CONTENUTO
I primi giorni: il 7 e 8 ottobre e il dirottamento dell’Achille Lauro
Ore 13:07 di Lunedì 7 ottobre 1985, la nave da crociera battente bandiera italiana denominata Achille Lauro si trova al largo delle coste egiziane e si prepara a raggiungere il porto israeliano di Ashdod quando, improvvisamente, viene dirottata da un commando di quattro uomini aderenti al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e non all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) come inizialmente affermato: Bassam Al-Askar, Ahmad Maruf Al-Asadi, Yusuf Majid Al-Mulqi e Abd Al-Latif Ibrahim Fatair.
Sulla nave sono presenti ben 545 persone, 201 passeggeri e 344 membri dell’equipaggio, quasi tutti italiani. I quattro membri del FPLP, muniti di passaporti falsi, sono saliti al porto di Genova, poco prima che L’Achille Lauro levasse le ancore. Intenti a maneggiare le armi destinate a una loro missione su suolo israeliano, i miliziani vengono sorpresi da un membro dell’equipaggio e, dopo una veloce sparatoria durante la quale è stato ferito un secondo membro dell’equipaggio, sono costretti ad accelerare il processo e a impossessarsi repentinamente della nave.
Armati di mitra e fucili d’assalto, raggiungono il ponte di comando e intimano l’allora capitano Gerardo De Rosa di far rotta verso le acque siriane, presso il porto di Tartus. L’obiettivo dei quattro miliziani è presto dichiarato: intendono ottenere il rilascio di 50 compagni d’armi detenuti dalle autorità israeliane. La nave da crociera, all’insaputa dei quattro dirottatori, riesce a inviare un messaggio di mayday, il quale viene captato dalla Svezia e, quasi istantaneamente, viene trasmesso all’Italia, arrivando alla segreteria dell’allora Ministro degli Affari Esteri Giulio Andreotti e a quella del già Ministro della Difesa Giovanni Spadolini. I due Ministri, specialmente Andreotti, iniziano a mobilitare ministri, forze armate e funzionari esteri, tra i quali l’egiziano Boutros Boutros-Ghali e l’allora presidente siriano Hafiz Al-Asad, per avviare le trattative che, già dalla loro prima fase, si annunciano tortuose e piene di insidie, soprattutto per le opinioni assai discordanti all’interno del governo italiano e dello stesso Pentapartito.
Secondo i resconti del politico del PSI Gennaro Acquaviva, Andreotti, grazie alla convocazione dell’unità di crisi italiana, riesce a trovare, nel giro di poche ore, Hafiz Al-Asad in Germania. Asad, ricevuto il messaggio del Ministro degli Esteri italiano, agisce immediatamente, obbligando la nave a tornare all’interno delle acque egiziane dove, grazie all’intercettazione captata da Porto Said, si riesce ad ascoltare e a comunicare con i quattro miliziani. Nel frattempo, Andreotti si mette in contatto con l’allora Presidente dell’OLP, allora in esilio in Tunisia, e capo di Al-Fatah Yasser Arafat, il quale, tuttavia, si dichiara completamente estraneo dalle vicende del sequestro.
Il Ministro degli Affari esteri, a quel punto, unisce gli sforzi con l’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, riuscendo a contattare i vertici egiziani e ad assicurarsi il supporto del presidente della Tunisia Bourghiba. Passata la mezzanotte e una volta ottenute le autorizzazioni dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, il Ministero della Difesa italiano dà inizio all’Operazione Margherita: a Cipro, specificatamente all’interno della base militare di Akrotiri, vengono stanziati circa 60 incursori e ricognitori italiani proveninenti dal Nono Regimento d’Assalto dei Paracadutisti di Col Moschin, pronti a intervenire in qualsiasi momento. Nel frattempo, Craxi, Andreotti e Spadolini si danno appuntamento a Palazzo Chigi per discutere insieme le possibili prossime mosse e per fare il punto della tesa situazione.
