CONTENUTO
L’antefatto
Il 1943 è ricordato come gravido di avvenimenti politici destinati a cambiare la storia nazionale italiana. Il favore politico del regime fascista al potere dal lontano 1922, e’ ormai ai minimi termini e gli italiani vivono mesi durissimi a causa della guerra che rende ormai difficilissimo il quotidiano e tutti sono convinti che la sconfitta bellica sia inevitabile. Winston Churchill nella primavera del 1943 ha definito l’Italia “il ventre molle dell’Europa“ ed è sulla penisola che gli alleati concentrano i loro sforzi per arrivare a scardinare la potenza dell’asse. Il 9 luglio viene invasa la Sicilia (Operazione Husky) ed il 22 Palermo è gia’ nelle mani degli anglo americani.
Lo stesso giorno Vittorio Emanuele III riceve segretamente al Quirinale Dino Grandi, il piu’ monarchico dei gerarchi, cui rivolge queste parole: “mi porti un voto del Gran Consiglio del fascismo che mi consenta di dimissionare Mussolini”. Il 19 Luglio Roma subisce un bombardamento feroce gia’ piu’ volte minacciato dagli alleati e piu’ volte evitato dagli interventi diplomatici segreti del Vaticano, che stavolta nulla possono di fronte ai preponderanti interessi del conflitto. Sia Pio XII che Vittorio Emanuele si recano nel quartiere di San Lorenzo, il piu’ martoriato, ma, mentre il primo e’ applaudito ed omaggiato, il secondo e’ fatto bersaglio di una clamorosa contestazione e la vettura su cui si trova viene bersagliata da pietre al grido di “non vogliamo pietà, vogliamo la fine della guerra”.
Le bombe causano più di 2000 morti e la levata di scudi popolare contro il re e contro il fascismo porta la gente a chiedere su alcuni muri di Roma il ritorno del papa re e la cacciata dei Savoia. Nel frattempo l’avanzata alleata in Sicilia e’ inarrestabile: Catania cade il 5 Agosto e Messina e’ occupata il 13, rendendo ormai chiaro che l’esercito italiano non e’ piu’ in grado di resistere all’invasione.
Dino Grandi tiene fede alla promessa fatta ed il 25 Luglio presenta al Gran Consiglio il famoso ordine del giorno che di fatto sfiducia Mussolini e permette al re di porre fine alla dittatura fascista ritenuta responsabile dei gravi momenti che l’Italia sta vivendo. Oltre alla sfiducia al duce Dino Grandi porta al sovrano anche un sagace consiglio politico avvisandolo che se il Regio Esercito non viene immediatamente attivato a contrastare i tedeschi di concerto con gli anglo americani, il futuro per l’Italia sara’ (come in effetti e’ stato) drammatico.
Suggerisce il nome del Maresciallo Enrico Caviglia quale successore di Mussolini ma Vittorio Emanuele ritiene l’anziano militare troppo distante da Casa Savoia e gli preferisce Pietro Badoglio, da lui considerato piu’ fedele alla dinastia e per questo manovrabile dal Quirinale. Ed infatti come primo atto Badoglio scioglie il partito fascista ma non ne arresta i vertici gerarchici, in gran parte fedeli al re.
Dietro le quinte di Cassibile
Le trattative con gli anglo-americani iniziano ad Agosto, e lo Stato Maggiore dell’Esercito propone di accettare la resa incondizionata prospettata dagli alleati, ma il sovrano è riluttante perchè è convinto di riuscire ad ottenere vantaggi per la corona in cambio di una dichiarazione di fine belligeranza.
Arriva addirittura a chiedere, oltre al mantenimento dello status quo istituzionale, il ripristino dell’Impero coloniale in Libia, Somalia ed Eritrea ed il ritiro delle truppe americane dal suolo italiano. Pretese considerate assurde dagli stessi negoziatori italiani visto che, tra l’altro, la monarchia italiana non gode ormai neppure il rispetto di Churchill, da sempre il più filo-italiano tra gli alleati. Il Ministro degli Esteri inglese Eden dichiara in quei giorni che “il nostro atteggiamento verso Casa Savoia e’ impostato a cautela, perche’ essa e’ cosi’ screditata che non ha piu’ attrattiva sugli italiani”.
