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Sicilia terra di conquista: le dominazioni dall’antichità alla contemporaneità

Il breve saggio di storia della Sicilia parte dalla considerazione del tutto particolare dell'essere l'Isola più grande del Mediterraneo, dove in più di 27 secoli si sono succedute ben 17 dominazioni, ripagate da guerre, disastri ambientali, carestie ed epidemie, spesso causate da autocrazie mai compensate da un effettivo benessere sociale della popolazione, vittime di giochi di poteri internazionali. Tuttavia, il miscuglio di lingue, usi e religioni ha formato una classe dirigente non sempre all'altezza della storia, depurata oggi faticosamente da infiltrazioni delinquenziali e riportata a livelli democratici e di crescita economica e culturale che fanno sperare in un riscatto morale e materiale.

di Giuseppe Moscatt
3 Settembre 2025
TEMPO DI LETTURA: 25 MIN
Sicilia, terra di conquista

Sicilia, terra di conquista

CONTENUTO

  • Dominazioni in Sicilia in età antica: dai cartaginesi ai Visigoti
  • Dominazioni in età medievale: bizantini (VI-VII secolo); arabi (VIII-IX secolo); normanni (X secolo); svevi (XI -XII secolo)
  • Dominazioni in età moderna: angioini francesi (XII – XIII secolo);aragonesi di Spagna (XIV – XV secolo); impero spagnolo (XVI-XVII secolo); Savoia (1713-1719)
  • Dominazioni in età contemporanea: impero austriaco (1720-1739); Borboni di Napoli (1740-1861); Piemontesi ed Italia Unita (1861-1943); angloamericani (10.7.1943 – 2 maggio 1945)

Dominazioni in Sicilia in età antica: dai cartaginesi ai Visigoti

Se volessimo elencare quante dominazioni ha subito la Sicilia fin dall’età antica non ci stupiremmo più di tanto rispetto a quelle tollerate dall’Ucraina. Tale Paese, infatti, a fronte della recente invasione russa, lamenta ben undici dominazioni di popolazioni esterne (Sciti, IX sec. a.C., Greci, VII sec. a.C. Romani e Bizantini, I sec. – IV sec. d.C.; poi Goti; Unni, Tartari, Lituani, IX sec. al XIV sec. d. c.; infine Polacchi, Turchi e Russi fino al 1922, tenuto conto anche dalla Crimea e delle coste meridionali). Leggendo il saggio dello storico Martin Dreher (La Sicilia antica, il Mulino, Bologna, 2008), si elencano, fin dall’età del bronzo (2000 a.c.) tre gruppi di popolazioni che solo dall’anno 1000 a.C. assumono influenze linguistiche greche.

Infatti, a nord ovest troviamo gli Elimi filocartaginesi fra Erice e Segesta. Poi arriveranno i Greci con la colonia di Siracusa nella fascia sud orientale e quindi i Romani da Nord Est ed i Bizantini, dominatori fino all’8° secolo (ivi compresi Vandali e Visigoti, la cui presenza è resa meno certa per la scarsa attendibilità di fonti). Ma è altrettanto certo che nell’antichità la Sicilia è una base naturale di conquista per i collegamenti navali nel Mar Mediterraneo, nonché merce di scambio fra le Grandi Potenze, senza contare il conseguente generale sfruttamento agricolo e minerario, isola non a caso elogiata da Omero e Virgilio per tali doti naturali.

Dominazioni in età medievale: bizantini (VI-VII secolo); arabi (VIII-IX secolo); normanni (X secolo); svevi (XI -XII secolo)

Se prendiamo l’esempio di Siracusa per la sua storia emblematica dell’isola in età antica, vediamo come dal 733 a.c. – data di  fondazione della città – solo nell’878 d. c. rileviamo un ulteriore cambio di dominazione, da quella bizantina a quella araba. E’ l’esperienza tirannica di Costanzo II, che qualifica Siracusa, nuova Capitale dell’Impero d’oriente, per la riconquista dell’impero romano d’occidente sul modello di Giustiniano; ma il popolo siciliano continua a subire il disagio economico e sociale. Infatti, la natura tirannica di quell’Imperatore, lo fa protettore di una Corte rapace e di truppe mercenarie violente ed oppressive delle città costiere più ricche e per i frequenti saccheggi nelle campagne. Si produce così una congiura che lo uccide, mentre il successore, il figlio Costantino IV, reprime la prima rivolta baronale e riconquista l’isola a favore di Bisanzio.

Di tali sconvolgimenti approfittano gli Arabi del Regno Aghlabide, Signori della Sicilia occidentale, per invadere l’isola completamente. Dopo quasi un secolo, cade Siracusa e fino a metà del’10° secolo, la Sicilia diventerà islamica. Riguardo la dominazione araba, essa si caratterizza positivamente perché i due secoli di influsso islamico ne riaprono l’aspetto culturale di centralità del Mediterraneo, dove Commercio ed Arti fungono da rinascita dopo i secoli bui, riportando l’isola ai fasti greci e romani, mentre emerge la pacifica convivenza fra le religione musulmana, cristiana ed ebraica. Aghlabidi, Fatimidi e Kalbiti, vivono e lavorano fianco a fianco senza pregiudizi con Cristiani ed Ebrei ciascuno per le proprie competenze.

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I primi, esperti costruttori, navigatori  e pescatori; i secondi abili contadini, non ancora soggetti alla logica feudale nordeuropea e dunque attenti alle coltivazioni legate alla dolcezza del clima costiero (olio, vino, agrumi e perfino la canna da zucchero). I terzi, vocati alle libere professioni, alle scienze ed alla tecnica, rappresentano la futura classe dirigente che darà a Federico di Svevia la primazia politica e culturale. Unico momento storico di crescita culturale e sociale dell’Isola ancora e che sarà per poco lontana dallo sfruttamento cui l’avevano sottoposta le precedenti dominazioni. Ritroviamo ora una ottava dominazione, quella dei Normanni, venuti dall’attuale Norvegia, eredi delle tradizioni marittime ed esplorative dei Vichinghi, metabolizzano le avventure militari delle Crociate ed usufruiscono della Sicilia come base di partenza per le loro imprese commerciali nel Mediterraneo orientale.