Durante la riunione, arriva un messaggio di Arafat indirizzato ad Andreotti e Craxi: il capo di Al-Fatah ha dato il compito a due suoi emissari di raggiungere Cairo e di affiancare le autorità egiziane nelle trattative. I due diplomatici selezionati sono Hani El Hassan, braccio destro di Arafat, e Abu Abbas, capo fondatore del FPLP che si scoprirà essere il teorico del piano di presa degli ostaggi dei quattro miliziani a bordo dell’Achille Lauro. Andreotti e Craxi concordano: la trattativa diplomatica è la strada più sicura e più vantaggiosa, quella maggiormente auspicabile e che prevede, se ben percorsa, il minor spargimento di sangue possibile.
Tutto sembra delinearsi perfettamente secondo i piani dei politici italiani, fino all’arrivo di una comunicazione da parte dell’Ambasciatore Americano, il quale riferisce che l’allora Presidente USA Ronald Reagan non ha alcuna intenzione di “trattare con dei terroristi” e che il dipartimento americano ha richiesto ad Al-Asad di non far approdare la nave al porto di Tartus, poiché non è per loro ammissibile avere una trattativa diretta tra Italia e i palestinesi a bordo della nave.
Il messaggio viene accolto con sentito antagonismo, in special modo da Bettino Craxi, il quale accusa l’America di voler volontariamente ostacolare la diplomazia, in special modo tramite l’omissione di informazioni rilevate dai satelliti statunitensi. L’accordo al porto di Tartus va così a monte, motivo per il quale si decide di optare per un negoziato, richiesto dai palestinesi stessi e mediato dalla Croce Rossa Internazionale, con gli ambasciatori d’Italia, degli USA, del Regno Unito e della Germania dell’Ovest.

La resa dei dirottatori e l’uccisione di Klinghoffer: il 9 e 10 ottobre
Passano i giorni, ma non la tensione. Mercoledì 9 ottobre iniziano i negoziati, ma il governo siriano e, per risposta, quello statunitense avanzano la proposta dell’intervento armato finalizzato, dalla parte siriana, alla liberazione della nave e, dalla parte americana, alla liberazione dei passeggeri. Al contrario di Andreotti, Craxi, aprioristicamente contrario a ogni tipo di azione di forza, rifiuta aspramente entrambe le proposte e replica perentoriamente che, nel caso di un ipotetico assalto armato, le forze alla guida dovrebbero essere italiane, esattamente come confermato dalle istruzioni fornite ai militari a bordo della nave, ai quali è stato detto che gli incursori di una possibile missione militare sarebbero stati appartenenti alle Forze Speciali Italiane.
Scongiurate le politiche di interventismo militare, l’Achille Lauro fa il suo ritorno a Porto Said dove Abbas riesce a convincere i dirottatori ad arrendersi con la promessa di un percorso di fuga sicuro verso un altro paese arabo. La soluzione viene così appoggiata dall’OLP e autorizzata e gestita dal governo italiano che, tuttavia, ha una condizione: questa soluzione è accettabile solo a condizione che a bordo della nave non siano stati commessi reati di alcun tipo. L’ambasciatore Migliuolo, su testimonianza del capitano De Rosa, firma un salvacondotto, nonostante la nuova opposizione del governo statunitense e la presa di posizione negativa nei confronti della mediazione italiana comunicata da Charles Redman, e l’Achille Lauro viene completamente liberata.
La dirigenza americana, tuttavia, sospetta che un qualche crimine sia avvenuto a bordo e, ignorando quanto asseriscono le autorità egiziane e italiane, decide di tenere un occhio aperto in caso di risvolti. Alle ore 15:30 di giovedì 10 ottobre, la nave da crociera, attraccata a Porto Said, viene dichiarata libera. Al calar della sera, però, diverse affermazioni indipendenti da parte di diversi passeggeri a bordo della nave confermano il sospetto degli Stati Uniti: Leon Klinghoffer, passeggero americano paralitico e di fede ebraica è stato ucciso con due colpi di arma da fuoco e buttato in mare. Craxi, appresa questa terribile informazione in un collegamento telefonico con il capitano De Rosa, decide di far preparare all’Ambasciatore Migliuolo una richiesta di estradizione per i quattro dirottatori e urge la Farnesina di avviare il prima possibile la procedura modulistica per tale richiesta e di affermarne l’urgenza direttamente al presidente egiziano Hosni Mubarak.