In questo clima le trattative vanno a rilento e si ha la sensazione che il re sia solo interessato a difendere le proprie prerogative dinastiche, non comprendendo il reale pericolo che l’Italia correrà nel momento in cui verra’ reso pubblico l’armistizio che e’ in gestazione. Gia’ all’indomani del 25 Luglio il sovrano ha incaricato il generale Paolo Puntoni, suo aiutante di campo di tenere pronto un piani di evacuazione da Roma della famiglia reale motivando tale richiesta con la necessità di non ridurre Casa Savoia alla stessa stregua dei monarchi belgi che erano caduti nelle mani di Hitler diventando, sono parole di Vittorio Emanuele una “marionetta del Fuhrer”.
L’armistizio di Cassibile è siglato dal Generale Castellano il 3 Settembre 1943 e in quell’occasione gli alleati offrono al governo italiano la protezione di Roma attraverso lo spiegamento di una divisione aviotrasportata, la 82 ma U.S.A. che avrebbe dovuto prendere terra negli aeroporti intorno alla capitale e garantire la sicurezza della città e del Vaticano. Nessuno, pero’, Badoglio in testa, riesce a garantire al Generale Taylor,comandante della divisione, la difesa degli aeroporti nei momenti dell’arrivo dei suoi soldati, e il generale, nella notte tra il 6 ed il 7 settembre invia ad Eisenhower il messaggio in codice SITUATION INNOCUOUS, che annulla la missione e fa rientrare ad Algeri alcuni aerei carichi di paracadutisti gia’ decollati per Roma.
Appare quindi chiaro come l’impreparazione e l’inefficienza degli alti comandi militari italiani abbiano impedito un’operazione che avrebbe potuto proteggere la capitale ed impedire forse, la stessa precipitosa fuga di Vittorio Emanuele e del Governo, ma soprattutto preservare la popolazione civile dalle angherie, dai soprusi e dalle violenze che i tedeschi da li’ a pochi giorni metteranno in atto.
I giorni che vanno dal 3, giorno della firma dell’ armistizio di Cassibile, al 9, giorno in cui lo stesso viene reso pubblico, sono pertanto febbrili e drammatici. Nessuno a Roma sa cosa fare e a chi rivolgersi per ottenere spiegazioni o ordini su come gestire la situazione, ed in questo clima il re convoca il Consiglio della Corona con l’intenzione, condivisa da molti, di non adempiere agli obblighi presi con Eisenhower e prendere tempo, ma un oscuro ufficiale fa notare ai superiori che l’atto della firma della resa e’ stato fotografato e filmato dagli alleati, ed una sua negazione sarebbe letale per il futuro prestigio dell’Italia.
Di fronte a questo insormontabile ostacolo, Vittorio Emanuele capisce che non puo’ rimandare oltre l’annuncio degli accordi con gli alleati, temendo in verita’ piu’ il rischio corso dalla credibilita’ della corona che le conseguenze pratiche sulla nazione ed ordina quindi a Badoglio di annunciare al mondo che l’Italia aveva deciso di arrendersi agli alleati e abbandonare il conflitto. Alle ore 19,42 dell’ 8 Settembre 1943 dagli studi EIAR di Roma il capo del Governo Italiano esterna le condizioni della resa dovute alla “impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria”.
Occorre dire che gli americani, da Radio Algeri, avevano gia’ dato un’ora prima, alle 18,40 lettura del comunicato, e pare che la discrepanza di orario fosse dovuta al fatto che Badoglio, recatosi per tempo negli studi EIAR, abbia dovuto fare anticamera ed attendere il termine di un programma di musica leggera molto in auge al tempo e che lo stesso Maresciallo abbia rassicurato i dirigenti dell’ente radiofonico sulla non necessita’ di interrompere la trasmissione. Per rendere l’idea del caos nazionale basti pensare che la mattina del 9 Settembre i giornali parlano ancora di importanti successi delle Forze Armate italiane nei confronti dei “nemici” anglo americani.
Sui fatti di quelle settimane viene nominata il 19 Ottobre 1944 una Commissione d’inchiesta che deve determinare le responsabilità della mancata difesa militare di Roma. Essa e’ composta dai generali Ago ed Amantea e presieduta dal sottosegretario alla guerra Palermo, tutti aderenti alla RSI e di fatto ostili al legittimo governo italiano di quei giorni. Le loro conclusioni portano ad individuare presunte responsabilità dei generali Roatta e Carboni per la mancata difesa della Capitale dai tedeschi, accuse che pero’ cadono definitivamente il 19 Febbraio 1949 con la loro assoluzione.
La fuga da Roma: la decisione di abbandonare la capitale
Al Quirinale la decisione è presa: all’alba del 9 Settembre, dopo avere dato ordine di distruggere gli archivi segreti del Ministero degli Esteri e del Ministero della Guerra, il sovrano abbandona Roma e parte dirigendosi verso Pescara.

