Le conseguenze della caduta del Muro di Berlino. Quale mondo dopo il 1989?

La caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, segnò una sorta di interregno gramsciano, dove il vecchio ordine, ormai moribondo, cadeva sotto le picconate dei tedeschi orientali mentre il nuovo rimaneva ancora un’incognita. L’assalto di migliaia di uomini e donne a quel muro che aveva sancito l’impenetrabilità dei due mondi, portava con sé tutto l’entusiasmo per la fine di un’era che li aveva costretti ad una divisione forzata per quasi trent’anni. Quella notte la storia cambiò e la gioia sui volti dei migliaia di manifestanti inondava di ottimismo le speranze per il mondo che sarebbe arrivato. Ma quali furono le conseguenze dell’abbattimento del muro del muro di Berlino e che mondo nacque dopo il 1989?

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La caduta del muro di Berlino


Le tappe della caduta del muro di Berlino

Il 1989 inizia con la creazione di un tavolo tra il Partito Operaio Unificato Polacco e il sindacato Solidarność per indire le prime elezioni parzialmente libere; lo sono solo in parte in quanto il 65% dei seggi al Sejm, la Camera dei Deputati della Polonia, è riservato al partito comunista mentre i seggi del Senato verranno assegnati dall’esito delle urne. L’accordo tra le due parti, raggiunto e ratificato nell’aprile del 1989, conduce così alle elezioni di giugno, le quali vedono la schiacciante quanto sorprendente vittoria di Solidarność, che ottiene praticamente tutti i seggi liberi, e segna un pesantissimo smacco per i comunisti polacchi.
Nel mese di maggio è l’Ungheria a muovere i primi passi verso l’abbattimento della cortina di ferro. Il 2 maggio, nella città di Hegyeshalom, a circa 70 km da Vienna, il governo ungherese ordina alla guardia nazionale di frontiera di smontare paletti, reticolati ed allarmi posti lungo il confine con l’Austria, permettendo così un primo esodo dei cittadini del blocco orientale. In moltissimi approfittano di quello squarcio nella cortina di ferro, convinti che a breve verrà richiuso dalla repressione. Sarà solo alla fine di agosto che l’Ungheria smantellerà interamente tutti i 345 km di confine con l’Austria, dissolvendo così un pezzo della cortina di ferro.

La rimozione delle barriere al confine austro-ungarico, 2 maggio 1989

Le mobilitazioni a favore di un avvio di un processo di riforme subiscono una potente accelerata a seguito degli eventi polacchi e ungheresi, anche a Berlino Est. Qui, la SED guidata da Erich Honecker si mostra la più restìa all’ondata riformistica in atto, nonostante migliaia di cittadini della Repubblica Democratica Tedesca protestino apertamente anche in occasione del 40° anniversario della nascita della DDR. E’ proprio in tale occasione, nell’ottobre 1989, che Gorbačëv redarguisce pubblicamente Honecker, per poi sostituirlo con Krenz alla guida della SED, dicendogli che “la storia non aspetta”. Siamo in una fase in cui Gorbačëv è ancora convinto di poter controllare le trasformazioni in corso e incanalarle in un processo di riforma totale dell’Unione Sovietica. Nessuno, né gli Stati Uniti né Gorbačëv, immagina cosa sarebbe accaduto da lì a breve.

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9 Novembre 1989, la caduta del muro di Berlino

Con Honecker ormai allontanato in ottobre, la moribonda nomenklatura della SED tenta di gestire la transizione e la crescente mobilitazione dei tedeschi della DDR. E’ in questo contesto che, la sera del 9 novembre, viene organizzata una conferenza stampa per i giornalisti stranieri. A parlare a nome della DDR viene mandato Günter Schabowski, un giornalista e ufficiale della SED. La conferenza era stata organizzata per annunciare delle nuove disposizioni riguardanti i viaggi all’estero dei tedeschi orientali, concedendo loro maggior flessibilità e più libertà in termini di movimento. In quel momento, un giornalista pone la fatidica domanda chiedendo se questa maggior libertà di movimento dei tedeschi dell’Est valga anche per Berlino e quindi per il muro. La risposta di Schabowski è un brontolio che, nei fatti, dà però l’assenso alla fine della separazione della Germania.

