CONTENUTO
La Chiesa tra fascismo e nazismo
Chiesa, fascismo e nazismo. Un’istituzione millenaria, «Sposa di Cristo, tempio dello Spirito Santo, popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», la prima; due movimenti politici trasformatisi in dittature, i secondi. Cos’hanno in comune se non l’aver camminato sulla stessa strada (la strada della storia) per un arco temporale che segnò un intero secolo, quello breve, in cui l’unica ad uscirne viva, fortificata, fu la Barca di Pietro, anche grazie ai suoi capitani, ai successori del Principe degli apostoli? Storie, uomini nei panni di dittatori, altri in quelli di pontefici, fatti e atti umani in cui la mano invisibile dell’Alto (o, aimè, di Satana) si materializza in personaggi, che, messi di fronte al bene e al male, non sempre fanno la scelta giusta, proprio come quella che porta ai campi di sterminio, all’Olocausto.
L’ideatore e l’ignavo
Di questo scenario tremendo, un personaggio ne è l’ideatore, un altro l’alleato, che non sa opporsi e da buon ignavo se ne lava le mani; il primo saprà uscire di scena da sé, l’altro per decisione altrui. In questo tremendo scenario, la Chiesa è un baluardo per il popolo, per la gente comune, anche per i politici. Non è un caso, infatti, che il popolo italiano (popolo che già ai tempi di Cicerone considerava la religione non un mero fatto di teologia, ma collante dell’Impero) sia legato alle proprie radici cristiane, che, poi, sono quelle dell’Europa.
Quando Roma venne liberata il 6 giugno 1944, i romani accorsero a festeggiare in piazza San Pietro e non al Quirinale, dal quale Vittorio Emanuele III se ne era andato un anno prima: essi si riversarono sotto il balcone papale a omaggiare Papa Pio XII, il loro Principe, che non abbandonò la Città eterna, con il rischio di essere imprigionato dai nazisti, che accorse nel quartiere San Lorenzo dopo i bombardamenti, che si diede da fare per salvare migliaia di ebrei e che soffrì con il gregge affidatogli.
Le reazioni istintive del popolo, nel bene e nel male, sono figlie dell’azione contingente degli uomini politici: e in quel frangente il Papa fu tra gl’uomini più illuminati d’Italia (e del mondo), attivo sulla scena anche nel “covare” la nuova classe politica (quella della Democrazia Cristina), per realizzare una nuova «civiltà cristiana», nel dopoguerra. Il popolo, bistrattato dalla classe politica, dall’élite, sa riconoscere chi è dalla sua parte. E molte volte non perdona: lo sanno bene Maria Antonietta e Luigi XVI!
Il fascismo
Il fascismo si afferma, al termine del Primo conflitto mondiale, come conseguenza della crisi dello Stato liberale, per ripristinarne l’autorità in un contesto politico incapace di esprimere ordine. Lo fa attraverso un sistematico smembramento delle istituzioni statutarie di origine piemontese. Nonostante le pretese, lo Stato fascista non arriverà mai a eliminare le strutture costituzionali, ma vi si inserirà: rientra, a tutti gli effetti, fra le tipologie di Stato autoritario, non totalitario, perché non nega il concetto stesso di Stato, nella pretesa di sostituirlo con il partito (come il comunismo), né fa scempio totale delle istituzioni (come il nazismo), ma si muove all’interno degli organi dello Statuto albertino, fascistizzandoli. Prima lo Stato (fascistizzato), poi il partito.
Il fascismo è una persona: è Benito Mussolini, il Duce, un maestro elementare, prima; un giornalista direttore dell’Avanti, poi; infine, un abile uomo politico che sa intercettare il malcontento della vittoria mutilata e della borghesia frastornata dalle violenze del biennio rosso, con la fondazione dei Fasci italiani di combattimento, un movimento extraparlamentare estraneo e ostile al gioco dei partiti. Gli uomini che lo compongono sono accomunati da patriottismo e avversione al socialismo. La violenza fascista porta a centotrenta spedizioni punitive con otto morti, a decine di sezioni socialiste distrutte, a diciassette amministrazioni comunali di sinistra disciolte.
La presa del potere avviene il 28 ottobre 1922, attraverso la Marcia su Roma, un evento rivoluzionario sui generis: se il Re avesse voluto, sarebbe bastato un solo reparto dell’Esercito per disperdere i fascisti che, alla spicciolata, in un chiassoso disordine, stavano raggiungendo Roma. Ma il Re non volle, punto! Il fascismo nasce extraparlamentare (1919), governa inizialmente con l’appoggio della borghesia e adotta politiche liberali (1922 – 1924), diventa dittatura dopo il delitto Matteotti (1924 – 1938), si scava la fossa da solo con l’abbraccio mortale a Hitler (1938 – 1943) e si spegne a Salò con la Repubblica Sociale Italiana (1943 – 1945). Il suo capo sarà catturato durante una vile fuga verso la Svizzera e fucilato, senza processo, dai partigiani il 28 aprile 1945.
