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Home Medioevo Basso Medioevo

Vita di Costanza d’Altavilla: imperatrice e regina di Sicilia

Avvolta nel mito e per secoli relegata all'ombra di un figlio ingombrante e di un marito spietato, Costanza d’Altavilla emerge oggi come la vera architetta del destino mediterraneo. Ultima erede della stirpe normanna, seppe trasformare la sua solitudine in potere, attraversando l'Europa del XII secolo per salvare, con un ultimo e teatrale atto di volontà, il trono di Sicilia e il futuro dello Stupor Mundi.

di Lucrezia Cotugno
23 Luglio 2026
TEMPO DI LETTURA: 20 MIN
Costanza d'Altavilla

Costanza d'Altavilla

CONTENUTO

  • Il Sangue e il Porfido: la straordinaria resilienza di Costanza, l’ultima dei Normanni
  • L’Ombra dei Vichinghi sotto le Palme: la Genesi di una Regina
  • La vita di Costanza: nobildonna colta, cosmopolita, abile e affascinante
  • L’Incontro tra Sole e Ghiaccio (Milano, 1186)
  • Costanza tra diritto di sangue e ambizione imperiale
  • Dall’oro di Roma alle sbarre di Salerno
  • Tra cronaca e cuttìgghiu: la nascita di un mito
  • L’ultima Regina: il testamento di Costanza e la salvezza di Federico
  • Considerazioni finali sulla figura di Costanza d’Altavilla

Il Sangue e il Porfido: la straordinaria resilienza di Costanza, l’ultima dei Normanni

Francesco Scaramuzza – Paradiso, Canto III, 1873

26 dicembre 1194. Un freddo pungente scende dalle cime innevate dell’Appennino marchigiano e avvolge Jesi in un abbraccio di gelo e nebbia. Eppure, in questo giorno che segue la celebrazione della nascita di Cristo, secondo il celebre racconto di Alberto di Stade[1] — che ne scriverà solo molto tempo dopo— l’attenzione della cristianità non è rivolta a una stalla di Betlemme, ma a una tenda piantata con urgenza nel fango della piazza del mercato.

Dentro quel perimetro di tela, agitato dal vento invernale, si compie un atto che intende deviare il corso della storia europea: il parto di Costanza d’Altavilla. Tuttavia, la storiografia moderna osserva l’evento con prudenza. Mancano infatti prove certe sia sulla veridicità della scena pubblica sia sulla natura stessa della gravidanza.

A quarant’anni — un’età che nel XII secolo sfiora la vecchiaia e che, per la mentalità del tempo, coincide quasi con la fine della fertilità — l’ultima erede dei Normanni sta per dare alla luce il figlio dell’imperatore Enrico VI. Ma non si tratta di una nascita priva di ombre. Da mesi, le malelingue, alimentate dai nemici degli Svevi, insinuano che quel ventre nasconda un inganno e che la regina stia simulando una gravidanza per offrire un erede illegittimo a un impero che non la ama. Alcuni arrivano persino a sostenere che il bambino sia figlio di un beccaio locale. Ma su questo torneremo più avanti.

Una cosa, però, appare chiara fin dall’inizio: in un clima dominato dal sospetto, il racconto del parto pubblico assume un valore politico enorme. Che si tratti di un fatto reale o di una straordinaria costruzione propagandistica, l’esibizione del corpo serve a soffocare il dubbio. Costanza — o chi costruisce la sua immagine — comprende che l’onestà, da sola, non basta più.

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In quella piazza, tra il fumo dei bracieri e le urla dei mercanti, la “sposa normanna” dimostra al mondo di aver sconfitto non solo le trame di palazzo, ma persino la biologia. Quel bambino, nato idealmente sotto gli occhi di tutti, è il ponte vivente tra il sangue normanno del Sud e il ferro svevo del Nord — un’eredità che il futuro avrebbe guardato con sentimenti contrastanti. Ed è proprio attraverso quel figlio che Costanza compie il proprio destino politico. In quel momento, infatti, il viaggio dell’ultima Altavilla trova la sua consacrazione definitiva, trasformando un evento privato — e storicamente incerto — in uno dei più straordinari spettacoli politici del Medioevo.

L’Ombra dei Vichinghi sotto le Palme: la Genesi di una Regina

Per comprendere chi è davvero Costanza d’Altavilla, bisogna guardare oltre i confini della Sicilia, risalendo le correnti gelide fino alle coste della Norvegia. La sua non è una stirpe di sedentari, ma di predatori trasformati in statisti per una serie di incredibili carambole storiche.

Tutto ha inizio nel IX secolo, quando “gli uomini del nord”, iniziano a martoriare le coste della Francia con una ferocia tale da costringere Carlo il Semplice alla resa. È proprio dalla cenere di quell’impero che nasce la Normandia (Trattato di Saint-Clair-sur-Epte, 911): una terra concessa ai barbari in cambio di fedeltà e conversione. Ma i Normanni, pur diventando vassalli del Re di Francia, non perdono mai la loro natura inquieta.