A pochi chilometri da Roma, intanto, iniziano i primi scontri armati tra tedeschi ed italiani che, senza alcuna pianificazione difensiva, sono facile vittime delle rappresaglie dei soldati di Hitler. Il convoglio partito da Roma e’ composto dalla famiglia reale quasi al completo, solo il genero di Vittorio Emanuele, Giorgio Calvi di Bergolo, marito di Iolanda che parte con il padre, rimane a Roma e conduce le trattative con Kesselring per il mantenimento dello status di Citta’ Aperta della capitale, finendo poi arrestato il 23 Settembre per il suo rifiuto di aderire alla RSI di Mussolini.
Merita un accenno anche la vicenda della principessa Mafalda, secondogenita di Vittorio Emanuele. È sposata con Filippo d’Assia principe tedesco ritenuto da Hitler all’indomani dell’8 Settembre complice e consigliere del suocero e per questo immediatamente arrestato nella sua residenza di Kassel. Mafalda viene pertanto convocata all’ambasciata tedesca a Roma per comunicazioni inerenti la prigionia del marito, ma quando varca la soglia di villa Wolkonsky viene praticamente rapita e condotta in Germania a Buchenwald dove morirà, tra atroci sofferenze, vittima di un bombardamento alleato.
E’ opinione consolidata che il gesto di Hitler non avesse alcuna valenza politica ma solo una vendetta personale per il comportamento “traditore“ di Vittorio Emanuele nei suoi confronti. Alla famiglia reale si aggiungono gli alti vertici del Governo, Pietro Badoglio in testa, e quelli militari, Ambrosio, Carboni e Puntoni oltre ad attendenti e segretari per un totale di circa sessanta persone.
La augusta comitiva giunta a Pescara si imbarca sulla Motonave Baionetta che volge la prua verso Brindisi da quel momento eletta Capitale provvisoria del Regno. Solo il 10 Settembre, durante la traversata, il re si ricorda di non avere affidato ufficialmente a nessuno il compito di difendere Roma e spedisce all’ottantunenne Maresciallo Enrico Caviglia un telegramma con l’ordine di provvedere allo scopo, telegramma peraltro mai giunto a destinazione.
Una volta sbarcata nella citta’ pugliese, la corte viene accolta nel Castello Svevo, sede dell’ammiraglio Luigi Robustelli la cui consorte, ancora in vestaglia perchè nessuno l’aveva preavvisata dell’augusto arrivo, riceve i sovrani ed i principi mettendo a loro disposizione il piano nobile del castello e trasferendo la propria famiglia al piano terreno gestendo cosi’ le loro primissime ore del soggiorno salentino.
Il clima non e’ festoso: la padrona di casa racconterà di avere chiesto a Badoglio spiegazioni circa l’arresto di Mussolini che non condivideva assolutamente e di avere ottenuto come risposta una silenziosa “alzata di spalle”. E’ di quelle ore un ennesimo diverbio tra Vittorio Emanuele ed Umberto: questi vuole a tutti i costi rientrare a Roma per assumerne personalmente la difesa mentre il padre, alzando vistosamente la voce, lo gela dicendo in torinese “Beppo, se at piu at masu….”. Beppo, come era chiamato in famiglia il principe Umberto, se ti catturano ti ammazzano…. riferito naturalmente ai tedeschi.
Il governo provvisorio
Una volta a Brindisi, il re finalmente diffonde il suo punto di vista riguardo i motivi che lo hanno spinto a propendere per la decisione di abbandonare la capitale. L’11 Settembre 1943 Radio Bari diviene storicamente la prima stazione radiofonica libera e si trasforma nella voce ufficiale del cosiddetto Regno del Sud e dai suoi microfoni il sovrano dice che è stato necessario lasciare Roma per salvaguardare un governo libero, lontano dalle inevitabili rappresaglie dell’ex alleato tedesco e si dice altresi’ pronto, comunque, ad offrire la propria vita per la salvezza dell’Italia.
Sollecitato dagli alleati per una scelta di campo più netta solo il 23 Vittorio Emanuele scrive al Presidente Roosevelt ribadendo la sua volonta’ di rimanere fedele al regime parlamentare ante fascismo ed auspicando una veloce avanzata delle truppe americane verso Roma in modo da poter fare ritorno al Quirinale e da li’ guidare l’Italia al fianco dei nuovi alleati.
In tutto questo pero’ traspare una grande contraddizione, da tanti vista come leggerezza ed impreparazione politica: soltanto il 13 Ottobre 1943 il re dichiara ufficialmente guerra alla Germania, rimproverando anche Badoglio per non avere ottenuto dagli angloamericani alcuna concessione in cambio di questa decisione, come se l’Italia di quelle settimane potesse avere alcuna voce pretenziosa nei confronti di chicchessia.