Il nazismo
Lo Stato nazionalsocialista (1933-1945) si basa sulle dottrine elaborate da Adolf Hitler (influenzate da quella nazionalista), sull’esperienza del fascismo e sulla superiorità della razza ariana (il popolo tedesco è superiore a tutti gli altri e deve tornare ad essere protagonista sulla scena mondiale). Porta al sovvertimento e alla negazione dei principi costituzionali della Repubblica di Weimar, delle libertà individuali e delle autonomie collettive. È una forma di Stato totalitaria con piena identificazione del partito con le istituzioni. Quest’ultime non esistono più: qualsiasi disposizioni legislativa o amministrativa è adottabile e, successivamente, adattabile dal capo del nazismo, senza limiti legali costituiti. Se il fascismo valorizza senza riserve il concetto di Stato, che funziona attraverso delle regole ben precise, per il nazismo esso viene concepito come strumento per la realizzazione delle finalità politiche del movimento.
Il nazismo è una persona, è Adolf Hitler, il Führer, austriaco di nascita, imbianchino di professione, reduce di guerra con il grado di caporale; un abile uomo politico che sa intercettare il malcontento della disfatta militare del Primo conflitto mondiale, che porta alla caduta dell’Impero e alla nascita della Repubblica di Weimar. Il nazismo ha una bibbia: il Mein Kampf (La mia battaglia), libro scritto da Hitler, in carcere, nel 1924, dopo un fallito colpo di Stato. Il programma politico è basato sulla pretesa di riscattare la Germania, la quale ha una disoccupazione dilagante e un’inflazione galoppante (nel 1919 occorrono 70 marchi per acquistare un dollaro, nel 1923 4 miliardi) e sul becero razzismo verso gli ebrei, che porterà all’Olocausto.
La presa del potere avviene nel gennaio 1933: il Presidente della Repubblica, Hindenburg, debole e desideroso di conservare la sua carica, in mezzo alla tempesta politica, nomina Hitler Capo del governo. Solo un illuso può pensare che i nazisti, una volta raggiunto il potere, accettino le regole del gioco parlamentare. Hitler, appena insediatosi, dà il via, infatti, al terrore nazista, che durerà dal 1933 al 1945, basato su spietate rappresaglie, rastrellamenti, omicidi di avversari, garantiti da due fedelissimi corpi di polizia: le SS (reparti di difesa, guardie personali di Hitler) e la Gestapo (la potentissima polizia segreta).
I sindacati vengono disciolti, le donne private del voto; sono soppressi tutti i partiti; la stampa, la radio, le scuole sono posti sotto controllo ferreo; i ragazzi sono irreggimentati nei movimenti giovanili; nelle piazze si fanno roghi di libri scritti da ebrei e comunisti; intellettuali e artisti sono costretti a emigrare (Einstein, premio Nobel nel 1921, venne definito un ciarlatano). Il nazismo cade nel 1945, il 30 aprile, quando il Führer si suicida, mettendo fine a dodici anni di follia, costati milioni di morti innocenti.
Da Benedetto XV a Pio XI
Il pontificato di Benedetto XV (1914-1922) si caratterizza per l’impegno internazionale della Santa Sede, con la ripresa dei rapporti con la Francia, il Portogallo, la Germania e gli Stati balcanici; per il superamento, nei fatti, del non expedit; per i tentativi di porre fine alla Grande guerra, definita «l’inutile strage» (il Papa sollecita l’assistenza dei prigionieri e delle popolazioni colpite, anche dopo il conflitto); per l’istituzione della Congregazione dei seminari e delle università, nel 1915; per la promulgazione, nel 1917, del Codice di diritto canonico; per l’enciclica Maximum illud del 1919, con cui sollecita la formazione del clero indigeno ed esorta al rispetto di tutte le culture.
Sotto il pontificato di Papa Della Chiesa iniziano le apparizioni mariane di Fatima; in Russia, tra il 24 e il 25 ottobre 1917, prendono il potere i bolscevichi; nel 1919, don Sturzo fonda il Partito Popolare, padre Gemelli l’Università Cattolica e Mussolini, a Milano, i primi fasci di combattimento; nel 1920, a Livorno, nasce il Partito Comunista Italiano. E’, il suo, un pontificato decisivo per le sorti della Chiesa, troppe volte dimenticato dai libri di storia. Gli succede il lombardo Achille Ratti, già Arcivescovo ambrosiano, che sale al soglio con il nome di Pio XI.

Il nuovo Pontefice si affaccia per la prima volta, dopo la sua elezione, alla loggia di San Pietro, il 6 febbraio 1922: è, il suo, un gesto di distensione, perché i suoi tre predecessori, per protesta contro lo Stato italiano, benedirono la folla dall’interno, senza farsi vedere. Benito Mussolini, allora direttore del Popolo d’Italia, vi scorge un segno di novità, di vitalità e compattezza della Chiesa nel voler risolvere l’annosa Questione romana. Non si deve dimenticare che il futuro Duce, in questo frangente storico, è ancora un anticlericale feroce (in gioventù scrisse addirittura un romanzo dal titolo Claudia Particella, l’amante del cardinale) e che altrettanto è il fascismo, il quale, tra le altre cose, si propone lo «svaticanamento dell’Italia», nonché «l’abolizione della legge delle Guarentige, seguita dal fermo invito a Sua Santità di sloggiare da Roma e di rientrare ad Avignone».
Mussolini al Governo con l’appoggio dei popolari
Quando, nel 1919, si tengono le elezioni politiche per il rinnovo della Camera, tutti i candidati fascisti, incluso Mussolini, non sono eletti; ne seguirà una riflessione del futuro Duce, il quale, da ateo furibondo e mangiapreti, modererà le posizioni verso la Chiesa, al fine di presentarsi come uomo d’ordine, per trovare appoggio nelle gerarchie ecclesiastiche, preoccupate per i disordini nelle campagne, creati da socialisti e comunisti. È l’inizio della tiepida conversione.
