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Home Medioevo

Cola di Rienzo: vita del tribuno che sognò la rinascita di Roma

La vita di Cola di Rienzo, notaio romano di umili origini, che nel Trecento tentò di liberare Roma dal potere dei baroni e di restaurare il prestigio politico dell’antica Urbe. L’articolo ricostruisce la sua ascesa come Tribuno del popolo, il progetto del “buono stato”, il rapporto ambiguo con il papato e la rapida caduta. La trattazione si concentra soprattutto sul significato politico della sua esperienza, senza trasformarlo né in un eroe nazionale moderno né in un semplice avventuriero.

di Matteo Forlani
4 Maggio 2026
TEMPO DI LETTURA: 22 MIN
Faruffini Federico, Cola di Rienzo

Faruffini Federico, Cola di Rienzo

CONTENUTO

  • Introduzione: Roma tra rovine, baroni e assenza del papa
  • Roma senza papa: il vuoto di potere nella città dei baroni
  • Da notaio a tribuno: le origini popolari di Cola di Rienzo
  • La missione ad Avignone: Cola entra nella grande politica
  • Il potere delle immagini: come Cola parla al popolo romano
  • Il 1347: il tribuno e la promessa del “buono stato”
  • Gli ordinamenti del “buono stato”: il progetto politico di Cola
  • Il conflitto con i baroni: la lotta contro le famiglie aristocratiche
  • Il sogno più grande: Roma come guida morale dell’Italia
  • La prima caduta: quando il mito non diventa istituzione
  • Il ritorno del 1354: Cola rientra a Roma come senatore
  • La morte al Campidoglio: la fine violenta del sogno di Cola
  • Cola di Rienzo fu un precursore del Risorgimento?
  • Conclusione: una città che cerca nel passato le parole del futuro
  • Riassunto della vita di Cola di Rienzo

Introduzione: Roma tra rovine, baroni e assenza del papa

Nel Trecento Roma è una città sospesa tra memoria e decadenza. Le rovine dell’antico Impero dominano ancora il paesaggio urbano, ma la grandezza che evocano contrasta con un presente segnato da violenze, povertà e instabilità politica. L’Urbe non è più la capitale imperiale del mondo antico e non è ancora il centro ordinato del potere pontificio moderno. Il papa risiede ad Avignone, lontano dalla città che nell’immaginario cristiano continua a rappresentare il cuore della cristianità.

Nel vuoto lasciato dall’autorità pontificia si rafforzano le grandi famiglie baronali, in particolare gli Orsini e i Colonna, che controllano torri, quartieri, ponti, milizie private e magistrature cittadine. Roma appare così come una capitale senza sovrano stabile, divisa tra il prestigio del passato e la fragilità del presente. È in questa frattura che prende forma il progetto di Cola di Rienzo. La sua vicenda non è soltanto la storia di una rivolta cittadina o dell’ambizione di un uomo nuovo: è il tentativo di trasformare la memoria dell’antica Roma in un programma politico per il Medioevo.

Roma senza papa: il vuoto di potere nella città dei baroni

Per comprendere Cola di Rienzo bisogna partire dalla Roma del suo tempo. Già nel XII secolo la città prova a recuperare forme di autogoverno. Nel 1143 nasce un nuovo Senato cittadino, collegato alle spinte comunali e alla predicazione di Arnaldo da Brescia. L’istituzione richiama idealmente la tradizione repubblicana dell’Urbe, ma non riesce mai a emanciparsi del tutto dall’influenza pontificia e dalle pressioni dell’aristocrazia urbana.

Nel corso del Duecento e del Trecento, gli equilibri politici romani diventano sempre più fragili. Le istituzioni comunali esistono, ma faticano a imporre un’autorità stabile. Il potere pubblico è continuamente minacciato dagli interessi delle grandi casate, che trasformano la città in uno spazio di rivalità private. La crisi si aggrava all’inizio del XIV secolo. Dopo lo scontro tra Bonifacio VIII e Filippo IV il Bello, e dopo le tensioni tra il papato e le famiglie romane, nel 1309 papa Clemente V trasferisce la sede pontificia ad Avignone. Inizia così il periodo della cosiddetta cattività avignonese, destinato a durare fino al 1377.