Sono da poco passate le 19 quando le parole di Schabowski vengono ascoltate alla tv. Da quel momento, migliaia di tedeschi orientali iniziano a dirigersi verso i check point, diretti a Berlino Ovest. Dinanzi ad una folla che cresceva ad ogni minuto, i vopos, i famigerati guardiani del muro, non possono far altro che aprire i varchi e lasciare che la storia faccia il suo corso. Il muro è divenuto semplicemente cemento, pronto ad essere abbattuto a colpi di piccone da quegli uomini e quelle donne che volevano semplicemente assaporare la fine della loro segregazione.

Ad accorrere sotto il muro, la mattina successiva, c’è anche il violoncellista e dissidente sovietico Mstislav Rostropovich, allora residente in Francia. Armato del suo violoncello, Rostropovich si siede ai piedi del muro ed inizia a suonare Bach. Questa è la sua toccante testimonianza di quella giornata passata alla storia, raccolta nel libro di Angelo d’Orsi “1989”:

Quando sono andato al Muro di Berlino non è stato un atto politico, ma personale. Ero a Parigi, la sera ho telefonato a un amico che mi ha detto di accendere immediatamente il televisore, era di sera. All’inizio non capivo, guardavo quelle immagini e non capivo. Quando ho capito le lacrime hanno iniziato a scendere. Il Muro di Berlino nella mia vita ha avuto il ruolo di una cicatrice sul cuore. Avevo 47 anni quando mi hanno cacciato dall’Unione Sovietica, dopo i 47 anni è iniziata un’altra vita. E queste due vite non si sono mai riunite. Quando ho visto che buttavano giù il Muro di Berlino ho pensato che finalmente avrei potuto avere la speranza che queste due parti della mia vita potessero ricongiungersi. E come un pazzo la mattina successiva ho preso il violoncello, sono salito su un aereo. Non sono andato a Berlino a suonare per la gente, sono andato lì affinché Dio mi ascoltasse, direttamente dal Muro di Berlino. Una specie di preghiera di ringraziamento a Dio. E davvero, dopo quel giorno, le mie due vite si sono riunite.

Le conseguenze della caduta del muro di Berlino: la riunificazione tedesca

All’indomani della caduta del muro, la situazione in Germania è assai confusa e il dibattito sul suo futuro si divide tra riunificazione e confederazione. Helmut Kohl, allora cancelliere della Repubblica Federale Tedesca, decide di portare avanti l’iniziativa della riunificazione ed inizia le consultazioni con la Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti. Gli inglesi sono decisamente i più preoccupati da una possibile riunificazione tedesca in quanto temono che una Germania unita possa far saltare l’allora vigente sistema europeo; d’altro canto il Foreign Office (il Ministero degli Esteri britannico) crede che oramai sia impossibile fermare i tedeschi. La Francia, allora guidata dal socialista François Mitterrand, non è molto entusiasta ma sa benissimo di non poter opporvisi in quanto l’architettura europea poggia sull’asse Parigi-Bonn; Mitterrand pertanto crede sia necessario creare una cornice europea che guidi e sorvegli il processo di riunificazione.


Gli Stati Uniti, infine, sono gli unici a sostenere apertamente l’iniziativa di Kohl, a patto che la nuova Germania sia inserita all’interno dell’Alleanza Atlantica. Ad essere intimorita dalla potenziale riunificazione della Germania è anche l’Italia che, sebbene condivida con i tedeschi l’impostazione sovranazionalista della costruzione europea, teme che il futuro stato tedesco possa ridiventare potente al punto da marginalizzare l’Italia come unica potenza sconfitta della Seconda Guerra Mondiale.