Nel 1921, i risultati, infatti, arrivano: inserendo candidati fascisti nelle liste di Giolitti, alle nuove elezioni, entra alla Camera come capodelegazione di trentacinque deputati. Il 21 giugno del medesimo anno, dichiara a Montecitorio: «Io penso e affermo che l’unica idea universale che oggi esista a Roma è quella che irradia dal Vaticano». La conversione, più o meno convinta, è completa. Il passo per conquistare il potere è breve. Il 22 ottobre 1922 è il giorno della Marcia su Roma, la quale permette a Mussolini di diventare Presidente del Consiglio dei Ministri con un programma basato sul ristabilimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, con l’appoggio dei notabili Giolitti, Croce, De Nicola e Orlando.
Il Cardinal Pietro Gasparri, Segretario di Stato di Pio XI, commenta favorevolmente il primo discorso del Presidente del Consiglio, concluso alla Camera con un inatteso «Dio ci aiuti!». Il porporato afferma: «È da oltre mezzo secolo che un Primo ministro non aveva il coraggio di invocare Dio in Parlamento». Di fronte al fascismo, non ancora dittatura, i cattolici sono comunque divisi: sono ostili alcuni uomini del Partito Popolare (padre Giulio Bevilacqua, maestro spirituale del futuro Papa Montini, già nel 1921, indica i quattro muri invalicabili tra cattolici e fascismo: «la violenza dell’odio, il retrivo conservatorismo sociale, l’anticlericalismo rancido degno degli incartapecoriti cervelli massonici, la pretesa di monopolizzare il patriottismo»); altri sono per un cauto appoggio al fine di normalizzare il movimento, costringendolo al rispetto dello Statuto albertino.
Anche qualche esponente della gerarchia ecclesiastica fa credito a Mussolini, specie quando rimette nelle sedi pubbliche il crocifisso (estromesso dai liberali e dai socialisti) e ristabilisce, mediante la riforma Gentile, nel 1923, l’insegnamento della religione alle scuole elementari. Ma è solo la quiete prima della tempesta, perché, sempre nel 1923, alcuni fascisti uccidono don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, nel ferrarese; nel 1924, don Luigi Sturzo deve prima dimettersi da segretario del Partito Popolare e poi è costretto all’esilio; e centinaia di giovani dell’Azione cattolica vengono aggrediti e malmenati, con successive minimizzazioni da parte delle gerarchie fasciste, le quali parlano di episodi locali e marginali. Dopo la tempesta ecco, di nuovo, la quiete con la risoluzione, dopo sessant’anni, della Questione romana, attraverso la firma, l’11 febbraio del 1929, dei Patti del Laterano.
11 febbraio 1929: la firma dei Patti lateranensi
L’idea di un accordo fra Chiesa e Stato aveva fatto un certo cammino già prima del fascismo, subito dopo la Prima guerra mondiale, attraverso incontri ufficiosi tra politici italiani e alti prelati: la stessa benedizione di Pio XI dalla loggia esterna della Basilica di San Pietro era un gesto distensivo che andava proprio in questa direzione. Arrivato al potere, Mussolini ha un primo colloquio con il Cardinal Gasparri nel 1923, per rompere il ghiaccio e, nel 1925, il senatore cattolico Carlo Santucci redige il primo progetto di accordo da sottoporre al Vaticano.

Queste sono le premesse, ma l’occasione per l’avvio delle trattative formali si ha nel marzo del 1926, quando una lettera del Papa, in tema di legislazione ecclesiastica, viene sfruttata dal Duce affinché s’intavolino trattative ufficiali per sistemare, una volta per tutte, i rapporti tra Stato e Chiesa. I negoziati iniziano nell’agosto del medesimo anno, ma, quando l’intesa sembra vicina, si riscontrano reciproche perplessità: la Santa Sede perché preoccupata per il carattere autoritario del regime (le leggi repressive del novembre 1925, gli attacchi violenti ai cattolici, la nascita dell’Opera Balilla che minaccia l’esistenza dell’Azione Cattolica e la soppressione dei Giovani esploratori); il regime perché ha, al suo interno, forze massoniche, collegate alla monarchia sabauda.
Nel maggio 1928, però, i negoziati riprendono: alla Chiesa preme il Concordato per normare, attraverso il diritto internazionale, il riconoscimento delle organizzazioni cattoliche, l’insegnamento della religione nelle scuole, il matrimonio religioso; alla dittatura, invece, preme la firma del Trattato per avere un successo da spendere internazionalmente (infatti, risolvere la Questione romana, dopo sessant’anni di dispute non sempre pacifiche, non è cosa da poco, con la ciliegina sulla torta del riconoscimento, da parte di Pio XI, di Roma capitale d’Italia).