Il governo dell’Egitto decide di trasferire i quattro miliziani in Tunisia, l’allora sede temporanea dell’OLP, ma non senza essere prima confrontati dagli Stati Uniti. Le autorità egiziane confiscano così un aereo civile, un Boeing 737, tramutandolo in un improvvisato mezzo di trasporto di Stato con sopra presenti: i quattro dirottatori della nave, Abu Abbas e Hani El Hassan, un ambasciatore egiziano e alcuni agenti dei servizi di sicurezza egiziani. Sono le 23:15, secondo l’orario del Cairo, e l’aereo inizia il suo decollo. Nel frattempo, il Presidente Reagan viene avvertito della possibile posizione dei quattro miliziani durante un volo diretto a Chicago.
Il confronto a Sigonella: il 10 e 11 ottobre
Il Presidente Reagan decide di accogliere la proposta avanzata dal proprio Consiglio di Sicurezza Nazionale e, sulla base di alcune informazioni ricevute dall’Intelligence israeliana, dispone un’ordinanza di intercettazione unilaterale del Boeing 737. Dalla portaerei USS Saratoga decolla una squadra composta da quattro F-14 Tomcat che, in tempi estremamente rapidi, affianca e circonda l’aereo egiziano all’altezza di Malta; contemporaneamente gli USA entrano in contatto con i governi di Tunisia, Libano e Grecia per chiedere di non autorizzare l’atterraggio dell’aereo, richiesta approvata da tutti e tre i paesi.
Il volo egiziano si trova, quindi, impossibilitato ad atterrare ed è alla mercé delle forze americane che, con segnali e movimenti d’ala, intimano ai piloti del Boeing 737 di seguirli. Senza alcun tipo di confronto con il governo italiano, gli americani dirottano il volo verso la base aerea di Sigonella, in Sicilia, che ospita la presenza di una piccola stazione della marina statunitense, la Naval Air Station. Sono le 23:30 del 10 ottobre e l’allora Colonnello dell’Aeronautica Militare Ercolano Annicchiarico, viene avvisato dell’arrivo di una formazione statunitense.
La richiesta viene respinta, perciò il governo degli USA decide di rivolgersi a Bettino Craxi che, o per i motivi espressi dalla versione statunitense, o per i motivi espressi dai collaboratori dello stesso Presidente del Consiglio italiano, risponde con riluttanza e dopo svariati tentativi a Michael Ledeen, allora consulente della CIA. Craxi, ancora contrariato dal comportamento assunto dalla dirigenza americana durante i giorni del dirottamento dell’Achille Lauro, e Ledeen iniziano un colloquio particolarmente teso al telefono. Secondo le ricostruzioni dello stesso consulente della CIA, la telefonata è stata breve:
Craxi: “Perché in Italia?”
Ledeen: “Per il vostro clima perfetto, la vostra favolosa cucina e le tradizioni culturali che la Sicilia ha da offrire.”

Il Presidente del Consiglio italiano, estremamente contrariato da questo scambio percepito come poco fruttuoso e poco rispettoso, afferma che consentirà l’atterraggio solo a condizione di gestirne le conseguenze autonomamente, motivo per il quale decide di emanare segretamente, specialmente agli alti ranghi dell’esercito, delle direttive che prevedono la presa in consegna dei quattro palestinesi da parte delle autorità italiane. Craxi avvisa l’allora capo del servizio segreto militare (SISMI) Fulvio Martini di autorizzare l’atterraggio dei velivoli a loro noti e di dirigersi immediatamente alla base di Sigonella.
L’aereo, ormai senza più carburante, atterra all’aeroporto militare alle 00:15 dell’11 ottobre, dove viene scortato sul piazzale lato est, quello di competenza italiana, dal controllore della torre di sicurezza dell’aeroporto e dal suo assistente, ignari dell’identità di coloro dentro il Boeing 737. I due, tuttavia, si accorgono che i cinque aerei noti sono seguiti, in silenzio radio e a fari spenti, da due Lockheed C-141 Starlifter non dichiarati; compresa l’intenzione americana di far atterrare l’aereo nel settore gestito dalla marina statunitense, i due addetti alla sicurezza della torre decidono di far sostare l’aereo stabilmente nella sezione italiana e preavvisano sia i Carabinieri che la Vigilanza Aeronautica Militare (VAM) dell’aeroporto.
