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Filippo I d’Asburgo, il Bello (Bruges, 1478 – Burgos, 1506)
La sua figura è alquanto complessa fin dalle origini familiari: la madre, Maria di Borgogna è figlia di Carlo il temerario, Re della ricca regione del nord est francese; il padre invece è l’imperatore dal Sacro Romano Impero Massimiliano I di Asburgo. Perché Re di Spagna? Anzi di Castiglia, visto che in quegli anni ancora la Spagna non ha raggiunto ancora l’unità? La ragione sta nel fatto che, mortagli la madre giovanissima, sotto la tutela del padre eredita proprio le Fiandre (oggi Olanda), ultima provincia posseduta essendo passata la Borgogna alla Francia di Luigi XI, per poi essere finalmente trasferita al delfino Carlo di Francia che avrebbe dovuto sposare Margherita d’Austria (Trattato di Arras, 1482).
Matrimonio non avvenuto perché Carlo di Valois – delfino di Luigi XI di Francia – nel 1493, col Trattato di Senlis ottiene da Massimiliano il via libera in Italia. Filippo peraltro convince il padre Massimiliano ad attaccare la Francia (1498) e Carlo VIII ritorna dall’Italia temendo l’accerchiamento. In questo confuso tira e molla fra gli Asburgo e la Francia, Filippo il buono si fa già le ossa di regnante nei Paesi Bassi, dove le ricche Fiandre – Bruges ed Anversa, porti di quelle coste sull’Atlantico – gli forniscono una classe dirigente di armatori ed imprenditori esperti di amministrazione locale che si trasferiranno in Castiglia, dove egli ha sposato Giovanna, figlia di Isabella e Ferdinando, ormai divenuti i padri fondatori della Spagna moderna, guarda caso orientata alla conquista delle Americhe, campo di influenza e di colonizzazione in prospettiva economica di vantaggio eccezionale per il nuovo Regno.
Sia come sia, Filippo tratta con la Francia di Luigi XII ed ottiene Napoli. Dopo una serie di conflitti con Ferdinando d’Aragona, erede di Isabella e reggente del Regno di Spagna, nel 1506 dopo aver ottenuto anche l’appoggio di Enrico VII di Inghilterra – altra grande potenza che mira ai mari del Nord Europa – sbarca a la Coruña, nel nord della Spagna e marcia su Madrid contro il suocero. E’ ora un Arciduca pronto a diventare Re di Castiglia e di Aragona, visto che Ferdinando è a Benavente, dimissionario di quella Reggenza che Isabella gli ha donato prima di morire. Filippo si ferma a Valladolid e qui convoca le Cortes, il parlamento nobiliare che lo ha indicato già come successore del vecchio Ferdinando.
Ma un problema affligge lui e la Corte: la pazzia manifesta della nuova Regina di Castiglia, che nei suoi rari momenti di lucidità lo ha allontanato dal letto e dal potere di principe consorte. La natura machiavellica di Filippo qui si manifesta: non solo la fa rinchiudere in manicomio, ma anche assume direttamente quel potere di Governo che Ferdinando ha ricevuto dalla suocera Isabella. E’ un tiranno? L’estromissione delle Cortes, ridotta ad un organo consultivo non vincolante, lo dimostra, senza contare la preesistente assenza forzata della vecchia guardia dirigente di Ferdinando, di fatto prigioniero a Salamanca.
A Valladolid prevale invece quella classe dirigente marittima di lingua tedesca importata dalle Fiandre, di banchieri ed armatori che dalle esperienze baltiche ed anglosassoni si pone ad amministrare con dovizia il Nuovo Stato, integrato dal Sud dell’Italia, ormai ridotta a campo di battaglia fra Francia e Spagna (si dice all’epoca che O Franza o Spagna, purché se magna). La politica di rigore e la fiscalità diffusa non piace agli Hidalgos della Andalusia, la cui formazione feudale produrrà una seria rivolta nobiliare motivata dalle presunte angherie dei funzionari fiamminghi nelle contrade del sud iberico.

Sintomi di una guerra civile che non si sviluppa perché Filippo muore improvvisamente per una congestione, forse avvelenato da una congiura di nobili esasperati per la sua politica filofrancese e per i provvedimenti economici di cui si è detto (1506). Il governo dalla Castiglia ritornerà quindi a Ferdinando, di nuovo reggente della figlia Giovanna fino al 1516. L’esperimento assolutista di Filippo il bello rimane però una tappa significativa per il futuro governo di Carlo V.
Filippo II, il Prudente (Valladolid, 1527- Madrid, 1598)
Con la morte di Ferdinando d’Aragona, ascende al Trono Carlo V, figlio di Filippo il bello e di Giovanna la pazza. I cronisti di palazzo notano di lui l’ampiezza inusitata dei domini dal Mediterraneo al Baltico, dall’Atlantico al Mare del nord, dal Danubio all’Elba, dal Rio delle Amazzoni all’arcipelago dei Caraibi. Si è detto che su quell’impero – Il Sacro Romano impero e la Spagna con annesse le isole del Mediterraneo più importanti e Napoli, Milano e Palermo – non tramontava mai il sole. Impera dal 1519 al 1556, quasi 40 anni, al centro di una serie ininterrotta di guerre e conquiste che però esulano dal presente studio.
Va però notato che tale immenso dominio deriva dalle idee politiche dell’epoca, che vedono una concezione patrimoniale dello Stato, frutto di un amplissimo numero di aree rette politicamente da diverse leggi locali, del tutto indipendenti fra loro, con popolazioni varie per lingua ed usi comuni, accentrati però da una sola proprietà, la Corona di Spagna. Non c’era cioè alcuna coincidenza etnica né comuni interessi esteri ed una visione unitaria sul futuro del Regno. Si parla di Monarchia, anche se la composizione impone il risveglio degli interessi nazionali, per esempio di quelle Fiandre che sono rimaste il cuore pulsante amministrativo dell’Impero. Circostanza che costituisce il tallone d’Achille dell’Impero prima e del Regno di Spagna poi, considerate le frequenti rivolte olandesi che costellano il suo lungo Governo.
