18 gennaio 1919: si apre la conferenza di pace di Parigi

 

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18 gennaio 1919, si apre la conferenza di pace di Parigi, organizzata dai Paesi vincitori della Prima guerra mondiale per negoziare i trattati di pace con i Paesi usciti sconfitti dalla guerra. SCOPRI L’ACCADDE OGGI DEL GIORNO

La conferenza di pace di Parigi registra un fatto politico capitale per la storia del 20° secolo: l’ingresso degli Stati Uniti d’America nella grande politica mondiale. Gli americani portavano con sé una nuova concezione dei rapporti internazionali, riassunta nei 14 punti elencati dal presidente Wilson in un messaggio al Congresso nel 1918. Tra questi, l’affermazione dei principi di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli nello stabilire le nuove frontiere e la costituzione della Società delle nazioni.


Il consiglio dei dieci – formato da cinque capi di governo e cinque ministri degli esteri delle maggiori potenze vincitrici (Stati Uniti, Italia, Francia, Gran Bretagna, nonché Giappone per quanto riguardava l’Oriente) – trattò le questioni più importanti e le risoluzioni pratiche.

Il nuovo assetto politico e geografico dell’Europa fu discusso e definito dai quattro “grandi”; Thomas Woodrow Wilson, il presidente degli Stati Uniti, Georges Clemenceau, primo ministro francese, David Lloyd George, primo ministro britannico, e Vittorio Emanuele Orlando, presidente del consiglio italiano, coadiuvati dai rispettivi ministri degli esteri, Robert Lansing, Stephen Pichon, Arthur James Balfour e Sidney Sonnino.

18 gennaio 1919, conferenza di pace di Parigi: i trattati

Tra il 15 marzo e il 7 maggio 1919, i quattro “grandi” si riunirono tutti i giorni privatamente per ridisegnare le linee della carta politica d’Europa e definire gli interessi delle potenze sconfitte nel vecchio continente e nelle colonie. A dispetto del principio di nazionalità, prevalsero gli interessi delle potenze vincitrici e degli alleati minori, e non si esitò a spostare confini e a ridefinire appartenenze statuali senza tenere in nessun conto la composizione etnica dei singoli territori che passarono da uno Stato all’altro.

La Germania, su cui ricadde l’intera responsabilità della guerra, fu colpita nella sua integrità territoriale. I debiti di guerra che le furono imposti vennero calcolati in cifre astronomiche che i tedeschi non sarebbero mai stati in grado di risarcire.

I vincitori imposero la smilitarizzazione della Renania e la riduzione dell’esercito tedesco a 100.000 unità. Il trattato che regolò gli obblighi della Germania nei confronti dei vincitori prese il nome dal luogo della firma, il Salone degli specchi della reggia di Versailles (28 giugno 1919).

Al Trattato di Versailles con la Germania, il più rilevante riguardo agli effetti sugli equilibri politici e i drammatici sviluppi degli anni successivi, si aggiunsero gli accordi tra le potenze vincitrici e gli altri Paesi sconfitti:


  • Trattato di Saint-Germain con l’Austria (10 sett. 1919) e quello di Trianon con l’Ungheria (4 giu. 1920), con i quali veniva ripartito il dissolto impero austroungarico e si definivano confini e territori dei nuovi Stati sorti in seguito alla sua fine;
  • quello di Neuilly-sur-Seine con la Bulgaria (27 nov. 1919), che stabilì confini e attribuzioni territoriali tra quest’ultima e il nuovo Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni, ma anche rispetto a Grecia e impero ottomano;
  • e infine il Trattato di Sèvres con lo stesso impero ottomano (10 ag. 1920).

Negli anni durissimi del dopoguerra, i trattati di pace avrebbero alimentato un forte malcontento nelle opinioni pubbliche europee, soprattutto in Germania e in Italia, e nutrito uno spirito di rivalsa che avrebbe ingrossato il consenso dei movimenti fascista e nazista. Molte questioni affrontate a Parigi si sarebbero ripresentate irrisolte allo scoppio della Seconda guerra mondiale.


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