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Salvador Allende e “la via cilena al socialismo”
All’inizio degli anni Settanta del Novecento, l’America Latina è attraversata da profonde tensioni geopolitiche nello scacchiere della Guerra Fredda, il confronto ideologico ed economico globale combattuto tra il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti e quello sovietico. In questo panorama, il Cile rappresenta un’eccezione istituzionale: la sua solida e consolidata tradizione democratica e parlamentare lo rende, agli occhi degli osservatori internazionali, virtualmente immune dalle svolte autoritarie che caratterizzano altre repubbliche del continente. Tuttavia, le elezioni presidenziali del 4 settembre 1970 ne segnano un punto di svolta.
In una consultazione fortemente polarizzata, il medico socialista Salvador Allende, alla guida della coalizione di sinistra Unidad Popular (di ispirazione socialista e comunista), ottiene la maggioranza relativa con il 36,3% dei voti (1.066.372 preferenze). Allende supera di stretta misura il candidato conservatore del Partito Nazionale, l’ex presidente Jorge Alessandri Rodríguez (35,8%), e il cristiano-democratico Radomiro Tomic (27,9%). Poiché nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta, in conformità con la Costituzione del 1925, la decisione finale spetta al Congresso Nazionale. In continuità con la prassi democratica del paese — che in passato ha già ratificato candidati vincenti con sole maggioranze relative — il Parlamento conferma la presidenza di Allende il 24 ottobre 1970, previa sottoscrizione da parte del neo-presidente di uno “Statuto di garanzie costituzionali” a tutela delle libertà civili e delle istituzioni democratiche.
Insediatosi alla guida del paese, il governo di Unidad Popular avvia un radicale programma economico e sociale denominato “La vía cilena al socialismo”. L’obiettivo fondamentale è migliorare le condizioni di vita delle classi popolari e superare le storiche disuguaglianze sociali, a partire dalle drammatiche condizioni lavorative dei minatori cileni che lavorano per le grandi multinazionali straniere. Il piano di riforme prevede la completa nazionalizzazione delle risorse minerarie, in particolare dei giacimenti di rame — spina dorsale dell’economia nazionale — riscattando senza indennizzo le quote in possesso delle grandi compagnie statunitensi.
A questo si affiancano l’estensione della riforma agraria (con l’esproprio dei latifondi superiori agli 80 ettari irrigati), il potenziamento dell’istruzione pubblica e della sanità, l’aumento dei salari reali e l’attuazione di programmi di assistenza sociale immediata, come la distribuzione gratuita di latte ai bambini. Il progetto riformatore di Allende e la sua vicinanza ideologica al blocco socialista — testimoniata anche dai rapporti con la Cuba di Fidel Castro — suscitano un’immediata e drastica opposizione da parte dell’oligarchia finanziaria, dei grandi proprietari terrieri e del ceto medio cileno, oltre ad allarmare profondamente la Casa Bianca. Gli Stati Uniti considerano il governo di Unidad Popular una pericolosa testa di ponte comunista nel continente americano.
Già nell’autunno del 1970, l’amministrazione guidata dal presidente Richard Nixon e dal consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger attiva operazioni clandestine della CIA per impedire l’insediamento di Allende o provocarne la caduta (i piani noti come Track I, Track II e il Progetto FUBELT). Emblematici dell’atteggiamento americano sono i giudizi espressi ai vertici dell’amministrazione: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli» (citazione di Henry Kissinger tratta dai documenti declassificati).

Il golpe dell’11 settembre 1973 e la morte di Allende
La situazione politica e sociale in Cile precipita nell’estate del 1973. Dopo il fallito tentativo di colpo di Stato del 29 giugno — il cosiddetto Tanquetazo, in cui un reggimento corazzato circonda il palazzo presidenziale — e a seguito delle dimissioni del generale Carlos Prats, Allende nomina comandante in capo dell’esercito il generale Augusto Pinochet, ritenendolo un ufficiale fedele alle istituzioni. La spaccatura istituzionale si consuma il 22 agosto, quando la Camera dei Deputati approva una risoluzione in cui accusa il governo di violazioni costituzionali e si appella apertamente all’intervento dei militari; Allende risponde due giorni dopo denunciando la manovra come un incitamento al golpe e alla guerra civile.
Nelle prime ore dell’alba dell’11 settembre 1973, scatta l’operazione militare coordinata dalle forze armate. Tra le 6:30 e le 7:00 del mattino, la marina militare occupa il porto strategico di Valparaíso, arrestando l’ammiraglio Raúl Montero Cornejo per sostituirlo con l’ammiraglio golpista José Toribio Merino. Informato delle manovre, intorno alle 8:00 Allende si trasferisce dalla sua residenza di calle Tomás Moro al Palazzo della Moneda insieme alla sua scorta personale, il GAP (Grupo de Amigos Personales). Contemporaneamente, le truppe golpiste occupano i punti nevralgici della capitale e bombardano le stazioni radiotelevisive per isolare l’esecutivo.