Mentre una parte della stirpe, guidata da Guglielmo il Conquistatore, volge lo sguardo verso le nebbie dell’Inghilterra nel 1066, un’altra branca — più audace e forse più visionaria — inizia a scendere verso il Sud. Giungono in Italia inizialmente come pellegrini, ma ben presto la loro abilità nel maneggiare la spada li trasforma nei mercenari più ricercati. Tra questi “cani sciolti” del settentrione spiccano i membri della famiglia Altavilla, uomini dotati di un acume politico pari solo alla loro forza.

La conquista della Sicilia è il loro capolavoro. Questi guerrieri nordici, abituati alle foreste e alle nebbie, approdano in un’isola dove fiorisce l’Emirato arabo, un paradiso di giardini, canali d’irrigazione e biblioteche. Nel 1072, guidati da Roberto il Guiscardo e Ruggero I, i Normanni espugnano Palermo con una spregiudicatezza che oggi definiremmo psicologica. Eppure, una volta vinta la resistenza, i barbari del Nord rivelano una dote inaspettata: la tolleranza.

Costanza cresce in questo “esperimento sociale” unico al mondo. La corte dei suoi avi a Palermo non è una fortezza isolata, ma l’ombelico cosmopolita del Mediterraneo. Qui, gli editti reali vengono redatti in latino, greco e arabo; i poeti musulmani cantano le lodi di re cristiani e gli scienziati bizantini discutono di astronomia sotto cupole arabeggianti. È la civiltà arabo-normanna, un mondo vibrante dove la forza vichinga si è lasciata sedurre dalla bellezza orientale. Ma questo splendore nasconde una fragilità intrinseca.

Gli Altavilla sono una minoranza straniera che governa su un mosaico di popoli, costantemente in bilico tra le pretese del Papa — che considera il Sud un proprio feudo — e quelle del Sacro Romano Impero. È in questo scenario di sfarzo e pericolo che Costanza trascorre i suoi primi trent’anni. Mentre la sua famiglia cerca di legittimare un potere nato dalla conquista, lei resta in attesa, ultima figlia postuma del grande Ruggero II. Non è solo una principessa; è l’ultima depositaria di un sangue che ha viaggiato per migliaia di chilometri per farsi re.

San Giovanni degli Eremiti, Palermo

La vita di Costanza: nobildonna colta, cosmopolita, abile e affascinante

Costanza nasce il 2 novembre 1154, come detto, da Ruggero II (personaggio fondamentale in quanto fu, nel 1130, fondatore del Regno di Sicilia) e la discendente di una nota famiglia aristocratica francese, Beatrice di Rethel. Come ogni famiglia reale che si rispetti, anche quella degli Altavilla è soggetta a “cuttìgghiu”, al pettegolezzo. E sin dall’inizio, ne sono trapelati parecchi. Questo evento, che dovrebbe essere di felicità, è fin da subito segnato dal sospetto e dal mormorio delle corti. Per una serie di motivi, legati soprattutto all’età e alle condizioni di salute del re.

Ruggero, infatti, è morto da oltre otto mesi e sul trono siede ora il fratellastro di Costanza, Guglielmo I[2], passato alla storia con l’infamante epiteto di “il Malo”. È proprio questo scarto temporale, unito alle fragili condizioni di salute in cui versava il Re al momento del concepimento, a scatenare una tempesta di maldicenze che attraversa i secoli.

La madre di Costanza, infatti, va in sposa a Ruggero quando è molto giovane. Il Re, vedovo da un anno e ormai cinquantaseienne, appare agli occhi dei contemporanei come un uomo precocemente logoro nel fisico e nella mente. Questa evidente decadenza senile diventa l’esca perfetta per i cronisti ostili, pronti a giurare che Ruggero non sia il vero genitore della piccola principessa.

Persino Giovanni Boccaccio, secoli dopo, accoglie queste voci nel suo De mulieribus claris, arrivando paradossalmente ad attribuire la paternità di Costanza a Guglielmo II “il Buono“[3]. Si tratta di un cortocircuito cronologico clamoroso, dato che quest’ultimo nasce un anno dopo la principessa stessa. Altri osservatori, più attenti ai calendari ma non meno maligni, suggeriscono invece che il vero padre sia lo stesso Guglielmo I. In questo clima di sospetto, Costanza cresce come una figura ambigua: una figlia postuma che, per molti, porta nel sangue il marchio del peccato o dell’illegittimità, una macchia che farà fatica a cancellare. Eppure, oltre le ombre del pettegolezzo, c’è la luce di una formazione senza pari.