Alla fase conclusiva dell’accordo partecipano direttamente Mussolini e il Cardinal Gasparri: l’11 febbraio del 1929 arriva la firma dei Patti lateranensi, composti di un Trattato, un Concordato e una Convenzione finanziaria. È un successo eclatante per il regime: finalmente è siglata la pace con la Chiesa, la madre dell’Italia; all’estero Mussolini è considerato un novello Costantino, restauratore della pace religiosa nella capitale del cattolicesimo; tutti ne tessono le lodi, dagli Stati Uniti a Churchill, il quale, dopo una visita in Italia, afferma «se fossi italiano penso che sarei fascista». Successo che Mussolini capitalizza subito indicendo nuove elezioni per il rinnovo della Camera, che si tengono il 24 marzo 1929. Il sistema di voto è semplice: si vota sì oppure no al listone mussoliniano. Come in ogni dittatura i risultati non poterono che essere plebiscitari: 8.000.000 sì contro 135.000 no.
“Un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare”
Dopo la firma dei Patti, la vulgata sostiene che Pio XI definì Mussolini «l’uomo della Provvidenza». Ma è davvero così? L’affermazione corretta è differente. Parlando, il 13 febbraio, a docenti e allievi dell’Università Cattolica di padre Gemelli, il Santo Padre loda la risoluzione diplomatica della Questione romana, che durava da mezzo secolo, e su Mussolini pronuncia le seguenti parole: «E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale».
L’elogio al politico c’è, ma è misurato. A spegnere l’infatuazione dei cattolici per il fascismo ci penserà, però, Mussolini stesso in un discorso tenuto dopo l’insediamento della nuova Camera. Il Duce afferma: «Nello Stato, la Chiesa non è sovrana e non è nemmeno libera (…) Il cristianesimo è una delle tante sette che fiorivano nell’ambiente arroventato della Palestina (…) Nell’educazione dei giovani noi siamo imbattibili (…) In tre mesi io ho sequestrato più giornali cattolici che nei sette precedenti (…) Il regime è vigilante, nulla gli sfugge».
Il Papa non farà attendere la risposta, che arriva il 14 maggio. Egli giustifica la pace con l’Italia con la necessità di «salvare qualche anima e d’impedire maggiori mali». Non contento, due settimane dopo, in una lettera al Cardinal Gasparri manifesta risentimento per le parole «dure, crude, drastiche» usate da Mussolini e per le «espressioni di nessuna rinuncia, nessuna concessione dello Stato alla Chiesa, di non perduto controllo, di conservati mezzi di vigilanza su di essa, sul clero diocesano e regolare, quasi si trattasse di gente sospetta a dir poco».
Realista, senza ombra di dubbio, fu don Primo Mazzolari, il quale, a proposito degli accordi del 1929, scrisse: «Ci sposiamo senza amarci. Ci separeremo al più presto». Sta di fatto che, con i Patti Lateranensi, nasce lo Stato della Città del Vaticano, un micro Stato posto sotto la sovranità assoluta del Papa, con un territorio di 0,44 chilometri quadrati nella zona occidentale di Roma, composto da un complesso di palazzi e di giardini situato intorno alla Basilica di San Pietro, racchiuso nelle mura leonine, la cui amministrazione è affidata ad un governatore nominato dal Pontefice regnante; Stato dotato di una bandiera bianca e gialla, riportante la tiara papale e le chiavi petrine. La sovranità su questa piccolo lembo di territorio romano permetterà, al successore di Pio XI, di salvare migliaia di ebrei dai campi di concentramento.
La Chiesa e il nascente nazismo
In Germania, nei medesimi anni, Adolf Hitler spinge per conquistare il potere, cosa che accadrà nel 1933. Il nazional-socialismo, per molte cose, si rifà al fascismo, ma la sua filosofia è contrassegnata da un forte razzismo verso gli ebrei, senza tralasciare quello per i cristiani (cattolici o protestanti poco importa), «perché Gesù il Nazareno è pur sempre un ebreo».
Durante il pontificato di Pio XI, la Santa Sede stipula più concordati nei pochi anni che vanno dal 1922 al 1935 che nei decenni antecedenti la Prima guerra mondiale. Questo perché Pio XI è un papa poco incline al liberalismo, pertanto sente la necessità di codificare, una volta per tutte, i rapporti tra Stato e Chiesa, aiutato in ciò dal suo Segretario di Stato, il Cardinal Gasparri, eminente giurista, artefice del Codex iuris canonici del 1917, portato, perciò, a dare rilevo all’azione della Santa Sede mediante strumenti istituzionali e giuridici di valenza internazionale.
Questa esigenza, avvertita anche dall’episcopato tedesco, porta alla firma, il 20 luglio del 1933, del Concordato tra Santa Sede e Governo nazista, su iniziativa e pressione del vice-cancelliere tedesco, il cattolico Von Papen; firma che porterà gli ambienti cattolici all’illusione di poter frenare il nazismo, garantendo alla Chiesa un piccolo margine di libertà d’azione pastorale. A dispetto del Concordato, il governo nazista, da subito, attua una politica repressiva verso il clero, la stampa, le scuole cattoliche, imponendo alle stesse di impartire un insegnamento neopagano.
Il Concordato, firmato per la tutela della libertà della Chiesa e a servizio del pacifico sviluppo e benessere del popolo tedesco, è contraddetto dalle macchinazioni che mirano all’annientamento della Chiesa: il ministero sacerdotale è intralciato; molte case di religiose vengono chiuse; la stampa cattolica è, in gran parte, soppressa; è incoraggiata la propaganda calunniatrice del sacerdozio e del cristianesimo e l’apostasia con pressioni occulte e palesi. Molti si lasciano prendere dalla paura, dalle lusinghe e dalle minacce, sicché si conformano al nuovo ambiente; permane, comunque, una schiera di fedeli, di sacerdoti, di membri dell’associazionismo, di genitori, di giovani che, pur sottoposti a diffidenza e vigilanza e a prezzo di sacrifici dolorosi, soffre in silenzio e prega.