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L’assenza del pontefice priva Roma del suo principale centro di autorità. Le famiglie baronali rafforzano il proprio controllo su zone strategiche della città e il popolo romano vive in una condizione di insicurezza. In questo scenario, l’idea di ristabilire un governo giusto e ordinato diventa una promessa potentissima. Cola di Rienzo interpreta questo malcontento e lo traduce in un progetto politico: restaurare la giustizia, limitare la violenza aristocratica e restituire a Roma il prestigio che la sua storia sembra ancora reclamare. La sua azione nasce quindi dentro una crisi concreta del governo urbano, ma si alimenta di un immaginario molto più ampio: quello dell’antica grandezza romana.

Immagine creata dall’autore con l’AI

Da notaio a tribuno: le origini popolari di Cola di Rienzo

Nicola di Lorenzo Gabrini, conosciuto come Cola di Rienzo, nasce a Roma nel 1313, nel rione Regola. Il soprannome deriva dalla forma popolare del nome paterno: Lorenzo diventa Rienzo, mentre Nicola diventa Cola. Le sue origini sono modeste. Le fonti lo presentano come figlio di un taverniere o locandiere e di una lavandaia. Non appartiene quindi alla grande nobiltà romana, né possiede il prestigio di sangue delle famiglie che dominano la città. Proprio questa distanza dall’aristocrazia contribuisce alla costruzione della sua immagine politica: Cola può presentarsi come un uomo del popolo, estraneo alle logiche di potere delle grandi casate.

Dopo la morte della madre, trascorre parte della giovinezza ad Anagni, presso parenti contadini. Tornato a Roma dopo la morte del padre, si dedica agli studi, alla lettura degli autori latini e alla professione di notaio. La sua formazione è dunque pratica e culturale insieme: da un lato conosce il diritto, l’amministrazione e i meccanismi della vita cittadina; dall’altro sviluppa una profonda familiarità con la memoria classica. Cola osserva le rovine, studia le iscrizioni antiche, legge gli autori latini e si convince che Roma non sia una città come le altre.

Ai suoi occhi, l’antico non appartiene soltanto al passato: diventa una promessa di riscatto. La Roma medievale, impoverita e dominata dai baroni, può tornare a essere una città ordinata, autorevole e rispettata. Secondo la tradizione, a rafforzare la sua ostilità verso l’aristocrazia contribuisce anche un fatto personale: l’uccisione di un fratello da parte di un nobile. Che l’episodio sia pienamente storico o rielaborato dalla memoria successiva, esso si inserisce bene nell’immagine che Cola costruisce di sé: quella di un uomo chiamato a difendere Roma e i suoi cittadini dall’arbitrio dei potenti.

La sua origine popolare non è quindi un dettaglio biografico secondario. È uno degli elementi che rendono possibile il suo successo: Cola parla al popolo perché non appartiene ai lignaggi che il popolo teme e subisce. Allo stesso tempo, la sua cultura notarile e classica gli permette di dare a quel malcontento una forma politica più ambiziosa.

Faruffini Federico, Cola di Rienzo

La missione ad Avignone: Cola entra nella grande politica

Cola entra nella vita pubblica come ambasciatore del governo popolare romano dei Tredici buoni uomini presso la corte pontificia di Avignone. La missione si colloca tra il 1342 e il 1343, durante il pontificato di Clemente VI. Ad Avignone denuncia la situazione di Roma: le violenze dei baroni, la debolezza delle magistrature cittadine, l’insicurezza delle strade e la miseria del popolo. Il papa ascolta con attenzione le sue parole e, nel 1344, lo rimanda a Roma con una carica importante: notaio della Camera Apostolica. Questo incarico gli offre una prima, decisiva legittimazione politica.

Cola può così agire non soltanto come voce del popolo romano, ma anche come uomo riconosciuto dall’autorità pontificia. Il rapporto con il papato è però complesso fin dall’inizio. Cola non nasce come ribelle anticlericale. Al contrario, cerca più volte il riconoscimento della Chiesa e presenta il proprio progetto come compatibile con la fedeltà al pontefice. Il conflitto nasce più tardi, quando la sua idea di Roma assume proporzioni troppo ampie e autonome per essere accettata dalla Santa Sede.

Durante il soggiorno avignonese Cola entra anche in contatto con Francesco Petrarca. L’incontro è importante non solo dal punto di vista biografico, ma anche culturale. Petrarca vede inizialmente in Cola la possibilità che Roma torni a essere il centro della cristianità e della cultura latina. Per il poeta, la decadenza dell’Urbe non è soltanto un problema amministrativo: è una ferita morale, il segno di un mondo che ha smarrito il proprio centro.