Costanza cresce infatti in un ambiente profondamente segnato dalla fusione di tradizioni greche, latine, arabe e normanne, cifra distintiva della corte palermitana, dove la regalità si esprime attraverso un linguaggio artistico e liturgico che unisce Bisanzio, l’Occidente latino e il Mediterraneo islamico. La giovane principessa vive dunque in un contesto in cui le donne della dinastia – spesso decisive per la legittimazione della successione – sono educate alla consapevolezza del proprio ruolo dinastico e politico.

La sua infanzia si svolge dunque all’interno di una corte che, pur attraversata da tensioni dinastiche dopo la morte di Ruggero II, continua a essere un centro di produzione culturale e liturgica di altissimo livello, come mostrano i manoscritti miniati e gli oggetti di culto legati alla monarchia normanna. In questo scenario, Costanza viene formata come erede potenziale di una dinastia che, pur non prevedendo inizialmente per lei un ruolo politico diretto, sarà, con il passare del tempo, parte essenziale del disegno di continuità del Regnum Siciliae.

In questo vuoto di potere e di affetti, fiorisce il mito che la accompagnerà per sempre: la leggenda della monacazione. La tradizione vuole che Costanza d’Altavilla trascorra parte della sua giovinezza nel monastero palermitano del Santissimo Salvatore, destinata alla vita religiosa per ragioni dinastiche e politiche. Questa memoria, pur non confermata da documenti coevi, è richiamata dalla storiografia moderna attraverso l’associazione con l’Evangelario appartenuto a Costanza imperatrice d’Oriente[4], proveniente proprio da quel monastero, che «secondo la tradizione avrebbe accolto Costanza d’Altavilla»[5].

L’idea della sua monacazione si inserisce nel più ampio quadro del ruolo femminile nella dinastia normanna, in cui le donne sono centrali al fine di garantire la legittima successione dell’ambita corona del Regno di Sicilia. In questo contesto, la clausura monastica appare come una strategia possibile per proteggere una principessa di alto rango in un periodo segnato da tensioni dinastiche.

Costanza è, si può dire, una donna “sospesa”. Per trent’anni, un’eternità per l’epoca, non viene data in sposa. In un mondo dove le principesse sono moneta di scambio già a dieci anni, il suo nubilato prolungato la rende una reliquia vivente. È una clausura non del corpo, ma della volontà: la politica l’ha messa in attesa, isolandola dai giochi di potere ma, al contempo, preservando la purezza della sua pretesa dinastica.

Questa lunga attesa trasforma la principessa in una donna colta, riflessiva e probabilmente rassegnata a una vita nell’ombra. Ma è proprio questo isolamento a forgiarne il carattere. Mentre osserva la stirpe normanna assottigliarsi per morti premature e malattie, Costanza diventa consapevole di essere l’unico ponte rimasto tra il passato glorioso di suo padre e un futuro incerto.

L’immagine che Dante Alighieri cristallizzerà nel III Canto del Paradiso — descrivendola come colei a cui “lo vel del cor non fu mai sciolto” — suggerisce che questa interiorità rimarrà intatta anche quando la sua figura verrà “riattivata” politicamente. La principessa dimenticata nei giardini di Palermo non sa ancora che il suo silenzio sta per essere interrotto dal fragore delle armature sveve: la sua clausura non finirà tra le mura di una cella, ma sul trono più contestato d’Europa attraverso il matrimonio con Enrico VI[5].

L’Incontro tra Sole e Ghiaccio (Milano, 1186)

Sul trono di Sicilia siede, in questo momento, Guglielmo II, nipote di Costanza e figlio di Guglielmo I. Le promesse nozze tra la principessa normanna e l’erede svevo appaiono al mondo come una mossa audace, quasi temeraria. I Normanni, che devono la loro corona alla legittimazione del Papa, decidono infatti di imparentarsi con il suo più acerrimo avversario: l’Imperatore, al tempo Federico il Barbarossa.

La diplomazia europea è in fermento. Un’alleanza tra il Barbarossa e gli Altavilla è l’incubo peggiore della Santa Sede: se il piano dovesse compiersi, il Papa si troverebbe stretto in una morsa mortale, con gli Hohenstaufen padroni sia del Nord che del Sud. Eppure, dietro questo azzardo, entrambe le parti nascondono ragioni di ferro.

Guglielmo II, tormentato dalla mancanza di eredi diretti, vede in questo matrimonio l’ultima speranza per la sopravvivenza della dinastia. Rafforzando la posizione di Costanza, cerca di blindare la sua successione contro le inevitabili resistenze dei baroni normanni, storicamente restii a chinare la testa davanti a una donna. Federico Barbarossa, dal canto suo, intravede finalmente la possibilità di spalancare le porte del Sud, quella via del Mediterraneo che per decenni i Normanni — fedeli alleati del Papa — gli hanno sbarrato con il ferro e con il fuoco. Non è un interesse nuovo: già in passato l’Imperatore ha tentato di infiltrare il sangue svevo a Palermo offrendo sua figlia in sposa a Guglielmo II, ma senza successo.