Va anche rilevato l’espandersi della Riforma Protestante, il conflitto latente con l’Impero Ottomano, quello persistente con l’Inghilterra dei Tudor, le guerre continue con la Francia e soprattutto la rivoluzione economica connessa alle scoperte geografiche occidentali, il cui afflusso di oro produce una inflazione paurosa ed una crisi di sovrapproduzione che mina a poco a poco la politica economica del colosso governativo, legato a politiche espansioniste in Italia contro la Francia e contro il Papato. Una politica che abbisogna di una classe dirigente al passo coi tempi: i nomi di Jiménez de Cisneros, per la parte ecclesiale di formazione sacerdotale e per l’estensione dell’Inquisizione a tutte le parti del Regno; nonché del duca d’Alba per la politica estera e militare, da Milano a Napoli, ci sembrano sufficienti per ribadire in Filippo II, unico figlio legittimo di Carlo, un prosecutore attento della politica unitaria del padre.
Nel suo Governo convivono misure fiscali, burocrazia più diffusa ed accentramento del debito pubblico attraverso la concessione di appalti a grandi mercanti e banchieri, una convinzione amministrativa del Casato che consente a Filippo di avere grandi somme di denaro per le guerre e le amministrazioni locali. Solo che quanto è solare ed aperto al Rinascimento ed all’Umanesimo Carlo; tanto è ombroso e chiuso il figlio Filippo. La vicenda del rapporto col figlio Don Carlos; la scarsa propensione alla moglie Maria Tudor, regina inglese di costumi più aperti, il suo sordo apprezzamento per le istanze liberali delle Fiandre; il costante scontro con la Francia di Enrico II, vinto a S. Quintino (10.8.1557), ma continuativo nel dominio napoletano fino alla pace di Cateau-Cambrésis del 1559; sono alcune tappe del suo lungo regno, ricordate magistralmente dallo Schiller nella tragedia Don Carlos e ripresi con altrettanto vigore nell’omonima opera lirica di Verdi.
Tracce del suo lungo quanto controverso regno vivono ancora nel monastero madrileno dell’Escorial, dove si ritira prima di morire nel 1598. In Italia, per favorire la continuità fra il milanese ed il napoletano, strappa a Siena una vasta area cuscinetto lungo le coste toscane, il c. d. Stato dei Presidi, un territorio di forte impatto militare che passò alla Spagna appunto quando la repubblica di Siena fu attratta del Gran ducato di Toscana. Un ulteriore tassello per la ripresa dello scontro con Enrico II è il matrimonio con Maria Tudor per accerchiare la Francia, anche se la morte della Tudor rompe il suo piano. Peraltro, sull’onda assolutista paterna, con una mossa prudente dà all’Inquisizione un carattere transnazionale, istituendo bracci secolari in ogni parte dei domini sia per limitare l’estensione della Riforma – su mandato del Papa Paolo IV, che con la sezione romana attua una caccia al protestantesimo italiano – sia per restringere le opposizioni interne politiche, tramutando le eresie religiose in eresie contro il dissenso politico, operazione affidata ad un altro famoso funzionario inquisitore, Fernando de Valdés y Salas, le cui capacità organizzative lo trasferiscono dal Vescovato di Siviglia al grado di primo Cancelliere, circostanza che conferma l’evoluzione politica dell’Inquisizione.
Durante il Regno poi vanno notati alcuni eventi: l’apertura delle miniere del Potosí (Bolivia) dove si estraggono ampi minerali d’oro ed argento, fatto che produce in due occasioni la Bancarotta della Corona (1556 e 1597). Inoltre, le non poche guerre combattute fin dall’età di Carlo V – per esempio, la guerra santa contro gli ottomani vinta a Lepanto nel 1571 – accelerano la dissipazione di quelle ricchezze minerarie ricavate in America, senza contare gli effetti economici interni dovuti dai donativi imposti alle famiglie più ricche della Spagna e dell’Italia. In realtà, qualche storico ha rilevato l’effetto negativo di queste guerre sante, nonché quello connesso alla rivolta dei Moriscos, cioè i discendenti dei musulmani che dopo la Riconquista della penisola iberica del 1492, visto che sono costretti alla conversione cristiana agli inizi del ‘500 e che dovettero esulare dopo un secolo di apartheid nella Spagna dei Filippi.
Quasi alla fine del suo lungo Regno, Filippo, dopo essere ancora interessato alle guerre civili religiose nella Francia di Maria dei Medici, complice cattolica della strage di Ugonotti protestanti nella famosa notte di S. Bartolomeo (23/24 agosto 1572); subisce fra il 1584 ed il 1587 due smacchi navali che da allora pongono in crisi la marineria spagnola: a Cadice, Sir Francis Drake, corsaro inglese, pupillo della regina Elisabetta I, distrugge la flotta inglese, e poco dopo un anno, la tracotante impresa rivolta alla conquista dell’isola, con la boriosa invincibile armada fallisce al largo di Calais (6-7 agosto 1588). Nondimeno, l’ultima battaglia che intraprende il Prudente è nel dicembre del 1591, la rivolta interna dell’Aragona. Scoppiata una rivolta a Saragozza, si vuole difendere la libertà della Regione e la giustizia locale, accentrata dagli ultimi Re. Il capo presunto – Antonio Perez – è addirittura segretario particolare del Consiglio di Stato di Filippo.
Fuggito dalla Corte per l’accusa di alto tradimento, trova asilo nella città di Saragozza e da lì scatena una cruenta rivoluzione che terminerà solo dopo un autunno di stragi e vendette, dove i nobili si dividono in realisti ed indipendentisti, mentre la borghesia locale, dispersa dall’inflazione, è incapace di schierarsi dalla parte degli autonomisti. Mentre l’Olanda, più ricca e variegata culturalmente ed economicamente, tiene testa alla conservazione assolutista di Filippo; le nuove attività artigianali, industriali e marittime non crescono più nella Provincia Spagnola. L’immobilismo urbano di Madrid, rispetto allo sviluppo urbanistico parallelo di Londra, è un sintomo di decadenza prettamente culturale ed economica. Per fare solo un esempio, il debito pubblico sale da 35 milioni di scudi all’atto del suo insediamento, a 140 milioni al momento della morte.

Deficit strutturale che è coperto da ingenti donativi delle Chiese locali alla corona e che questa distribuisce alla popolazione inerme di fronte a carestie ed epidemie che imperversano con frequenza. Di fronte alle difficoltà interne or ora accennate, non scompare una certa fioritura spirituale ed artistica Per la prima, basta citare le figure di Sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) e dei suoi esercizi spirituali; nonché Santa Teresa d’Avila (1515-1582), che col suo Cammino della perfezione, rende alla donna una visione religiosa e politica innovativa da parte dell’ordine carmelitano e genera l’apertura di nuovi monasteri femminili. E poi la pittura di El Greco (1547- 1614) che conferisce in modo singolare allo stile spagnolo una spiritualità fra ascesi e mondanità irripetibili. Chiunque guardi il ritratto di Filippo II, conservato all’Escorial, non può non notare uno strano intreccio di spirito doloroso e di nostalgia materiale nel volto, il cui sguardo fra la malinconia di un passato di potenza ed un presente di decadenza sfida il ‘900 per le figure sfuggenti della Nuova oggettività tedesca di Otto Dix.
