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Home Storia Contemporanea Imperialismo e Nazionalismo

Dalla guerra politica alla caccia commerciale, Africa nella morsa

L'articolo esamina l'impatto della tratta europea sulle strutture geopolitiche dell'Africa occidentale, analizzando la metamorfosi economica e bellica dei regni di Dahomey e Ashanti. La trattazione approfondisce i meccanismi endogeni che hanno rimodellato i mercati e i rapporti di potere locali in epoca moderna.

di Concetta Conforti
14 Luglio 2026
TEMPO DI LETTURA: 11 MIN
Donne africane

Donne africane

CONTENUTO

  • Geopolitica e conflitti: la spirale delle armi e delle razzie
  • La transizione verso l’economia militare e il monopolio statale (XVII-XVIII secolo)
  • La riconversione agricola e il paradosso del “commercio lecito” (XIX Secolo)
  • Il fulcro coloniale e l’economia estrattiva
  • La spinta nazionalista e la frattura regionalista degli Asante
  • Riassunto

Geopolitica e conflitti: la spirale delle armi e delle razzie

L’impatto del commercio transatlantico degli schiavi sulle società africane è devastante e scardina alla radice gli equilibri geopolitici. La costante domanda europea di manodopera forzata alimenta una spirale di violenza endogena, acuendo le fratture sociali e moltiplicando le guerre di stampo commerciale. Il retroscena di questo terribile commercio di esseri umani si sviluppa tra il XVI e il XIX secolo: per soddisfare le richieste dei mercanti occidentali, le élite e le aristocrazie locali iniziano a compiere sistematiche razzie a danno delle comunità vicine e più vulnerabili. Questo meccanismo viene esasperato ulteriormente dall’introduzione massiccia di armi da fuoco europee, utilizzate come principale merce di scambio.

Ciò permette a potentati fortemente centralizzati, come i regni di Dahomey e Asante, di espandere i propri confini e consolidare la propria egemonia attraverso una vera e propria economia di guerra. L’antico regno di Dahomey (nell’attuale Benin) diventa una potenza regionale nel XVIII secolo proprio conquistando le città chiave sulla costa atlantica. La sua economia si basa sulla guerra e sulla cattura di prigionieri di altre etnie da rivendere in cambio di armi; questa attività porta il regno a fornire, da solo, il 20% degli schiavi venduti nelle Americhe. La dipendenza del Dahomey dalle armi e dalla tecnologia bellica è resa esplicita dal ruolo della casta dei fabbri: protetti dalla corona, i fabbri non possono essere fatti prigionieri e accompagnano l’esercito per riparare e produrre armi sul campo.

Il regno si dota inoltre di un esercito centralizzato che comprende le famose divisioni di donne guerriere (le Dahomey Amazons), che vivono nel palazzo reale e contribuiscono alla fama militare del regno. Il regno Ashanti ha origine, invece, nel tardo XVII secolo dall’unione di sei piccole entità politiche akan nel territorio dell’attuale Ghana. La coesione di questo popolo ruota attorno al mito dello “Scranno d’oro”, un seggio disceso dal cielo che rappresenta l’anima della nazione e che non deve mai essere profanato. Ricchi di giacimenti auriferi, gli Ashanti dominano i commerci della Costa d’Oro, scambiando oro e schiavi con europei e arabi. All’arrivo dei colonizzatori, rifiutando il servilismo, gli Ashanti spostano il cuore del loro impero nell’entroterra, a Kumasi.

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La tratta, quindi, intacca intere regioni causando un drastico spopolamento. Non si limita a sottrarre milioni di individui, ma opera una selezione drammatica: i prigionieri sono per lo più giovani uomini e donne in età fertile. L’obiettivo dei mercanti è quello di privare le comunità dei moduli più sani e vitali, una perdita che sottrarrà per secoli le energie necessarie alla riproduzione sociale e allo sviluppo economico. A questo bilancio catastrofico si sommano le incalcolabili perdite umane causate dalle violenze delle catture, dalle estenuanti marce forzate e dalle drammatiche condizioni della traversata oceanica. Una volta rimossi dalle loro società di origine, il destino dei prigionieri si divide.