Ora, il destino, o chi per lui, gli offre l’occasione perfetta. E il 27 gennaio 1186, a Milano, il patto viene suggellato. Il viaggio di Costanza verso le nozze è una processione simbolica che attraversa l’Italia. Lascia Palermo, la città della tolleranza e della luce, per risalire la penisola. La normanna parte alla volta di Milano, dove è stato stabilito che si debba celebrare il matrimonio. Strano, se pensiamo che fino a poco tempo prima su quello stesso terreno si è consumata una delle battaglie più importanti della storia del Sacro Romano Impero, quella contro la Lega Lombarda (Battaglia di Legnano, 1176). Ma è la stessa città a proporsi. Possiamo immaginare perché.

Si tratta di un evento straordinario: ben 150 cavalli e muli provenienti dall’Oriente — utilizzati per le parate dei principi e dell’alta nobiltà — portano un carico d’oro, d’argento, di pietre e vasi preziosi, oltre a gioielli, abiti di stoffe pregiate e di ermellino. Raggiunti i confini del regno, avviene la formale consegna della promessa sposa alla guardia imperiale, che la accompagna prima a Rieti, dove ha luogo un’anticipazione del rito nuziale con la celebrazione del matrimonio per legatos, ovvero in assenza di uno dei due contraenti, poi fino a Piacenza; e, da lì, fino alle porte di Milano. L’evento ha una risonanza tale che sembra di assistere a un royal wedding dei giorni nostri.

I cronisti raccontano che fra le città si sia — addirittura — instaurata una sorta di gara su come rendere il migliore omaggio all’illustre ospite di passaggio. L’imperatore, con lo sposo promesso appena rientrato dalla Germania dopo la morte della madre, i nobili e i membri della corte, le autorità cittadine e il popolo festante, attendono fuori le mura e, dopo i convenevoli di rito, si muovono in corteo all’interno di quella città che, fino a qualche anno prima, è stata la più fiera avversaria del Barbarossa.

Il matrimonio di Costanza d’Altavilla con Enrico di Svevia – Miniatura del Codice Chigi

Ma come ogni buona storia che si rispetti, anche quella di Costanza ed Enrico non comincia nel migliore dei modi. Il matrimonio dei due, come abbiamo visto, non ha il benestare del papa, a causa delle tensioni tra il potere spirituale e quello imperiale. Questo diede parecchi problemi a tutti coloro ai quali il Barbarossa chiede di officiare la cerimonia.

In teoria, il primo della lista è l’arcivescovo della città, Uberto Crivelli, che però è pronto per il ruolo di sommo pontefice (evento che si canonizzerà con la sua incoronazione a Verona il 1° dicembre 1185 come Urbano III). Inoltre, Urbano, aveva deliberatamente deciso di mantenere la sua posizione a Milano, per evitare di dare troppo spazio al Barbarossa. Simil situazione si ripete per altri (senza la parte del pontificato, ovviamente).

Questo però, non fermò Federico dal trovare una soluzione efficiente. Si cerca, a questo punto, un prelato, sufficientemente prestigioso, che non tenga conto del diktat di Urbano. La sfida, lanciata da Federico, trova sponda in Gotofredo, patriarca di Aquileia il quale, non famoso per essere un fedele guelfo, accetta la proposta del Barbarossa e, senza alcuna esitazione, celebra le nozze reali, che si svolgono nel gennaio 1186.

Un evento che non ha nulla di umile: l’unione incarna perfettamente tutti i requisiti di un grande matrimonio reale. Considerando che, per Federico Barbarossa, questa unione viene annoverata tra le sue più grandi vittorie, più da un punto di vista politico-territoriale che di mera felicità per il figlio, la fastosità è perpendicolare alla sua contentezza di poter annettere al suo grande impero, anche il regno dei Normanni.

Della cerimonia non si conoscono molti dettagli. Sappiamo che «Il vestito della Sposa era ricamato e intessuto di oro e argento», che il matrimonio viene celebrato nella chiesa di Sant’Ambrogio, una delle più antiche e venerabili di Milano e che la dote della sposa è, come ci si può immaginare, enorme: circa 14 tonnellate d’oro.

Talmente tanta è la felicità di Federico, che, raccontano le cronache del tempo, offre ai nobili intervenuti e ai rappresentanti delle città doni splendidi. In particolare, agli aristocratici concede feudi, investiture e gioielli; alle città che hanno inviato loro rappresentanze conferma o concede ex novo numerosi privilegi. Federico vuole, inoltre, i titolati più importanti che hanno onorato con la loro presenza quella cerimonia, ospiti a tavola per il grande banchetto approntato per l’occasione.