«In un’ora decisiva», Pio XI rivolge a questi suoi figli un invito a «riempire tutto l’animo dello spirito eroico, paziente e vittorioso che si irradia dalla Croce di Cristo»: è la famosa ed energica enciclica Mit brennender sorge (Con cocente dolore) del 14 marzo 1937, un documento la cui bozza fu scritta dal Cardinal Faulhaber, arcivescovo di Monaco, e corretta dal nuovo Segretario di Stato, il Cardinal Pacelli. Riferendosi alla lotta dei nazisti contro l’Antico Testamento, in quanto testo ebraico e quindi inammissibile nel Reich, Pio XI scrive: «Chi vuole banditi dalla Chiesa e dalla scuola la storia biblica e i saggi insegnati nell’Antico Testamento bestemmia la parola di Dio».
E ancora: «Il credente ha un diritto inalienabile a professare la sua fede e a praticarla in quella forma che ad essa conviene. Quelle leggi, che sopprimono o rendono difficile la professione e la pratica di questa fede, sono in contraddizione col diritto naturale e, nella loro intima essenza, immorali». Il 1937 è un anno memorabile, nella storia della Chiesa, per le denunce, dettagliate e impressionanti, del Papa regnante contro le persecuzioni subite e contro le dottrine che le ispirano, ossia comunismo e nazismo. In quindici giorni, dal 14 marzo, si susseguono, come parti di un unico progetto, tre lettere encicliche dirette ai «Venerabili fratelli» (i vescovi di tutto il mondo): la già citata Mit brennender sorge (sulla condizione della Chiesa cattolica nel Reich germanico), la Divini Redemptoris (sul comunismo ateo) e «Sulla situazione religiosa nel Messico».
«Non abbiamo bisogno»
In Italia le cose non vanno meglio: dopo le sortite anticlericali del 1929 di Mussolini, nel 1931 si attua l’offensiva contro l’Azione Cattolica, i cui circoli, secondo i fascisti, sono covi di politici popolari. Dopo i primi attacchi a molte sedi, il nunzio apostolico protesta e Mussolini fa chiudere, di tutta risposta, i gruppi giovanili e le federazioni universitarie (5.000 circoli maschili e 10.000 femminili): imponenti forze di polizia sigillano sedi, perquisiscono archivi, in cerca di prove della «congiura clericale».
IL 29 giugno 1931, Pio XI, in risposta a questi fatti, scrive l’enciclica Non abbiamo bisogno, il cui passo centrale definisce il fascismo: «una vera e propria statolatria pagana, non meno in contrasto con i diritti naturali della famiglia che con i diritti soprannaturali della Chiesa (…) un programma che misconosce, e combatte e perseguita l’Azione cattolica, che è dire quanto la Chiesa e il suo Capo hanno di più caro e prezioso». Dopo l’ondata vessatoria e la successiva protesta papale, si arriva all’accordo del 2 settembre 1931, con la rinascita dei disciolti circoli sotto l’egida di una più spiccata apoliticità: un compromesso definito la seconda conciliazione. Più forma che sostanza!
Il fascismo ormai è regime: la maggior parte della gerarchia cattolica ne è attratta; abbondano le espressioni di ossequio, dalla battaglia del grano, all’impresa d’Etiopia, passando per la guerra in Spagna. E per non parlare della campagna denominata «oro alla Patria», alla quale sacerdoti e vescovi, talora per servilismo ingenuo, talaltra per tornaconto carrieristico, aderiranno. Monsignor Calchi Novati, Vescovo di Lodi, in una circolare diramata ai sacerdoti della diocesi invita «tutti i suoi figli spirituali» a dare il proprio contributo alla Patria. Anch’egli fa la sua offerta, ma non tutto il clero vede nella conquista dell’Abissinia una specie di guerra santa, ingaggiata per portare la civiltà (tra l’altro in una nazione che era l’unica cristiana di tutto il continente africano).
Anche in questo contesto viene in soccorso il pensiero di don Primo Mazzolari, il quale scrisse: «Il nostro giudizio come cristiani è già fatto. La guerra è calamità e peccato. Io quindi non la posso volere come si vuole bene, non la posso tantomeno desiderare, coltivare, esaltare. La depreco, l’allontano, la condanno inesorabilmente come opera della carne, mentre frutto dello Spirito è la pace». Verso la fine degli anni Trenta, Mussolini, inizialmente “maestro” di Hitler, ne diventa succube. Segno drammatico di questa sudditanza sono le leggi antisemite italiane, ispirate a quelle naziste, approvate il 7 novembre 1938.
Quando esse erano ancora nell’aria, Pio XI, in un polemico discorso, si fa la retorica (ma non troppo) domanda del perché mai l’Italia senta il bisogno di imitare la Germania. La replica di Mussolini non tarda: «Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni o peggio a suggestioni sono dei poveri deficienti». Per Mussolini Pio XI è un deficiente! In tutta risposta, Pio XI, nel maggio del 1938, quando Hitler è a Roma in solenne visita di Stato, per protesta, se ne va a Castel Gandolfo e nel successivo discorso natalizio deplorerà «la recente apoteosi preparata in questa stessa Roma a una croce, nemica della croce di Cristo».