All’interno dei confini africani, esiste una schiavitù locale caratterizzata da una spiccata fluidità: nei grandi regni dell’Africa occidentale, col passare del tempo, gli schiavi domestici e i loro discendenti tendono a integrarsi fino a diventare membri del gruppo sociale a tutti gli effetti. Questa schiavitù interna risponde a precisi codici giuridici e sociali (si può diventare schiavi temporanei per debiti o reati). Esiste, tuttavia, un limite etico interno: raramente vengono venduti membri della propria stessa tribù. Di conseguenza, lo status di schiavo destinato al mercato atlantico si applica quasi esclusivamente all'”altro”, allo straniero catturato in guerra, preservando così la coesione interna del proprio gruppo.

Sul piano economico globale, la combinazione tra il crollo demografico e lo stato di belligeranza permanente blocca l’evoluzione dei sistemi agricoli e manifatturieri locali. L’ingresso delle monarchie africane nei circuiti mercantili globali garantisce ricchezza immediata ai sovrani, ma al prezzo della distruzione dei processi produttivi interni. La sussistenza e i bisogni delle popolazioni locali vengono progressivamente subordinati alle logiche della domanda internazionale di esseri umani, congelando lo sviluppo autonomo del continente.

La transizione verso l’economia militare e il monopolio statale (XVII-XVIII secolo)

Questo delicato equilibrio tra coesione interna e sottomissione dell’altro si infrange con l’intensificarsi della domanda atlantica, che spinge i grandi regni della regione verso una radicale ristrutturazione economica e politica. Stati come l’Ashanti e il Dahomey si trasformano in veri e propri sistemi fiscali-militari, dove la guerra cessa di essere un evento sporadico e diventa il motore principale dell’economia. Attraverso il porto monopolistico di Ouidah o i mercati controllati dall’Asantehene, i sovrani africani centralizzano il commercio estero, scambiando i prigionieri di guerra con merci europee strategiche: tessuti, alcolici, manufatti e, soprattutto, armi da fuoco.

Si innesca, così, una spirale cumulativa in cui l’importazione di fucili diventa indispensabile per garantire la sicurezza del regno e per condurre nuove razzie nell’hinterland. Al contempo, l’afflusso massiccio di conchiglie di ciprea, utilizzate come moneta di importazione controllata dallo Stato, ridefinisce i mercati locali, sottomettendo la tradizionale economia agricola di sussistenza alle rigide necessità finanziarie della corona e dell’aristocrazia militare.

La riconversione agricola e il paradosso del “commercio lecito” (XIX Secolo)

Se nel corso del Settecento il profilo demografico dell’Africa occidentale subisce una torsione drammatica e selettiva, questa profonda interconnessione agricola e la parabola economica di Ashanti e Dahomey compiono una svolta ulteriore nel corso del XIX secolo, quando l’abolizione della tratta atlantica imposta dalle potenze europee recide bruscamente il motore del commercio di anime. Davanti al crollo dei profitti, i due regni non smantellano il proprio sistema schiavista, ma lo riconvertono rapidamente verso il cosiddetto “commercio lecito”. Si assiste così a un paradosso storico e demografico: i prigionieri non vengono più imbarcati verso le Americhe, ma trattenuti all’interno per alimentare una rivoluzione agricola endogena legata all’olio di palma e all’estrazione di oro e caucciù.

Tuttavia, questa transizione espone i regni a una “trappola della materia prima”: l’aristocrazia militare si ricicla in classe agraria, intensificando lo sfruttamento servile per soddisfare la domanda dell’Europa industriale, ma legando i propri bilanci statali alle violente fluttuazioni dei mercati esteri. Al contempo, il tentativo di centralizzare la produzione agricola attorno alle capitali e lungo le rotte costiere genera forti tensioni sociali e deprime l’iniziativa economica locale.