Ma è la doppia incoronazione il cuore della cerimonia: Enrico viene incoronato, probabilmente con la corona ferrea[6] conservata oggi nel tesoro del Duomo di Monza, dal patriarca di Aquileia; Costanza viene incoronata regina da un vescovo tedesco. Conclusi i festeggiamenti, Costanza ed Enrico si trattengono nella penisola ancora per qualche tempo, mentre l’imperatore Federico, soddisfatto del risultato ottenuto, fa rientro in Germania.

Corona ferrea, illustrazione

Costanza tra diritto di sangue e ambizione imperiale

Costanza, come già accaduto in passato, si ritrova nuovamente nell’ombra. Il clima post-matrimoniale non è infatti, dei più distesi: tra l’Imperatore Federico e Papa Urbano III divampa la contesa per l’eredità di Matilde di Canossa nel centro penisola, trasformando un rapporto di per sé già teso, in aperta schermaglia. Ma una notizia che colpisce la cristianità mette tutti d’accordo: la caduta di Gerusalemme per mano di Saladino.

Il richiamo della Terza Crociata impone una tregua forzata con il Papato, tanto che, persino l’orgoglioso Barbarossa chiede al figlio di sospendere ogni ostilità contro il Pontefice. Prende così la croce e parte alla volta della Terra Santa. Anche Guglielmo II di Sicilia aderisce con slancio, ma la sua salute cede: nel 1189 il sovrano normanno muore senza eredi diretti, lasciando il regno nel caos, che non tarda ad arrivare. Con la salma di Guglielmo ancora calda, infatti, le vecchie ferite della Sicilia tornano a sanguinare.

Il fronte normanno si spacca: da un lato premono le ambizioni dei baroni, dall’altro l’avversione per l’ipotesi di un sovrano tedesco. Nonostante la legittimità di Costanza, il Parlamento di Palermo sceglie la via della ribellione e incorona Tancredi di Lecce[7], nipote del defunto re ma di stirpe illegittima. Per Enrico e Costanza si tratta di un affronto intollerabile: ai loro occhi, Tancredi è solo un usurpatore. Un usurpatore che, come primo compito, si trova a sedare una violenta rivolta musulmana nell’isola e a contrastare i baroni dissidenti in Puglia. Ma sebbene Tancredi riesca a collezionare questo successo, la sua resta una piccola vittoria, se consideriamo che con la morte di Federico Barbarossa durante la spedizione a Gerusalemme, Enrico VI si ritrova sul trono imperiale, pronto ad affrontare la sua “questione siciliana” a pugno duro.

L’ira dello Svevo è implacabile. Egli considera l’elezione di Tancredi un’offesa personale alla dignità della moglie e alla propria autorità (forse più alla seconda che alla prima). Nel novembre del 1190, Enrico valica le Alpi alla testa di un esercito imponente. Al suo fianco, in sella verso quel Sud che le appartiene per diritto di sangue, cavalca Costanza. Ma prima di recarsi verso l’inoltrato sud, devono fare tappa a Roma, essere incoronati Imperatori del Sacro Romano Impero e proseguire con il viaggio.

Dall’oro di Roma alle sbarre di Salerno

Pasqua 1191. Roma, la Città Eterna, si prepara a un evento che ridefinisce gli equilibri del mondo conosciuto. Enrico VI e Costanza d’Altavilla avanzano verso la Basilica di San Pietro. Per Costanza non è solo un trionfo politico, ma una consacrazione mistica: la principessa rimasta “in riserva” per trent’anni a Palermo riceve ora dal nuovo Papa, Celestino III, la corona imperiale. In questo momento, lei non è più soltanto l’ultima degli Altavilla, ma la donna più potente della cristianità.

Tuttavia, l’oro della corona non nasconde il fumo degli incendi che già divampano al Sud. Celestino III, un uomo di ottantacinque anni costretto dalle circostanze a ungere l’imperatore, trema davanti a un potere tanto smisurato. Sa che, appena conclusa la cerimonia, Enrico non tornerà in Germania, ma volgerà lo sguardo verso il Regno di Sicilia, dove l’usurpatore Tancredi è asserragliato.

Come previsto, la marcia verso sud inizia immediatamente dopo i festeggiamenti romani. Enrico VI è un uomo che non conosce compromessi: per lui la Sicilia non è una terra da governare, ma un bottino da reclamare. Costanza cavalca al suo fianco, vivendo un dramma interiore che le cronache dell’epoca appena accennano: sta guidando un esercito straniero contro la sua stessa gente. Il primo grande ostacolo è Napoli, la porta del Regno. L’assedio è lungo, estenuante e brutale. Mentre l’imperatore stringe d’assedio le mura, un’epidemia di peste inizia a falciare i ranghi dell’esercito tedesco. La sorte, che fino ad allora ha sorriso agli Svevi, volta loro le spalle. Enrico, colpito dal morbo e indebolito dalle diserzioni, è costretto a una ritirata umiliante.

