare le proprietà; la confisca dei beni e la privazione del lavoro.
Tuttavia, a differenza di quanto accade nelle altre aree della Polonia e del GG, dove gli ebrei vengono portati dalle campagne e concentrati in città, a Cracovia accade esattamente il contrario: tra maggio e dicembre del 1940, le autorità tedesche espellono circa 55.000 ebrei di Cracovia dalla città, costringendoli a trasferirsi nelle campagne circostanti. Il motivo è semplice: la sede del Governatorato Generale deve essere quanto più possibile ripulita dagli Ebrei (se non addirittura Judenfrei). Possono rimanere in città, insieme alle famiglie, solo gli ebrei impiegati nei lavori utili ai Tedeschi.
“A causa della mancanza di appartamenti, i generali a capo delle divisioni dell’esercito sono costretti a vivere in case dove gli unici residenti, oltre a loro, sono ebrei. Di fatto, la stessa situazione si applica a tutte le categorie di funzionari tedeschi […] Se si vuole mantenere l’autorità dello Stato nazionalsocialista, non è possibile che i suoi rappresentanti incontrino ebrei entrando e uscendo dalle loro case e che corrano il pericolo di un’epidemia. Pertanto, a partire dal 1° novembre 1940, ho intenzione, se possibile, di liberare la città di Cracovia dagli ebrei e di intraprendere una grande operazione di espulsione degli ebrei, poiché è assolutamente inaccettabile che migliaia di ebrei si aggirino e vivano nella città che ha ricevuto dal Führer l’onore, per grazia, di ospitare le massime autorità del Reich entro le sue mura.”
Hans Frank, 12 aprile 1940
In poche parole, si tratta di rendere Cracovia la città più libera dagli ebrei nel GG. Di conseguenza, il 25 novembre 1940, Wächter–il governatore del distretto di Cracovia–emana un decreto di espulsione, che vieta agli ebrei di entrare in città senza permesso, pena la morte. Per quanto riguarda i Polacchi, invece, Frank sentenzia “[…] sono la seconda categoria per me, e solo finché ne avrò bisogno.”
In città rimangono circa 15.000-20.000 ebrei, momentaneamente utili ai nazisti, che vengono prontamente trasferiti nel ghetto, istituito sulla riva opposta del fiume Vistola, nella zona residenziale di Podgorze, a poche centinaia di metri da Kazimierz. Le ragioni presentate dalle forze di occupazione tedesche per giustificare l’istituzione di un “quartiere residenziale ebraico” sono di carattere sanitario: a detta delle autorità, occorre evitare il propagarsi delle epidemie all’esterno. Nella propaganda nazista, infatti, gli ebrei vengono presentati come pidocchi, portatori di malattie.
Si afferma ripetutamente che isolarli avrebbe protetto sia i tedeschi che i polacchi; in realtà, dire che gli ebrei causano il tifo, è un modo per collegare strettamente, in un rapporto causa-effetto, gli ebrei e il tifo nella mente dei Polacchi non ebrei (creando una rottura tra le due comunità, che prima della guerra convivevano pacificamente). Si tratta, in altre parole, di un modo per rendere più tollerabile e giustificata la loro disumanizzazione, il loro allontanamento e–in ultimo luogo–la loro morte. La base legale che ufficialmente giustifica la creazione di tali sistemi di segregazione nella Polonia occupata è il decreto, datato 13 settembre 1940, del Governatore Generale Hans Frank sulla “limitazione della libera scelta del luogo di residenza e dimora nel Governatorato Generale”.
“Le considerazioni di ordine, igiene ed economia rendono necessario collocare la popolazione ebraica di Cracovia in un’area residenziale ebraica[…]”
Decreto emanato dal governatore del distretto di Cracovia, Otto Gustav von Wächter il 3 marzo 1941
I circa 3500 residenti non ebrei che abitano a Podgorze devono, invece, trasferirsi nello storico quartiere ebraico, nelle case appena svuotate. Nel giro di poche settimane, dal 3 al 21 marzo 1941, il trasferimento delle due comunità deve essere completato. Se in un primo momento gli ebrei possono entrare e uscire dal ghetto più o meno liberamente, il 21 marzo 1941–giorno in cui i nazisti sigillano il ghetto di Cracovia cambia tutto. Infatti, chiunque lasci la zona, divenuta una vera e propria prigione a cielo aperto, senza autorizzazione (ovvero, senza un valido permesso di lavoro), così come coloro che aiutano gli ebrei o offrano loro riparo sono puniti con la morte. Inoltre, quel giorno, esposti al maltempo, centinaia di persone si accampano davanti ai cancelli del ghetto con i loro averi su carri e carriole, in attesa dei permessi per entrare nel ghetto.
Inizialmente, l’area viene delimitata dal filo spinato. In seguito, viene circondata da alte mura che la isolano completamente dalla città circostante: tutte le finestre e le porte che sono rivolte verso il lato ariano della vengono murate, esclusi quattro varchi custoditi (che vengono, all’occorrenza, chiusi) che permettono il traffico attraverso esso. Il ghetto è sorvegliato esternamente dalla polizia tedesca e polacca, internamente da quella ebraica (Jüdischer Ordnungsdienst). I muri perimetrali, come tragico presagio di ciò che attende gli abitanti (che sono coinvolti nella loro effettiva costruzione) hanno la sommità semicircolare, a forma di classiche tombe ebraiche. Uno dei primi regolamenti imposti all’interno del Ghetto è poi l’ordine di rimuovere immediatamente tutte le iscrizioni in lingua polacca e di sostituirle con quelle in ebraico, creando per questo numerose difficoltà, in quanto molte persone che non ne conoscono l’alfabeto.
“[…]Di conseguenza, si ritrovano improvvisamente quasi in un Paese strano e sconosciuto, dove ogni iscrizione, cartellone e ogni piccolo segno è incomprensibile […]”.
Tadeusz Pankiewicz
Il ghetto–decisamente piccolo, delle dimensioni di poco più di 20 ettari–viene istituito nella parte più degradata del quartiere di Podgórze, dove le circa 300 abitazioni, spesso a un solo piano, versano in uno stato di quasi abbandono: sono prive di bagni, acqua corrente ed elettricità e dispongono di una sola cucina condivisa. Un’area che in precedenza ospitava circa 3.500 persone è ora destinata ad accogliere una comunità molto più numerosa (come detto, circa 20.000 abitanti), stipata in condizioni di estremo sovraffollamento. Le case, assegnate dalla Commissione per l’edilizia abitativa dello Judenrat, vengono occupate da più famiglie contemporaneamente. Basti pensare che le circa 3.176 stanze ospitano mediamente tra cinque e sei persone ciascuna (in alcuni casi anche più di dieci). In poche parole, la densità di popolazione media è tre volte superiore a quella del resto di Cracovia. Quasi un terzo della popolazione ebraica è costituito da bambini (18,4%) e anziani di età superiore ai sessant’anni (13,7%).

“Il ghetto comprendeva circa 320 case, per lo più edifici a uno o due piani, tre quarti dei quali erano vecchie rovine, spesso sul punto di crollare, o ampliamenti costruiti senza supervisione architettonica nei cortili. Le abitazioni in quegli edifici erano umide e ammuffite; molte non avevano pavimenti. Prima della guerra, l’area destinata al ghetto era abitata da circa 3.000 persone. […] Si può presumere che durante i suoi primi mesi il ghetto avesse 15.000 abitanti.”