I Normanni, ora scendono dalla Francia, esercitano in Sicilia il metodo feudale al servizio degli Imperatori del Sacro Romano Impero e del Papato. Con l’appoggio della Chiesa Romana, in perenne lotta di potere coll’Impero, nel’11° secolo conquistano il Meridione e la Sicilia. Inaugurano qui il Feudalesimo nordeuropeo e da ex mercenari fanno dell’Isola un magnifico Regno di commerci e di produzioni agroalimentari prodromico al futuro Regno meridionale di Federico II di Svevia. Unico neo di questa dominazione è quello di avere instaurato un ferreo regime feudale paramilitare, giustificato dalla guerra contro gli Arabi. E tuttavia, il regime multilinguistico e culturale dell’età araba permane, perché l’arabo ed il ceppo misto latino/greco/italiano conviveranno fino alla dominazione francese degli Angioini.

Anzi, nasce un siculo-arabo, idioma presente nella Corte Federiciana, quasi prodromico alla futura lingua italiana del XII°. Esercito plurilingue, Corte poliglotta, una religione sincretistica originata dalla comunanza del libro sacro, un’architettura intrecciata di forme trasversali, fanno del Regno di Sicilia normanno degli Altavilla un esempio pur breve di relativa pace e prosperità nell’isola. Del resto, il 12°secolo di Federico II (nona dominazione) e la travagliata a breve decima dominazione Angioina (10° dominazione), rispecchiano una cultura ed un economia d’avanguardia nel Medio Evo Europeo, dove la dominazione federiciana rappresenta un’età difficilmente riproducibile, anche per le successive progressive riduzioni di spazio governativo alle classi arabe ed ebree, fenomeno che produrrà al decadenza del Regno Meridionale.

Dominazioni in età moderna: angioini francesi (XII – XIII secolo);aragonesi di Spagna (XIV – XV secolo); impero spagnolo (XVI-XVII secolo); Savoia (1713-1719)

Sconfitto tragicamente Corrado IV – detto Corradino ultimo erede di Federico di Svevia, vinto a Tagliacozzo nel 1268 – la dominazione francese angioina – caldeggiata dalla Chiesa Romana di Papa Martino quarto e da Carlo D’Angiò, potenze entrambi da tempo acerrime nemiche dell’imperatore Svevo – risulta dalle fonti dell’epoca – secondo la rilettura di Michele Amari nel ‘800 romantico e dallo storico del ‘900 Steven Runciman – la più incalzante amministrazione fiscale che la Sicilia avesse mai avuta dall’epoca romana di Verre, governatore denunciato per corruzione da Cicerone. E’ la causa dei Vespri Siciliani del 13° secolo, quel 1282 celebrato fino al ‘900 come il massimo episodio di rivolta del popolo siciliano contro le future amministrazioni borboniche ed italiane fino al secondo Conflitto Mondiale.

Una rivoluzione popolare e borghese ad un tempo, peraltro proseguita da una lunga guerra combattuta fra angioini e siculo – aragonesi, una famiglia reale iberica imparentata col grande Federico ed appoggiata dal Baronaggio siciliano e dall’Alto clero locale, nonché delle città demaniali (fondate dall’Imperatore), dotate di alcune autonomie finanziarie ed amministrative. Dopo più di venti anni di guerra, finalmente, Federico III di Aragona diventa Re di Sicilia (undicesima dominazione), rompendo l’unità del Regno Meridionale, dove Napoli, Bari e la Calabria rimarranno un Regno di Napoli, che solo nel 1816 ritorneranno all’unica dinastia borbonica. Sia come sia, questa rottura indebolisce il Mezzogiorno e la Sicilia continuerà ad essere terra di conquista e di sfruttamento non solo di potenza straniera, ma anche della forte classe dei Baroni siciliani che confermano la proprietà latifondista meramente consumistica dell’economia locale.

La  dominazione aragonese, peraltro si conferma come un’età di mezzo delle istituzioni siciliane della prima realtà moderna. Si parla di leggi concordate fra il Re Aragonese e poi  Catalano, con la nobiltà locale, senza che però incidano le città demaniali e la loro borghesia urbana che rimangono tartassate già per ragioni di sostegno militare per le guerre coloniali iberiche. Malgrado l’assoggettamento di questi Sovrani sia di concordare privilegi non indifferenti alla Classe urbana (per esempio il libero commercio dei feudi previo diritto di prelazione degli altri possidenti anche alla classe mercantile); restava sempre l’obbligo a favore della Corona di pagare la decima dei guadagni dei borghesi ed alla nobiltà terriera. E con i capitali di pochi borghesi arricchitisi per le guerre di liberazione dai Francesi, questi comprano i titoli nobiliari.

Un processo che vede la Santa Alleanza fra Corona e Città demaniali alle spalle della vecchia nobiltà Normanna e Sveva. Una nuova classe di Baroni appoggia prima la Corona aragonese; poi la Corona spagnola nel ‘500 (dodicesima dominazione). Rimane indietro un’altra fetta della borghesia produttiva delle Città, cui manca il capitale per acquisire titoli e prebende. Una guerra civile fra famiglie catalane e famiglie sveve che dilanierà la Sicilia fino al Regno di Carlo V, quando le altre ali della nobiltà terriera troveranno un equilibrio nella guerra politica guerrafondaia spagnola contro la Francia di Francesco I. Del resto, una grave crisi demografica colpisce la Sicilia nel secolo XVI e l’unità della nobiltà terriera si farà evidente nell’ultima parte del XV° secolo, quando la cacciata degli Ebrei e la risorgente minaccia turco-araba, spingerà Ferdinando il Cattolico ed il figlio Carlo V ad assumere campagne antisemite ed antiarabe, rompendo l’equilibrio etnico della Sicilia (1481-1492).

Dalla riconquista Castigliana (1492) alla Battaglia di Lepanto (1571), la dominazione spagnola muta il quadro dell’Isola. In primo luogo tale dominio inizia soprattutto con l’ascesa al trono di Spagna di Carlo V d’Asburgo, sul cui impero non tramontava il sole, perché si estendeva dal Sudamerica alla Germania imperiale, con Spagna ed Italia, la Lombardia e l’Italia meridionale (1516). E’ l’ennesimo cambio della guardia per i Baroni Siciliani. Tuttavia ora cresce il potere di controllo della amministrazione pubblica, perché Carlo V intende limitare i forti privilegi della feudalità locali, esiliando o condannando a morte  i suoi nemici locali, affidando nel contempo il potere amministrativo e giudiziario alla burocrazia centrale. Seguiranno ulteriori guerre locali per reprimere le naturali reazioni, anche perché dalla Spagna arrivano dai Viceré l’abolizione dei donativi regi e gabelle regie esose.