Per garantire una presenza imperiale nel territorio conteso, Costanza viene lasciata a Salerno. Inizialmente trattata con riguardo, la sua fortuna muta rapidamente. L’ostilità cresce e l’imperatrice comincia a essere considerata un peso ingombrante, prova vivente del voltafaccia dei salernitani a favore degli Svevi. La sua condizione muta drasticamente da ospite d’onore a prigioniera: una sorte che demoralizzerebbe chiunque, ma non un’Altavilla. Costanza non si lascia intimidire: mentre gli animi dei salernitani si scaldano, si affaccia coraggiosamente a una finestra del palazzo e, davanti alla folla inferocita e aizzata dai suoi nemici, ricorda i doveri di fedeltà e la sacralità dell’ospitalità.

Il popolo, troppo esaltato per riflettere sulle conseguenze, ignora le sue parole e dà l’assalto al palazzo. Costanza viene fatta prigioniera finché un borghese salernitano, Elia di Gesualdo, propone uno scambio vantaggioso: consegnarla a Tancredi, a Messina. E così avviene.

La permanenza nella città siciliana non è delle peggiori: Tancredi si dimostra accondiscendente e lungimirante, un atteggiamento inaspettato per chi rischia di essere spodestato. Pur non essendo entusiasta della situazione, il re normanno recita abilmente la sua parte. Dall’altro lato, un adirato Enrico VI, ripresosi dalla malattia, pretende la restituzione della moglie — non è chiaro se per affetto o perché lei rappresenta la legittimazione delle sue pretese sul trono.

Ma a prescindere dalle motivazioni della sua ira, l’imperatore è costretto (nuovamente) a scendere a patti con la Santa Sede. Decide quindi di scrivere di suo pugno una lettera denunciando il comportamento fraudolento dei salernitani e sollecitando l’intervento del Pontefice per liberare l’imperatrice. Tancredi, dal canto suo, è ben felice di lasciar partire Costanza, tanto da inondarla di doni: un gesto di cortesia che maschera il sollievo di non avere più l’ingombrante ospite tra i piedi. La normanna può così tornare in Germania e ricongiungersi al marito.

Tra cronaca e cuttìgghiu: la nascita di un mito

Dal rientro di Costanza in Germania al “miracoloso parto” dello Stupor Mundi nel dicembre 1194, passano circa tre anni. Non sono anni di pace, ma un frenetico susseguirsi di eventi che portano la coppia imperiale sul trono di Sicilia. In questo frangente, infatti, Tancredi ed Enrico non demordono, ma sono entrambi consapevoli che il conflitto può concludersi solo con la disfatta di uno dei due. Le battaglie sono intense, segnate da morti e razzie, ma la sottomissione del regno siciliano appare ormai inevitabile.

Tancredi resiste fino allo stremo. Una volta raggiunta la consapevolezza della fine, tenta di assicurare la successione nominando prima il figlio Ruggero (che però muore poco dopo) e successivamente il secondogenito di soli nove anni, Guglielmo III, sotto la reggenza della madre Sibilla di Medania. Il tramonto definitivo dell’illegittimo Tancredi di Lecce arriva nel febbraio 1194, con la sua morte. Enrico ha ormai la strada spianata per coronare il suo sogno.

L’Imperatore riparte dalla Germania con un ingente esercito e conduce una campagna fulminea che culmina con la presa di Palermo, ottenuta anche grazie all’inganno ai danni del piccolo Guglielmo III. Nella notte di Natale del 1194, Enrico VI viene solennemente incoronato Re di Sicilia. Ma proprio mentre Enrico cinge la corona, il destino si compie altrove. Il giorno dopo l’incoronazione, durante il viaggio verso il Sud, Costanza è costretta a fermarsi a Jesi, nelle Marche, per dare alla luce suo figlio. Le circostanze del parto, come già accaduto a sua madre prima di lei, diventano subito oggetto del cuttìgghiu.

Una miniatura raffigurante il parto di Costanza D’Altavilla

Costanza ha quarant’anni, un’età considerata allora troppo avanzata per una prima gravidanza, se pensiamo che, per le credenze dell’epoca, la fertilità femminile raramente superava i trent’anni, e i pochi casi eccezionali riguardavano donne che avevano già partorito, mai primipare. Per di più, dopo otto anni di matrimonio senza figli, Costanza è ritenuta da tutti sterile. L’improvvisa gravidanza desta quindi sospetti e maldicenze.

Le cronache tramandano diverse versioni dell’evento: c’è chi parla della celebre tenda al centro della piazza principale di Jesi, dove Costanza avrebbe partorito pubblicamente per fugare ogni dubbio. Altri raccontano che, subito dopo il parto, l’Imperatrice si sia affacciata a un balcone per mostrare il neonato mentre veniva allattato al seno materno. Mentre, i cronisti più ostili sostengono la tesi della gravidanza simulata, parlando di un bimbo altrui spacciato per figlio imperiale o di medicine particolari usate per gonfiare gradualmente il ventre e ingannare la corte.