Immediatamente la pista si riempie di 30 avieri VAM e di 20 Carabinieri che, obbedendo agli ordini ricevuti, circondano l’aereo con le armi in mano. Scesi dagli aerei, i militari americani della brigata Carl W. Stiner, creano velocemente un cordone attorno ai VAM e ai Carabinieri, ma finiscono con l’essere circondati a loro volta da altri plotoni di Carabinieri provenienti dalle vicine stazioni di Catania e Siracusa. Il capitano Marzo, ricevute istruzioni dalla torre di controllo, ordina di posteggiare un’autocisterna e delle gru dinanzi ai velivoli, impedendo così un qualsiasi tentativo di abbandono della pista. L’intera situazione è sull’orlo di precipitare in peggio: la brigata Stiner, in collegamento diretto con lo Studio Ovale della Casa Bianca, ammette al Comandante Annicchiarico la propria perplessità nei confronti delle azioni dei militari italiani.
Martini, tuttavia, fa rispondere direttamente alle autorità di Roma che affermano di voler restare sulla loro linea operativa, secondo la quale, in assenza di una formale richiesta di estradizione, non è consentito a nessuno sottrarre alla giustizia italiana persone che possono essere punite ai sensi della legge propria della Penisola. Il caso, dice Andreotti a Schultz, lo sta gestendo la Procura di Siracusa, pertanto il compito di prendere in affido i quattro miliziani palestinesi e di interrogarli ricade sulle responsabilità del Pubblico Ministero Roberto Pennisi. La dirigenza di Washington decide, in risposta, di avanzare pesanti intimidazioni diplomatico-militari ai vertici del governo italiano, insistendo sul fatto che la questione è un’operazione di tipo internazionale e, in questo modo, disconoscendo le priorità imposte dalla legge italiana.
All’ennesima risposta negativa da parte dell’Italia, un furibondo Ronald Reagan decide di telefonare nel cuore della notte a Craxi per chiedere la consegna dei palestinesi; ma un altrettanto seccato Bettino Craxi risponde di avere intenzione di restare inamovibile sulle proprie posizioni: i reati sono stati commessi a bordo di una nave italiana e deve essere l’Italia a decidere come agire in merito a una possibile estradizione. Craxi, inoltre, replica e, in un certo senso, rassicura Reagan affermando che i quattro dirottatori saranno processati, mentre i due diplomatici verranno solo trattenuti in qualità di ospiti a fini testimoniali. Alle 5:30 del mattino dell’11 ottobre, per ordine di Craxi, il Generale dei Carabinieri Riccardo Bisogniero fa intervenire i blindati dell’Arma e svariate unità di rinforzo, costringendo le forze statunitensi a rientrare.
Italia e Stati Uniti si scontrano: la Giornata dell’11 ottobre
I vertici italiani sono in subbuglio. Palazzo Chigi, alle prime luci dell’alba, contatta l’ambasciatore egiziano a Roma Rifaat e lo informa dell’intenzione di prendere in custodia, a fini giudiziari, i quattro dirottatori palestinesi e i due, in quanto testimoni, diplomatici al seguito. Il governo egiziano acconsente senza restrizioni alla prima richiesta, ma si trova costretto a rifiutare la seconda, asserendo che i due amministratori devono essere trattati come ospiti politici del governo egiziano, responsabile della loro sicurezza.
A Washington, nel frattempo, inizia a insediarsi il sospetto che l’intera situazione non stia proseguendo come pattuito, come si evince dalle lettere scambiate tra il Segretario di Stato e l’Ambasciatore americano a Roma Maxwell Rabb, all’interno delle quali si discute ampiamente sul futuro agire di Craxi e sulle aspettative di Reagan. In Sicilia, contemporaneamente, avviene la consegna dei quattro miliziani al PM Pennisi che, in maniera perentoria, si oppone al decollo dell’aereo con dentro Abu Abbas, importante testimone. Poco dopo, tuttavia, arriva l’indiscutibile ordine di far decollare l’aereo al fine di passare il caso alla magistratura di Genova.