Il favore di Petrarca, tuttavia, va letto nel suo momento iniziale. Il poeta guarda con entusiasmo al progetto di restaurazione romana, ma la successiva evoluzione del tribuno rende più problematica quella speranza. L’interesse petrarchesco mostra comunque quanto la vicenda di Cola parli a una sensibilità diffusa nel Trecento: Roma appare decaduta, ma continua a possedere un’enorme autorità simbolica. Cola dà forma politica a questa nostalgia e la trasforma in linguaggio di mobilitazione. 

Il potere delle immagini: come Cola parla al popolo romano

Uno degli aspetti più originali della vicenda di Cola di Rienzo è la sua capacità di comunicare. Cola comprende che la politica non vive soltanto nei decreti, nei tribunali e nelle assemblee. In una città dove molti abitanti non sanno leggere, il potere deve rendersi visibile.

Per questo costruisce il proprio consenso attraverso discorsi pubblici, cerimonie, bandiere, immagini allegoriche e continui richiami alla memoria dell’antica Roma. Il Campidoglio non è soltanto la sede del governo cittadino: diventa un teatro politico, il luogo in cui il popolo vede rappresentata la crisi della città e la promessa della sua salvezza.

Celebre è l’affresco disposto al Campidoglio. Roma vi appare come una donna vestita a lutto, collocata su una nave in tempesta e senza timoniere. Intorno a lei compaiono altre donne, simbolo delle grandi città cadute del passato: Babilonia, Cartagine, Gerusalemme e Troia. Il significato è immediato: anche Roma rischia di affondare se non trova una guida capace di salvarla.

Questa propaganda non è un semplice ornamento. È parte integrante del progetto politico di Cola. Le immagini traducono in forma popolare un messaggio complesso: la città è precipitata nel disordine perché il potere pubblico è stato divorato dagli interessi privati dei baroni. Per salvarla bisogna restaurare un governo giusto, riconosciuto dal popolo e legittimato dalla memoria antica dell’Urbe.

Cola utilizza anche la memoria della lex de imperio Vespasiani, l’antica iscrizione che attribuisce poteri all’imperatore Vespasiano. Ai suoi occhi, quel documento dimostra che il popolo romano possiede un’antica autorità politica. Il passato classico non è quindi una semplice citazione erudita: diventa una fonte di legittimità.

In questa capacità di unire parola, immagine e rito pubblico sta una parte decisiva del suo successo. Cola non si limita a proporre riforme: costruisce un racconto. Presenta Roma come una città tradita, il popolo come depositario di un’antica dignità e sé stesso come interprete di una missione storica.

Immagine creata dall’autore con l’AI

Il 1347: il tribuno e la promessa del “buono stato”

Nel 1347, Cola passa dalla parola all’azione. Sale al Campidoglio accompagnato da uomini armati, insegne solenni e un programma di riforme che promette di restituire sicurezza alla città. Sostenuto da una mobilitazione popolare e da un forte apparato simbolico, ottiene dal Senato romano il riconoscimento di ampi poteri e assume il titolo di Tribuno del popolo romano.

Il titolo non è casuale. Nella Roma repubblicana, i tribuni della plebe rappresentano la difesa del popolo contro gli abusi dei potenti. Cola si appropria di quel linguaggio per presentarsi come il protettore dei romani contro l’arbitrio delle grandi famiglie. La sua autorità nasce dunque dall’incontro tra memoria classica, consenso popolare e riconoscimento istituzionale.

Il suo programma prende il nome di ordinamenti del “buono stato”. L’obiettivo è restaurare l’autorità pubblica in una città dominata dalla violenza privata. Le strade devono tornare sicure, i soprusi devono essere puniti, i ponti e le porte devono sottrarsi al controllo dei lignaggi aristocratici. Il governo non deve più essere proprietà dei potenti, ma strumento di pace cittadina. Nei primi mesi, l’esperimento sembra riuscire. Il popolo sostiene Cola, le categorie urbane legate all’amministrazione e al commercio guardano con favore alla pacificazione, e perfino alcuni ambienti ecclesiastici vedono nel tribuno un possibile argine al caos romano.

L’Anonimo Romano, autore della Cronica, conserva una testimonianza preziosa su questa fase. Nel racconto del cronista, Roma sembra risvegliarsi da una lunga stagione di disordine. Per un breve momento, la città appare capace di ritrovare una forma di governo comunale fondata sulla giustizia e sulla sicurezza. Il successo iniziale di Cola si spiega proprio con questa coincidenza tra aspettative popolari e programma politico. Il tribuno promette ciò che Roma desidera con urgenza: ordine, sicurezza, giustizia e fine della prepotenza aristocratica. 