A Palermo le maestranze operaie e la piccola borghesia portuale e commerciale attacca il Palazzo del Governo, come reazione al favore imperiale per Messina, piuttosto fedele all’Imperatore, con una secolare separazione interna che peserà nella storia dell’Italia. Per sanare la frattura locale, Carlo ed i suoi sodali di Madrid inizia una guerra esterna con la Francia, colpevole di appoggiare le Fiandre ribelli. Un rimedio peggiore del male: perché   rinforza una classe di nuovi  Baroni come ricompensa per lo sforzo militare, ma dannosa perché aumenta l’allontanamento della classe media e perché le guerre dell’Impero incrementano l’inflazione e la povertà delle masse urbane, piene di  inabili e disoccupati nel periodo di pace del dopoguerra. Sia come sia, il secolo c. d di ferro (1621-1700), è caratterizzato da una guerra europea di religioni, fra protestanti e cattolici, è ormai ritenuta un mero pretesto ideologico che maschera la sostanza di una guerra laica fra classe emergente borghese e vecchia classe nobiliare terriera.

Terreno di scontro diretto è la Germania renana, danubiana ed elbana, definita come guerra dei 30 anni, fissata nel lungo periodo 1628 – quando Carlo Emanuele I di Savoia sconfigge le forze francesi penetrate in Piemonte per sostenere la successione dei Gonzaga a Mantova e nel Monferrato – ed il 1648 – quando comunque la Spagna riprende il controllo della Napoli di Masaniello e la Palermo di D’Alesi. Episodi di insofferenza popolare di fronte al fiscalismo spagnolo. Del resto, nello stesso periodo anche a Parigi monta la protesta fiscale: i membri del Parlamento reagiscono alle limitazioni del diritto a riunirsi per annullare  la bolla fiscale. Sarà la c. d. fronda a fare tremare il Regno di Luigi XIII ed il Governo del Mazzarino.

Certo è che a Palermo il moto popolare riguarda le Maestranze, cioè le Corporazione Artigiane di mestieri che rappresentano il ceto medio urbano vessato da un fior fiore di gabelli e tasse. Solo che a Palermo, come a Napoli, la trattativa fra nobili filogovernativi e Maestranze ormai depauperate di beni e personali ridotti dalle guerre, si vede svuotata di parità sostanziali e si concluderà con la vittoria dei primi e con una tregua sociale che perpetua un malessere sociale sotterraneo, appena contenuto dallo sviluppo assistenziale delle numerose Confraternite Religiose rivolte all’assistenza sociale di migliaia di poveri randaggi nelle città costiere dell’isola.

Sarà solo dopo la pace di Utrecht (aprile, 1713) – e l’appendice della ulteriore guerra franco-spagnola con lo scontro navale di Capo Passero fra flotta inglese e spagnola – che ritorna la solita questione della Sicilia merce di scambio e di sfruttamento come base di potere nella circolazione navale nel Mediterraneo da parte delle Grandi Potenze di ogni periodo storico. E’ evidente che tali politiche necessitano di una classe dirigente locale consenziente, che però spesso va rimodulata in ragione dei contrasti interni e per bloccare le interferenze straniere. Ecco perché la tredicesima dominazione, quella dei Savoia chiamata a sostituire il dominio spagnolo, riapre la speranza  che il rinnovo del Regno di Sicilia affidato al Piemonte ponga fine alle guerre interne tra Baroni siciliani.

Invero, con la pace di Utrecht (aprile 1713), Vittorio Amedeo di Savoia ottiene dalla Spagna – perdente nella guerra di successione di quel Regno – la Sicilia e la conseguente ed ambita corona regia, peraltro con l’incoronazione a Re di Sicilia avvenuta nel dicembre stesso a Palermo. Operazione mediatica di quel tempo, che avrebbe potuto permettere quel cambio della guardia di classe dirigente, necessaria per ammodernare lo Stato, alla luce delle riforme illuministe che gli Stati europei  ormai stanno attuando perfino nella cattolicissima e conservatrice Austria, dove l’imperatrice Maria Teresa apre alla classe borghese di Vienna per rafforzare l’Impero. Naturalmente, lo svecchiamento della classe nobiliare siciliana incide sui metodi di produzione agricola del latifondismo feudale, bloccati dalle modalità di mero autoconsumo e di scarso capitalismo da investimenti, senza  cioè il motore del risparmio per l’innovazione e l’investimento, come le correnti economiche meridionaliste di Genovesi e Vico andavano predicando laicamente, secondo l’ideologia ora dominante fisiocratica.

Il quinquennio piemontese è attraversato da profondi contrasti fra i nobili agrari protezionisti  ed i pochi fisiocratici che premono sul nuovo Re per riforme strutturali del territorio e della popolazione, anche con un occhio di riguardo a quelle maestranze urbane di cui si disse, alleanza necessaria per mantenere la pace sociale. Ma chi legge i romanzi di Luigi Natoli – I beati Paoli e Coriolano della Floresta, nonché Il Re di Girgenti, di Andrea Camilleri; oppure le Cronache di Agostino Gallo (1790-1872) e di Antonio Mongitore (1759-1834) – può rendersi conto della guerra segreta fra consorterie di agrari favorevoli e contrari alla pretesa centralistica del nuovo Governo piemontese, peraltro incapace di reprimere la fronda siciliana, situazione storica anticipatrice della mafia palermitana postunitaria braccio armato fin da allora della Massoneria nobiliare.

Sicilia, terra di conquista

E così si ha l’avvento della quattordicesima dominazione della Sicilia, quando la Spagna ed i suoi alleati firmeranno all’Aia la rinunzia alle loro pretese in Italia in cambio della promessa Austriaca di consentire la successione di Carlo di Spagna a Parma, Piacenza ed alla Toscana. Tale scambio di promesse prevede anche che la Sardegna trapassi al Piemonte e che la Sicilia divenga una provincia dell’Austria (1720). Una breve pausa del duello in Italia fra le case regnanti sull’impero Spagnolo, con la Francia di Luigi XV che soffia sul fuoco delle guerre coloniali con l’Inghilterra liberale, con la Prussia di Federico il Grande dietro l’angolo e la Russia di Caterina pronta a saltare addosso all’impero Ottomano per acquisire quella Crimea che significa sbocco nel Mediterraneo, dove Malta, Messina e Siracusa rappresentano sempre un succo dolcissimo da bere. In questo groviglio di interessi nazionali, brilla l’audacia ed Vittorio Amedeo di Savoia, che scambia la Sicilia, ormai un regno decaduto, con la ricca Sardegna da sfruttare minerariamente, senza subire la reazione dei Baroni Siciliani, divenuto il cancro nascosto  di quella economia locale.