Il distacco della Chiesa italiana dal regime è ormai evidente. Alla morte di Pio XI, Mussolini rifiuterà, addirittura, di visitarne la salma. I rapporti non migliorano con il successore, Pio XII, i cui sforzi per tenere l’Italia fuori dal Secondo conflitto mondiale esaspereranno il dittatore, ansioso di sedere al tavolo della pace per spartirsi il bottino. L’entrata formale in guerra dell’Italia del 10 giugno 1940 porta alla formale rottura tra il mondo cattolico e il regime fascista. E come la storia insegna, in Italia, senza l’appoggio della Chiesa i governi non durano.

Pio XII, il “pastore angelico”
Quando il 10 febbraio 1939 muore Pio XI, tutti pensano che il successore sarà il Cardinale Eugenio Pacelli. E così fu: del resto anche l’anziano Pio XI aveva fatto comprendere chiaramente che per la successione il suo preferito era il suo Segretario di Stato. Il conclave si riunisce la sera del 10 marzo, alla presenza di sessantadue cardinali e si chiude la sera del giorno successivo con l’elezione del Principe Pacelli, che prende il nome di Pio XII.
La sua è una personalità eminente: è un prelato dotto e pio, signorile e austero; gli manca solo una diretta esperienza pastorale, compensata, però, da una rapida percezione delle esigenze sacerdotali. Fin dalla sua prima omelia pasquale da Papa, ammonisce «che ove al nobile scettro della giustizia si sostituisca l’arma della violenza, nessuno potrebbe meravigliarsi di veder apparire all’orizzonte, invece dell’attesa alba di pace, foschi bagliori di guerra».
IL 20 ottobre 1939 pubblica la sua enciclica programmatica Summi pontificatus. Da un mese e mezzo è scoppiato il Secondo conflitto mondiale, causato dall’attacco alla Polonia dei tedeschi, con il successivo intervento anglo-francese: in tale contesto, Pio XII orienta l’azione pastorale sull’unità degli uomini di buona volontà, sulla necessità di armoniche relazioni fra gli uomini, sulla pacifiche relazioni fra Stati, sul dovere di rendere testimonianza (sempre) alla verità e sulla salvaguardia dell’operato della Chiesa, la quale deve essere sempre libera di operare pastoralmente, senza condizionamenti politici.
Il Papa ha a cuore la persona, la famiglia, il lavoro e la giustizia, tematiche che si ricollegano alla guerra, anzi alla necessità della pace, diritto divino, insindacabile. Nei suoi interventi, invita sempre a vincere l’individualismo, l’odio, la sfiducia, l’utilitarismo; fissa nella libertà il fulcro di ogni ordinamento nazionale e internazionale, affinché poggino su basi etiche; precisa i criteri e le guida per dirimere gli squilibri economici mondiali. Sono concetti ripetuti ai politici, ai capi di Stato e di governo che incontra. Non si ferma un attimo. Nell’insegnamento di Pio XII c’è una grande attenzione al sociale, cui sono strettamente collegate le tematiche della famiglia, del lavoro, della giustizia.
La democrazia viene presentata come un sistema capace di costruire non masse, ma un vero popolo dotato di anima. Pone al centro delle sue preoccupazioni l’attività caritativa e assistenziale, concretatasi moltiplicando i soccorsi ai prigionieri, ai dispersi, agli sfollati. Aiuta particolarmente gli ebrei, anche se poi sarà accusato di non aver fatto abbastanza. È una polemica pretestuosa o no? Sta di fatto che non sarebbe stato semplice scomunicare Hitler, la cui reazione sarebbe stata, sì, diretta verso la persona di Pacelli, ma anche e soprattutto verso milioni di cattolici della Germania e dell’Europa occupata, con danni e morte per altri innocenti.
Papa Pacelli dedica una cura speciale all’incolumità di Roma (la Città eterna, la sua Roma, la città dei papi e dei cesari) e in occasione dei due bombardamenti alleati dell’estate del 1943 accorre immediatamente sui luoghi danneggiati, incurante dei rischi. La posizioni politica del Pontefice, in Italia, è delicatissima: perché se è vero che il piccolissimo Stato vaticano è libero, esso, comunque, si trova incluso nel territorio dell’Italia fascista, ossia di un Paese in guerra. Il Vaticano, perciò, risente delle difficoltà annonarie, per non parlare del pericolo delle incursioni e degli sconfinamenti. Questa è una situazione che obbliga la Santa Sede a miracoli di equilibrio diplomatico fra i contendenti, dato che, per ispirazione evangelica, essa sta dalla parte degli Alleati.
Tra il 1939 e il 1945, il Papa intrattiene con il Presidente USA Roosevelt una fitta corrispondenza, incentrata sulla realizzazione di una politica internazionale, basata sulla pacifica coesione dei popoli, sul diritto di tutte le nazioni alla vita, sul disarmo e sul senso di responsabilità dei governanti. Quando il fascismo cade, prima e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, le complicazioni crescono, né vale la formula creativa di Roma città aperta per risolverle. Il buonsenso popolare dei romani continua, però, a guardare al Vaticano come a un punto d’orientamento: l’unica certezza è il Papa, non il Re, che, nottetempo, dopo l’armistizio, scappò a Salerno.