Filippo III, il Pio (Madrid, 1578 – Madrid, 1621)
In un’impresa però Filippo II è pienamente riuscito, la dominazione del Portogallo. Nel 1578, morto il Re Giovanni III, il suo successore Sebastiano senza eredi, il cardinale Enrico, consulta la nobiltà locale, suggestionata dalla figura del vicino e preoccupato per la evoluzione positiva della borghesia mercantile che dalle colonie soffia per un mutamento repubblicano sul modello olandese. Offre al Duca d’Alba, potente cancelliere del regno, l’accesso al territorio del Paese. Sconfitta la resistenza popolare ad Alcantara, Filippo entra a Lisbona ed è Re del Portogallo, il 16.4.1581. Avventura che gli non riesce proprio nei Paesi Bassi; attraversati da un moto insurrezionale nel 1572 che porterà la figlia Elisabetta a regnare nelle province meridionali col favore di quella borghesia mercantile, molto più organizzata ed alquanto alleata con la classe degli artigiani e dei marinai, prossimi coloni in Asia ed Africa meridionale.
Sarà Filippo III a succedere a Filippo II nel 1598, figlio dell’ultima moglie Anna d’Austria, che rinvigora il legame con gli Asburgo d’Austria. Campione dell’assolutismo regio, perfetto despota con mire espansioniste di famiglia – amico e protettore di Sigismondo III di Polonia pur di impedire l’influsso francese – Filippo il Pio non solo libera la chiesa locale dei donativi al Re, ma anche spera di risollevare lo scarso spirito imprenditoriale del suo popolo. Nomina governatori e Viceré in Sicilia, a Napoli e nei Paesi Bassi, rafforzando il Governo madrileno nel marchese Sandoval e nel nobile Calderon, che nel lungo periodo si dimostreranno incapaci di essere immuni da corruzione e di favoritismi che torneranno ad impoverire le Casse dello Stato, confuse spesso con i loro personali proventi.
Fedele alla tradizione guerrafondaia dei suoi predecessori, il Pio Filippo non va però subito alle armi: nel 1609 stipula un patto di non aggressione con gli Olandesi per 12 anni; nel 1604, morta la vecchia Elisabetta d’Inghilterra, col successore Giacomo I, firma anche un accordo di reciproca astensione dalla pirateria lungo le rotte dell’Atlantico in cambio di una minima tolleranza religiosa fra mercanti che commerciassero fra le due Nazioni. E poi lo ripete con gli Ottomani per il Mediterraneo, nonché accoglie senza persecuzione protestanti e musulmani nelle sue terre per motivi economici. Tuttavia permangono documentate azioni analoghe: la pirateria barbaresca da Tunisi e da Maracaibo non cessa, come ci ricorda l’ampia letteratura romanzesca di Emilio Salgari alla fine dell’800.
Austria ed Italia rimangono comunque i punti di forza della sua azione europea: fermamente alleato col ramo asburgico di Vienna retto dai cugini imperatori dopo la separazione dell’impero su cui non tramontava il Sole fatta da Carlo V nel 1556; sale a Vienna, capitale del Vetusto Sacro Romano Impero, il fratello Ferdinando, già Re di Boemia di Ungheria, cui si aggiunge la Germania (ex Impero) ed appunto l’Austria. Restano validi gli obblighi di tutela ed intervento nella pianura padana contro le classiche pretese della Francia dei Borbone. Fra il 1612 ed il 1617, il Monferrato è conteso dai Savoia ed i Gonzaga, filofrancesi i primi, filospagnoli i secondi. Solo con la pace di Pavia di quell’anno la Spagna rafforza il potere nella Lombardia (potere che il Manzoni vuole rappresentare come cornice storica dei Promessi sposi, analoga per le tendenze reazionarie cattoliche e per le condizioni culturali della Lombardia di primo ‘800).
Nondimeno, tre direttive in politica interna lo fanno classificare come Pio, aggettivo che come nei precedenti e successivi reali porta con sé una certa ironia, quasi un valore contrario che di fatto reggerà l’azione del suo governo. Infatti la scelta iniziale di spostare a Valladolid la capitale per bloccare l’esodo della Castiglia verso Madrid, non ha buon fine perché la Corte pretende una città lontana dal dominio clericale stabilizzato nel vecchio regno. E dunque dopo qualche anno, il Pio tornerà indietro. Però una seconda direttiva, frutto della Santa Alleanza con la Chiesa Romana e del potere dell’Inquisizione acquisito dagli avi, riguarda la sorte dei Moriscos, una classe di imprenditori che ha efficacemente sostituito gli ebrei cacciati da Ferdinando nel 1492 e che da marrani hanno continuato a commerciare coi vicini europei e ad importare beni dai Paesi d’oltremare.
Sono ebrei e musulmani convertiti che comunque si sono arricchiti a seguito delle colonizzazioni d’oltre oceano. Con un colpo da maestro, il Pio, Sandoval e Calderon, per coprire le casse dello Stato sempre più povere per le guerricciole di cui si è detto – nonché per ordire congiure negli Stati italiani indipendenti – per esempio, una congiura fallita contro la Repubblica di Venezia rea di aver parteggiato coi Borboni francesi, ma anche non poche questioni con papa Paolo V che teme che la persecuzione tributaria sui Moriscos produca un calo dei donativi per la Chiesa – emanano provvedimenti di espulsione e confisca su queste classi, provocando ulteriori danni per l’economia dello Stato, limitando la nascita della borghesia produttiva già avviata e potente nell’Olanda tanto malgovernata quanto sempre più liberale e tollerante.
Per molti anni (1609-1621) il vecchio Sandoval ed il giovane rampante Calderon faranno il bello ed il cattivo tempo alla Corte di Madrid, che diventa un’anticipazione della Corte di Versailles di Luigi XIV, dove fra cacce, feste e corride, si consuma tempo e denaro. Sotto la loro guida non si lesina di destinare al popolo costanti piogge di vettovaglie per contenere la fame e la povertà che da anni affligge la collettività minuta della Capitale. Tale politica porta alla stasi dell’economia agricola, alla infiltrazione nei commerci e nelle industrie di imprese straniere, alla crisi delle importazioni aurifere e di argento che decollano verso l’Olanda, la Francia e l’Inghilterra.