Dominazioni in età contemporanea: impero austriaco (1720-1739); Borboni di Napoli (1740-1861); Piemontesi ed Italia Unita (1861-1943); angloamericani (10.7.1943 – 2 maggio 1945)

Ma torniamo al 1720. Con la pace dell’Aia si è segnalato lo scambio della Sicilia con la Sardegna per risarcire il Piemonte per la perdita di un isola ben più fiorente, come se un’intera isola fosse merce da scambiare per contratto (anche se oggi la contrattazione in politica estera non sembra affatto sparita solo se si pensi alle contorsioni attuali di Trump e Putin….). Nel quindicennio successivo si spera un periodo di minore sfruttamento e di maggiore produttività dell’Isola, con un parallelo decadere di privilegi medievali e di un minore potere della Chiesa negli affari commerciali. Infatti, l’imperatore Carlo VI d’Asburgo non si ritiene più obbligato al mantenimento di tanti privilegi del regno di Sicilia a favore dei nobili ottenuti dagli Aragonesi che hanno guidato alla vittoria sugli Angioini dopo la guerra dei Vespri fin dal XIII° secolo e mantenuti fino ai tanti Filippi di Spagna.

I vari Viceré asburgici che si succedono a Palermo difendono spesso le città guidate dai pochi borghesi del vecchio Regno, ridimensionato a piccola provincia dell’impero, dove il potere centrale assicura la giustizia, batte moneta, riscuote tributi e dà impulso più alla produzione che al mero consumo. Una certa politica economica di stampo capitalista comincia ad emergere favorita da un periodo di pace più lungo. Soprattutto, il viceré Portocarrero colpisce la corruzione, blocca le invasioni dei pirati dalla Tunisia, limita fortemente la schiavitù dell’Africa, con uno strano atteggiamento silenzioso dei Baroni, divisi al loro interno fra progressisti e conservatori.

Ma come ci narra il citato Natoli nel suo famoso romanzo storico, prevale l’ala conservatrice, a causa delle esose richieste fiscali che quella classe  mal sopporta, soprattutto perché incalzata dalle maestranze operaie e contadine che cominciano a rumoreggiare perché loro pagano e lavorano, contro i Baroni notoriamente meri fruitori del prodotto finito (le numerose rivolte popolari in Spagna e Francia si propagano in Sicilia per effetto dei diversi resoconti di viaggio di non pochi scrittori, come ci racconterà Dacia Maraini nel romanzo La lunga vita di Marianna Ucria).

Di qui, la nascita della società segreta dei Beati Paoli e la occulta rivoluzione baronale contro il governo dei Viceré asburgici che culminerà nel ritorno dei Borboni di Spagna nel 1734, quando Carlo III, erede al trono, con l’appoggio interno riprende il regno di Sicilia. Quest’ultima guerra dura poco, perché non ritornano gli inglesi ad aiutare gli austriaci, consentendo il blocco navale dell’isola da parte degli spagnoli. Il 25 settembre del 1734, l’ultimo viceré austriaco marchese Giuseppe Rubi, volge la prora delle sue navi verso Trieste, impossibilito a sbarcare a Messina. Qualche giorno dopo, una delegazione di deputati siciliani si presenta a Napoli per consegnare al nuovo Re Carlo III di Borbone il Regno di Sicilia, appena liberato dalla dominazione austriaca.

E così la Sicilia ritorna ad essere la terra appena riconquistata dalla Spagna con Carlo sovrano in apparenza indipendente, ma di fatto unita al Regno di Napoli. Ma nella sfortunata vicenda siciliana, passata da una casa regnante all’altra, alla ricerca di un’autonomia non pienamente raggiunta, un po’ di fortuna c’è l’ha proprio perché Carlo III è uno dei Borboni di Napoli più lungimiranti perché dotato di un senso di assolutezza meno prepotente degli altri suoi colleghi. Dopo una breve guerra contro gli austriaci, non ancora paghi di avere perso la Sicilia, li sconfigge a Velletri nel 1744 e regna in pace per altri 15 anni avvalendosi di ministri riformatori.

Ispiratosi al cugino Giuseppe II d’Austria, è uno dei maggiori sovrani dell’epoca giacché dà credito ai nuovi filosofi francesi fisiocratici e liberisti. Ma appena muore Filippo V re di Spagna, alquanto retrivo, libero da influenze straniere, Carlo III si avvale sempre di più dell’opera di alcuni ministri protoliberali, specialmente il Tanucci, che opera proficuamente una mediazione con i Baroni siciliani mantenendone pochi privilegi, ma avviando una riforma del catasto agricolo e la relativa cartografia del territorio, base di una riforma agraria sul modello austriaco già operativa per la Lombardia.

Purtroppo il processo riformatore si interrompe  per la abdicazione di Carlo ed il suo passaggio al regno di Spagna. La successione del figlio Ferdinando IV –  poi Ferdinando III Re di Sicilia nel 1799 ed infine Ferdinando I Re della due Sicilie nel 1816 – riporta la gestione del Regno ad una fase di arretratezza amministrativa, testimoniata da quella sequela di titoli reali che ne designa di per sé la pochezza culturale, se non la squallidità programmatica di quel sovrano. Infatti nei decenni successivi la Sicilia ritorna ad essere terra di sfruttamento e la gloriosa sua indipendenza e regalità di fatto vanno ancora una volta in oblio. Passata la bufera Napoleonica e costituito a Vienna il Regno delle due Sicilie nel 1816, scatta la quindicesima dominazione.