Gli ordinamenti del “buono stato”: il progetto politico di Cola

Il governo di Cola non si limita alla retorica. Il tribuno prova a costruire un nuovo ordine cittadino. La sua idea di Roma è quella di un Comune capace di amministrare la giustizia, proteggere i cittadini e ridurre l’arbitrio delle grandi famiglie. Il “buono stato” prevede una giustizia più rapida e severa. Gli uomini violenti legati ai baroni devono essere puniti. Le strade devono tornare sicure. I ponti, le porte e gli spazi strategici della città devono essere sottratti al controllo privato. Il potere pubblico deve prevalere sulle milizie familiari.

Cola cerca anche di costruire consenso tra le categorie produttive e amministrative della città: notai, giudici, mercanti, artigiani. Per questi gruppi, la pacificazione non è soltanto un ideale morale, ma una necessità concreta. Una città più sicura favorisce gli scambi, l’attività economica, la vita giudiziaria e la stabilità delle istituzioni. In questo senso, l’esperimento di Cola non è una semplice sommossa popolare.

È un tentativo di ricostruire lo spazio pubblico romano contro la privatizzazione aristocratica della città. Il problema non è soltanto punire i nobili violenti, ma riaffermare l’idea che Roma possa essere governata da norme comuni e non da rapporti di forza familiari. Il progetto resta però fragile. Si fonda su un forte entusiasmo iniziale, ma non dispone di strutture istituzionali abbastanza solide. Dipende molto dalla figura personale di Cola, dalla sua capacità oratoria e dalla mobilitazione popolare. Quando questi elementi iniziano a indebolirsi, anche il suo governo comincia a vacillare.

Immagine creata dall’autore con l’AI

Il conflitto con i baroni: la lotta contro le famiglie aristocratiche

L’ascesa di Cola colpisce direttamente gli interessi dei baroni romani. Gli Orsini, i Colonna e le altre famiglie aristocratiche non possono accettare facilmente di essere subordinate a un uomo di umili origini, sostenuto dal popolo e deciso a limitare i loro privilegi. In un primo momento, le rivalità interne tra i baroni impediscono una risposta unitaria. Alcuni nobili sono costretti a sottomettersi formalmente e a giurare fedeltà al popolo romano. Ma l’atto è più simbolico che reale. L’ostilità rimane e cresce con il passare dei mesi. Nel novembre del 1347, una coalizione aristocratica tenta di rovesciare il tribuno. Cola riesce a ottenere una vittoria importante presso Porta San Lorenzo. È uno dei momenti più alti della sua parabola politica: il tribuno del popolo sconfigge militarmente i nobili.

Ma la vittoria non basta. Cola dimostra di saper mobilitare la città, ma non riesce a costruire un equilibrio stabile con le forze politiche romane. I baroni restano potenti, il papa comincia a guardarlo con sospetto e una parte del popolo inizia a mal sopportare tasse, imposizioni e cerimonie sempre più solenni. La crisi nasce quindi da una contraddizione profonda. Per governare Roma, Cola deve colpire i baroni; ma colpire i baroni significa aprire un conflitto permanente con le forze più radicate della città. La sua vittoria militare non si traduce in una vittoria politica definitiva. 

Il sogno più grande: Roma come guida morale dell’Italia

L’ambizione di Cola va oltre il governo della città. Egli non vuole soltanto riportare ordine a Roma: vuole restituire all’Urbe un ruolo universale. Il suo pensiero mescola cultura classica, religiosità medievale, mito imperiale e aspirazione comunale. Il 1° agosto 1347, nella basilica di San Giovanni in Laterano, Cola celebra una cerimonia solenne e assume titoli grandiosi. Si presenta come liberatore della città, difensore dell’Italia e promotore della pace. Roma, secondo lui, deve tornare a essere centro della cristianità e punto di riferimento politico della penisola.

Invita le città italiane a inviare rappresentanti a Roma. L’obiettivo è costruire una forma di coordinamento politico sotto il primato morale dell’Urbe. Non si tratta di “unità d’Italia” in senso moderno: sarebbe un errore proiettare sul Trecento categorie nate molti secoli dopo. Tuttavia, il progetto mostra una visione ampia, che supera la semplice politica cittadina.