Un governo siffatto non dura, anche perché a corte gli intrighi proliferano, tanto che il figlio del duca Sandoval, il duca di Lerma, non solo priva il padre dei beni di famiglia e lo fa sollevare dagli incarichi ministeriali, ma riesce ad arrestare, condannare e giustiziare l’infido Calderon. Mentre si consuma tutto il mercato dell’oro delle miniere del Potosì, in Bolivia, spendendosi per la Corte una non piccola parte e lasciando all’asciutto il sistema economico del Paese; mentre l’Olivares riprende le redini del Governo del Paese con una energia pari a quella del compianto duca d’Alba cercando di limitare quelle spese; una realtà culturale comunque mantiene la Spagna: è la Letteratura, che durante il ‘600 diventa la patria del secolo d’oro.
Gli storici la fissano fra il 1492 ed il 1665 (dalla scoperta dell’America e dalla espulsione degli Ebrei dalla Spagna, fino al 1665, quando morirà Filippo IV, il Grande, poco dopo che le forze alleate portoghesi ed inglesi battono l’esercito spagnolo nella battaglia di Montes Claros e di Villaviciosa, con le quali la quasi secolare dipendenza portoghese dalla Spagna ha termine). Limiti di spazio naturalmente non consentono di trattare quel lungo periodi di primazia letteraria, favorito dal ritorno della Spagna ai livelli di potere di Filippo II. Invero, proprio nel momento più buio della società spagnola, fra il 1605 ed il 1615, escono due volumetti che narrano le avventure tragicomiche di un Hidalgo squattrinato di nobilissimo cuore e di un povero suo servitore, corpulento ma sagace, tanto legato alla difficoltà del momento, quanto è etereo ed inconcludente, quasi uno spaesato e fuori dal mondo è il suo padrone.
Nessuno può oggi dimenticare questo capolavoro moderno, degno di uno Shakespeare, di un Goethe o di un Proust. Vale a dire il Don Chisciotte della Mancia, scritto come si sa da Miguel de Cervantes, un militare di famiglia modesta della provincia madrilena. Non si può qui che brevemente ricordare come nella sua vita giovanile di soldato regio, accanto ai figli nobili della famiglia Acquaviva d’Aragona; combatte a Lepanto nel 1571, dove perderà per sempre l’uso della mano destra. Poi servirà ancora il suo paese in Tunisia, in Sicilia ed in Grecia, fra duelli, trame romantiche e poesie d’amore. Dopo anni di commerci e di povertà, che gli faranno conoscere la fame nelle terre della vecchia Castiglia, anche fra matrimoni e vertenze giudiziarie; finalmente, nel 1606 accede alla Corte di Filippo III. Su raccomandazioni dei vecchi amici Acquaviva diverrà per decenni un poeta di Corte, come il nostro Tasso, le cui vicende di palazzo non sono di minore drammaticità, ma che gli procurano quella sottile ironia e melanconia che Goethe, Platen e Leopardi gli devono, senza contare nel ‘900 Philip Roth ed Ennio Flaiano.
Uno dei suoi maggiori critici, il conterraneo Miguel de Unamuno osserva che Cervantes ha intuito con certezza la profonda crisi che travaglia la società del suo tempo e sa esprimere l’intimo dissidio, attraverso la maschera di una leggera ironia, la tensione barocca dell’epoca. In questo quadro del clima culturale che lo influenza, acquista un ruolo classico e permette ad ogni lettore futuro di gustare i molteplici aspetti di come va ed andrà sempre il mondo, l’eterno duello fra destino come realtà inesorabile, rappresentato dal materiale Sancho Pansa; e la volontà spirituale cui ogni uomo anela senza mai possederla, vissuta dal povero Chisciotte.
Conflitto di esistenza quotidiana che altri eroi della guerra dell’epoca subiscono, vale a dire i poeti Luis de Góngora (1561-1627) e Francisco de Quevedo (1580-1645), venuti all’onore delle cronache cinematografiche in occasione del film Il destino di un guerriero del 2006, dedicato al personaggio immaginario, ma verosimile, Diego Alatriste, un capitano al servizio di Filippo III e IV, ambientato nelle Fiandre e poi a Madrid, dove compare la figura sovrapposta dei due poeti, già abilmente descritta nei vari romanzi storici di Arturo Pérez-Reverte, insigne scrittore iberico contemporaneo. In realtà, la loro poetica, benché sia inferiore per fama alle opere teatrali di Lope della Vega e di Calderón de la Barca – su cui fra poco ritorneremo – li vede accomunati da forme poetiche neoclassiche ispirate ad Orazio ed Ovidio.
Tuttavia scendono nel seguito dell’animo, svelandone un intimo che rasenta il dolore e la nostalgia dell’essere di un Leopardi e di un Byron. Il culto degli antichi, nelle sue forme predette, di natura lirica, sembra indugiare in De Quevedo prima sul preferito Orazio e poi sull’amato Ovidio, benché Gongora appare satirico, beffardo e pungente alla maniera di un Marziale. Questi, sotto Filippo III in quella Corte in mano a Sandoval e Calderón, usa la favola di Pirano e Tisbe, di pura trama mitologica, per raffigurare i personaggi in modo burlesco e criticamente severo. Nelle odi personalissime, Le Solitudini, riprende le Metamorfosi di Ovidio per il tema di Polifemo e Galatea, ninfa che si innamora di Aci e che Polifemo uccide barbaramente.
La mutazione di Aci in fiume altro non è che la metafora di qualche giovane cortigiano, insofferente per le manovre d’amore di qualche nobilotto protetto dai due manovratori di Corte che più volte abbiamo citato. Più forte e più acre, umorista e disilluso, realista, poeta e politico legato alla dura vita di Corte, ma cristiano fino al midollo, De Quevedo esce dal riserbo di De Gongora – una autore più simile a Parini, quanto De Quevedo è più omologo ad Alfieri ed anticipa di un secolo, perché vicino al razionalismo libertino ed a Voltaire e Rousseau. Spicca il loro Concettismo, una corrente da loro patrocinata – nonché del saggista contemporaneo Baltasar Gracián – perché riesce a ridurre pensieri complessi in brevi formule, a dichiarare in modo diretto un significato pacifico che nasconde con pochi veli la velenosità dell’obiettivo.