E tale è perché la crisi dal baronaggio siciliano dopo l’avvento del ramo borbonico napoletano del Regno di Ferdinando I, implica la fine del regime di alleanza concordata fra Trono e Nobiltà che regge il Regno di Sicilia fin dall’epoca di Federico di Svevia e che mai ha abbandonato l’Isola dopo i Vespri Siciliani dal 1282. A ben guardare l”800 borbonico e postunitario di primo periodo – 1810/1866 – passa da alcune date indicative: 1810-1811, conflitto fra Re Ferdinando IV di Borbone col Parlamento siciliano, allorché questo rifiuta di approvare un altissimo contributo speciale per finanziare le spese di guerra contro il Regno filofrancese di Napoli retto da Giuseppe Bonaparte. Di fronte al rischio dia arrestare 55 baroni contrari, su consiglio di Lord Bentinck, emissario inglese a Palermo avversario di Napoleone, nel 1812 Ferdinando emana la Costituzione più liberale dell’epoca, dove riappare il principio della Convenzione Istituzionale fra Nobili, Re e classe borghese produttiva, un germe di origine anglosassone che, nel fare salva la Regalità siciliana, istituisce le libertà civili invocate dai liberali e conferisce dignità alle classi produttrici, nonché  pone fine al Feudalesimo, la cancellazione degli Usi civici ed il loro trasferimento alla proprietà privata.

1815, restaurazione borbonica. 1816, soppressione della Costituzione del 1812 e ritorno al Regno Unico, una riconquista napoletana dell’Isola. 1817-1819, riformismo amministrativo borbonico accentratore nelle mani della classe dirigente napoletana (un policentrismo urbano, con 7 capovalli e 23 distretti retti da  intendenti regi di nomina reale), collo scopo di cancellare da una parte ogni velleità autonomista della Sicilia, ma anche col fine recondito di privilegiare la classe dirigente continentale (si veda la vicenda esemplare dei dazi commerciali sui trasporti di merci da Palermo a Napoli). Del resto, il declino politico del Baronaggio Siciliano emerge nel 1819 con la introduzione del Codice Civile Napoleonico, dove vige il rimborso del debito con la vendita giudiziaria degli immobili e non più il passaggio diretto al creditore ipotecario degli stessi. Insomma, a dire delle indagini dello storico Francesco Renda (Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, ed. Sellerio, Palermo, 2004), ben 80 casati nobiliari sono esposti a debiti per 6 milioni di onze (più di 3 miliardi di Euro, oggi).

Cosa che produce la perdita di 140.000 ettari di terre e tante case, che arricchiscono altri nobili e molti borghesi, nonché gabelloti e vari professionisti, come insegna il mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga. Nondimeno, fra il 1839 ed il 1841, Ferdinando II – l’illiberale Re Bomba, così soprannominato per aver bombardato dal mare Messina durante la rivoluzione del 1848 – abolisce definitivamente gli Usi Civici per mano dei suoi Intendenti locali, eliminando la proprietà collettiva antica delle Città, ma consentendo che alle aste pubbliche partecipino solo chi per censo possa veramente comprare le terre comuni, cosa che permette alla nuova borghesia il ritorno del latifondo. La Sicilia Agraria dunque resiste e si rafforza con un semplice cambio della guardia, benché cresca una non minore borghesia commerciale degli agrumi, del vino, dell’olio e dello zolfo, come nel caso della famiglia Florio di Palermo.

Del pari, il credito bancario del lombardo Giuseppe De Walz favorisce un iniziale credito per lo Stato nella costruzione delle nuove vie di comunicazione ferroviaria, mentre si incrementa pur nelle zone costiere un’economia del lusso (profumi, vestiario, carrozze, strumentali musicali, ecc. ecc.) che segnala una nuova borghesia imprenditrice alternativa alla tradizionale economia agraria latifondista propria della Sicilia centroccidentale. Da qui, lo scoppio di moti liberali pressoché periodici, segno della volontà delle nuove classi produttive di entrare nel libero gioco della Storia e della gestione del Potere. 1820-1821, 1830, 1837, 1848-1849, date che segnano il percorso compiuto da una nuova classe liberale e  democratica guidata da Michele Amari, Francesco Ferrara,  Francesco Crispi, Pasquale Calvi, Ruggero Settimo, Pietro Lanza di Scordia, Mario Adorno, Emanuele Francicanava, Salvatore Chindemi, senza contare il musicista catanese Vincenzo Bellini ed il suo concittadino Giovanni Bruno, tutti legati progressivamente alla Massoneria, alla Carboneria ed alla Giovane Italia di Mazzini, poi di Garibaldi ed infine membri dei Governi Unitari.

Si arriverà così ai moti palermitani del 3-4 aprile del 1860 – che Tomasi di Lampedusa nel suo Gattopardo del 1958 metterà sullo sfondo di quel famoso romanzo – guidati dall’operaio Francesco Riso che susciterà, dopo la tremenda repressione borbonica, un terreno fertile per la spedizione dei Mille di Garibaldi dello stesso anno, fornendo a quell’evento una spinta incontenibile nei comuni rurali attorno a Palermo e Messina;  mentre nel sud dell’isola, con Siracusa ed Agrigento sono già in crescita nelle attività portuali, città filoinglesi ed alquanto fredde rispetto alle masse popolari e borghesi dell’area centro occidentale. Comunque, dopo i fallimenti delle precedenti rivolte, quella del 1860 se ne distaccò perché vede per un breve periodo la Santa alleanza fra le due borghesie agrarie e commerciali preindustriali, rivolta che crede in un ritorno alla autonomia regionale e che rivendica lo spirito indipendentista della classe imprenditoriale locale, sperando di essersi scrollata di dosso il fiscalismo autoritario borbonico con una apparente appoggio dei democratici mazziniani di Garibaldi e Crispi.

Ma la realtà unitaria del 1861 ed il Governo della destra storica, di origine piemontese ed emiliana, a carattere centralista, è fortemente indebitata con la Francia di Napoleone III, alleato protettore della faticosa Unità italiana. Essa impone Rattazzi, Minghetti e Sella, titolari di una politica strettamente fiscale, monopolista e guerrafondaia contro l’Austria, che sminuisce la domanda di partecipazione democratica delle classi dirigenti produttive del Sud  ormai asservite alla monarchia Sabauda. Non sono passati che poco più di 6 anni dalla rivolta dei borghesi e nobili palermitani, peraltro rinforzati da tanti ex garibaldini delusi dalla politica rapace ed autoritaria dei Prefetti e dei Generali del nord incapaci di raccogliere le domande delle masse del sud. Già nel 1866 la sedicesima dominazione piemontese, provoca tumulti contadini fomentatati da conservatori neoborbonici e di rivoluzionari socialisti, frange estremiste che in modo singolare protestano con le armi contro le leva di massa e forniscono personale e fondi alla Mafia ed al Brigantaggio (v. al riguardo; Lucy Riall, La Sicilia e l’unificazione italiana, Einaudi, Torino, 2004).