Cola immagina una pacificazione della penisola fondata sulla centralità simbolica di Roma. È una visione medievale, cristiana e romano-universalistica, non nazionale nel significato ottocentesco del termine. Proprio questa ambizione affascina alcuni contemporanei, ma allarma il papato, l’impero e le aristocrazie locali. Il sogno universalistico del tribuno colpisce l’immaginazione, ma non trova basi politiche sufficienti. Le città italiane non si lasciano guidare davvero da Roma. Il papa teme un potere troppo autonomo. L’imperatore guarda con diffidenza alle pretese di un tribuno romano che sembra voler ridiscutere gli equilibri dell’autorità imperiale. 

La prima caduta: quando il mito non diventa istituzione

La forza di Cola è anche il suo limite. Il tribuno riesce a costruire un consenso straordinario, ma fatica a trasformarlo in un sistema stabile. La sua autorità dipende dalla parola, dal prestigio personale, dalle immagini e dall’entusiasmo popolare. Quando questi strumenti perdono efficacia, il suo governo mostra tutta la propria fragilità.

Le riforme richiedono risorse e quindi nuove imposizioni fiscali. Le cerimonie solenni, i titoli grandiosi e le pretese universalistiche suscitano diffidenza. I baroni, pur colpiti, non sono sconfitti definitivamente. Il papato, che inizialmente considera Cola uno strumento utile per ristabilire l’ordine, comincia a vedere in lui un potere autonomo e pericoloso. Nel dicembre del 1347 il consenso si spezza. Quando Cola chiama il popolo alle armi, la risposta non è più quella dei mesi precedenti. Il tribuno abbandona il Campidoglio e fugge da Roma.

Il suo primo governo finisce così: non per mancanza di visione, ma per incapacità di dare alla visione una base politica duratura. Cola riesce a produrre entusiasmo, ma non riesce a consolidare istituzioni abbastanza forti da sopravvivere alla crisi del consenso. La caduta del 1347 è quindi il momento in cui il mito si scontra con la realtà del potere. Roma può essere evocata come grandezza antica, ma resta una città divisa; il popolo può essere mobilitato, ma non sempre governato; i baroni possono essere sconfitti in battaglia, ma non eliminati come forza politica. 

Esilio, prigionia e processo: il tribuno lontano da Roma

Dopo la fuga, Cola attraversa anni difficili. Si rifugia in diversi luoghi dell’Italia centrale e meridionale, poi cerca appoggio presso Carlo IV, re di Boemia e futuro imperatore. Cola spera di trovare un sostegno per rilanciare il proprio progetto romano, ma le sue idee appaiono ancora troppo pericolose. Carlo IV lo fa imprigionare e in seguito lo consegna al papa. Nel 1352, Cola arriva ad Avignone, dove viene sottoposto a processo. Le accuse sono pesanti: invasione delle prerogative ecclesiastiche, eccessi politici, sospetti di eresia.

La sua sorte sembra compromessa. Tuttavia, il quadro politico cambia. Muore Clemente VI e sale al soglio pontificio Innocenzo VI, che vuole ristabilire l’autorità della Chiesa su Roma e sull’Italia centrale. In questa nuova strategia, Cola può tornare utile. Dopo l’abiura e grazie anche alla mediazione di personalità favorevoli alla sua liberazione, Cola ottiene l’assoluzione. Il papato decide di usare la sua popolarità per preparare il ritorno dell’autorità pontificia a Roma. Questa fase rivela un aspetto decisivo della sua vicenda: Cola è al tempo stesso pericoloso e utile. Il suo carisma spaventa, ma la sua fama può essere sfruttata. Per la Chiesa, l’ex tribuno può diventare uno strumento provvisorio per restaurare il controllo pontificio sulla città.

Il ritorno del 1354: Cola rientra a Roma come senatore

Nel 1354, Cola rientra a Roma con il sostegno del papa e del cardinale Egidio Albornoz, incaricato di restaurare l’autorità pontificia nei territori della Chiesa. Il suo ritorno non nasce più da un’iniziativa rivoluzionaria autonoma, ma da una strategia pontificia: usare il prestigio ancora vivo dell’ex tribuno per ricondurre Roma nell’orbita della Chiesa.

Questa volta Cola non torna come capo di un esperimento comunale fondato sulla mobilitazione popolare, ma come senatore, inserito in un progetto politico controllato dalla Santa Sede. La sua autorità appare quindi più fragile e meno spontanea rispetto al 1347: dipende dall’appoggio papale, da equilibri militari e da una città ormai meno disposta a lasciarsi trascinare dall’entusiasmo.