Le leggi razziali e l’opposizione della Chiesa
L’esplicito accenno alla superiorità degli italiani nei confronti dei «popoli da noi governati» trova un’opposizione forte nella Chiesa. Il 3 agosto del 1938, il ministro dell’Educazione Nazionale, Bottai, vieta l’iscrizione nelle scuole degli ebrei nel Regno e nelle colonie e il 2 settembre, tutti gli alunni e insegnati ebraici sono espulsi dalle scuole. La società italiana, nel suo complesso, si adegua tiepidamente alle leggi razziali (il mondo della cultura, invece, in modo vistoso e quasi plebiscitario), con essa anche una parte minoritaria dei cattolici in vista, mentre un’altra parte, maggioritaria, assume consapevolmente la posizione del Papa, che le condanna.
Nell’attuazione pratica delle leggi razziali prevale il senso di umanità e di carità cristiane verso le vittime, e parallelamente l’avversione più marcata all’ideologia razzista, specie quando iniziano le violenze e le deportazioni. Renzo De Felice scrive: «Negli ambienti cattolici si biasima apertamente tutta la politica antiebraica e questo biasimo, risaputo dalla popolazione, provoca una solidarietà verso gli ebrei che si manifesta in tutte le occasioni possibili».
Da parte sua Pio XII prende posizione immediatamente. In modo riservato, la Santa Sede avverte la segreteria di Mussolini che il Papa sta prendendo delle contromisure per contrastare le leggi razziali. Appena cinque giorni dopo la pubblicazione del Manifesto della razza, l’ambasciatore Pignatti comunica al ministero: «il Papa medita le contromisure da adottare dinanzi alla campagna anti-israelitica progettata dall’Italia».
E così è: alla fine del 1938 il Santo Padre dà disposizioni al Prefetto della Biblioteca Apostolica di prendere contatto con gli Stati Uniti, al fine di organizzare l’espatrio d’intellettuali ebrei. Ai rappresentati del fascismo che incontra dice: «che si vergognava come italiano ed era amareggiato come Papa. Lo dica pure a Mussolini. Il popolo italiano è diventato un branco di papere stupide qui sono diventati tutti come Farinacci (Monsignor Sergio Pagano su L’Osservatore Romano in data 19/12/2008, citando documenti dell’Archivio Segreto Vaticano)».
Nella curia romana, i più stretti collaboratori del Papa sono sulla linea di una decisa opposizione. L’ambasciatore d’Italia presso il Vaticano, il 12 dicembre del 1938, informa il Ministro degli esteri, Galeazzo Ciano, che le leggi razziali emanate hanno avuto forti ripercussioni nel Sacro Collegio, in maggioranza avverso al fascismo. L’ambasciatore riferisce che il Cardinal Pizzardo avrebbe raccolto, addirittura, una confidenza di un Papa molto turbato «per non aver compiuto il proprio dovere, per essersi lasciato trasportare dall’affetto nutrito per l’Italia, sua patria. E ancora di un Pio XI che «minaccia di fare prima di morire una cosa della quale l’Italia si sarebbe ricordata per un pezzo… Fra le eventualità possibili, un’enciclica contro il fascismo, addirittura di condanna del fascismo».
Un altro netto oppositore al regime è il Cardinal Idefonso Schuster, l’autorità religiosa più importante dell’Alta Italia. Pochi giorni dopo l’emanazione delle leggi razziali, il 13 novembre, prima domenica dell’Avvento ambrosiano, così comincia l’omelia nel Duomo di Milano: «E’ nata all’estero e serpeggia un po’ ovunque una specie di eresia, che non soltanto attenta alle fondamenta soprannaturali della Chiesa Cattolica, ma materializzando nel sangue umano i concetti spirituali di individuo, di nazione e di patria, rinnega all’umanità ogni altro valore spirituale e costituisce così un pericolo internazionale non minore di quello dello stesso bolscevismo: è il cosiddetto razzismo».
La Seconda guerra mondiale
La Seconda guerra mondiale sembra voler pianificare la cancellazione dell’immagine dell’uomo civile, attraverso l’annientamento del nemico (che deve avvenire in qualsiasi modo), il cui ricordo tuttora persiste nella memoria collettiva europea. Per la Chiesa di Pio XII è un periodo difficilissimo, poiché nemmeno l’autorità morale del Papa e le azioni concrete che vengono messe in atto da taluni episcopati riescono a mutare le sorti del conflitto e a salvare il popolo ebraico dal genocidio, una strage di sei milioni di persone a cui si aggiungono le bombe atomiche sganciate in Giappone: un vero macigno sulla coscienza dell’umanità.
Il Secondo conflitto mondiale, diversamente dal primo che fu una sorpresa e divampò lentamente, è atteso e temuto da anni: Hitler brama la guerra, vuole l’Europa ai suoi piedi. La paura aleggia nelle cancellerie di tutta Europa (vano è l’incontro a Monaco del 1938, tra Hitler, Mussolini, Daladier e Chamberlain nel quale si conviene di cedere i Sudeti alla Germania) e il neo eletto Pio XII, nell’agosto del 1939, pochi giorni prima dell’invasione della Polonia, a riprova di ciò, afferma che: «Nulla è perduto con la pace, tutto può essere perduto con la guerra».