I negoziati 2+4

In questo clima iniziano i negoziati e gli incontri bilateriali e multilaterali per la riunificazione della Germania. Nel febbraio del 1990, ad Ottawa, viene così deciso che le quattro potenze vincitrici devono gestire il processo di riunificazione: è l’accordo 2+4, dove 2 sono i due stati tedeschi e 4 le potenze vincitrici (Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia).
Il mese successivo si tengono le prime elezioni libere in Germania orientale, le quali vedono vincere i cristiano-democratici di De Mezier, favorevoli alla riunificazione, con quasi il 41% dei consensi. Questo cambia ulteriormente gli equilibri politici tra le due germanie; ora sia ad Ovest che ad Est si vuole una Germania unita.

Nei negoziati 2+4 la posizione sovietica, ostile alla riunificazione tedesca, va pian piano indebolendosi e l’unica cosa che Gorbačëv riesce ad ottenere è il divieto di schierare armi nucleari sul territorio della Germania orientale. I negoziati procedono ormai rapidamente e così, nel settembre 1990, a Mosca, viene firmato il Trattato sullo stato finale della Germania, un trattato di pace che pone ufficialmente fine alla Guerra Fredda. La riunificazione tra le due Germanie avverrà poche settimane più tardi, il 3 ottobre 1990, tra la folla festante sotto la porta di Brandeburgo [VIDEO]

I ministri degli esteri dei sei paesi nella cerimonia di firma a Mosca, settembre 1990 (Fonte: Spiegel)

Quale mondo dopo il 1989?

La caduta del muro e la firma del Trattato di Pace che aveva sancito la riunificazione delle due germanie segnarono de facto la fine della Guerra Fredda. La questione tedesca, protrattasi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, era finalmente risolta. L’Unione Sovietica ne usciva sconfitta e le contraddizioni interne al suo sistema politico ed economico stavano generando un’implosione inevitabile. Nel dicembre del 1991, a seguito di un fallito colpo di Stato contro Gorbačëv, l’indipendenza dell’Ucraina e la creazione della Comunità degli Stati Indipendenti, la bandiera rossa venne ammainata dal Cremlino, sancendo la definitiva dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

La risposta a quale mondo uscì dalla fine delle scontro bipolare è tutt’ora oggetto di studio e di diverse interpretazioni. Si studia, si scrive o semplicemente ci si interessa di storia per rispondere al nostro bisogno di conoscenza, alla nostra volontà di comprendere, attraverso gli eventi del passato, il nostro tempo.


Il mondo post-1989, ossia il mondo contemporaneo, non è quel mondo dipinto sui volti degli uomini e delle donne che il 9 novembre 1989 abbatterono il muro di Berlino; non è un mondo in cui il conflitto è stato definitivamente bandito come metodo di risoluzione delle controversie internazionali. Nel mondo post-Guerra Fredda non hanno vinto la libertà, la democrazia e la pace; sostenere ciò significherebbe fare vuota retorica, disinteressandosi completamente dei mutamenti di natura politico-ideologica, culturale, economica, industriale e finanziaria che hanno plasmato sin da subito il nuovo contesto internazionale.

La scomparsa dell’Unione Sovietica, e pertanto la vittoria degli Stati Uniti e del modello liberal-democratico occidentale, ha stravolto completamente i rapporti di forza tra gli stati e tra le classi sociali dei singoli stati, compresi quelli che avevano fatto parte del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica. Per rimanere nel contesto italiano, basti citare l’attacco al sindacato e ai lavoratori a seguito della svalutazione della Lira nel 1992, quando il nostro paese uscì dal Sistema Monetario Europeo, oppure l’avvio della legislazione sul lavoro, come il pacchetto Treu nella seconda metà degli anni Novanta, che de facto sancì l’inizio delle politiche di precarizzazione del lavoro e l’indebolimento delle classi subalterne nei rapporti di forza sociali.