E’ un analisi violenta, per non dire esasperata,dell’Uomo di potere, una disillusione amara sulla capacità di fare del bene. Una dolorosa invivibilità ed una insofferenza per l’altro – specie se una donna – che descrivono nei loro epigrammi preludendo a Kraus ed al nostro Trilussa. Negli autori del ‘900 sarebbe stata la società capitalista e perbenista fascista, in quel secolo è la boria dei picari di strada. Morti ammazzati, truffe di strada, carestie continue ed epidemie a raffica, si ritrovano nel mondo iberico occidentale. Un visionarismo brutale ben più cruento del buon senso speranzoso di Don Chisciotte e della piacevole opposizione verista di Sancho Panza.
Ricordiamo le scene di guerra del film or ora citato: Oviedo ed Alatriste, sui campi di battaglia nelle Fiandre e poi della Germania nella terribile guerra dei 30 anni, ormai vicina alla nostra narrazione (1618-1648), dialogano sulla decadenza della amata Spagna, ferita a morte nella sua gioventù per una guerra che non sentono di combattere, vittime di un destino che propina loro burle e morti orrendi, amori carnali e mistici, dove sentimento e ragione si combattono nei loro cuori, come farà Brecht nel dialogo insuperabile fra il delinquente Mackie Messer ed il poliziotto Tiger Brown, migliori amici per volontà loro e condannati a lottare l’un contro l’altro in tempo di pace. Un estremismo intellettuale che il commediografo coevo, Lope de Vega (1562-1635) stempera in nome di una mediazione altrettanto realista da buon cattolico non reazionario, dove l’amore personale può coincidere col timore di Dio, l’avventura epica con la satira burlesca (vedi la Gattomachia), della storia nazionale, densa di pessimismo storico non lontana dal primo Manzoni.
Fino ad una gioiosa Vita dei Santi che rasenta il brio del nostro Giuseppe Giusti, dove convivono tutte le forme poetiche, dal lirismo Petrarchiano, al verismo di Ariosto. Ma la commedia è la sua terra migliore. Fra le tante, lontanissime dal disprezzo per la donna di Quevedo, è la donna boba, cioè apparentemente scema. Messa in scena nel 1617, è una pièce d’intreccio che vede come protagonista la giovane donna madrilena Fina, destinataria per eredità dello zio Fabio di 40.000 ducati, una somma miliardaria per quell’epoca di inflazione e recessione è fortissima, come oggi diremmo, quando il Quevedo scrive di fame e di sete. Mentre Fina appare ignorante e lenta di comprendonio, la sorella Nise è più furba, ma soffre per non essere stata lei la prescelta all’eredità.
La rabbia di una donna intelligente, una superwoman non scelta rispetto ad una sorella scema, è una qualità che genera attenzione per un pubblico spesso colto e scafato, mentre non può che indicare smacco e risentimento, pronto ad applaudire quando la povera Fina sta per essere frodata perché incapace ed impotente a reagire ai maneggi della sorella più audace. Ma al realismo plautino della premessa, segue il colpo di scena dell’autore: una donna poco temeraria, può svegliarsi se ama e conquista l’amato. Il potere dell’amore – più spirituale che carnale, lasciato al materialismo sessista della Spagna del’600 già emerso con Cervantes – può far maturare l’intelligenza, cioè la bontà che prevale sull’avidità e dare alle donne più spazio nella società. E’ un passo in avanti prodigioso, aristofanesco più che machiavellico, quello di Lope.
Di più: la misoginia di Quevedo, o la rassegnazione di essere merce di Gongora; è la rivoluzione di una donna per definizione marginalizzata dai loro padri e mariti. Del resto, Nise, pur nella sua materiale furbizia nell’accalappiare il riccone di turno, rimane ai limiti della società, non appena diventa moglie od amante dell’uomo ricco e potente. Le si concede qualche arma in più – per esempio, una certa sensualità tollerata nel tempo breve dell’accoppiamento – ma poi torna ad essere sottomessa. Alla fine, Fina è più presente nella famiglia che ha creato malgrado la cinicità del marito che la sposa solo per denaro; mentre Nise, che nel suo arco non ha messo la freccia dell’amore, passerà da un amante all’altro per contenere la sua profonda disillusione. Anzi, c’è più speranza di convertire il marito di Fina ad essere un bravo marito e bravo padre, piuttosto che continuare per Nise a diffidare di ogni uomo che le si avvicina. Un messaggio di speranza sulla creatività dell’amore che Molière, Ibsen e Pirandello sapranno rileggere nei secoli a venire, riscattando le donne nelle società capitaliste insensibili ad una effettiva parità di genere.
Filippo IV, il Grande, Re di Spagna e Portogallo, (Valladolid, 1605 – Madrid, 1665)
Una evidente riforma istituzionale del Regno di Spagna riguarda la figura del c.d. Valido (cioè il primo ministro) che emerge dopo il fallimento dei Consigli Amministrativi Locali, dove si disperdeva la necessità di un centro coordinatore quando di il Re non è in grado d farlo. Dopo i grandi Re del ‘500 Carlo V e Filippo II, si è vista la debolezza del Pio, le criticità del Valido Sandoval e del suo pessimo pupillo Calderon. Nondimeno emerge, dopo la congiura del duca di Lerma-Uceda, l’opportunità di nominare una figura amministrativa unitaria che regolasse i centri di potere locale e incaricare altri Vicevalidi nelle grandi regioni del Regno, per esempio i Viceré di Sicilia imposti dal Conte di Olivares: un favorito del giovane Re ed un germe di Primo Ministro allo stesso tempo.
E’ l’epoca di Richelieu in Francia e di Buckingam in Inghilterra, schema di governo ipotizzato da filosofi politici come Bodin e Hobbes. Nel 1621 dunque arriva il direttore politico Olivares a sedere sullo scranno del Duca d’Alba. Un arrampicatore dedito ad arricchire sé, ma anche a rifondare la perduta grandezza di Carlo V. Non c’è spazio per le avventure politiche e militari di questo controverso parvenu che meriterebbe una ricerca a parte per segnalarne le imprese politico-militari, dalla guerra dei 30 anni che coinvolge paurosamente la Spagna e tutte le sue aree di influenza, prima fra tutte l’Italia del nord e l’Olanda meridionale.