Inizialmente Allende crede si tratti di una sommossa isolata e ipotizza che lo stesso Pinochet sia stato arrestato dai ribelli; tuttavia, verso le 8:30 la giunta militare dichiara di aver assunto il controllo del Paese e intima al presidente di dimettersi ed evacuare il palazzo entro le 11:00. Allende oppone un fermo rifiuto. L’unica emittente che riesce a continuare le trasmissioni è Radio Magallanes, legata al Partito Comunista. Chiuso all’interno della Moneda con il proprio entourage il presidente si rivolge direttamente al suo popolo proprio attraverso la radio; il primo messaggio viene diramato alle 9.03:
“In questo momento passano gli aerei. E’ possibile che ci colpiscano. Sappiamo però che siamo qui, per lo meno col nostro esempio; e che in questo paese ci sono uomini che sanno adempiere agli obblighi che hanno. La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine. Questa è una tappa che sarà superata. E’ un momento duro e difficile: è possibile che ci schiaccino. Ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori. Pagherò con la vita la difesa dei principi che sono cari a questa Patria.”
Alle 9.10 segue l’ultimo radio-appello di Allende, il suo celebre discorso di addio alla nazione; poi l’emittente viene distrutta dai golpisti:
“Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi. La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Portales e Radio Corporación. Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno. Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento. Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò! Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo. Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi. Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria.
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi. Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.”
Verso mezzogiorno, i carri armati cingono d’assedio La Moneda e i caccia britannici Hawker Hunter dell’aviazione cilena bombardano e incendiano il palazzo presidenziale. Alle 14:00, dopo un violento scontro a fuoco, le truppe terrestri fanno irruzione nell’edificio. Quando la difesa diventa impossibile e senza speranza, Allende invita i suoi collaboratori a evacuare il palazzo; rimasto solo nel suo ufficio, il presidente si toglie la vita sparandosi con un fucile mitragliatore AK-47 (un regalo personale di Fidel Castro). Nonostante per anni siano circulate ipotesi di un assassinio da parte dei militari, la tesi del suicidio è stata confermata in via definitiva nel luglio 2011 a seguito dell’autopsia ed esumazione condotta da esperti internazionali.

Il consolidamento del potere e la dittatura di Augusto Pinochet
Subito dopo la caduta di La Moneda, il generale Augusto Pinochet si muove con estrema spietatezza per accentrare il potere ed eliminare qualsiasi forma di opposizione politica e sociale. Nelle ore immediatamente successive al golpe, si insedia una giunta militare di governo concepita inizialmente come un quadrumvirato composto dai vertici delle quattro forze armate: Pinochet per l’Esercito, l’ammiraglio José Toribio Merino Castro per la Marina, il generale Gustavo Leigh Guzmán per l’Aviazione e César Mendoza Durán per i Carabineros. Nonostante gli accordi iniziali prevedano una presidenza a rotazione tra i quattro comandanti, Pinochet riesce rapidamente a persuadere gli altri membri ad affidargli la guida unica e permanente della giunta.
Il consolidamento del regime avviene attraverso una serie di decreti drastici che smantellano l’architettura democratica del Paese. Già il 12 settembre 1973 vengono nominati ufficiali militari alla guida di tutti i ministeri, mentre il 13 settembre la giunta scioglie ufficialmente il Congresso Nazionale, assumendo su di sé anche il potere legislativo. Viene sospesa la Costituzione del 1925, si procede alla distruzione fisica dei registri elettorali, vengono messi fuorilegge tutti i partiti della coalizione di Unidad Popular (e successivamente ogni forza politica) e si impongono la censura preventiva sulla stampa e il divieto assoluto di sciopero e manifestazione.
Nel dicembre del 1974, Pinochet formalizza ulteriormente il proprio potere autocratico assumendo i titoli ufficiali di «Capo Supremo della Nazione» e di Presidente della Repubblica. Per blindare e tutelare le forze armate da future ritorsioni giudiziarie, il regime emana norme speciali e decreti in base ai quali i delitti commessi dai militari non possono essere perseguiti dai tribunali civili, inserendoli nel quadro di un’orwelliana «politica di riconciliazione nazionale». Parallelamente, prende il via una capillare campagna di terrore di Stato. Negli oltre 1.100 centri di detenzione clandestina aperti in tutto il Cile, la repressione colpisce chiunque sia sospettato di simpatie per il precedente governo.
Il simbolo più drammatico di questa fase è lo Stadio Nazionale di Santiago, trasformato in un immenso campo di concentramento in cui fino a 7.000 prigionieri alla volta vengono sottoposti a interrogatori, torture ed esecuzioni sommarie. Durante i diciassette anni di dittatura si diffonde il tragico fenomeno dei desaparecidos: migliaia di persone vengono arrestate dalle forze di sicurezza e fatte sparire nel nulla, spesso lanciate in mare dagli aerei in stato semicomatoso durante i cosiddetti «voli della morte». Il bilancio della repressione conta tra i 3.000 e i 5.000 morti, oltre 1.100 sparizioni forzate accertate, più di 31.000 persone torturate e circa 200.000 cileni costretti all’esilio.
Sul piano economico, Pinochet azzera completamente le riforme di Allende e stringe un’immediata ed energica alleanza con gli Stati Uniti e l’oligarchia finanziaria. Il regime affida la ristrutturazione economica ai Chicago Boys — un gruppo di economisti cileni formatisi alla scuola dell’economista Milton Friedman — avviando un radicale esperimento ultraliberista basato su privatizzazioni di massa, deregolamentazione del mercato del lavoro, restituzione dei giacimenti e delle imprese nazionalizzate alle multinazionali straniere e drastica riduzione dell’intervento statale.