Vittorio Emanuele cerca di imporre Dino Grandi come nuovo ministro degli Affari Esteri, presentandolo come “simbolo della rinascita antifascista” ma viene stoppato anche in questo da Churchill che ormai non ripone piu’ alcuna stima in Casa Savoia. Anche nella stessa corte sabauda sono in molti a chiedere sommessamente al sovrano un passo indietro in favore del Principe Umberto, agli occhi di molti non compromesso dagli errori del padre e pertanto in grado di restituire dignità all’istituto monarchico.

Perché proprio Brindisi è stata scelta per assurgere a capitale provvisoria d’Italia dal 10 Settembre 1943 al 11 Febbraio 1944 ? Perche’ e’ una delle pochissime città italiane completamente libera: i tedeschi infatti sono in quei giorni di stanza in forze a Bari e gli alleati hanno invaso Taranto, l’unica città completamente “italiana” è Brindisi.
In realtà prima dell’ 8 Settembre anche il Salento vede la presenza di truppe tedesche ma nei primi giorni di quel mese viene dato loro l’ordine di spostarsi a Bari e lasciare completamente sguarnita la zona brindisina. All’arrivo della famiglia reale la situazione in città non è diversa da quella di tante altre cittadine italiane: prostrata dai ripetuti bombardamenti che hanno falcidiato quasi un terzo delle abitazioni.
Con i suoi 45.000 abitanti Brindisi si trova improvvisamente a ricoprire un ruolo di rappresentanza che riesce abilmente ad onorare, ospitando per cinque mesi un re che regna su quattro province: Brindisi, Bari, Lecce e Taranto e una regione, la Sardegna…i resti di un impero liquidato in tre anni. Sul fronte diplomatico Badoglio rassicura Eisenhower che il popolo italiano è con il re, anche se in realtà esso si prepara a combattere una delle pagine più buie della sua storia recente: la Guerra di Liberazione Nazionale.
Della residenza reale fissata presso il Castello Svevo si e’ gia’ detto, mentre il governo Badoglio prende sede presso il Grande Albergo Internazionale che ancora oggi ricorda, sul proprio sito, pur con alcuni grossolani errori storici, il lustro di quelle settimane. La difficile vita del Regno del Sud che in quei mesi si contrappone alla Repubblica di Salò si puo’ sintetizzare come una completa subordinazione politica e militare agli anglo americani che dopo la firma dell’ Armistizio Lungo di Malta del 29 Settembre 1943 dove viene sancita la resa senza condizioni del Regno D’Italia, prendono in mano l’amministrazione, l’economia e le residue Forze Armate del nostro paese.
La dichiarazione di guerra alla Germania del 13 Ottobre porta l’Italia al ruolo di cobelligerante e viene costituito il 1° Raggruppamento Motorizzato che scende in lotta al fianco degli americani contro i tedeschi, ma questo non porterà, come invece avviene per i francesi, vantaggi a conflitto terminato…. Badoglio non e’ De Gaulle. Per ovvi motivi la vita legislativa del Regno del Sud non e’ feconda di provvedimenti importanti, ma alcuni atti risultano degni di nota perche’ tendono a riparare devastanti errori commessi dal regime fascista, il Regio Decreto 25 del 20.1.1944 ad esempio, reintegra nei diritti civili e politici i soggetti discriminati per razza, riparando le brutture delle leggi razziali del 1938.
In campo economico il governo e’ costretto a ratificare la circolazione delle AM LIRE necessarie a sopperire alla totale mancanza di denaro cartaceo circolante. Una curiosità è data dal fatto che tutti i provvedimenti legislativi vengono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale del Regno stampata dalla Tipografia Ragione ancora oggi esistente ed operativa a Brindisi.
Il trasferimento del governo a Salerno
L’11 Febbraio 1944 si conclude ufficialmente la fase storica che vede Brindisi capitale del Regno del Sud, perché il governo Badoglio, seguendo i successi militari degli alleati che risalgono la penisola, trasferisce la capitale a Salerno. Viene costituito il Secondo Governo Badoglio alla cui formazione vengono finalmente chiamati i rinati partiti democratici sciolti dal fascismo.
Togliatti in persona convince le forze antifasciste a collaborare con la monarchia e figure di spicco come lo stesso Togliatti, Carlo Scorza e Benedetto Croce entrano nell’esecutivo che rimane in carica pero’ solo due mesi circa. In Casa Savoia nonostante i propri desiderata Vittorio Emanuele non mettera’ piu’ piede a Roma nel frattempo liberata il 4 Giugno 1944 dagli alleati e commette l’errore che, forse, costerà il trono alla dinastia.