Aleksander Biberstein
“Vivevamo al piano superiore della casa al numero 11 di via Józefińska. L’appartamento era composto da due stanze e una cucina, e ospitava ventidue persone. Dovevamo dividere ogni stanza in quattro, usando gli armadi come divisori. Due persone si trasferirono in cucina. Come molte altre abitazioni del ghetto, l’appartamento non aveva il bagno. Le condizioni igieniche lasciavano molto a desiderare.”
Testimonianza di Tulo Schenirer
Secondo il primo censimento, effettuato nel maggio 1941,10.873 persone vivono nel ghetto: 5.839 donne e 5.034 uomini. Tuttavia, le statistiche non includono gli ebrei nascosti per vari motivi (ad esempio per mancanza di permessi di soggiorno adeguati). A peggiorare la situazione concorre, nell’autunno del 1941, la decisione di incorporare i Comuni limitrofi a Cracovia, con i circa 6000 ebrei costretti a trasferirsi a Podgorze. A fronte del rifiuto di ampliare le dimensioni del ghetto, la Commissione per l’edilizia abitativa è costretta, sotto pressione dei nazisti, a “risolvere” la questione abitativa in un altro modo: secondo il nuovo piano dell’assegnazione degli alloggi, una finestra equivale a tre occupanti. Poiché, tuttavia, nella stessa stanza ci possono essere più finestre, otto o più persone vi vivono, stipati all’inverosimile.
“[…]Lo Stadthauptmann respinse la richiesta della comunità, sostenendo che non c’erano alloggi disponibili sul lato ariano e che qualsiasi espansione del ghetto con i blocchi adiacenti avrebbe comportato lo sfratto dei suoi occupanti ariani, ai quali non c’erano altre abitazioni da offrire. Di conseguenza, la comunità ebraica dovette trovare spazio per tutti coloro che arrivavano nel ghetto, peggiorando ulteriormente le condizioni di sovraffollamento. Diversi appartamenti furono convertiti in alloggi collettivi.”
Testimonianza di Leib Salpeter

Secondo i censimenti successivi, ordinati dalla Gestapo ed eseguiti dal Judenrat, nel gennaio 1942 il ghetto risulta abitato da 16.310 ebrei (7.551 uomini e 8.759 donne), e nell’aprile 1942 da 17.163 persone (7.726 uomini e 9.437 donne). Al suo apice, prima della deportazione degli ebrei nel campo di sterminio di Bełżec, nel giugno del 1942, conta tra i 19.000 e i 20.000 prigionieri. A peggiorare la situazione concorrono anche la carenza di lavoro, soldi, cibo, acqua, servizi igienici, assistenza sanitaria: in poche parole, gli stessi problemi che affliggono la maggior parte dei ghetti in tutta Europa.
Dalla lettura di diari e memorie emerge chiaramente che il problema peggiore per la maggior parte delle persone nei ghetti è la fame, che diventa una presenza costante che non sparisce mai, nella vita del ghetto. Poiché gli ebrei si trovano al livello più basso della piramide razzista gerarchica, ricevono le razioni alimentari più basse di qualsiasi altro gruppo che vive sotto l’occupazione tedesca: appena 300-330 calorie giornaliere, a fronte delle 669 che spettano ai Polacchi e delle ben 2613 ai Tedeschi.
L’approvvigionamento viene organizzato in modi diversi, ma in molti ghetti vengono soprattutto distribuite le tessere annonarie–accessibili solo agli ebrei in possesso dei cosiddetti documenti d’identità “Kennkarte”–che consentono l’acquisto di vari beni a prezzi regolamentati. I buoni per le razioni alimentari vengono emessi in un giorno specifico del mese e ritirati dai custodi delle case delle strade indicate. Gli occupanti degli edifici, al momento del ritiro, devono pagare una tariffa di 2 zloty per ogni buono più 1 zloty come “spesa di alloggio”. I residenti del ghetto senza un impiego fisso, come i bambini e gli anziani, venivano riforniti grazie all’impegno della comunità, ad esempio attraverso mense speciali.
I mendicanti affollano le strade del ghetto, cercando di procurarsi del cibo per sopravvivere un giorno in più, mentre i bambini con stracci al posto dei vestiti piangono per un pezzo di pane. Per sopravvivere, è necessario integrare le razioni ufficiali, o vendendo i propri averi per strada e, con i pochi soldi raccimolati, acquistare cibo extra al mercato nero– anche nella parte ariana della città–dove i prezzi sono però molte volte superiori a quelli ufficiali e aumentano costantemente nel tempo (ad esempio, un chilo di burro costava 35 zloty nella primavera del 1941 e più di 200 zloty alla fine del 1942); oppure sfruttando la scodella di zuppa fornita dai luoghi di lavoro (come le fabbriche), che va a integrare quanto poco c’è all’interno delle mura di Podgorze. In generale, i prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità sono molto elevati, soprattutto per i prigionieri, ridotti a schiavi: un uovo costa 60 groszy, 4 piccoli panini panini–1 zloty 20 groszy, un litro di latte – 2 zloty 50 groszy, un chilo di carne – 12 zloty, un chilo di farina – 30 złoty, un paio di scarpe – 400 złoty, un paio di stivali – 1000 złoty.
“Qui, nel ghetto, tutto è estremamente costoso […] Per esempio, una pagnotta di pane nero […] costa 12 zloty. E vogliono che viviamo con le nostre tessere per la razione alimentare. Ci danno due pagnotte per quattro persone per tutta la settimana! […]
Diario di Renia Knoll
L’opportunità di attingere a risorse aggiuntive può essere sfruttata da chi ha i permessi per lasciare il quartiere (ovvero, per chiunque lavori al di fuori dei confini del ghetto). Acquistato in cambio di denaro o scambiato con gioielli, oggetti di valore e ogni genere di merce, il cibo–nascosto nei carretti della spazzatura o nei barili di crauti–viene contrabbandato (nonostante sia severamente punito), corrompendo le guardie ai cancelli.
“Le razioni ufficiali di cibo erano scarse: 100 g di pane al giorno più 200 g di zucchero e altrettanti grassi al mese. […] I negozi, le mense per i poveri e istituzioni come gli ospedali e l’orfanotrofio venivano riforniti di cibo attraverso canali illegali, principalmente attraverso il cancello di Rynek Podgórski, che veniva aperto dai poliziotti in cambio di tangenti. Carri e camion trainati da cavalli con provviste passavano attraverso quel cancello, di solito di notte. Consistenti quantità di cibo venivano portate al ghetto anche con i camion della spazzatura.”. Aleksander Bieberstein
Il commercio illegale e il contrabbando avvengono anche attraverso i buchi nel muro che circondano il ghetto. Chi non è in grado di procurarsi calorie aggiuntive, rischiando per questo la vita, è condannato a morire per fame. Tuttavia, il 28 luglio 1942, Rudolf Pavlu, capo delle autorità municipali di Cracovia, vieta espressamente agli ebrei di acquistare cibo al di fuori del ghetto e ai Polacchi di farlo per gli ebrei.
C’è poi il freddo. D’inverno, quando le temperature arrivano a svariati gradi sotto lo zero, in mancanza di carbone, gli ebrei non sono solo costretti a fare a pezzi i mobili per bruciarli e riscaldarsi; ma, a partire da dicembre del 1941, devono anche consegnare le proprie pellicce allo Judenrat, per essere poi trasferite alla Wehrmacht, alle prese con il gelido inverno sul fronte orientale.