E’ la c. d. rivolta del sette e mezzo a Palermo dal 16 al 22 settembre del 1866, repressa con non minore violenza rispetto a quelle scoppiate qualche anno prima sotto i Borbone. Durante il successivo sessantennio, fino alla Prima Guerra Mondiale, però la classe dirigente siciliana dell’Italia Unita, non manca di svolgere un ruolo forte di presenza politica e sociale, malgrado le profonde contraddizioni che vediamo. Infatti, la Sicilia diventa banco di prova di una formidabile teoria sociologica elaborata proprio da uno storico siciliano, Gaetano Mosca (Palermo, 1858 – Roma, 1941), che ci pare attagliarsi alle vicende complicate dell’Isola fin dall’età greco- romano-bizantina. Si è spesso parlato di classe dirigente, frazione di politici che secolo dopo secolo, dominazione dopo dominazione, svolge una funzione di supporto, di guida ed anche di sostituzione del Re nei rapporti col popolo, sia massa contadina, od i nobili od i borghesi. E’ la c. d. teoria della classe dirigente, fondata sul principio della oligarchia politica, che proclama come in ogni società il Potere si concentra nella mani di una minoranza politica chiamata a governare una maggioranza di sudditi chiusi nel loro particolare interesse, soprattutto per la prevenzione e difesa da guerre, carestie ed epidemie, mantenendo il Potere in quanto nobili e proprietari latifondisti portatori della ricchezza del Paese.

In particolare, Mosca (di cui vedi La classe politica, Bari, Laterza, 1866), di fronte alla crisi del parlamentarismo liberale italiano vittima del trasformismo, identifica la crisi di ogni dominazione in Sicilia, fino alla coeva crisi dello Stato liberale ed anzi pronostica con successo la decadenza della rappresentanza politica agraria perché favorisce la rappresentanza corporativa agraria. E’ l’esplosione di fine secolo dovuta ai Fasci Siciliani (1892-1893). Il Partitismo mobile di Crispi, Depretis, Giolitti e Zanardelli, è per Mosca la causa dello scetticismo diffuso sulla presunta sovranità popolare derivata da elezioni spesso truccate dalla classe dirigente romana (Salvemini parlava di Giolitti Ministro della malavita). Nondimeno, in relazione ai rapporti fra Parlamento, Governo e Magistratura, già nel 1887 si insiste nella radicale impotenza e finzione delle Costituzioni moderne, sul principio illuminista della separazione dei poteri, che è giudicata una forma di ambiguità, perché figlia segreta di quelle élite d’affari che reggono fra le quinte le sorti dello Stato.

L’esperienza della politica siciliana, con le vicende dell’assassinio Notarbartolo, i maneggi mafiosi dell’on. Raffaele Palizzolo e le successive vicende legate alle elezioni politiche falsate da Giolitti a suo vantaggio, confermano le perplessità di Salvemini e del Mosca, le cui conclusioni realiste e pessimiste sul futuro della democrazia liberale in Italia preludono al Fascismo. Campo di analisi dell’insigne storico e sociologo Mosca è appunto la Sicilia, divisa in numerose città lungo le coste ed in numerosi paesi dell’interno dove la campagna circostante è altrettanto esempio di un latifondo tanto immobile quanto infruttuoso. E peraltro, ferrovie, nuove politiche commerciali liberiste nel mercato interno, la presenza di varie strutture pubbliche (scuole, carceri, ospedali, municipi,ecc.) incrementano lo sviluppo urbano e favoriscono lo sviluppo delle libere professioni e delle imprese commerciali e dei Servizi.

Mentre dal 1830 al 1883, si assiste al decollo del Capitalismo in tutta Europa, già dal 1888 al 1893, anche la Sicilia subisce un crollo verticale e simultaneo dei prezzi del grano, del vino, degli agrumi e dello zolfo, fatto che danneggia la situazione economica dell’Isola, riportandola alle crisi di inizio ‘800. Anche il mondo politico romano, non solo è a disagio per le persistenti polemiche con la Francia repubblicana, indignata per l’occupazione del Vaticano fin dal 1870, ma é anche scosso per le simpatie di Crispi per la Germania di Bismarck, senza contare una vecchia guerra doganale originata dall’occupazione francese della Tunisia, a sua volta derivata dai vecchi rancori legati ai debiti della guerra del 1859 ancora inevasi. E’ ora protagonista una classe politica stanziata a Roma e lontana dall’Isola, una situazione politica ingarbugliatasi anche per le vicende antisemitiche legate al caso Dreyfuss. In Sicilia invece deflaga la mobilitazione delle classi agrarie e commerciali,  si genera così un fermento sociale analogo alle vicende tumultuose dei Vespri Siciliani.

Nel 1892/3 si contano 175 Associazioni di Fasci con 300.000 aderenti. Spesso sono fiancheggiate dal nascente Partito Socialista e visti almeno di buon occhio dai paralleli circoli cattolici contadini, già guidati da Don Sturzo. La riforma sociale e politica dell’Isola ha così un improvviso guizzo con effetti inusitati nella sua storia. Ma il silenzio assordante della Chiesa locale, un Socialismo debole del Nord, ancora poco solidale col Sud più arretrato, ma anche una élite romana troppo legata alla classe dirigente del Nord industriale ed alleata alle banche tedesche, timorose di reazioni popolari estremisti e poco inclini ad investimenti insicuri perché il caso del fallimento dello zolfo interrompe la loro fiducia; costituiscono i fattori che spingono Crispi, come La Marmora nel 1866, a reprimere duramente il moto che dalle campagne e dalle città tenta di unificare una protesta democratica di fronte alle restrizioni della libertà di associazione pretesa dai Fasci Siciliani.

Lo Stato d’assedio ordinato dal siciliano Crispi al generale Morra di Lavriano, apre alla classe dirigente dei Fasci – Garibaldi Bosco, De Felice e Verro, per citare alcuno presidenti di associazione – il carcere o l’esilio. Mentre il De Felice resta sindaco di Catania dal 1902 al 1920 come fautore principale della modernizzazione della città (la Milano del sud, secondo una felice battuta di Angelo Musco); la Sicilia comunque matura fino alla Grande guerra una crescita fatta di lotte e riforme sociali bilanciate da una emigrazione estera di oltre 1.000.000 di persone. In altri termini, la grande emigrazione fra il 1901 ed il 1914 or ora citata è il frutto di una crescita demografica causata dalla mancanza di guerre e di epidemie e la stagnazione dell’agricoltura latifondistica non pienamente superata dallo sviluppo commerciale costiero.