Il Consigliere Diplomatico Badini, in aggiunta, colloca in questi lasso temporale il proprio colloquio, riferito alla dirigenza di Roma, con Abbas, il quale afferma di essere l’ideatore del piano d’attacco al porto di Ashdod, reiterando, tuttavia, la sua ignoranza riguardo l’omicidio di Klinghofer, che ha appreso solo dopo lo sbarco dei suoi quattro miliziani. Conclusa la vicenda, il comandante dell’aereo, assieme a un diplomatico egiziano, risalgono a bordo del Boeing alla volta di Roma, ma vengono intercettati da un F-14 americano partito da una pista di rullaggio secondaria senza autorizzazione al decollo e senza aver presentato il proprio piano di volo con l’obiettivo di dirottare e assumere il controllo del velivolo egiziano. Craxi, appresa la notizia, ordina a Martini di dispiegare una formazione di caccia italiani all’inseguimento dell’aereo americano che, in netta inferiorità numerica, è costretto alla resa.
Lo scontro si fa più fitto: il 12 ottobre
Il Boeing atterra a Ciampino alle 23:55 dell’11 ottobre. La sicurezza dell’aeroporto, tuttavia, si accorge di qualcosa di strano: un secondo aereo non identificato, accodato al Boeing, lo segue a luci spente, sfuggendo ai radar e rifiutando qualsiasi ordine di identificazione mosso dalle torri di controllo dell’aeroporto. L’aereo chiede di atterrare, ma il permesso gli viene prontamente rifiutato; ma, con la scusa dell’emergenza carburante, atterra lo stesso, si apposta non lontano dal Boeing e spegne la radio. Si tratta di un modello North American T-39 Sabreliner, un aereo militare statunitense contenente un commando della Delta Force e il generale di brigata Carl Stiner che, tramite i due C-141, ha dirottato a Sigonella il Boeing.
Tra le cinque e le sei del mattino del 12 ottobre, l’Ambasciatore americano Maxwell Rabb visita il capo del gabinetto del Ministro di Grazia e Giustizia, tale Salvatore Zhara Buda, con l’intento di consegnare il mandato di cattura internazionale a carico dei dirottatori e di Abbas emanato nella notte dal Federal District Court Judge Charles Richey con le accuse di pirateria, corroborate dalle informazioni rilasciate dall’ambasciata israeliana di Washington. Nel frattempo, l’Ambasciatore egiziano Rafaat informa la Farnesina che le guardie armate a bordo del Boeing hanno ricevuto l’ordine di difendere a tutti i costi l’inviolabilità dell’aereo. I passeggeri, meno che i due dirigenti dell’OLP, scendono dall’aereo esclusivamente alla vista di due macchine con targa diplomatica, venute per condurli in tutta sicurezza all’Accademia d’Egitto.
Alle ore 13 viene depositato sulle scrivanie di Palazzo Chigi un parere degli esperti del Ministero della Giustizia firmato dal Ministro Mino Martinazzoli, successivamente riportato tramite una nota verbale all’Ambasciatore Rabb, dentro il quale il Ministero afferma che la richiesta di arresto provvisorio non contiene elementi sostanziali secondo i criteri che la legge italiana fissa per l’acquisizione di prove. Rabb, alquanto deluso, annuncia di non condividere in alcun modo la decisione della magistratura italiana, affermando che può presentare delle documentazioni attestanti la complicità dei dirigenti dell’OLP. Alle 13:30 il sostituto procuratore Franco Ionta e la Digos, su ordine della Procura di Roma e su decisione della Procura di Siracusa, si dirigono all’Accademia Egiziana al fine di interrogare ancora Abu Abbas, tuttavia non trovano nessuno e sono costretti a posticipare l’incontro.