Il suo ritorno avviene il 1° agosto 1354. Il popolo lo accoglie inizialmente con favore. Molti ricordano ancora i mesi del “buono stato” e sperano che Cola possa nuovamente limitare la violenza dei baroni. Ma il secondo governo è molto diverso dal primo. Cola non ha più la stessa forza politica. Dipende dall’appoggio papale e militare. La situazione economica è grave. Le tensioni sociali e aristocratiche restano irrisolte.

Per governare, Cola impone nuove tasse e colpisce avversari politici. Il secondo governo assume così un carattere più duro, fiscalmente gravoso e politicamente repressivo. La necessità di reperire risorse, il desiderio di punire i nemici e la dipendenza dall’appoggio pontificio riducono rapidamente lo spazio del consenso. La sua immagine di liberatore si trasforma in quella di un uomo isolato, incapace di ricostruire il rapporto con la città. Il ritorno del 1354 non ripete il successo del 1347: ne mostra piuttosto l’impossibilità. L’entusiasmo originario non può essere semplicemente riattivato, perché Roma ha ormai conosciuto anche i limiti del suo tribuno.

Ritratto di Cola di Rienzo, tribuno del popolo romano

La morte al Campidoglio: la fine violenta del sogno di Cola

Il malcontento esplode nell’autunno del 1354. I baroni alimentano l’ostilità popolare e Roma si rivolta contro l’uomo che pochi anni prima aveva acclamato come salvatore. L’8 ottobre 1354, una sommossa travolge il Campidoglio. Cola cerca di fuggire o di confondersi tra la folla, ma viene riconosciuto. Non muore dopo una condanna ordinata da un tribunale, bensì travolto da una violenza politica urbana, alimentata dal malcontento popolare e dalle manovre dei suoi nemici. Viene catturato, ucciso, il suo corpo viene esposto e poi bruciato; le ceneri sono disperse.

La sua morte ha un forte valore simbolico. Il tribuno che vuole risvegliare la grandezza di Roma muore proprio nel cuore politico della città. Il Campidoglio, luogo della sua ascesa, diventa il teatro della sua fine: lo spazio in cui il sogno del “buono stato” si rovescia nella violenza della piazza. Eppure la sua morte non esaurisce il significato della sua esperienza. Cola fallisce come governante stabile, ma lascia dietro di sé una domanda destinata a riemergere più volte nella storia romana e italiana: può la memoria di Roma diventare ancora una forza politica?

La memoria di Cola di Rienzo: tra mito politico e fallimento storico

La figura di Cola di Rienzo divide storici, lettori e interpreti. Per alcuni è un anticipatore di un’idea italiana, un uomo capace di pensare Roma come guida morale della penisola. Per altri è un visionario travolto dalla propria ambizione, incapace di trasformare il consenso popolare in un governo stabile. Entrambe le letture colgono qualcosa, ma rischiano di semplificare. Cola non è un rivoluzionario moderno, non è un semplice demagogo, non è soltanto un nostalgico dell’antichità. È un uomo del Medioevo che usa il linguaggio di Roma antica per immaginare un ordine politico nuovo.

La sua vicenda mostra la forza del mito romano nel Medioevo. Rovine, iscrizioni, cerimonie e titoli antichi diventano strumenti di consenso. La memoria di Roma non è per lui semplice nostalgia: è un linguaggio di potere. Il suo fallimento dipende da molti fattori: la forza persistente dei baroni, la prudenza del papato, la debolezza delle istituzioni comunali, l’instabilità del consenso popolare e i suoi stessi limiti politici. Cola è un grande comunicatore e un abile costruttore di entusiasmo, ma non riesce a fondare un sistema duraturo. Proprio qui sta il fascino della sua parabola. Cola perde perché non riesce a trasformare il mito in istituzione, né il consenso in governo stabile. Tuttavia, nel cuore del Medioevo, osa pensare Roma non come una rovina da contemplare, ma come una potenza politica da risvegliare.

Cola di Rienzo fu un precursore del Risorgimento?

Risposta breve: no, almeno non in senso moderno. La figura di Cola viene spesso riletta, soprattutto in età risorgimentale, come quella di un anticipatore dell’unità italiana o di un eroe della libertà romana. Questa interpretazione ha una sua forza simbolica, ma rischia di deformare il contesto storico.