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La firma del Trattato di Maastricht, 7 febbraio 1992

Il 1992 fu anche l’anno dell’inizio del processo di unificazione europea con il Trattato di Maastricht, che oggi viene giustamente posto sotto la lente critica per i suoi vincoli e i suoi principi di tutela del mercato a discapito delle classi sociali più deboli. L’Unione Sovietica, con tutti i suoi limiti e le sue profonde storture, aveva rappresentato un argine ai processi di espansione del capitalismo in Europa. Venuta meno la minaccia comunista, il processo di accumulazione capitalistica poteva espandersi senza quasi più alcun ostacolo.
Dopo il periodo 1989-1991, il dibattito sulla trascendibilità del capitalismo fu ridotto drasticamente e la sua esistenza come totalità dell’esistente venne data per eterna. Dal 1989-1991 iniziò perciò quel processo di universalizzazione della società capitalistica come sola ed unica realtà possibile del processo storico.

Fu questo, in estrema sintesi, il nucleo della tesi di un politologo americano di origini giapponesi che tanta fama ottenne dopo la fine della Guerra Fredda: Francis Fukuyama. La tesi di Fukuyama, sostenuta nell’ormai famoso libro The End of History, si basava sul principio della dialettica hegeliana e della storia come conflitto. Proprio in virtù di questo arsenale teorico, Fukuyama sosteneva che, essendo venuta meno l’Unione Sovietica, il conflitto politico ed ideologico tra capitalismo e socialismo era giunto al termine e pertanto, non essendovi più una natura conflittuale, la storia era giunta alla sua fine.
Sul suo libro, come era prevedibile, si scatenò un enorme dibattito tra sostenitori e critici di questa lettura, che dura tutt’oggi.

 

Come accennato, la vittoria del capitalismo e del modello occidentale non significò la fine delle contrapposizioni sociali e dello scontro tra classi. Il capitalismo, come ha sostenuto Paul Sweezy, “si modifica continuamente; non è mai uguale a se stesso” e proprio negli anni immediatamente successivi alla fine dello scontro bipolare, iniziò a cambiare profondamente, avviando quei processi di integrazione tra industria e finanza che oggi conosciamo. I processi di concentrazione della ricchezza e lo strapotere delle grandi multinazionali da un lato e l’impoverimento, la precarizzazione del lavoro e la proletarizzazione del ceto medio dall’altro hanno creato uno spaccato sociale che ricorda gli anni dello sviluppo industriale di fine Ottocento.

Infine, sul piano internazionale, la fine della Guerra Fredda ha aperto, da un lato, al dominio degli Stati Uniti come garante dell’Occidente e come iper-potenza militare mentre dall’altro ha condotto all’escalation di conflitti etnici, tribali e razziali, come quello tremendo in Rwanda nel 1994. Conflitti internazionali esplosero in Jugoslavia, Kosovo, Iraq, Afghanistan, di nuovo in Iraq nel 2003 e recentemente in Siria, Libia e Yemen. Conflitti che mostrarono sin da subito una nuova natura: se durante la Guerra Fredda la contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica si fondava sulla quasi parità dell’arsenale militare e nucleare, le guerre post-1989 si caratterizzarono – e si caratterizzano – per l’asimmetricità, l’ineguaglianza delle forze in campo. Da un lato gli Stati Uniti con il più potente arsenale militare al mondo assieme agli stati della NATO, dall’altro le forze armate di paesi come Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria.

Il mondo nato dalle macerie del muro di Berlino non è pertanto quello sognato da quei popoli che nel 1989 contribuirono a scrivere la parola fine al mondo diviso dalla cortina di ferro. La storia, a differenza della tesi di Fukuyama, rimane un processo aperto e pertanto il mondo può ancora essere cambiato.