“Dopo che le persone consegnarono le pellicce, i tedeschi perquisirono le abitazioni. Se trovavano un pezzo di pelliccia addosso a qualcuno, veniva fucilato […] Se qualcuno non consegnava la sua pelliccia, veniva punito con la morte. Era inverno.”
Testimonianza di Michał Fallek
La vita all’interno, il lavoro, la polizia ebraica
Nonostante le innumerevoli difficoltà, gli ebrei cercano di vivere una vita quanto più possibile normale, aprendo case di riposo, tre ospedali, un centro di disinfestazione, un orfanotrofio, sale concerto, diverse caffetterie, almeno un ristorante e diversi piccoli negozi. Sebbene siano bandite dai nazisti, la religione e l’istruzione vengono ancora seguite e praticate, nelle diverse scuole clandestine e nelle tre sinagoghe.
Inoltre, delle 320 case che si trovano all’interno del ghetto di Cracovia, diverse decine vengono utilizzate per ospitare varie organizzazioni e istituzioni. Tra queste c’è il già menzionato Judenrat, il Consiglio ebraico preposto a eseguire le direttive delle autorità tedesche e a fungere da mediatore tra loro e la comunità ebraica: un vero e proprio “governo fantoccio” all’interno del ghetto, responsabile di tutto ciò che riguarda la vita al suo interno.
Un altro ente altrettanto importante è la Società ebraica di mutuo soccorso (o Organizzazione di Auto-Aiuto Ebraica, JSS), che–grazie al sostegno di diverse organizzazioni internazionali, come la Croce Rossa Internazionale e l’American Jewish Joint Distribution Committee–fornisce generi alimentari alle mense pubbliche, provviste ai più vulnerabili, medicinali agli ospedali, assistenza ad altre istituzioni caritatevoli all’interno delle mura del ghetto.
L’Arbeitsamt (Ufficio del Lavoro tedesco) si occupa invece di fornire, alle imprese nella zona, la manodopera forzata. Infatti, sia all’interno del ghetto, che nelle sue vicinanze, sorgono diverse fabbriche. Tra quelle presenti c’è quella dell’industriale austriaco Julius Madritsch, specializzata in sartoria e nota per le migliori condizioni di lavoro e per le provviste aggiuntive che l’imprenditore austriaco acquista con fondi propri; l’Optima, che prima della guerra produceva cioccolato, e adesso è anch’essa convertita in una sartoria e nella produzione di scarpe; e la Deutsche Emaillewaren-Fabrik, di proprietà di Oskar Schindler, che produce pentolame smaltato e in seguito munizioni.
Circa il 60% degli ebrei del ghetto, di età superiore ai 14 anni, trova così impiego presso aziende tedesche al di fuori delle mura. Altri lavorano nei cantieri o in piccole attività a domicilio e commerciali private, che consentono loro di entrare e uscire dal ghetto con i loro prodotti. Ogni ebreo possiede una sorta di documento d’identità chiamato Kennkarte, rinnovato mensilmente presso l’edificio dell’Arbeitsamt, e sul quale, nel caso lavori, viene apposto un apposito timbro. Preme evidenziare come, nel corso del tempo, solo i lavoratori abili e impiegati in fabbriche essenziali ottengono il permesso e il relativo timbro di validità. Un ebreo in possesso di tale permesso non solo può uscire dal ghetto (seppure cinque giorni alla settimana, corrispondenti ai giorni lavorativi) e farvi ritorno al termine del turno, ma anche evitare le deportazioni nei campi di concentramento e di sterminio: in poche parole, possedere o meno questo documento fa la differenza tra la vita e la morte.
Risultare essenziali, agli occhi dei nazisti, contribuendo per questo agli sforzi industriali e bellici, significa sopravvivere un giorno in più, anche se questa speranza è flebile e temporanea. Il lavoro è, però, fortemente sfavorevole agli ebrei sotto ogni aspetto: pochi posti disponibili, a fronte dell’intera popolazione del ghetto; condizioni e orari massacranti; una retribuzione bassa o, addirittura molto spesso, nulla. Inizialmente, viene introdotto un salario, fissato a 4-5 zloty (più basso del 20% rispetto ai Polacchi non ebrei), che avrebbe consentito solo di comprare poche razioni alimentari, solitamente un chilo di pane, insufficiente a sfamare una famiglia; successivamente, a seguito delle lamentele di molti datori di lavoro, che vogliono attingere alla manodopera ebraica gratuita (dovendo già pagare all’amministrazione tedesca una certa somma di denaro giornaliera per ogni lavoratore), gli ebrei vengono pagati in beni di prima necessità.
Ovviamente, il pagamento dei salari in cibo e in altri beni fondamentali non è sgradito ai lavoratori, poiché i prezzi dei generi alimentari sul mercato nero, come detto, lievitano quotidianamente. Chi non lavora all’interno delle fabbriche o nelle attività private, viene impiegato per lo sgombero della neve in inverno, la pulizia delle strade nella stagione calda, lavori edili e varie opere di pubblica utilità, per dodici ore al giorno, a ritmi estenuanti. Comunque sia–anche grazie all’ingegnosità degli abitanti–la vita nel ghetto durante il primo anno della sua esistenza è relativamente tranquilla. Questa tranquillità è solo apparente: la morte è pronta a fare la sua apparizione,
Come negli altri ghetti della Polonia occupata, anche in quello di Cracovia esiste una polizia ebraica, conosciuta come “Servizio di Ordine Ebraico” (Jüdischer Ordnungsdienst, o, in breve, “OD”), preposta a garantire l’ordine al suo interno (negli edifici e nelle strade). Le principali responsabilità dell’OD sono, inoltre, il rilascio di carte d’identità, l’esecuzione di controlli documentali, la partecipazione a retate e blocchi organizzati dalle autorità tedesche nel ghetto di Cracovia, l’accompagnamento delle persone radunate in Plac Zgody alla stazione ferroviaria di Plaszów, le perquisizioni degli appartamenti ebraici alla ricerca di residenti illegali.
Per i 40 poliziotti ebrei (numero cresciuto poi a circa 130), guidati da Symche Spira e dipendenti dallo Judenrat, appartenere all’OD è considerato onorevole, anche se ciò solleva in alcuni di loro un dilemma complesso. Viene loro promessa l’immunità dalle deportazioni per sé e per le proprie famiglie e molti credono che, eseguendo gli ordini, possano contribuire anche a salvare vite ebraiche (ritenendo che, se fossero i nazisti a occuparsi direttamente della sicurezza e delle deportazioni, agirebbero con una brutalità ancora maggiore).
La realtà è però più contraddittoria. Mentre alcuni dedicano tempo ed energie ad aiutare i più bisognosi, altri preferiscono tutelare i propri interessi, spesso a scapito degli altri abitanti del ghetto. I membri dell’Ordnungsdienst (e anche dello Judenrat) godono, infatti, di numerosi privilegi e possono tanto offrire aiuto o nascondere persone quanto perseguitare altri residenti. Nel tentativo di prolungare la propria sopravvivenza, molti membri della polizia ebraica finiscono per eseguire pedissequamente gli ordini delle autorità naziste, partecipando alla ricerca degli ebrei nascosti e ricorrendo spesso alla violenza. La polizia ebraica di Cracovia si guadagna così una pessima reputazione per la sua durezza nei confronti degli altri ebrei e per la partecipazione ai rastrellamenti tedeschi.