Quando, sul finire del secolo, la diplomazia commerciale cede il passo all’imperialismo formale, questa fragilità strutturale e l’isolamento finanziario accelerano il collasso: sia la confederazione Ashanti che il regno di Dahomey crollano sotto l’urto delle invasioni coloniali britanniche e francesi, lasciando in eredità economie poco lineari e profonde ferite demografiche. Sebbene nel 1900 il regno Ashanti venga formalmente inglobato nella colonia inglese, la sua complessa struttura istituzionale ed etnica è destinata a sopravvivere.

Il fulcro coloniale e l’economia estrattiva

Andando per ordine, sappiamo che il Ghana, a differenza di altre aree dell’Africa occidentale, diventa il centro delle attività commerciali in quanto non solo dispone di una fascia costiera molto vicina ad alcuni importanti depositi di oro, ma anche di notevoli porzioni di costa rocciosa che portano alla formazione di numerosi porti naturali, facilitando l’attracco delle navi, la loro protezione e il loro controllo. Inoltre, di facile reperibilità risultano essere molti materiali utili per la costruzione delle fortificazioni.

Elmina, Ghana: Elmina Castle, a 15th century fortress built in Africa by the Portuguese – tower and decorated facade with double stairway – São Jorge da Mina castle, Feitoria da Mina, Gold Coast – Unesco world heritage site – photo by M.Torres

Il periodo coloniale si configura, quindi, come una stagione di profonde innovazioni e trasformazioni nel campo della tecnologia, dell’istruzione e dell’economia: uno sviluppo, tuttavia, pensato esclusivamente in funzione degli interessi del capitalismo europeo, i cui benefici sono ripartiti in maniera fortemente diseguale all’interno della società e del territorio. In particolare, dopo la fine della tratta degli schiavi e durante l’affermazione del “commercio legittimo”, lo sfruttamento delle risorse naturali da parte delle Compagnie si svolge inizialmente senza grandi interferenze da parte del governo coloniale, che si limita a garantire protezione ai capitalisti stranieri e a costruire le infrastrutture ad essi necessarie.

La spinta nazionalista e la frattura regionalista degli Asante

Dopo la seconda guerra mondiale, la popolazione ghanese comincia a nutrire sempre più ostilità e insofferenza verso il governo coloniale. La propaganda bellica alleata, con la sua enfasi sulla democrazia e l’autodeterminazione dei popoli, rompe apertamente con lo stato di soggezione delle colonie; inoltre, la nuova Costituzione che il Ghana ottiene nel 1946 non va incontro, se non in minima parte, alle richieste di reale partecipazione politica della popolazione. A questa situazione si aggiunge la fondazione di un cartello di compagnie commerciali europee, la cui politica di innalzamento dei prezzi dei beni di importazione peggiora le condizioni della popolazione e toglie ai commercianti locali ogni residuo margine di manovra.

Nel 1947 nasce perciò un partito politico, lo United Gold Coast Convention (UGCC), con lo scopo di combattere questo stato di cose. Nel 1948, la repressione sanguinosa di una manifestazione pacifica ad Accra scatena disordini in tutto il paese. Il governo coloniale arresta sei leader dell’UGCC, i cosiddetti “Big Six”, tra cui Kwame Nkrumah; la detenzione, tuttavia, ne amplifica solo la popolarità, costringendo le autorità a rilasciarli.

Nello stesso periodo, una grave crisi agricola legata alla malattia del cacao alimenta il malcontento contadino contro le autorità. Un anno dopo, Nkrumah rompe con l’UGCC e fonda il più radicale Convention People’s Party (CPP) proclamando l’anno successivo la “Positive Action”, un grande sciopero nazionale che gli costa un nuovo arresto. Nonostante la prigionia, Nkrumah trionfa alle elezioni del febbraio 1951 previste dalla nuova Costituzione. Davanti alla schiacciante vittoria del CPP, il governatore Sir Charles Arden-Clarke lo rilascia e lo nomina Primo ministro. Nkrumah introduce subito il suffragio universale e vince nuovamente le elezioni del 1954.