La disoccupazione delle campagne, limitata dalla mortalità elevata nella Grande Guerra, sarà ulteriormente contenuta dall’esodo di manodopera giovanile nell’età giolittiana verso le Americhe e l’Australia. Comunque, il dato esportativo di agrumi, vino, olio e legumi, nonché dell’indotto portuale (ditte di trasporto, di imballaggio, magazzini portuali, ecc. ecc.) consentono di scoprire fra le righe un certo decollo di cooperative rosse e cattoliche nelle aree contadine ormai emancipate, dovuto alle spinte cooperativistiche che Sturzo ed Agostino Lo Piano Pomar patrocinano nella Sicilia centro occidentale. Ma anche vanno ricordati Nicola Alongi di Prizzi e Maria Giudice a Catania, madre di Goliarda Sapienza, una scrittrice pioniera del femminismo italiano. E’ il tempo dello sviluppo della coscienza del lavoro femminile nelle campagne della Sicilia, dove la guerra fra classi dirigenti lambisce vasti strati del Partito Socialista, dilaniato fra lo spirito libertario femminista di Maria Giudice e le correnti sindacali moderate nel Messinese di Francesca Serio, madre di Salvatore Carnevale, fondatore e segretario della Camera del Lavoro di Sciara, ucciso nel 1955 dalla Mafia. E’ lo stesso momento delle tragiche scosse di terremoto che proprio Messina subisce, quando l’appena istallata corrente elettrica pubblica è travolta insieme a 60.000 vittime.

Da lì parte il secolo della rinascita siciliana. Dalle ceneri di Messina, dalle lotte sociali fra il 1919 ed il 1922, con le riforme agrarie di Nitti dove si rinvengono i decreti di assegnazione temporanea di terreni incolti alle cooperative, infarcite di lotte municipali fra i partiti locali, fino alle guerre di mafia nella Caltanissetta mineraria governata da Calogero Vizzini, lontano da influenze socialiste e cattoliche, da cui quel capofamiglia fa discendere nel suo piccolo regno alle soglie del Fascismo. Benché questo fin dal nome aspira a riprendere vigore in nome degli ideali di giustizia ed uguaglianza dei Fasci Siciliani di fine ‘800; di fatto trova nella Modica barocca un folto bracciantato agricolo che soppianta con la violenza la vecchia alleanza far massari e piccoli proprietari. In realtà, non manca chi (cfr. il citato Renda) nota come anche in Sicilia lo Squadrismo non è da meno di quello emiliano nell’attaccare Camere del lavoro e circoli o leghe socialiste o cattoliche; od anche Municipi guidati dal Partito Socialista o Popolare su mandato di esponenti conservatori filoagrari. Ragusa diviene un capoluogo autonomo rispetto a Siracusa per effetto dell’appoggio della sua Banca agricola (e così anche Enna per Catania nel 1927).

In realtà, l’avvento del Fascismo in Sicilia era la logica conseguenza della mancata acquisizione del Potere della nuova classe borghese media che dall’Unità e dai Fasci tenta di rovesciare la società baronale ex feudale. Come pensa ancora Mosca – ma anche i suoi attivissimi discepoli Napoleone Colaianni e  nel dopoguerra Luigi Vajola – il vento del Nord antifascista è l’occasione buona per quella rivoluzione politica che dal 1860 agita l’Isola, mai paga di acquisire l’autonomia perduta fin dal Congresso di Vienna. Nel 1924. alle elezioni politiche contestate da Matteotti e poi praticamente annullate con le leggi fascistissime del 1925-1926, matrici dello stato totalitario, i liberaldemocratici Vittorio Emanuele Orlando e Gabriele Carnazza (quest’ultimo Ministro dei Lavoro Pubblici dal primo Governo Mussolini dal 1922) approvano la Marcia su Roma quale momento storico favorevole alla Sicilia tradita nei 60 anni di Unità.

Poi però, si avrà la marcia indietro della Classe di governo del Fascismo del Nord, che estromette gli alleati liberali della prima ora, per esempio lo stesso Orlando , per favorire la stessa classe industriale che ha colonizzato la Sicilia. Il nuovo segretario Augusto Turati del PNF è obbediente al diktat degli agrari padani ancora convinti dell’arretratezza del meridione, prova di una ripetuta alleanza col vecchio latifondo che è riluttante alla politica del Nitti delle riforme antifeudali del 1919-1920. E’ anche la controprova come nel sud già prevalga la massima gattopardiana cambiare tutto per non cambiare niente. Il caso Mori, Prefetto di Ferro antimafia fra il 1925 ed il 1931, è emblematico al riguardo: malgrado il rombo di tamburi ed il tintinnare di manette che accompagna la sua missione paramilitare  in Sicilia per debellare Mafia e Brigantaggio; di fatto il suo improvviso trasferimento a Nord significherà subito come il naturale avvicinamento dell’azione del Mori alle istituzioni politiche fasciste locali sia un pericolo evidente per il loro programma di egemonia politica.

Insomma, il blocco agrario latifondista, guidata dagli antichi Baroni palermitani ed ora supportata dall’alta borghesia urbana, regnerà indisturbata fino alla prima parte del Secondo Conflitto Mondiale. Solo nel 1942, il Regime farà allontanare ben 1020 funzionari pubblici temendo non a torto che i continui bombardamenti nelle  zone costiere  influenzino negativamente le aspettative di sicurezza della popolazione. Inoltre nella Sicilia occupata dagli alleati fin dal 10 luglio del 1943 il potere nazionale non solo è incrinato dal collasso totale delle Istituzioni, ma è anche inquinato dalla Mafia, il cui capo don Calò Vizzini è ben visto dalle autorità angloamericane, senza contare la crescita del movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS) dove la classe liberale borghese (diretta da Andrea Finocchiaro Aprile) e quella agraria nobiliare (il duca di Carcaci) cercano di acquisire il favore di Delano Roosevelt nel progetto caldeggiato dagli immigrati siciliani di Cosa Nostra di trasferire la Sicilia agli U.S.A. in forma di 51° Stato (diciassettesima dominazione). Rischio di guerra civile che rispecchiano l’idea Sicilianista e la vecchia tesi dell’essere stata sempre una terra di sfruttamento.