Sotto la maschera della guerra di religione fra Protestanti guidati dalla luterana Svezia contro i cattolicissimi austriaci; stanno a duellare dai loro palazzi di Madrid e del Louvre due menti finissime, Olivares e Richelieu, campioni del Capitalismo nascente, legati a banche, finanziarie e società d’affari che difendono e propugnano le loro borghesie ricche rivolte alla conquista di mercati per non soccombere da crisi di sovrapproduzione che hanno divorato ricchezze consolidate nel secolo precedente derivate dalle scoperte geografiche e dalla Rivoluzione dei commerci dopo la fine del Feudalismo medievale.
Ecco in breve il calendario delle avventure di guerra dove lo spirito revanscista e predatorio di Olivares viene a maturare negativamente: la rivolta della Valtellina filospagnola contro il Cantone svizzero dei grigioni filospagnolo, che ha come alleati Venezia e la Savoia, un po’ come l’Ucraina e la Russia di oggi. Nel 1626 col trattato di Monzon e dietro varie sconfitte, Olivares deve ritirarsi e la Valtellina torna ai Grigioni. 1628, poi la Seconda Guerra d’Indipendenza d’Olanda. Olivares perde anche la reggenza filoaustriaca e l’Olanda diventa Repubblica laica e borghese. 1618-1648, la citata e famosa guerra dei 30 anni, dove a Rocroi (1643) ed a Lens (1648) il capo di spedizione alleato all’Austria di Ferdinando II d’Asburgo, subisce due gravissimi rovesci militari che precluderanno per sempre alla Spagna ulteriore presenza sull’Europa centrale ed orientale.
1640, approfittando delle distrazioni espansionistiche predette, la famiglia portoghese dei Braganza, con un colpo di stato improvviso, si riprende il Portogallo e termina così l’unità del territorio iberico acquisita da Filippo II. Nondimeno, nel 1657, dopo la pace di Westfalia che finalmente ha portato pace in Germania, Italia e Boemia dopo tanti anni di lutti, carestie ed epidemie – ricordiamo la lucida rievocazione della gravissima situazione sociale dall’epoca parte di Brecht che porta come sfondo del suo dramma Madre coraggio e i suoi figli (1941) – Filippo IV, non solo respinge un improvviso assalto navale di Carlo I d’Inghilterra che ha risposto così al rifiuto di sposare la propria figlia Maria; ma anche rompe ogni trattativa alternativa con la potenza marittima concorrente quando sa che il tiranno Cromwell ha aperto le porte commerciali alla nemica Francia nel Nordamerica. D più: confisca le merci e le navi inglesi alla fonda nei porti spagnoli.
Cromwell risponde attaccando ed occupando Messico e Giamaica, che diventano per sempre basi di Corsari filoinglesi e ricava colonie di tabacco e caffè. Squilli di annuncio delle future guerre coloniali. Ancora: già nel 1623 riapre la lotta al mondo mussulmano, attaccando una squadra turca sulle coste della Spagna con la motivazione di reprimere la pirateria mora nel Mediterraneo. Inoltre fornisce all’Imperatore cugino d’Austria contingenti di Tercio, unità militari asburgiche spagnole d’élite, come i Marines statunitensi, rappresentate nelle narrazioni storiche del citato Pérez – Reverte. Tuttavia, i suoi interventi in Italia hanno più natura repressiva: salassi tributari che non sono di sostegno all’economia e che opprimono di più le classi disagiate.
La politica fiscale vessatoria e quasi dittatoriale, benché sia giustificata da questa politica interventista ai quatto angoli del Regno, guerrafondaia ben aldilà della difesa dei confini, quanto e piuttosto di costante ingerenza e concorrenza coi Paesi concorrenti nei mercati europei ed extracontinentali; produce la domanda di ingenti donativi al potere centrale per mantenere un esercito ed una marina sempre più efficiente. Donativi regionali che i Governatori ed i Viceré tendono a spremere nei confronti delle categorie produttive e protocapitaliste in ascesa, lasciando però immuni le categorie nobiliari ed il clero di vertice, libere di sprecare risorse acquisite da prelievi forzosi che immiseriscono anche il popolo minuto.
Due rivolte flagellano il sud Italia, il territorio d’oltre mare più soggetto a proteste quotidiane di borghesi e proletari dell’epoca: a Napoli il moto di Masaniello (1647); a Palermo, la rivolta degli artigiani di D’Alesi (1647). I viceré in ambedue le occasioni fingono di accettare le condizioni imposte dalle masse popolari, ma poi eliminano i capi e la situazione termina con un nulla di fatto. Da allora soffierà fino alla Rivoluzione Francese (1789) la massima politica cambiare tutto per non mutare nulla, purtroppo ancora presente nell’Italia postunitaria. Certo è che Olivares perde la posizione di Valido nel 1643 ed il Re Filippo IV, assistito dal non migliore favorito Méndez de Haro, perde l’ennesimo scontro con la Francia nella battaglia del 1658 delle Dune, perdendo buona parte delle aree al di là dei Pirenei, divenuti ormai la frontiera finale con la Francia di Luigi XIV.
Ma il Capolavoro negativo di questo Filippo detto sicuramente per celia il Grande, è il testamento che regola i diritti di successione dei propri figli: Margherita, moglie del procugino imperatore d’Austria, sarebbe dovuta succedere al primogenito Carlo, ove questi morisse senza figli. Esclusa da ogni successione è invece Maria Teresa, moglie di Luigi XIV, il re Sole di Francia. Dunque un fantasma riappare all’orizzonte dall’Europa, la dominazione di un solo Asburgo, come all’epoca di Carlo V. Un pericolo di accerchiamento per la Francia del Re Sole che sarà foriero di guerre, epidemie, carestie per il popolo e la borghesia continentale: le Guerre di Successione, cornice dell’Illuminismo, che costituiranno la cornice militare della Rivoluzione Culturale più importante del Nuovo Mondo: il razionalismo scientifico di Cartesio, Galilei e Newton, ormai i pensatori dominanti del tempo, senza contare la trasformazione della conoscenza storica di Vico e Gibbon..