Proprio in questa fase emerge la spina nel fianco più dolorosa per il suo progetto politico: il regno tradizionalmente più potente della Costa d’Oro, quello degli Asante con capitale Kumasi. Se il leader nazionalista persegue un’idea di Stato centralizzato, unitario e modernizzatore, l’élite politica e culturale Asante difende strenuamente la propria autonomia storica e le proprie istituzioni tradizionali, incarnate dal potere dell’Asantehene (il re).

A far esplodere il conflitto è una questione puramente economica e agraria: il cacao. La terra degli Asante è il vero cuore pulsante della produzione del paese. Quando il governo Nkrumah amplia i poteri del Cocoa Marketing Board e fissa per legge un prezzo d’acquisto bloccato, gli agricoltori e i notabili Asante avvertono la misura come un esproprio perpetrato da Accra per finanziare le infrastrutture delle altre regioni costiere. La reazione politica è immediata: nel 1954 nasce il National Liberation Movement (NLM), un partito a forte base etnica e regionalista radicato a Kumasi, che chiede a gran voce una Costituzione di tipo federale, rallentando di fatto i negoziati con la Gran Bretagna per l’indipendenza. Superate le resistenze interne e annesso il Togo britannico tramite referendum, il percorso finalmente si completa e il 6 marzo 1957 la Costa d’Oro ottiene l’indipendenza e rinasce ufficialmente con il nome di Ghana.

Questo profondo solco tra il centralismo di Nkrumah e l’anima federalista degli Asante rimane, tuttavia, una delle fratture sotterranee più instabili del paese indipendente. In seguito alla de-colonizzazione strutturale del paese le risorse nazionali non devono più alimentare il capitalismo europeo, ma garantire il benessere della popolazione. Per spezzare il monopolio delle compagnie straniere e ridurre la dipendenza dall’estero, il Ghana si dota di istituzioni sovrane optando per un sistema misto in cui lo Stato assume un ruolo centrale nel commercio tramite la Ghana National Trade Corporation. Forte di un appoggio iniziale favorevole – caratterizzato da un basso debito estero e dall’alta quotazione del cacao – il governo affronta la riforma del settore agricolo per raggiungere l’autosufficienza alimentare, centralizzando la gestione del cacao e incanalando i profitti commerciali direttamente nel finanziamento di grandi riforme sociali.

Viene lanciato, inoltre, un progetto energetico ambizioso: la diga di Akosombo sul fiume Volta. Finanziata al 50% con capitali nazionali e per il resto da aiuti statunitensi, l’infrastruttura è un’opera che mira a fornire energia a basso costo e a stimolare pesca e irrigazione tramite un immenso lago artificiale. Questo sforzo si riflette in una massiccia espansione dei servizi sociali e dell’istruzione con l’obiettivo principale di scardinare il modello coloniale – mirato solo a formare burocrati – per dare spazio a tecnici e figure professionali. La priorità sanitaria porta alla nascita di una scuola di medicina ad Accra e di una facoltà di farmacia a Kumasi.

Se da un lato, quindi, il Ghana compie straordinari passi in avanti, dall’altro le enormi spese strutturali si sommano agli sprechi dettati dall’ambizione di Nkrumah e di una crescente corruzione, unita al crollo progressivo del prezzo del cacao sui mercati mondiali, erodendo la principale fonte di entrate dello Stato. Nel 1966, con un’inflazione galoppante e un colpo di Stato militare, si chiude la prima grande stagione del Ghana indipendente, lasciando aperte le storiche fratture regionali mai del tutto sanate.