Molti poliziotti ebrei, tra cui lo stesso Symche Spira, sono infatti ricordati per il loro ruolo nella compilazione e nel controllo delle liste dei deportati, per le percosse inflitte, per aver trascinato le persone fuori dalle proprie abitazioni e dai nascondigli e per aver sorvegliato il ghetto durante le campagne di deportazione verso i campi di sterminio. Non mancano quindi di collaborare attivamente alle operazioni naziste, scovando gli ebrei nascosti e contribuendo all’attuazione delle deportazioni (come in occasione della liquidazione del ghetto del marzo 1943) nella speranza di guadagnare ancora un po’ di tempo per sé e per le proprie famiglie. Sono invisi alla popolazione anche per un altro motivo: mentre molti muoiono di fame, questi –grazie alla corruzione– assieme alle loro famiglie vivono in condizioni privilegiate, spesso con accesso a cibo extra.
Tuttavia, nonostante la violenza esercitata nei confronti dei propri concittadini, la polizia ebraica comincia a rendersi conto di essere semplicemente uno strumento nelle mani dei Tedeschi. Il loro destino, seppur momentaneamente rimandato, è infatti lo stesso di coloro che sono stati già deportati. Spira, tristemente famoso per la sua stretta collaborazione con i nazisti e conosciuto come uno psicopatico megalomane, viene giustiziato nel campo di concentramento di Plaszow nel 1944, assieme alla sua famiglia e agli altri membri dell’OD.
Le prime Aktion
Dentro al ghetto, le vite oscillano tra la vita e la morte. Nonostante i tentativi di rendere l’esistenza quanto più possibile sopportabile e sebbene molti, moltissimi abitanti del ghetto lavorino, ciò non basta a proteggerli. Il clima è, infatti, sempre teso, le giornate segnate non solo dalla fame, dalla sovrappopolazione, dalle malattie, dai lavori forzati, ma anche dal terrore e dalla violenza costante. Nonostante non si verifichino epidemie e morti di massa a causa della fame (e quindi nonostante il tasso di mortalità nel ghetto sia relativamente basso, a differenza di quanto avviene nel ghetto di Varsavia), la quotidianità è scandita dalle umiliazioni (come quando, per strada, vengono tagliate le barbe e le basette agli ebrei ortodossi), dalle torture, dalle botte, dalle esecuzioni: basta poco, ai soldati, per uccidere un passante o un lavoratore –a detta loro– non abbastanza produttivo.

Tuttavia, a spaventare gli abitanti sono soprattutto le Aktion, vale a dire le operazioni di rastrellamento e deportazione, che si susseguono nel corso degli anni. l sistema dei ghetti, secondo le massime autorità naziste, è, infatti, solamente provvisorio. Le autorità tedesche, guidate da figure come Reinhard Heydrich, considerano i ghetti come strumenti essenziali per isolare gli ebrei dal resto della società, concentrandoli in aree facilmente sorvegliabili. Questo isolamento serve a diversi scopi: limitare qualsiasi attività che possa minacciare la sicurezza del Reich, facilitare la confisca dei beni degli ebrei e preparare il terreno per trasferimenti e deportazioni verso est.
Heydrich vede chiaramente la ghettizzazione come una fase transitoria, non come una soluzione definitiva. I ghetti servono a controllare, schedare e segregare, ma il vero obiettivo è la “Soluzione Finale” – lo sterminio sistematico. Pertanto, la ghettizzazione è uno strumento strategico, un passaggio necessario per attuare il piano di annientamento totale degli ebrei d’Europa. Ogni discorso che parla di “misure sanitarie” o di “protezione della popolazione” è solo un eufemismo, una menzogna propagandistica per giustificare questa tragica realtà. Reinhard Heydrich capisce però che è pur sempre un sistema provvisorio, che deve essere risolto.
La situazione, se possibile, precipita nel 1942. Il 20 gennaio si svolge la tristemente nota Conferenza di Wannsee, nella quale Heydrich sentenzia che i ghetti hanno svolto la loro funzione e che gli ebrei vanno evacuati ad Est. Evacuati è il termine usato per indicare, in altre parole, l’uccisione sistematica in uno dei campi di sterminio. La “Soluzione Finale della questione ebraica” è appena cominciata. L’Aktion Reinhard(t) è in funzione. Il tempo per gli ebrei è finito.
A seguito della Conferenza, nel maggio dello stesso anno tutta l’autorità relativa alle questioni ebraiche nel GG viene trasferita dall’amministrazione civile alle SS, che assumono la responsabilità principale delle deportazioni e dello sterminio. La prima deportazione di circa 1.000 residenti del ghetto di Cracovia ha luogo già nel dicembre del 1941, quando gli ebrei deportati vengono trasferiti nella città di Kielce. La seconda operazione, condotta nel febbraio del 1942, porta all’arresto e alla deportazione ad Auschwitz di decine di intellettuali ebrei. La notte del 14 marzo 1942, altri 1.500 abitanti vengono trasferiti nel distretto di Lublino.
Ma la vera, prima, grande Aktion è quella del giugno 1942. Tutto inizia tra marzo e maggio, quando gli abitanti del ghetto vengono, come visto precedentemente, censiti dalle autorità naziste. L’obiettivo è capirne il numero e sbarazzarsi degli inabili al lavoro o di quelli che non sono ritenuti “essenziali”. Durante il censimento, la Gestapo esamina la Kennkarte di ciascun abitante. Gli unici che possono rimanere sono coloro che lavorano nelle fabbriche, ai quali vengono concessi i timbri speciali sulle loro carte d’identità e poi i relativi ” documenti blu” (Blauschein). Sono proprio questi ultimi a rivestire un ruolo fondamentale, in quanto–certificando che il possessore lavora in un’industria essenziale per lo sforzo bellico tedesco–offrono una temporanea protezione contro le deportazioni.

Il 28 maggio 1942, dopo aver effettuato il censimento, i nazisti sigillano ermeticamente il Ghetto. Il giorno successivo, a tutti gli ebrei del ghetto di Cracovia viene ordinato di presentarsi presso la sede della Società ebraica di mutuo soccorso. (JSS). Gli ebrei abili al lavoro e considerati “utili” ricevono nuove carte d’identità e permessi di lavoro, mentre le loro famiglie ottengono una proroga della deportazione e dello sterminio imminenti.
Tuttavia, le decisioni sono anche arbitrarie, non avendo molte volte nulla a che fare con le capacità lavorative. A distinguere molte volte un lavoratore essenziale da uno che non lo è, è solo la capacità di corrompere i funzionari (dell’OD, dello Judenrat, del JSS e–financo–nazisti). La corruzione è, infatti, l’unica cosa che può salvare la vita degli ebrei. Chi non può corrompere (e ciò avviene perché gli abitanti vivono da anni in condizione di privazioni), non ottiene i documenti necessari e non sopravvive. Il destino per i “lavoratori non essenziali” e le loro famiglie è segnato.
L’Olocausto degli ebrei di Cracovia inizia, nei fatti, nella notte tra il 30 e il 31 maggio 1942, quando gli uomini dell’OD, su ordine delle autorità tedesche, procedono con il controllo dei documenti d’identità nel ghetto di Cracovia. Gli ebrei non essenziali, circa 2000, vengono radunati in Plac (Piazza) Zgody, scortati due giorni dopo alla stazione ferroviaria di Plaszów e da lì inviati al campo di sterminio di Belzec: si tratta solo della prima deportazione di massa, di un’operazione che inizialmente si protrae per diversi giorni e che successivamente durerà alcuni mesi, anche se in modo intermittente.