Questa fitta rete di racconti, spesso discordanti, dimostra che non esiste una singola verità storica accertata. Ci resta però il fascino di queste storie che ammantano di un’aura mistica e leggendaria le figure di Costanza e, soprattutto, del piccolo Federico II. Questi aneddoti aggiungono quel tocco di mistero che rende la sua ascesa, già di per sé straordinaria, ancora più memorabile.

L’ultima Regina: il testamento di Costanza e la salvezza di Federico

Mentre Enrico VI rientra in Germania per consolidare il proprio potere, Costanza rimane in Italia e inizia a tessere la trama del suo destino politico, oscillando tra il ruolo di fedele custode degli interessi imperiali e quello di legittima erede del trono normanno. La distanza dal marito le permette di governare con una pienezza di poteri che rivendica per diritto di sangue, sfidando silenziosamente l’autorità del coniuge e allontanando i consiglieri tedeschi imposti per controllarla.

Il ritorno di Enrico nel Meridione, segnato da una repressione brutale e sistematica, incrina definitivamente il rapporto tra i due sovrani: Costanza si pone come scudo per le classi dirigenti siciliane, cercando di ricucire i legami che la violenza imperiale minaccia di spezzare, mentre i sospetti di un suo coinvolgimento in trame anti-sveve si fanno sempre più insistenti. La morte improvvisa di Enrico nel 1197, che le cronache più maliziose attribuiscono a un veleno versato proprio dalla mano dell’Imperatrice, la lascia finalmente arbitra assoluta della Sicilia, sebbene sotto l’occhio di tutti i sostenitori svevi, pronti per sfrattarla alla prima occasione.

Ma in questi ultimi, intensi mesi di vita, Costanza agisce con una determinazione sorprendente per dissipare il clima di terrore lasciato dallo spietato consorte; richiama a sé il piccolo Federico e lo incorona solennemente a Palermo, rivendicando con forza l’autonomia del regno. Sentendo però approssimarsi la fine e consapevole della fragilità del figlio circondato da ambizioni straniere, l’imperatrice compie una scelta diplomatica risolutiva: riconosce la supremazia feudale della Chiesa sulla Sicilia e affida ufficialmente la tutela del piccolo Federico e la reggenza del regno a Papa Innocenzo III.

Questa mossa strategica, pur costandole ampie concessioni ai privilegi ecclesiastici, trasforma il pontefice nel garante della sopravvivenza della dinastia, ergendo un baluardo invalicabile contro le mire dei principi tedeschi e dei baroni ribelli. L’ultima Imperatrice degli Altavilla muore infine nel 1198, consapevole di aver compiuto il suo ultimo e più grande atto politico: consegnare alla storia un figlio destinato a diventare lo Stupor Mundi e apporre l’ultimo, definitivo sigillo della grande stagione normanna sull’isola attraverso l’alleanza con il soglio pontificio.

Considerazioni finali sulla figura di Costanza d’Altavilla

Nel tirare le fila della sua vicenda, Costanza d’Altavilla emerge come una figura che sfida ogni tentativo di riduzione a un’unica immagine. La sua vita, attraversata da leggende, sospetti, devozioni, violenze e scelte politiche decisive, si rivela un intreccio complesso in cui la donna e la sovrana convivono senza mai annullarsi. Costanza cresce all’ombra di una dinastia che la vuole custode del sangue normanno, e proprio quel retaggio la conduce, spesso contro la sua volontà, al centro delle grandi tensioni del Mediterraneo medievale.

È sposa per ragion di Stato, madre in età ritenuta prodigiosa, reggente in un momento di crisi, e infine garante della continuità del Regno di Sicilia. Nel suo ultimo atto politico — l’affidamento di Federico alla tutela del papa e la riaffermazione dell’autonomia del Regnum — Costanza mostra la lucidità di chi comprende che il potere non è solo dominio, ma responsabilità verso il futuro.

Dopo la sua morte, la sua figura non si dissolve: entra nella memoria culturale europea come un personaggio che gli autori modellano secondo le proprie esigenze narrative. Dante la colloca nel Paradiso come «la gran Costanza», simbolo di una donna strappata con violenza ai voti e insieme madre di un imperatore destinato a segnare la storia. Boccaccio, nel De mulieribus claris, ne amplifica i tratti leggendari, oscillando tra ammirazione e sospetto. I cronisti medievali la trasformano in monaca riluttante, in madre miracolosa, in figura quasi profetica. Così, nel tempo, Costanza diventa un luogo di memoria, un prisma attraverso cui la cultura medievale e umanistica riflette il potere femminile, la maternità, la legittimità dinastica e il rapporto tra storia e leggenda.