Riassunto

Tra il XVI e il XIX secolo, la domanda europea di manodopera forzata provoca una spirale di violenza in Africa occidentale. Per ottenere armi da fuoco, le élite locali avviano sistematiche razzie, determinando lo spopolamento selettivo della regione e bloccando lo sviluppo economico autonomo. Da questo meccanismo emerge nel XVIII secolo il regno militare di Dahomey, che centralizza il commercio di schiavi, e il regno Ashanti, che domina la Costa d’Oro grazie ai giacimenti auriferi.

Nel XIX secolo, l’abolizione europea della tratta recide il mercato transatlantico. Per ovviare al crollo dei profitti, i regni riconvertono il sistema schiavista verso il “commercio lecito” (olio di palma, oro e caucciù); questa riconversione espone gli Stati alle fluttuazioni dei mercati esteri, causandone l’indebolimento finanziario e la successiva sottomissione all’imperialismo europeo di fine secolo.

Il Ghana diventa il fulcro coloniale britannico grazie alla presenza di porti naturali. Nel secondo dopoguerra, l’insofferenza verso il regime coloniale sfocia nella nascita della United Gold Coast Convention (UGCC, 1947). La sanguinosa repressione di una manifestazione ad Accra nel 1948 provoca disordini nazionali e l’arresto dei leader politici, tra cui Kwame Nkrumah, amplificandone la popolarità. Nel 1949, a causa di divergenze strategiche, Nkrumah fonda il Convention People’s Party (CPP).

Il trionfo elettorale del CPP nel febbraio 1951 costringe i britannici a nominare Nkrumah Primo ministro. Nel 1954, la decisione del governo di bloccare i prezzi del cacao per finanziare le riforme centrali scatena la violenta reazione dell’élite Asante, che fonda il National Liberation Movement (NLM) a Kumasi per difendere la propria autonomia economica. Superate le resistenze regionali, il 6 marzo 1957 la Costa d’Oro ottiene l’indipendenza col nome di Ghana.

Per decolonizzare l’economia, Nkrumah introduce la pianificazione socialista, nazionalizza il commercio e avvia grandi riforme scolastiche e sanitarie. Nel gennaio 1966 inaugura la grandiosa diga di Akosombo per l’indipendenza energetica. Tuttavia, le enormi spese strutturali e il contemporaneo crollo del prezzo internazionale del cacao generano un’inflazione galoppante e il deficit pubblico. Questa crisi economica insanabile determina la fine della sua presidenza nel febbraio 1966, riaprendo le mai sopite fratture regionali.

LETTURE CONSIGLIATE

  • W. Rodney, Come l’Europa ha sottosviluppato l’Africa, Red Star Press, Roma, 2024.
  • K. Nkrumah, L’Istruzione e la rivoluzione ghanese. Scritti scelti (1949-1966), Derive Approdi, Bologna, 2023.
  • J. E. Inikori, Africani e rivoluzione industriale globale. Saggio di storia economica, Franco Angeli, Milano, 2019.

Link 

  • https://www.raiplaysound.it/audio/2022/10/Wikiradio-del-21102022-82fad280-70fa-4e01-98b9-108f2e1aa7b4.html
Concetta Conforti

Concetta Conforti

Ho 29 anni, vivo a Castrolibero, un piccolo comune in provincia di Cosenza. Attualmente sono docente presso una scuola secondaria di primo grado. Ho conseguito la laurea in Scienze Storiche presso l’Università della Calabria, con una tesi dedicata alla pittura popolare congolese. Durante il tirocinio svolto presso il Laboratorio delle Fonti per la Storia Contemporanea dell’Università della Calabria, ho maturato competenze nella gestione, elaborazione e indicizzazione di archivi digitali, contribuendo al perfezionamento del portale CongoArtPop per il quale sono divenuta collaboratrice. Ho proseguito poi la mia formazione con un Master di II livello su La funzione docente e il piano triennale dell’offerta formativa, didattica, inclusività e valutazione, e ha ottenuto l’attestato di partecipazione al seminario di formazione Una scuola per tutti (aprile 2020), nell’ambito del progetto regionale volto a promuovere competenze per una scuola inclusiva.

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