Craxi, nel frattempo, entra in contatto telefonico con il Ministro Spadolini, il quale, una volta informato della decisione di Martinazzoli, chiede che ogni decisione sia, d’ora in avanti, subordinata a una decisione collegiale del gabinetto, una richiesta che il Presidente del Consiglio non esaudirà. Spadolini allora, mentre Craxi è impegnato a leggere la nuova documentazione fornita da Rabb sulla base di fonti israeliane e mentre è intento a rispondere a un messaggio di Reagan, convoca il Sottosegretario Amato, preannunciandogli l’intenzione di andare fino in fondo con il suo piano della consultazione collegiale in merito alla decisione relativa ad Abbas. Alle 14:45, dopo un lungo e faticoso colloquio, Craxi e Andreotti concordano sul fatto che il Boeing può decollare e ripartire; alle 16 Rifaat arriva a Palazzo Chigi e, tramite il telefono dell’ufficio del Sottosegretario, chiama la dirigenza egiziana a Cairo.
La risposta di Mubarak non si fa attendere, affermando di temere una nuova possibile intercettazione da parte degli Stati Uniti, motivo per il quale non può autorizzare la partenza del Boeing. Si tratta, secondo le fonti, di un lavoro di depistaggio e disinformazione che ha coinvolto non soltanto il ministero della difesa, ma anche l’impegno delle forze giudiziarie. Alle 17, mentre Rifaat è al telefono con Spadolini per richiedere una scorta aerea, il PM Ionta si ripresenta all’Accademia Egiziana dove, però, gli viene risposto che i passeggeri del Boeing sono ripartiti per una “meta indefinita” che, grazie alle indagini della Digos, si scopre essere Ciampino.
Una volta giunto sul luogo, tuttavia, apprende che l’aereo è stato spostato a Fiumicino. Alle 17:45 Rifaat e il capo dell’ufficio romano dell’OLP Fuad Bitar informano il Sottosegretario Amato che Abbas e il suo compagno si imbarcheranno a Fiumicino su un volo diretto a Belgrado; volo che, in teoria, sarebbe dovuto partire alle 17:30, ma che è stato bloccato, sotto autorizzazione jugoslava, dall’Ambasciata Egiziana prima del decollo. Alle 18 Palazzo Chigi avverte il questore di Roma affinché prenda tutte le misure atte a garantire il trasporto sicuro dei passeggeri del Boeing, che atterrerà mezz’ora più tardi a Ciampino, fin dentro l’aereo di linea.
A Fiumicino, nel frattempo, giunge Rifaat che accoglie i due dirigenti palestinesi con dei passaporti falsi e delle generalità fabbricate. Alle 19 Spadolini e Andreotti apprendono dalla televisione l’avvenuta partenza di Abbas, mentre un quarto d’ora più tardi, Ionta arriva a Fiumicino. Rabb, giunto a Palazzo Chigi, consegna a Badini un altro messaggio del Presidente Reagan che chiede di trattenere Abbas, ma ormai è troppo tardi. Abu Abbas parte con un volo di linea e si rifugia a Belgrado, armato di incolumità e di una colpevolezza ancora troppo complessa da provare.
Alcuni giorni dopo, esattamente il 16 ottobre, tuttavia, la CIA consegna i testi completi delle intercettazioni che provano l’irrefutabile responsabilità di Abbas, che viene processato in contumacia e condannato all’ergastolo. Martinazzoli, inoltre, decide di non accordare la richiesta di estradizione avanzata dagli USA dei quattro dirottatori, poiché ritiene preminenti le esigenze italiane di processarli materialmente. Dal 1986 al 1987 tutti coloro che sono stati ritenuti colpevoli della situazione concernente l’Achille Lauro vengono condannati e arrestati, chi con una pena di 30 anni, chi con l’ergastolo.
La crisi di governo e il discorso di Craxi
La crisi sembrerebbe essere giunta al suo naturale termine, tuttavia il governo italiano inizia a mostrare le prime crepe. Nell’alleanza del Pentapartito, finora solida e decisa, emergono le prime tensioni: Spadolini, filo-americano e filo-israeliano, chiede le dimissioni del Governo assieme ai ministri repubblicani che, nella giornata del 16 ottobre, ritirano la loro delegazione dal governo. A questo punto le parti dello scontro, divenuto completamente interno, sono coloro filo-palestinesi e coloro filo-americani.