Dopo la morte del Presidente americano e la cattura del mafioso Giuliano capo dell’ala militare separatista; finalmente la classe dirigente antifascista locale, guidata da Enrico La Loggia (PCI) e Salvatore Aldisio (D.C.) raggiunge un accordo: sarà l’autonomismo democratico a riportare la Sicilia nell’alveo della Nuova Repubblica Italiana. Nel maggio del 1946 (già prima della Costituzione Repubblicana del 1948) nasce la Regione Sicilia a Statuto speciale, dotata di larghe autonomie normative ed amministrative. Dopo un biennio di lotte contadine e scioperi cruenti, nonché di insurrezioni popolari, anche il vento del nord soffierà nell’Isola. Nel 1950 due leggi romperanno lo stallo feudale e rovesceranno il blocco antiindustriale che ha inchiodato lo sviluppo e l’ammodernamento dell’Isola.

La prima riguarda la Riforma Agraria che espropria i latifondi superiori ai 300 ettari e fornisce strumenti di mutuo agevolato per la piccola proprietà contadina; la seconda è la legge istitutiva della Cassa per il Mezzogiorno, che consente la realizzazione di opere di pubblico interesse necessarie per avviare il successivo decollo industriale. Fra il 1951 ed il 1970 vengo aperte strade e costruite fognature, elettrificazioni, acquedotti, ecc. Opere necessarie per impianti idroelettrici per l’irrigazione di migliaia di ettari destinati alle produzioni ortofrutticole. Nondimeno, lo sviluppo industriale di raffinazione petrolifero produce impianti nelle aree costiere, incrementando occupazione ed ulteriori servizi pubblici (scuole, trasporti, ospedali) mai visti in quelle zone. Infine, nascono imprese a partecipazione statale regionale (Iri, Eni, Efim, ecc.) che moltiplicano positivamente la ricchezza sociale e consolidano negli anni ’60 e ’70, un boom economico considerevole, attribuito alla classe politica locale divenuta finalmente una classe dirigente apprezzabile per l’interesse collettivo.

E tuttavia, alcune criticità riappaiono improvvise, ma non inaspettate, negli anni ’80 e ’90: in primo luogo, un milione e mezzo di siciliani (1951-1975), soprattutto contadini delle aree interne, abbandona l’Isola, malgrado la riforma agraria, verso il Nord ed una cifra analoga invade le città costiere  (Siracusa, Palermo, Catania e Messina). Un incremento demografico del secondo dopoguerra che genera ulteriori crisi ambientali, speculazioni edilizie ed il collasso delle periferie urbane, con chiaro sviluppo della Mafia fuori dalle zone d’origine. Una rapida evoluzione delle realtà industriali colpisce però l’economia agricola, turistica ed artigianale, che dal 1990 tentano di riprendersi con efficacia a macchia di leopardo, mentre la decadenza industriale ciclicamente prevedibile non pare contenibile od ammortizzabile per quelle economie non rapidamente recuperabili.

Infine, approfittandosi delle carenze socio-economiche predette, la Mafia ha assurto un volto Capitalistico di rilievo, riciclando ed investendo milioni di fondi pubblici investiti nei decenni precedenti accrescendo il mercato della droga e la corruzione degli Enti Locali. Da qui una guerra con lo Stato che dal 1980 al 1992 produrrà il sacrificio di Magistrati –  per esempio Falcone e Borsellino – e di Pubblici Ufficiali delle Istituzioni, come il generale Dalla Chiesa. Insomma, dal 2000 in poi la nuova Sicilia, dotata di una nuova classe dirigente più libera da condizionamenti politici di parte, prova a sfidare un futuro ancora incerto, ma sicura della sua Civiltà, perché finalmente è maturata un esperienza storica irripetibile quanto originale, proprio per la notevole mescolanza di dominazioni e di situazioni storiche qui finora elencate.

Bibliografia

  • Oltre alle fonti citate nel testo, vd. per la storia antica della  Sicilia dai Greci ai Bizantini, vd. DOMENICO MUSTI, Storia greca, Ed. Laterza, Bari-Roma, 1989; SANTO MAZZARINO, L’impero Romano, Mondadori, Milano, 1973. Per l’impero Bizantino, vd. altresì CYRIL MANGO, La civiltà bizantina, ed. Laterza, Bari-Roma, 1991.
  • Per la storia della Sicilia medievale e moderna, cfr. DENIS MACK SMITH, Storia della Sicilia medievale e moderna, ed. Laterza, Bari-Roma, 1970.
  • Per la storia contemporanea, cfr. GIUSEPPE BARONE, L’isola mondo, breve storia della Sicilia, Laterza Bari-Roma, 2025.
  • Per Gaetano Mosca, vd. ETTORE ADALBERTO ALBERTONI, Il pensiero politico di Gaetano Mosca: valori, miti, ideologia, Milano, 1973, nonché il Nostro Gaetano Mosca, uno storico realista su corriereditalia.de del 6.6.2025.
  • Sui Fasci Siciliani, vd. altresì ENZO BARNABA’, Il meglio tempo,1893, la rivolta dei Fasci nella Sicilia interna, ed. infinito, Modena, 2022.
Giuseppe Moscatt

Giuseppe Moscatt

Laureato in giurisprudenza con tesi in diritto fallimentare (1982) e laureato in scienze politiche, indirizzo di storia contemporanea (2010), con tesi in su Pietro Germi, presso l'Università di Catania. Iscritto all'albo degli Avvocati di Siracusa e Presidente Associazione Culturale Italo/tedesca di Siracusa a far data dal 2008. E’ stato docente di Diritto dei Trasporti presso il corso di Diploma Universitario in Economia dei Servizi Turistici presso la Facoltà di Economia dell'Università di Catania, a decorrere dal 1999 al 2002, con sede in Caltagirone. Ha collaborato in qualità di cultore, dal 1983 al 2004, alla cattedra di Diritto della Navigazione, presso l'Università di Catania, Facoltà di Economia e Commercio. Già presidente del “Centro studi Marittimi ed Aerei”, organo del Collegio Nazionale capitani di Lungo Corso e Direttori di macchina, delegazione di Siracusa, Augusta e Pozzallo. Dopo avere svolto vari incarichi ministeriali dal 1982 al 1995, dal 1996 al 2019 ha prestato servizio presso la Provincia Regionale di Siracusa e al successivo Libero Consorzio Comunale.

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