Filippo V, il Coraggioso, (Versailles, 1683 – Madrid, 1746)
Ultimo nella numerazione progressiva in esame – salvo a considerare l’attuale regnante di Spagna, Filippo VI, divenuto Capo di Stato il 19.6.201 ed istituito come carica il 22.11.1975 dal Consiglio di Reggenza, a seguito della Costituzione del 1978, che riprende e fonda nel suo nuovo testo agli artt. 50/65, che indicano le funzioni di Capo di Stato e tutti i connessi titoli storicamente a lui attribuiti ma nondimeno essenziali per la storia del suo Paese e per quella d’Europa (nonché perché ancora qualificato come Re delle Due Sicilie, di Sardegna e duca di Milano, Conte di Gorizia, Signore di Pordenone, Gran Principe di Toscana, Protocanonico papale Patriarcale, Arciprete della Liberiana Basilica Santa Maria Maggiore di Roma, tanto per citare i titoli ricadenti in Italia).

Solo che che fino al 1.11.1700, l’interessato è soltanto figlio secondogenito di Luigi delfino di Francia e Maria Anna di Baviera per ora investito del ducato d’Angiò. Ma come si è detto sopra, Carlo II, Re di Spagna, unico figlio maschio di Filippo IV, muore senza eredi in quel novembre di inizio secolo. In poche parole, risorge la questione del pratico accerchiamento della Francia fra la Spagna asburgica del ramo spagnolo, dove l’ultimo figlio di Filippo IV – Carlo II – regna senza successore maschio dal 1661. Una delle due femmine è Maria Teresa, moglie di Luigi XIV re di Francia; l’altra è Margherita, data in sposa all’imperatore Leopoldo d’Austria. Come non temere gli intrighi del Re Sole, anche per evitare di riapre i il fuoco con l’eterno nemico al di là dei Pirenei ed anche perché la eventuale spartizione delle terre italiane gli fa troppa gola?
Carlo II e Leopoldo insistono per Giuseppe Ferdinando, figlio del principe elettore di Baviera Massimiliano II. Dunque, un Luigi figlio del delfino Luigi IXV di Borbone ed un Giuseppe Ferdinando rampollo asburgico. Il primo è figlio di Maria di Baviera, duca d’Angiò e fino al 1700, anno della morte di Carlo II, mai però pensa di divenire Re di Spagna per la famosa esclusione del testamento di Filippo IV. Dal 1697, con la pace di Rijswijk, Spagna, Olanda e Sacro Romano Impero, nonché la Savoia, finalmente cessano le guerricciole che hanno segnato il dopo Westfalia. Nelle loro aree è diminuita la crisi economica da caduta della domanda e da aumento dei prezzi; mentre regrediscono le continue epidemie portate dagli eserciti su ogni parte del Continente.
Inoltre, in Inghilterra, la domanda di pace è invocata dai Tories, i proprietari terrieri: attraverso la Banca Nazionale, essi tentano di bloccare i cali della borsa. Le diplomazie finalmente sono al lavoro: il grande Regno di Spagna può essere frazionato ed alla morte del Re Carlo II lo spezzatino è pronto per le Nazioni europee che stanno assumendo il profilo di Grandi Potenze. Solo che il vecchio leone Re Sole ha brigato bene: spunta un secondo testamento, quello di Carlo II che elegge suo successore proprio Filippo d’Angiò. L’imperatore d’Austria lo ricusa e lo impugna. E’ la guerra di Successione Spagnola, che durerà fino al 1713-1714, con la ratifica di due trattati di pace, uno di Luigi XIV con la Spagna e l’altro della stesso con l’Imperatore. Risparmiamo le fasi della lunga guerra, salvo a contare fra i 400.000 ed i 700.000 morti, di cui 100.000 civili.
Una cifra impressionante per l’epoca, anche perché da allora sorgono i primi Uffici Statistici dei Ministeri della guerra. Di quel lungo conflitto europeo – 1701/1713 – a noi interessa che Filippo V fu riconosciuto comunque Re di Spagna da tutte le potenze europee, salvo l’Imperatore di Carlo VI, che non lo riconobbe fino al 1725. La Spagna, pur perdendo ad Utrecht 11 terre italiane, mantiene la sua originaria autonomia territoriale. Sappiamo che Napoli, la Sardegna ed il Milanese passano all’Austria e che per breve tempo la Sicilia diviene dei Savoia, col titolo di Re per Vittorio Amedeo, fedelissimo della Francia. Inizia con Filippo V un profondo cambiamento positivo del Paese, con riforme sociali ed amministrative di natura illuminista.
Infatti cessano i privilegi dell’Aragona, in cambio del giuramento di fedeltà allo Stato centrale. Le province Basche e la Navarra, fedeli alla Corona, ottengono una riduzione dei donativi e quindi si risollevano. Il difficile regime libertario della Catalogna è abrogato, ma i nuovi ministri reali, sul modello austriaco e francese, riaprono i porti e riavviano i commerci con l’area mediterranea centrale ed orientale. Il razionalismo economico e sociale di Vico, Giannone e Genovesi penetra a Salamanca, guida culturale del paese, benché la Chiesa Cattolica continua fra le mura dell’Escorial a soffiare sul fuoco di un ritorno alla Corte reazionaria ed illiberale dei tempi dell’odiato Olivares e del pessimo Sandoval.
La ricerca di un nuovo Valido è aperta. Spicca fra i candidati un giovane ambasciatore di Parma a Madrid, protetto da Carlo VI d’Asburgo, che induce Filippo V a sposare Elisabetta Farnese, nipote del duca Antonio. E’ Giulio Alberoni, in pochi anni da Grande del Regno è Valido, cioè primo Ministro. Cardinale a Madrid, fra il 1712 ed il 1719, pur senza alcuna indicazione dei Farnese. riorganizza l’esercito spagnolo e l’organizzazione burocratica nelle restanti province. Nel 1714, morta Maria Luisa di Savoia, sfrutta il legame che ancora lega Filippo con la Francia, combina il matrimonio con la Farnese. Vara la protezione statale della industrie manifatturiere, quali il tabacco ed il caffè importato dalle colonie del Sudamerica.
Nondimeno, istituisce un regolare servizio postale fra Madrepatria e Colonie, abolisce ogni dazio doganale e riforma sul modello austriaco le Finanze. Sopratutto, chiama i rampolli della nobiltà in burocrazia, in marina e nell’esercito e limita i privilegi di Corte e sull’esempio di Luigi XIV attira l’aristocrazia nel palazzo centrale dell’Escorial, lasciando il Governo delle Provincie a funzionari burocraticamente da lui dipendenti. Ma la scelta di recuperare Napoli, Palermo e Milano non ha buoni risultati, riportando la guerra in Europa come un’appendice della coeva guerra di Successione Austriaca.