Craxi e Andreotti, entrambi filo-palestinesi, si ritrovano a dover gestire un’ala intera di governo a sostegno degli americani e contrariata dal comportamento avuto da Bettino durante la crisi. La richiesta di mantenere la faccenda all’interno della sola maggioranza, condizione proposta da De Mita, viene respinta aspramente dal Presidente del Consiglio che decide di andare in Parlamento a raccontare al Paese intero le sue ragioni nella gestione della tensione a Sigonella.
Nel corso di una tesa seduta alla Camera, in seguito alle sue dichiarazioni, Craxi riceve il pieno supporto del Partito Comunista Italiano, all’opposizione ed escluso dall’alleanza del Pentapartito proprio su idea dello stesso Craxi, in coalizione con la DC. L’allora Presidente del Consiglio mette in risalto due punti chiave dell’intera vicenda:
- L’Italia è sempre stata pronta a intervenire sull’Achille Lauro, se il caso lo avesse richiesto. La nave da crociera, specifica Craxi, è una nave italiana, di responsabilità italiana; l’aiuto statunitense sarebbe stato accettato solo in caso di estrema necessità.
- Il Governo ha immediatamente l’autorizzato l’atterraggio dell’aereo egiziano a Sigonella, poiché si è ritenuto che quello fosse l’unico modo per consegnare i dirottatori alla giustizia.
Craxi ha inoltre specificato che nella telefonata avvenuta con Reagan, ha assicurato al presidente americano che i due diplomatici palestinesi sarebbero stati trattenuti per delle investigazioni, nonostante le posizioni dei due, nelle prime ore del mattino, non fossero ancora note. Dopo la scoperta del viaggio su un aereo come ospiti del Presidente Mubarak, così come dopo gli accertamenti della Procura di Siracusa, è stato possibile spostare, faticosamente, l’aereo da Sigonella a Roma. Da parte americana, nel frattempo, è stato più volte richiesto l’arresto di Abbas, giustificato dalle prove e dai documenti forniti dall’Ambasciatore Rabb durante la sua visita a Palazzo Chigi; richiesta respinta qualche ora dopo dal Ministero, e dai magistrati, che ha dichiarato le prove “insufficienti”.

Il 6 novembre il governo Craxi ottiene la fiducia della Camera dei Deputati e tiene circa un’ora di discorso in cui cita l’OLP, comparandone gli sforzi con quelli di Giuseppe Mazzini, scelta dialettica che ha infiammato l’Aula, tra gli applausi dei sostenitori, principalmente PSI e PCI, e le urla della maggioranza filo-americana contrariata, inclusi alcuni esponenti del MSI i quali, tuttavia, vengono convinti da Beppe Niccolai a emanare un documento di pubblico sostegno per Craxi in difesa della sovranità nazionale violata dalle forze in opera durante la crisi.
“Io contesto l’uso della lotta armata all’OLP non perché io ritenga che non ne abbia diritto, ma perché ritengo che la lotta armata non porterà a nessuna soluzione. Sono convinto che lotta armata e terrorismo non risolveranno il problema della Questione Palestinese. […] non risolverà il problema, ma non ne contesto la legittimità!” (Frammento del discorso di Craxi alla Camera)
L’atto è stato così importante da aver influenzato anche il diritto costituzionale italiano: la legge costituzionale n.1 del 1989 offre al Presidente del Consiglio uno scudo in caso di eventi penalmente rilevanti, ma motivati dalla ragion di Stato. Il riconoscimento di questa forma di immunità compete al Parlamento. La Presidenza americana, dopo un po’ di tempo, decide di riavvicinarsi a quella italiana per opera di Ronald Reagan e della sua lettera Dear Bettino, con la quale invita ufficialmente Craxi a visitare gli USA al fine di riappacificare i rapporti tra i due Paesi.
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- Fondazione Craxi, La Notte di Sigonella, Mondadori, 2015.
- Raffaele Boianelli, Il Sequestro dell’Achille Lauro e la Crisi di Sigonella, TralerigheLibri, 2023.
- Vincenzo Sacco, Sigonella Files, Bibliotheka Edizioni, 2019.