Il 1° giugno 1942, dopo aver stilato un elenco di circa un migliaio di anziani e disoccupati, l’OD inizia le retate e i blocchi delle abitazioni, insieme ai controlli dei documenti d’identità. Le retate nel ghetto avvengono in modo sistematico: in una prima fase avviene il blocco di una via, in cui ciascuno stabile viene circondato; successivamente, gli inquilini senza i documenti di lavoro e quelli di età superiore ai 55 anni sono fatti uscire dalla polizia ebraica (e dai nazisti, qualora ce ne fosse il bisogno).
Gli anziani a malapena in grado di camminare, i pazienti degli ospedali trascinati fuori dai loro letti d’ospedale, uomini e donne invalidi con le stampelle, molti bambini: tutti questi vengono portati nel cortile della fabbrica Optima dove, rimangono rinchiusi al caldo per due giorni interi senza cibo né acqua, con molti che crollano, stremati. Il 4 giugno, una delegazione delle SS, insoddisfatta dell’Aktion iniziale, incolpa lo Judenrät di non aver obbedito a sufficienza, ne deporta il Presidente, Aron Rosenzweig (che si rifiuta di collaborare con i nazisti) e ordina un ulteriore rastrellamento, conosciuto dagli ebrei come il “Giovedì di Sangue”.

Coadiuvati nell’operazione anche dalla polizia polacca, per nulla clemente, i membri dell’OD non sembrano mostrare pietà per le loro vittime: durante la marcia verso la stazione ferroviaria, picchiano e addirittura sparano a chiunque è troppo lento. Il percorso si tinge rapidamente di sangue e le strade si riempiono di cadaveri. Le Aktion rappresentano, a tutti gli effetti, quindi, il massacro e la distruzione del ghetto di Cracovia. Tutto si svolge in modo metodico e con il massimo della violenza: nel bel mezzo del “caos organizzato”, centinaia di persone vengono giustiziate sul posto.
“Il ghetto echeggiava di spari; i morti e i feriti cadevano; il sangue segnava i crimini tedeschi per le strade. C’era sempre più gente nella piazza […] La gente, indebolita dal caldo e dalla sete, sveniva e cadeva […] Gli uomini delle SS portavano valigie piene di oggetti di valore sequestrati durante le perquisizioni dei deportati. Prendevano tutto […] Alcuni degli sfortunati guardavano coloro che aspettavano il loro turno, con rassegnazione e apatia impresse sui volti […]”
Tadeusz Pankiewicz
E così, nei primi giorni di giugno del 1942, circa 7000 persone vengono rastrellate, portate nella Piazza Zgody e deportate a Belzec, dove trovano la morte. Tuttavia, occorre precisare e ricordare che molti abitanti ignorano la reale destinazione e le azioni di sterminio perpetrate nelle altre comunità ebraiche e nelle zone occupate, seppure di tanto in tanto qualche voce circoli. In fondo, i nazisti parlano di “reinsediamento a Est”, un termine che non può non far pensare a un semplice trasferimento. Altri, invece, non sembrano fidarsi.
Il 20 giugno 1942, dopo il massacro delle settimane precedenti, l’amministrazione tedesca ordina la riduzione dell’area del ghetto di quasi la metà, a causa della diminuzione del numero di residenti: la sezione meridionale viene, infatti, smantellata. Rudolf Pavlu convoca il neonominato capo dello Judenrat, Dawid Gutter (subentrato ad Aron Rosenzweig, deportato a giugno 1942), concedendo agli ebrei ventiquattro ore per ridurre il territorio del ghetto e a quelli sfollati pochi giorni per trovare una nuova sistemazione al suo interno. A causa della mancanza di spazio, gli abitanti di queste strade sono costretti ad abbandonare la maggior parte dei loro averi.
Il ghetto, a causa del suo ridimensionamento, diventa ancor più sovraffollato. I suoi 12.000 abitanti, confinati adesso in pochissime centinaia di metri, sono ormai disperati perché la vita all’interno delle mura perimetrali è sempre più difficile: non solo aumenta la fame, in quanto i nazisti limitano sempre più l’afflusso di prodotti e beni di prima necessità al suo interno; ma diminuisce anche la libertà di movimento, dal momento che i permessi per lasciare il ghetto sono rilasciati raramente e quindi lavorare è sempre più complicato, il che impedisce di guadagnarsi da vivere.
La popolazione ebraica, stremata dalla malnutrizione, dai lavori forzati, dalle continue persecuzioni e dall’impoverimento economico, sembra attendere in silenziosa disperazione il suo destino finale. In seguito alla prima, grande, deportazione, nel ghetto si verifica un’ondata di suicidi e alcuni tentano la fuga. Anche l’ottimismo che circolava tra gli ebrei nel 1941, nella prima fase della storia del ghetto, quando credevano che la creazione di un “quartiere” separato avrebbe posto fine alla crudeltà, alla persecuzione e al terrore, che la guerra sarebbe finita presto e che sarebbero arrivati tempi migliori sembra sparito. È vero, la Germania verrà sconfitta, ma non sarebbero vissuti abbastanza per poterlo vedere.
Nei mesi successivi circolano voci su ulteriori deportazioni. Il 27 ottobre 1942, l’intera popolazione del ghetto è in preda alla paura, in quanto teme una nuova azione che, secondo le indiscrezioni provenienti dalla parte ariana, è programmata per il giorno successivo. Inizia, così, una frenetica ricerca di nascondigli. La gente cerca rifugio nelle cantine e nelle soffitte, oppure cerca di scappare e trovare un nascondiglio presso amici nella parte ariana della città, in attesa della conclusione dell’azione.
Le voci si rivelano fondate. Lo stesso giorno, una pattuglia nazista ordina a tutti i possessori di tessere di lavoro di presentarsi la mattina successiva presso l’edificio del Consiglio della Comunità Ebraica. Fin dalle prime ore del mattino del 28 ottobre, gli ufficiali delle SS e della Gestapo entrano nella zona del ghetto per una nuova retata. Alle 10 del mattino, in via Jozefinska, iniziano le ispezioni dei documenti. Possono rimanere, infatti, i possessori dell’apposito timbro.
Se possibile, l’Aktion è ancora più violenta rispetto al “Giovedì di Sangue” di giugno. Infatti, con il passare delle ore la loro brutalità aumenta. Resisi conto che un gran numero di ebrei si nasconde, setacciano a fondo ogni stanza del Ghetto sparando a chiunque trovassero. Verso mezzogiorno, i nazisti irrompono negli ospedali–soprattutto quello per i malati cronici (pazienti considerati “mangiatori inutili”) – e nelle case di accoglienza per i poveri, uccidendo le vittime sul posto, nei loro letti o nel cortile, assieme ai medici che si rifiutano di abbandonare i pazienti.
Nel pomeriggio entrano nell’orfanotrofio di via Jozefinzka, che offre riparo a circa 200-300 bambini. Alcuni vengono uccisi per le strade del ghetto–addirittura gettati dalle finestre–o nel campo di concentramento di Plaszow, assieme ai malati e agli anziani; mentre altri vengono trasportati a Belzec, dove trovano la morte. In un solo giorno, vengono così deportate circa 6.000 persone, mentre approssimativamente 600 sono quelle uccise per strada. I bambini rappresentano la metà delle vittime. La sera, al loro ritorno dal lavoro, gli abitanti del ghetto si trovano davanti a una scena agghiacciante: strade imbrattate di sangue e disseminate di cadaveri, appartamenti saccheggiati, amici e parenti non più presenti.