La sua morte nel 1198 non chiude soltanto la parabola dell’ultima Altavilla: consegna alla storia una sovrana che, pur costretta da vincoli e destini decisi da altri, riesce a trasformare la propria esistenza in un lascito politico e culturale duraturo. La sua immagine continua a vivere proprio perché instabile, contesa, inesauribile — e in questa persistenza si riconosce la forza silenziosa di una donna che ha saputo imprimere un segno indelebile nel cuore del Medioevo.

Note:

[1] Alberto di Stade (circa 1187 – 1260 circa) è stato un letterato, cronista e abate tedesco, celebre soprattutto per aver descritto la Via Romea Germanica (antico itinerario di pellegrinaggio internazionale che collega la città di Stade, vicino ad Amburgo, sul Mar del Nord, a Roma).

[2] Guglielmo I d’Altavilla (1121-1166), detto il Malo, fu re di Sicilia dal 1154 al 1166, figlio di Ruggero II ed Elvira di Castiglia-León, figlia di Alfonso VI. Nonostante il soprannome, dato dai cronisti per la sua gestione energica e talvolta spietata contro i baroni ribelli, il suo regno mantenne la stabilità del regno normanno tra minacce bizantine, papali e sveve.

[3] Guglielmo II d’Altavilla (1153-1189), detto il Buono, fu re di Sicilia dal 1166 al 1189, figlio di Guglielmo I il Malo e Margherita di Navarra. Il suo regno è ricordato come un periodo di pace, prosperità e tolleranza culturale.

[4] Costanza di Svevia (c. 1231-1306), nota anche come Anna, è stata una principessa imperiale tedesca, figlia di Federico II di Svevia e Bianca Lancia, che divenne Imperatrice di Nicea, da non confondere con la protagonista dell’articolo.

[5] Guida‑web Constancia, p. 30

[6] Enrico VI di Hohenstaufen, detto il Severo o il Crudele (1165-1197), è stato re dei Romani, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia con il nome di Enrico I. Era il secondo figlio dell’imperatore Federico Barbarossa e della sua consorte Beatrice di Borgogna.

[7] Nell’altare della Cappella di Teodolinda è custodita la Corona Ferrea, uno dei prodotti di oreficeria più importanti e densi di significato di tutta la storia dell’Occidente. Conservatasi miracolosamente fino ai nostri giorni, la Corona è composta da sei piastre d’oro – ornate da rosette a rilievo, castoni di gemme e smalti – recanti all’interno un cerchio di metallo, dal quale prende il nome di “ferrea”, che un’antica tradizione, riportata già da sant’Ambrogio alla fine del IV secolo, identifica con uno dei chiodi utilizzati per la crocifissione di Cristo: una reliquia, quindi, che sant’Elena avrebbe rinvenuto nel 326 durante un viaggio in Palestina e inserito nel diadema del figlio, l’imperatore Costantino. La tradizione, che lega la Corona alla passione di Cristo e al primo imperatore cristiano, spiega il valore simbolico attribuitole dai re d’Italia, che l’avrebbero usata nelle incoronazioni per attestare l’origine divina del loro potere e il loro legame con gli imperatori romani (da Museo del Duomo di Monza)

[8] Tancredi di Sicilia (noto anche come Tancredi di Lecce) fu il penultimo sovrano della dinastia degli Altavilla. Figlio illegittimo di Ruggero III di Puglia e di Emma dei conti di Lecce, rappresentò l’ultimo baluardo della sovranità normanna in Italia meridionale, prima del passaggio del potere alla casata sveva degli Hohenstaufen.

Testi consigliati:

  • Pasquale Hamel, Costanza d’Altavilla, Biografia eretica di un’imperatrice, 2018.
  • Marina Ebrahim e Aldo Torrebruno, Regine d’Italia – Donne di Potere nell’Italia Medievale, Inner Wheel Club di Monza C.A.R.F, 2015.
  • Enza Fontana, Costanza d’Altavilla donne e potere – il fumetto, Commissione biblioteca Assemblea Regionale Siciliana, 2025.
  • Guida web Italian Cultural Institute, Constancia, Donne e potere nell’impero mediterraneo di Federico II, 2022.

Lucrezia Cotugno

Lucrezia Cotugno

Sono Laureata in Scienze storiche e del patrimonio culturale presso l'università degli studi di Siena con una tesi di Storia contemporanea sul caso Watergate con il titolo di "Il caso Watergate nella stampa Italiana (1972-1974)" e, successivamente, ho conseguito una Laurea magistrale in Storia e Filosofia (indirizzo storico) sempre all'università degli studi di Siena con una tesi in Storia della contemporaneità dal titolo "Azione Nonviolenta (1964-2023). Un giornale antimilitarista per l'obiezione di coscienza".

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