Cola non pensa l’Italia come una nazione moderna: il suo orizzonte è medievale, cristiano e romano-universalistico. Quando parla dell’Italia e della centralità di Roma, immagina piuttosto una pacificazione della penisola sotto il primato morale dell’Urbe. Allo stesso modo, non è un rivoluzionario anticlericale: cerca più volte l’appoggio del papa e presenta il proprio governo come compatibile con la fedeltà alla Chiesa.

Immagine creata dall’autore con l’AI

Conclusione: una città che cerca nel passato le parole del futuro

La vicenda di Cola di Rienzo non è soltanto la storia di un’ascesa e di una caduta. È il racconto di una città che cerca nel proprio passato le parole per immaginare il futuro. Roma, nel Trecento, è una città ferita: priva del papa, dominata dalle grandi casate aristocratiche, attraversata da violenze e tensioni sociali. Cola legge questa crisi attraverso il prestigio dell’antica grandezza romana. Il suo progetto nasce da un’intuizione potente: per governare Roma non basta amministrarla, bisogna restituirle un significato. Per questo Cola parla di popolo, Campidoglio, pace italiana e autorità universale. La sua politica è fatta di norme e provvedimenti concreti, ma anche di immagini, cerimonie e simboli capaci di trasformare la crisi della città in una promessa di rinascita.

Il limite sta nella distanza tra immaginazione e realtà. Cola conquista il sostegno popolare, ma non costruisce istituzioni abbastanza solide. Colpisce l’aristocrazia romana, ma non riesce a neutralizzarla. Cerca il favore del papato, ma finisce per spaventarlo. Si presenta come difensore del popolo, ma perde l’adesione cittadina quando il governo diventa più gravoso e autoritario. La sua morte, nel 1354, chiude tragicamente l’esperimento. Ma il fallimento non cancella il significato della sua esperienza. Cola di Rienzo resta una delle figure più emblematiche della Roma medievale: un uomo che, tra le rovine dell’Impero e il caos del suo tempo, prova a fare del mito dell’Urbe una forza politica viva.

Riassunto della vita di Cola di Rienzo

Cola di Rienzo, nato a Roma nel 1313 da una famiglia modesta del rione Regola, è una delle figure più originali della Roma medievale. Formatosi come notaio e affascinato dalla grandezza dell’antica Urbe, interpreta il malcontento di una città segnata dall’assenza del papa, residente ad Avignone, e dal dominio delle grandi famiglie baronali. La sua ascesa politica comincia con la missione presso la corte pontificia di Avignone, dove denuncia la crisi romana e ottiene l’attenzione di Clemente VI. Tornato a Roma come notaio della Camera Apostolica, costruisce una raffinata campagna di propaganda fatta di discorsi pubblici, immagini allegoriche e richiami alla memoria classica. Nel 1347 sale al Campidoglio e assume il titolo di Tribuno del popolo romano, inaugurando il progetto del “buono stato”.

Nei primi mesi di governo ristabilisce l’ordine, limita le violenze dei baroni e ottiene un ampio sostegno popolare. Tuttavia, il suo progetto supera presto i confini cittadini: Cola immagina Roma come centro morale e politico della penisola, in una visione medievale e universalistica, non nazionale in senso moderno. Il consenso si incrina a causa delle tasse, dell’autoritarismo e dell’isolamento politico. Nel dicembre 1347 Cola fugge da Roma. Dopo esilio, prigionia e processo ad Avignone, torna nel 1354 come senatore, sostenuto dal papato. Il secondo governo è breve e impopolare. L’8 ottobre 1354 una rivolta lo travolge al Campidoglio, luogo simbolico della sua ascesa e della sua fine.

Fonti e approfondimenti

  • Treccani, “Cola di Rienzo”: voce enciclopedica utile per biografia, contesto e interpretazione storica.
    https://www.treccani.it/enciclopedia/cola-di-rienzo/
  • Anonimo Romano, Cronica. Vita di Cola di Rienzo: fonte narrativa medievale fondamentale per la vicenda del tribuno e per gli ordinamenti del “buono stato”.
    https://www.ostia-antica.org/~atexts/cola.htm

3 libri consigliati sull’argomento

  • T. di Carpegna Falconieri, Cola di Rienzo. Il tribuno del popolo che cercò di riportare Roma alla sua antica grandezza, Salerno Editrice, Roma, 2024.
    È probabilmente la scelta migliore da proporre oggi: recente, in italiano, autorevole e adatta sia al lettore colto sia a chi vuole approfondire dopo l’articolo.
  • R. G. Musto, Apocalypse in Rome. Cola di Rienzo and the Politics of the New Age, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London, 2003.
    Studio internazionale importante, più specialistico, utile per comprendere Cola nel contesto religioso, politico e profetico del Trecento.
  • Anonimo Romano, Cronica. Vita di Cola di Rienzo, a cura di G. Scalessa, Salerno Editrice, Roma, 2012.
    Fonte medievale fondamentale per avvicinarsi alla narrazione più importante sulla vicenda del tribuno e sugli ordinamenti del “buono stato”.