“I soldati delle SS arrivarono all’orfanotrofio sui camion e vi stiparono tutti i bambini, ammassandoli uno sull’altro. I più piccoli e i neonati furono gettati dentro […] addosso ai bambini già dentro. Le loro urla si sentivano da lontano, raggiungevano ogni angolo e spezzavano i cuori, ma a quanto pare non arrivarono mai al cielo”. Un sopravvissuto
Secondo i calcoli e i racconti dei testimoni, le ondate di deportazioni forzate di giugno e ottobre 1942 provocano tra le 12.000 e le 15.000 vittime. In seguito all’Aktion di ottobre, circolano voci, secondo le quali, il campo di Plaszow, in fase di costruzione nelle immediate vicinanze del ghetto, è in realtà destinato ai superstiti. A novembre 1942, l’ennesimo decreto riduce ulteriormente il territorio già esiguo del ghetto: il lato est–comprendente via Lwowska, Dabrowski e Janowa Wola– viene separato dal ghetto. I nazisti sono ormai pronti alla liquidazione finale del ghetto e alla distruzione della comunità ebraica di Cracovia. Il tanfo dei cadaveri bruciati è, ormai, un triste presagio. I giorni del ghetto sono contati.
“L’aria era densa dell’odore di carne bruciata, il cielo scuro di nuvole nere di fumo che si potevano vedere da quindici o venti miglia quadrate di distanza”.
Autore sconosciuto, lettera inviata a ignoto
Le Aktion di giugno e ottobre provocano un’ondata di suicidi tra gli abitanti del ghetto, in quanto gli ebrei finalmente comprendono le vere intenzioni dei nazisti e scelgono per questo di affrontare la morte alle proprie condizioni. Il 6 dicembre 1942, le autorità naziste dividono il ghetto in due parti: Ghetto A e Ghetto B, separando in questo modo coloro che erano in grado di lavorare (destinati alla parte “A”) da tutti gli altri (costretti a mendicare cibo dai loro concittadini nell’area “B”). Il cancello che divide le due sezioni del ghetto è sorvegliato giorno e notte e a nessuno è permesso entrare o uscire senza un permesso speciale. Il sovraffollamento, soprattutto nella zona “A”, diventa insopportabile.
Il tentativo di resistenza degli ebrei
Molti nel ghetto si rifiutano ancora di credere alle voci secondo le quali gli ebrei in Polonia e in Unione Sovietica vengono sommariamente giustiziati; e si ostinano a fidarsi delle parole rincuoranti dei nazisti, che parlano–eufemisticamente–di “reinsediamento a Est”. Perché non si verifica un’unica, grande vera resistenza organizzata? A questo interrogativo, non c’è una sola risposta. A posteriori, gli studi hanno evidenziato tutta una serie di criticità: una popolazione fisicamente e moralmente prostrata, l’autoinganno che porta a negare persino l’evidenza e l’illusione che potesse verificarsi un miracolo.
Molti, infatti, credono che Dio non possa permettere la distruzione del suo popolo; altri, invece, disapprovano le azioni di resistenza armata perché ciò porterebbe certamente alla totale distruzione del ghetto. Altri ancora si domandano quale sia il senso di uccidere qualcuno a cui viene promesso del cibo. Inoltre, il ghetto di Cracovia è molto più piccolo di quelli creati nelle altre parti della Polonia, in gran parte a causa del numero esiguo di ebrei rimasti in città, impedendo di fatto la creazione di un grande gruppo organizzato come a Varsavia.
Eppure, molti scrivono diari o si uniscono a gruppi clandestini che promuovono varie forme di resistenza, principalmente attraverso i propri giornali e opuscoli. Infatti, c’è pure sempre qualcuno che si rifiuta di credere alle menzogne dei nazisti. Verso settembre del 1942, i diversi gruppi clandestini di giovani ebrei si uniscono in un’unica organizzazione chiamata “Zydowska Organizacja Bojowa” (Organizzazione Combattente Ebraica) o “ZOB”, guidata da Adolf Liebeskind e Szymon Dränger.
In principio, i suoi membri non intraprendono azioni concrete, ma alla fine dell’anno cominciano a compiere atti di sabotaggio contro gli invasori. Le testimonianze dell’epoca menzionano diverse missioni compiute, come i tentativi di eliminare gli informatori e i poliziotti ebrei, nonché un attacco alla fabbrica “Optima”. Ma l’azione più eclatante è quella del 22-23 dicembre 1942, quando alcuni dei suoi uomini lanciano un attacco contro il “Café Cyganeria”–luogo di ritrovo degli ufficiali tedeschi–a seguito del quale undici persone rimangono uccise e altre tredici ferite.
Nonostante questo atto di ribellione, però, non ci sono prospettive di organizzare una ribellione all’interno del ghetto, come avviene invece a Varsavia, anche a causa della mancanza di addestramento al combattimento, della scarsità di armi e del numero insufficiente di membri. Sfortunatamente, nei mesi successivi, molti membri –anche a causa delle soffiate dei delatori (molti di essi addirittura ebrei del ghetto) – vengono imprigionati e poi fucilati. Sebbene non riescono a fermare, né tantomeno a rallentare, la Soluzione Finale, questi atti rappresentano il tentativo di resistere agli invasori e mostrare che non tutti sono disposti a morire come “pecore al macello”.
La liquidazione del ghetto
Agli ebrei rimasti viene proibito di circolare nelle strade parallele a quelle del settore ariano della città e tutti i negozi situati nelle strade adiacenti al muro vengono chiusi. La vita, in quel poco che resta del ghetto, scorre inquieta e piena di paura. Le SS conducono continue perquisizioni, accompagnate da violenza e brutalità. Le case sono setacciate e le persone arrestate per strada o trascinate fuori dalle proprie abitazioni, senza essere più riviste. Tutto è pronto per la fine del ghetto di Podgorze.
Sebbene Himmler voglia chiudere la maggior parte dei ghetti entro la fine del 1942, il processo richiede molto più tempo del previsto. Lo Judenrät cerca di posticipare la chiusura, ma invano: la liquidazione finale–supervisionata dallo Hauptsturmführer (Capitano) delle SS Amon Göth, divenuto, nel mentre, comandante del campo di concentramento di Plaszow, che sorge appena fuori i confini del ghetto– è fissata per il 13 marzo 1943. Alle 6 del mattino, le SS, la polizia e l’OD circondano il ghetto “A” e, nel giro di tre ore, deportano 8.000 persone– uomini e donne abili al lavoro–a Plaszow, mentre i bambini non possono seguire i propri genitori (ai quali viene promesso che li avrebbero raggiunti il giorno successivo). Tuttavia, le sue promesse si rivelano false. I bambini sono prontamente mandati all’orfanotrofio, nell’area “B”, liquidato il giorno successivo. Li attende una fine orrenda.

[…]Nel ghetto ci sono una dozzina di tedeschi, guidati da Amon Göth, che si aggirano per le strade con un mitra in mano. Lui e il suo seguito, accompagnati dai loro due inseparabili cani, Ralf e Rolf, aggravano l’ansia generale. Gli uomini dell’OD corrono in giro come matti.”