Eppure, malgrado i dubbi di Filippo, riesce a spedire truppe in Sicilia e Sardegna per una loro Riconquista. Scatta invero la Quadruplice Alleanza filo austriaca che ribadisce la caduta della Spagna e quindi la fine di un Ministro alquanto temerario e sulle cui opere Montanelli ha spesso mostrato attenzione nella sua Storia d’Italia. Alla fine, dopo il Congresso dell’Aia dal 1720, si ribadiscono le perdite italiane di Utrecht, col solo riacquisto di Parma a Don Carlo, figlio di Filippo V e della Farnese. Un effetto collaterale di quella singolare ascesa e di rapida discesa è il ritorno all’Austria della Sicilia, scambiata dai Savoia con la Sardegna, il tutto a confermare che in quel secolo dei Lumi, l’autodeterminazione dei popoli è un miraggio di Montesquieu e che la Sicilia mantiene la sua fama di terra di conquista e di sfruttamento economico e sociale.
Del resto, Filippo IV abdicherà nel 1724 adducendo motivi di salute e di religione. Luigi I, figlio di primo letto, tiene il Paese in reggenza fino alla morte quasi parallela alla sua abdicazione. Poi sarà il turno di Elisabetta Farnese a reggere dal 1759 al 1788, anno in cui Carlo III re di Napoli, diventa Re di Spagna, lasciando al figlio Fernando IV, futuro Ferdinando Re delle due Sicilie. Una successione che come al solito non sarà produttiva per il sud e la Sicilia, considerato che persiste una enorme differenza culturale e politica con il padre Carlo, visto che il figlio Ferdinando per di più, dopo il Congresso di Vienna del 1815, tradirà la causa liberale nel nuovo secolo romantico, divenendo a sua volta un Re conservatore, attaccato alla poltrona regale, restando profondamente legato alla Restaurazione e ferocemente contrario alle riforme amministrative successive alla Rivoluzione Francese.
Non ci siamo dimenticati peraltro della letteratura barocca, che impregna tutto il secolo d’oro razionalista. Sicuramente ne è un magnifico rappresentante proprio Pedro Calderón de la Barca (1600-1681), commediografo e filosofo, che scruta l’animo umano, traduttore nella scrittura dello stile artistico dell’epoca. Egli disegna una visione illusoria, perfino alternativa alla realtà da cui originano le sue trame. Si dice che sia un precursore del periodo romantico, perché nelle sue opere il sogno spesso prevale sul vero, dove la vita infatti è un illusione, tanto per citare la sua commedia più celebre. Forse è anche un dotto teologo, ma alla fine si dimostra un uomo di teatro perché usa espedienti estetici e giochi di scena innovativi appresi da Shakespeare e che Goethe e Schiller, ma anche Platen, Manzoni ed Alfieri riprendono in età romantica.
Nato in una famiglia nobiliare asfissiante, di educazione gesuita, universitario a Salamanca, omicida in gioventù, attore girovago, cavaliere di Santiago, militare nella guerra dei 30 anni, quasi che Pérez-Reverte lo abbia preso come canovaccio per il cavaliere Alatriste nei vari romanzi storici di cui si è detto. Nel 1651 diventa prete, ha un figlio illegittimo, compone scene allegoriche per celebrare su committenza le festività del Corpus Domini. E’ beniamino della corte di Filippo IV dove metterà in scena festosi spettacoli a Madrid. Proprio nel 1665, sotto il debole Carlo II, dirige le ultime feste di Corte del secolo d’oro, di stampo mitologico, di grande visualità, bei costumi, fondali prospettici e varie innovazioni tecniche.
Con l’Italia ha un rapporto preferito non solo ecclesiastico, ma anche morale: per esempio, in una commedia ironica, rammenta la Mandragola di Machiavelli però un po’ ossidata, perché descrive forti gelosie di mariti votati ad uccidere mogli poi dimostrate innocenti (Il maggior mostro del mondo, è una sua piéce dove il triangolo amoroso fra Ottaviano, Marcantonio e Cleopatra rasenta il moderno teatro dell’assurdo per la costante presenza di un dialogo tra sordi che fa pensare a Beckett ed a Jonesco). Un teatro breve e multiforme, irriverente spesso come quello di Dario Fo, variabile per temi che come per Shakespeare ha sollevato spesso dubbi di autenticità e che forse all’origine deriva da copioni di allievi o seguaci. Circostanza che però nulla toglie allo spirito unitario che vi serpeggia, considerate le drammatiche condizioni sociali che in ogni parte il popolo dell’epoca vive, autore di un fermento realista, ma anche magico, fino ad allora mai visto nel Continente Europeo e poi ripreso nel secondo dopoguerra in letteratura da Gabriel García Márquez.
Bibliografia
- Per uno sguardo generale sulla storia moderna (secoli XVI -XVIII), vd. Manuale di Storia moderna, di DOMENICO LIGRESTI, ed. Maimone, Catania, 2014: nonché cfr. FERNAND BRAUDEL, Civiltà ed Imperi nel Mediterraneo, nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010.
- Per il secolo decimo quinto, in particolare vd. HELMUT KOENIGSBERGER, GEORGE MOSSE, GERARD BOWLER, L’Europa del Cinquecento, Laterza, 1990, per Filippo I e Filippo II di Spagna.
- Per il secolo decimo sesto, in particolare vd. HENRY KAMEN, Il secolo di ferro, 1550-1660, ed. Laterza, 1975, per Filippo III e Filippo IV.
- Per il secolo decimo settimo, in particolare vd. WILLIAM DOYLE, L’Europa del vecchio ordine, 1660-1800,. Laterza, 1978, per Filippo V.
- Per le guerre di Successione, cfr. ROLAND MOUSNIER, Il 16. e 17. secolo: progresso della civiltà europea e declino dell’Oriente (1492-1715), Firenze, Casini, 1959, pagg. 284-294. Su Giulio Alberoni, vd. INDRO MONTANELLI e ROBERTO GERVASI, L’Italia del ‘700, 1700-1799, Rizzoli, 2013. Per la storia della Spagna, cfr. ARTURO PEREZ-REVERTE, Una historia de España, Alfaguara, Madrid, 2019.
- Per la letteratura spagnola del secolo d’oro, cfr. MARIO PRAZ, Penisola pentagonale, ed. EDT,1996.
- Sulla storia della Sicilia sotto la dominazione spagnola, vd. DENIS MACK SMITH, Storia della Sicilia medievale e moderna, Laterza , Bari, 1970, parti III, IV, V e VI, 1660-1800.