Contenuti audiovideo extra consigliati

RaiPlay – Passato e Presente: Cola di Rienzo, l’ultimo tribuno
Puntata di Passato e Presente, condotta da Paolo Mieli con il professor Tommaso di Carpegna Falconieri. È il contenuto più adatto per accompagnare l’articolo, perché offre un quadro chiaro sulla Roma del XIV secolo, sul papato avignonese e sull’ascesa politica di Cola di Rienzo.
Link: https://www.raiplay.it/video/2024/10/Passato-e-Presente—Cola-di-Rienzo-lultimo-tribuno—15102024-f549ffd8-bca6-4b29-a01a-e8f4c9e096b1.html

RaiPlay – Cronache dal Medioevo: Cola di Rienzo, il tribuno del popolo
Documentario dal taglio narrativo, utile per approfondire la parabola del tribuno romano, dalla presa del potere alla crisi del suo esperimento politico. È consigliato come visione di completamento dopo la lettura dell’articolo.
Link: https://www.raiplay.it/video/2020/04/cronache-dal-medioevo-cola-di-rienzo-il-tribuno-del-popolo-73ad27c9-8c7d-43dd-a11a-c59668a4706c.html

RaiPlay – Cronache dal Medioevo: Roma senza Papa
Puntata utile per comprendere il contesto storico in cui emerge Cola di Rienzo: la Roma della cattività avignonese, il vuoto di potere lasciato dall’assenza del pontefice e il peso politico delle famiglie baronali.
Link: https://www.raiplay.it/video/2019/08/Cultura-Cronache-dal-Medioevo-Roma-senza-Papa-6399113a-0556-4e82-a074-c6ee1c6e1500.html

YouTube – Presentazione del libro di Tommaso di Carpegna Falconieri su Cola di Rienzo
Video consigliato per chi vuole un approfondimento più storico e culturale. La presentazione del volume Cola di Rienzo. Il tribuno del popolo che cercò di riportare Roma alla sua antica grandezza permette di ascoltare una sintesi aggiornata da parte di uno storico specialista del Medioevo romano.
Link: https://www.youtube.com/watch?v=Snpiiwa-kMU 

Spotify – L’Anonimo Romano e Cola di Rienzo, Alessandro Barbero Podcast – La Storia
Puntata audio dedicata al rapporto tra la testimonianza dell’Anonimo Romano e la vicenda di Cola di Rienzo. È particolarmente utile per chi vuole avvicinarsi alla fonte medievale più importante sulla vita del tribuno e alla Roma del XIV secolo attraverso una spiegazione orale.
Link: https://open.spotify.com/episode/6j0MyKR3nnMpaIL7NAVaol

Apple TV – After the Plague: Revolution in Rome: Cola di Rienzo
Episodio documentario della serie After the Plague, dedicato alla rivoluzione romana del 1347 guidata da Cola di Rienzo. Inserisce la vicenda del tribuno nel più ampio quadro delle tensioni sociali europee successive alla crisi del Trecento.
Link: https://tv.apple.com/gb/episode/revolution-in-rome-cola-di-rienzo/umc.cmc.32vr2ca4jw16lz4tsy6iylqh8?showId=umc.cmc.374g517p6w7oksyvrd2vntbdd

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • T. di Carpegna Falconieri, Cola di Rienzo. Il tribuno del popolo che cercò di riportare Roma alla sua antica grandezza, Salerno Editrice, Roma, 2024.
Letture consigliate
Matteo Forlani

Matteo Forlani

Sono uno studente universitario. Sono sempre stato affascinato dal modo in cui il tempo e il passato lascino tracce nelle idee, nei miti e nelle memorie dei popoli. Dopo aver completato il percorso di studi politologico, culminato con il conseguimento della laurea magistrale in Relazioni Internazionali, ho deciso di dedicarmi anche agli studi storici, intraprendendo una seconda laurea magistrale in Scienze storiche. Nella scrittura e nella divulgazione cerco un ponte tra conoscenza e narrazione, un modo per trasformare lo studio in racconto e la memoria in parola viva.

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