Tadeusz Pankiewicz
“La notte del 13 marzo nel ghetto fu terribile. Il ghetto A era stato completamente liquidato[…]Tutti nel ghetto B attendevano il giorno seguente con terrore[…]Uscirono le donne, con i bambini in braccio o nelle carrozzine. Uscirono gli anziani, portando sotto il braccio libri devozionali e paramenti rituali avvolti nel velluto. I bambini camminavano da soli, tenendosi per mano[…]Questa volta i Tedeschi non hanno lasciato alla gente illusioni sul loro destino. Questa volta tutte le bugie e gli inganni sono stati abbandonati, nessuno ne ha più bisogno, poiché questa è la fine del ghetto.”
Tadeusz Pankiewicz
Il giorno successivo, il 14 marzo, è la volta della liquidazione della sezione “B”. Come a giugno e a ottobre 1942, anche stavolta tutto si svolge in maniera estremamente violenta. Il rumore degli spari si mescola con quello dei fischi, con le urla dei soldati e con i cani che abbaiano. Le persone impazziscono. Alcuni si nascondono sotto i letti e si chiudono a chiave negli armadi o nei nascondigli, ma invano.
Vengono uccise circa 2.000 persone ritenute “non essenziali”: i bambini dell’orfanotrofio, gli anziani, i malati (assieme ai medici, che si rifiutano di abbandonare i propri pazienti), le donne incinte, i disoccupati, e anche un folto gruppo di lavoratori che si trasferiscono dal ghetto A al ghetto B per stare con i genitori, le madri, i padri, le sorelle e i figli.

“Alcune madri formarono una colonna in via Węgierska con i loro bambini nascosti in zaini e valigie. Alcune di loro tenevano i bambini al loro fianco al centro della colonna. [Göth] camminava avanti e indietro furioso intorno alla colonna, strappando i bambini dalle braccia delle madri e colpendo violentemente le donne con la sua frusta da equitazione. (…) Göth strappò nostro figlio a mia moglie. Riluttante a cedere il bambino, lei uscì dalla colonna, e lui la picchiò violentemente. Non ho mai più rivisto né mia moglie né mio figlio. Ho visto solo gli abiti delle vittime riportati indietro dopo circa 3 o 4 giorni, e ho riconosciuto tra questi il cappotto di mia moglie e i vestitini del mio bambino.“
Samuel Stoeger
Ad esempio, i bambini, per risparmiare le munizioni, sono messi in fila in modo che un singolo colpo possa ucciderne più di uno. La stessa tecnica è usata anche con i neonati, ma invece di metterli in piedi, vengono sistemati in una carrozzina. Alcuni cercano di approfittare della situazione per fuggire verso il cosiddetto “lato ariano”. Alla fine della giornata, quando i nazisti hanno completato la liquidazione, il ghetto è stranamente silenzioso. Circa 3.000 persone sono deportate ad Auschwitz-Birkenau.; mentre i cadaveri delle vittime giacciono nei vicoli e nelle strade. I corpi sono poi trasportati in fosse comuni nel campo di Płaszów.
“[…] Eravamo in 150. Scavammo una fossa lunga diverse centinaia di metri e profonda pochi metri […] iniziarono ad arrivare carri a pianale, carichi delle persone assassinate del ghetto B […] Le prime centinaia di uccisi furono vestiti, mentre i carri successivi portavano cadaveri che erano già stati spogliati […] Alcune persone erano impegnate a raccogliere gli oggetti di valore trovati sui morti […] messi in casse […]”
Jan Mischel
Come avviene negli altri ghetti, i nazisti mantengono a Podgorze un piccolo numero di ebrei (soprattutto i membri dell’OD) per distruggere le prove; ripulire le strade vuote, insanguinate e disseminate di cadaveri; perquisire a fondo l’area, alla ricerca di eventuali persone nascoste.
“Sentivo passi immaginari, porte che si aprivano o colpi sui vetri delle finestre. Nei giorni successivi, entrando nel ghetto a tarda ora, sentivo suoni simili. Poi capii che non mi sbagliavo. Non era un’allucinazione. Era la realtà. Le persone davano segnali di essere vive e di aver bisogno di aiuto.”
Tadeusz Pankiewicz
La tregua per gli uomini dell’OD non dura, però, a lungo: Symche Spira e i suoi colleghi e le rispettive famiglie–traditori della comunità ebraica, che avevano servito i nazisti con tanta “lealtà”–con le rispettive famiglie, vengono giustiziati a Plaszow. Qualche settimana dopo, le autorità tedesche costringono gli ebrei (anche di Plaszow) ad abbattere i muri del ghetto per reincorporare l’area nella città, come se nulla fosse mai accaduto. Come se il ghetto e la violenza non fossero mai esistiti.

Con la liquidazione del ghetto, i nazisti non si limitano a sterminare migliaia di persone: tentano anche di cancellare ogni traccia della loro esistenza. Il ghetto di Podgórze scompare dalla carta geografica e, con esso, vengono annientate intere famiglie, generazioni e una cultura che per secoli aveva contribuito alla storia di Cracovia. Non muoiono soltanto degli individui, ma una parte fondamentale dell’identità e della memoria della città.
Chi salva una vita, salva il mondo intero
Alcuni abitanti del ghetto riescono a nascondersi durante le Aktion e la liquidazione, riuscendo a vedere la fine della guerra. Ciò è possibile grazie al sostegno di uomini e donne non ebrei che decidono, rischiando per questo loro stessi la vita, di non rimanere indifferenti e di agire, salvando la vita dei loro concittadini, amici e vicini ebrei.
Tadeusz Pankiewicz è un farmacista polacco e, soprattutto, l’unica persona non ebrea a cui l’amministrazione tedesca conceda il permesso di lavorare nella sua farmacia, situata all’interno del ghetto, in Plac Zgody, e soprattutto di viverci. Nonostante l’offerta tedesca di lasciare il luogo e di ottenere in cambio il controllo di una delle farmacie ebraiche confiscate fuori Podgorze, egli si rifiuta di trasferirsi e assiste a tutte le Aktion. Il contributo offerto da Pankiewicz è cruciale, in quanto (assieme alle sue collaboratrici Irena Droździkowska, Aurelia Danek-Czortowa e Helena Krywaniuk) non solo rifornisce il ghetto (il lager di Plaszow) di medicinali, ma fornisce ai suoi abitanti viveri, alloggi temporanei e persino documenti falsi, salvando così molte vite umane e venendo riconosciuto come “Giusto tra le Nazioni”. Il luogo diventa, quindi, un punto di riferimento per la resistenza clandestina, un centro di soccorso per gli ebrei e un luogo di incontro per la comunità ebraico-polacca. Tadeusz Pankiewicz contribuisce, grazie alla sua posizione, anche a testimoniare lo sviluppo e la fine del ghetto. I suoi ricordi sono ancora oggi considerati una testimonianza credibile di quanto accaduto in quel luogo.
Ben più celebre è la vicenda di Oskar Schindler, resa famosa grazie al film “Schindler’s List”, figura alquanto controversa della Seconda guerra mondiale. Sebbene sia di nazionalità tedesca, nonchè membro del Partito Nazista e dei Servizi Segreti Militari, con le sue azioni, la sua influenza e le sue risorse economiche, salva la vita a 1.200 ebrei, diventando così “Giusto tra le Nazioni.” Infatti, dopo l’invasione della Polonia, Schindler si trasferisce a Cracovia, dove approfitta del processo di “arianizzazione” delle attività economiche promosso dalle autorità tedesche.