Gli alleati, infatti, premono con tutte le forze ed a tutti i livelli affinchè il re abdichi in favore del principe ereditario, visto come non compromesso con il passato ma soprattutto in grado, grazie alla giovane età, di comprendere i tempi nuovi ed uniformarsi al nuovo corso che dopo il conflitto sicuramente vedrà la luce.
Ma il vecchio sovrano e’ ostinato, pare che in quei giorni pronunci la famosa frase “In Casa Savoia si regna uno alla volta”, anche perche’ non si ritiene personalmente responsabile dei drammatici avvenimenti che l’Italia ha vissuto con la guerra prima e con l’ occupazione nazista poi. Di fronte ad una non tanto velata minaccia di svolta repubblicana da parte degli alleati, il 5 Giugno 1944 Vittorio Emanuele cede al compromesso di lasciare al figlio i poteri Luogotenenziali e, pur non abdicando de facto, abbandona la Corona ritirandosi in Campania (egli e’ nato peraltro come Principe di Napoli).
Sembra che il sovrano abbia deciso in tal senso quando gli viene riferito che anche il monarchico e conservatore Churchill non si sarebbe opposto ad un progetto repubblicano qualora egli fosse rimasto al proprio posto. La vita privata di Vittorio Emanuele III si divide tra Ravello e Villa Rosebery a Napoli insieme alla Regina Elena e si svolge in isolamento quasi totale per circa due anni, quando, dopo l’abdicazione parte per l’esilio ad Alessandria d’Egitto dove muore il 28 Dicembre 1947.
Il dibattito storico sull’evento
Per gli alleati era necessario che nell’Italia liberata vi fosse un governo da contrapporre a quello della RSI e anche se nella polemica politica il Regno del Sud e’ indicato come Stato Fantoccio privo di ogni autonomia, non pare completamente così poiche’ l’azione svolta dal Regno del Sud e’ un tentativo di ritorno alla situazione politica e costituzionale pre fascista, con riferimento al sistema monarchico parlamentare e liberale interrotto dalla marcia su Roma del 1922 .
Ma il re fece bene ad abbandonare Roma? Il dibattito storico non ha dato un esito unilaterale. Se e’ vero che lo stesso Pio XII la sera del 7 Settembre telefona al sovrano consigliando la partenza da Roma per non dare ai tedeschi il pretesto di accanirsi contro la Citta’ Eterna e, egli teme, lo stesso Vaticano, vuol dire che i pareri in quelle ore sono discordanti e contrapposti.
Anche in altri paesi belligeranti in quei mesi si mettono a punto piani di evacuazione dei Capi di Stato in caso di estremo pericolo: il Presidente francese Lebrun si trasferisce a Bordeaux nel 1940 per sfuggire all’invasione tedesca, re Giorgio VI ha pronto un piano di fuga in Canada qualora i nemici riescano ad invadere l’Inghilterra e lo stesso Stalin sposta il governo a 800 km da Mosca temendo il successo dell’operazione Barbarossa.
Storici favorevoli alla decisione di Vittorio Emanuele III hanno anche sottolineato che la proclamazione del Regno del Sud con un suo governo, una sua capitale e una sua moneta circolante abbia permesso la dichiarazione di guerra alla Germania e l’inizio di quella Guerra di Liberazione che ha portato il paese ad un futuro democratico. Se le intenzioni appaiono dunque condivisibili non altrettanto si può dire per il metodo di attuazione del piano. Avere abbandonato in tutta fretta Roma senza alcuna continuità nella catena di comando ha determinato l’assoluto abbandono della popolazione civile alle angherie dell’occupante nazista, cosa che si poteva evitare o quanto mano arginare, se si fosse data vita ad una migliore sinergia con gli alleati.
Quello che colpisce e’ la partenza dalla capitale di tutto l’establishment politico militare italiano, quasi che in quelle ore l’unica preoccupazione di Casa Reale e Governo Italiano fosse un egoistico preservare se stessi, non curandosi del bene della nazione di cui si e’ a capo. Poteva trasferirsi il re, come simbolo di unità nazionale ma il governo che invece ha la responsabilità politica degli atti compiuti, doveva restare al proprio posto, e forse cosi’ avremmo evitato i caustici giudizi sul comportamento degli italiani che dagli avvenimenti di quei giorni non ci rendono giustizia.
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- & 5 altri,
- Leonardo Malatesta,