Nel novembre 1939 acquista una fabbrica di oggetti smaltati, la Deutsche Emailwarenfabrik (o Emalia), precedentemente appartenuta a un imprenditore ebreo. Uomo d’affari ambizioso, amante del lusso e della vita mondana, inizialmente sfrutta pienamente il sistema di lavoro forzato istituito dai nazisti nei territori occupati. All’inizio la maggior parte dei dipendenti della Emalia sono polacchi non ebrei; tuttavia, tra il 1941 e il 1942 Schindler inizia ad assumere lavoratori forzati ebrei provenienti dal ghetto di Cracovia, che rappresentano, per lui, un vantaggio: gli imprenditori non sono, infatti, come visto, tenuti a pagarli direttamente, essendo obbligati a versare una tariffa giornaliera alle SS.
Nonostante il sistema consenta ai proprietari delle fabbriche di sfruttare e maltrattare i lavoratori ebrei, numerose testimonianze dei sopravvissuti indicano che Schindler riserva loro un trattamento relativamente umano. Ad esempio, nell’occasione dell’Aktion di giugno 1942, interviene personalmente per impedire la deportazione di quattordici suoi operai. Sebbene le sue motivazioni –quantomeno in un primo momento– siano probabilmente legate anche alla necessità di mantenere efficiente la produzione della fabbrica, il suo intervento certamente contribuisce a salvare delle vite.
Durante la liquidazione del ghetto, nel marzo 1943, offre rifugio ai suoi lavoratori ebrei all’interno della fabbrica, permettendo loro di trascorrervi la notte. Grazie a questa scelta molti di essi sopravvivono all’operazione. Successivamente vengono trasferiti nel vicino campo di lavoro forzato (poi di concentramento) di Plaszow, guidato da Amon Göth, noto come il “Macellaio di Plaszow” per le sue esecuzioni arbitrarie e per la violenza sistematica esercitata sui detenuti.

Sfruttando il rapporto personale instaurato con il comandante delle SS (tanto da partecipare anche a incontri e ricevimenti nella sua villa) e la corruzione, ottiene importanti concessioni, che gli permettono sia di gestire la fabbrica con maggiore autonomia sia di proteggere i lavoratori ebrei. Infatti, riesce a convincere Göth ad autorizzare la creazione di un sottocampo all’interno della Emalia, consentendo ai suoi operai di vivere direttamente nel complesso industriale anziché nel campo principale di Plaszow. Le condizioni sono significativamente migliori rispetto a quelle del campo di concentramento.
Al culmine della sua attività, la Emalia impiega circa 1.700 lavoratori, dei quali almeno 1.000 sono ebrei sottoposti al lavoro forzato. Oltre a questi, Schindler accoglie nel proprio campo altri 450 ebrei impiegati in fabbriche vicine. Per dimostrare alle autorità tedesche che quei lavoratori sono indispensabili allo sforzo bellico, istituisce un reparto dedicato alla produzione di armamenti. Le sue attività a favore degli ebrei e alcune pratiche commerciali poco trasparenti suscitano sospetti tra le autorità naziste. Le SS e la polizia lo arrestano in tre occasioni con accuse di corruzione e di aiuto non autorizzato agli ebrei, ma –anche grazie alla protezione dei Servizi Segreti–non riescono mai a raccogliere prove sufficienti per condannarlo.
Come egli stesso dichiara dopo la guerra: “I motivi che hanno alimentato le mie azioni e il mio cambiamento interiore sono stati la quotidiana testimonianza dell’insopportabile sofferenza del popolo ebraico e la brutalità dell’occupazione nei territori occupati.”
Julius Madritsch, giovane viennese contrario al nazismo e all’ideologia di Hitler, arrivato a Cracovia, diventa direttore di due fabbriche tessili confiscate ai loro proprietari originari. Il contatto con gli abitanti del ghetto lo segna profondamente. Egli inizia, infatti, a utilizzare la propria posizione per aiutare gli ebrei perseguitati, che capiscono di trovarsi di fronte una persona diversa dalla maggior parte degli occupanti tedeschi: Madritsch promette di occuparsi del loro benessere e conquista progressivamente la loro fiducia.
Grazie ai suoi contatti, le sue fabbriche ricevono sempre più commesse e lui decide di assumere un numero crescente di operai ebrei provenienti dal ghetto di Cracovia. Collabora strettamente con lo Judenrat, che vede nelle sue fabbriche una possibilità di sopravvivenza per molte persone. Ai lavoratori vengono rilasciati certificati che li dichiarano indispensabili allo sforzo bellico tedesco, aumentando così le loro probabilità di evitare la deportazione.
Al suo fianco opera Raimund Titsch, anch’egli viennese e direttore della produzione. Oltre al ruolo ufficiale, Titsch diventa un prezioso collaboratore nell’assistenza agli ebrei impiegati nelle fabbriche. Nonostante le pressioni di amici, conoscenti e autorità naziste, che lo accusano di ostacolare la politica antiebraica del regime e lo minacciano di interventi della Gestapo, Madritsch continua ad assumere e proteggere lavoratori ebrei. Con il tempo circa 2.000 ebrei trovano impiego nelle sue fabbriche, conosciute per offrire buone condizioni di vita. Nonostante, infatti, il lavoro rimanga duro e caratterizzato da lunghe ore, gli operai che superano gli obiettivi ricevono razioni supplementari di pane.
Viene persino organizzata una cucina kosher per rispettare le tradizioni religiose dei lavoratori ebrei. Le razioni distribuite risultano superiori alla media e contribuiscono alla sopravvivenza di molti prigionieri. Quando, alla fine 1942, la situazione nel ghetto peggiora drasticamente, Madritsch, per evitare che i propri operai vengano deportati, fonda una fabbrica direttamente all’interno del campo di Plaszow e vi trasferisce i lavoratori. A marzo 1943, i nazisti liquidano il ghetto, e Madritsch e Titsch si impegnano attivamente per salvare il maggior numero possibile di persone. Con l’aiuto di Oswald Bouska, alto ufficiale della polizia tedesca del ghetto, organizzano il trasferimento clandestino di numerosi ebrei fuori dal ghetto. Bouska sfrutta il proprio ruolo nei controlli degli operai per consentire a intere famiglie, compresi bambini, di scomparire dai registri ufficiali e trovare rifugio in luoghi sicuri.
I lavoratori delle sue fabbriche sono considerati tra i più fortunati dell’intero sistema concentrazionario di Plaszow. Attraverso i veicoli appartenenti alle fabbriche viene introdotto clandestinamente cibo nel campo, contribuendo alla sopravvivenza di molti prigionieri. Per questo motivo gli operai protetti da Madritsch vengono soprannominati “Madritschim”, un termine che identifica coloro che beneficiano della protezione dell’imprenditore austriaco. La guerra si conclude con esiti diversi per i protagonisti di questa vicenda. Madritsch e Titsch sopravvivono al conflitto, mentre Oswald Bouska viene arrestato dai nazisti, accusato di diserzione e tradimento, e giustiziato nel campo di Gross-Rosen alla fine del 1944. Julius Madritsch salva la vita di migliaia di persone (altrimenti destinate alla deportazione e alla morte). Anche lui viene nominato “Giusto tra le Nazioni”.
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- T. Pankiewicz, Il farmacista del ghetto di Cracovia, Utet, 2016.
- T. Keneally, La lista di Schindler, Utet, 2026.
- G. Bensoussan, Atlante della Shoah 1939-1945, Leg edizioni, 2018.