Quando, poi, il 1 settembre del 1939, inizia con l’attacco tedesco alla Polonia, ben pochi s’illudono sulle dimensioni limitate del conflitto: due giorni dopo, infatti, Francia e Inghilterra entrano in guerra contro Hitler. Il mondo scivola verso il peggior disastro della sua storia con una sorta di paura mista a rassegnazione. «Era evitabile il bagno di sangue?» è la domanda che da decenni l’intera Europa si pone. Di certo fu la più crudele strage della storia umana, con battaglie combattute in quattro continenti (Europa, Asia, Africa e Oceania), con il quinto (quello americano) in cui gli Stati Uniti chiamarono alle armi milioni di uomini per inviarli soprattutto in Europa: mai tanti esseri umani fecero viaggi di massa tanto lunghi per andare in guerra.
I bilanci del conflitto parlano di sessanta milioni di morti tra militari e civili, unitamente a devastazioni morali e spirituali, che ancor oggi c’affliggono. Una guerra tremenda, che evoca le più efferate capacità di distruzione che l’uomo potesse ideare. Mai, prima del 1939-45, la dignità umana era stata offesa in tanti modi contemporaneamente, con la trasformazione dell’uomo in bestia, sia esso carnefice, vittima o spettatore.

La Resistenza cristiana
In tutti i Paesi europei assoggettati al nazismo e al fascismo i movimenti della resistenza registrano la partecipazione di uomini e donne di ogni stato sociale e anche di diversi orientamenti ideologici: dovunque i cristiani vi prendono parte, esprimendo un gran numero di figure luminose. Di certo meritano di essere ricordati, tra tanti, i giovani studenti cristiani tedeschi appartenenti al gruppo della Rosa bianca, minuscola comunità di lottatori, distrutta dal regime nazista con la decapitazione dei suoi membri (ispiratore di questi giovani è il vescovo di Munster, monsignor Von Galen, che Pio XII, nel 1946, nominerà cardinale); in Belgio, monsignor Suenes che sfugge, per poco, alla fucilazione con un gruppo di ostaggi; in Francia, la leggendaria figura del canonico Kir, capo di una rete di resistenti.
In Italia, il diretto contributo del clero alla lotta di liberazione è compatto, grazie allo stretto rapporto tra lo stesso e la popolazione. Ci sarà il sacrificio di più di duecento parroci, per tutti quello del curato di Boves, in Piemonte: il primo prete caduto per la liberazione, nel settembre del 1943, bruciato vivo con il lanciafiamme dalle SS. Il Papa, nel 1942, chiama i cristiani a una vera crociata, attraverso, il radiomessaggio per gli auguri del Santo Natale:
«Non lamento, ma azione è il precetto dell’ora; non lamento su ciò che è o che fu, ma ricostruzione di ciò che sorgerà o deve sorgere a bene della società. Dio lo vuole! (…) Vi esortiamo con scongiurante paterna insistenza non solo a comprendere intimamente l’angosciosa serietà di quest’ora, ma anche a meditare le sue possibili aurore benefiche e soprannaturali, e a unirvi e operare insieme per il rinnovamento della società in spirito e verità. Il cammino dalla notte a un luminoso mattino sarà lungo; ma decisivi sono i primi passi sul sentiero che porta sopra le prime cinque pietre miliari».
La ribellione dei preti è diversa da quella realizzata per motivi ideologici, di parte: accade spesso, infatti, che sacerdoti e religiosi si battano senza collegamenti politici, ergo non perché antifascisti o antinazisti, ma semplicemente perché preti. A conferma dei motivi pastorali per cui larga parte del clero partecipa alla lotta di liberazione, vi sono le testimonianze che attestano che, proprio nelle primissime ore di libertà, molti di questi preti si prodigarono in tentativi coraggiosi, spesso andati a buon fine, di evitare esecuzioni sommarie e vendette private, anche contro nazifascisti prigionieri e civili accusati di collaborazionismo. La resistenza dei sacerdoti è senza ideologia, accompagnata dal coraggio della fede.
L’Olocausto
Sono migliaia le lente processioni che da ogni contrada d’Europa avanzano verso un’unica meta: quella della morte dei campi di concentramento. È la terribile realtà della soluzione finale ordinata da Hitler. «Con l’eliminazione dei malati di mente, eufemisticamente detta eutanasia, e con la deportazione e lo sterminio degli ebrei europei, la dittatura nazista pervertì lo Stato di diritto in una misura che supera ogni immaginazione (L. Volk)».
Nei campi di concentramento c’erano anche i cattolici. Ricordiamo, trai i tanti casi luminosi, Edith Stein e padre Massimiliano Kolbe, figure cristiane che hanno in comune il sacrificio della vita, accettato, scelto e voluto. Edith Stein è una donna nata ebrea, divenuta, prima, cattolica e, poi, monaca carmelitana, morta nel lager di Birkenau tra l’8 e il 10 agosto del 1942, due mesi prima di compiere cinquant’anni. Viene da una famiglia di Breslavia (oggi Polonia), ultima di undici figli allevati dalla madre rimasta vedova ancora giovane (una donna di saldissima fede ebraica).
Nella prima giovinezza, Edith fa l’esperienza drammatica del dubbio e dell’ateismo. All’università di Gottinga, però, si riavvicina a Dio, alla scuola dei filosofi Husserl e Scheler. Grazia a loro supera il soggettivismo e arriva al contatto con la realtà, che le è chiarita grazie alla lettura attenta di Santa Teresa d’Avila, di San Giovanni della Croce e di San Tommaso d’Aquino. Nel 1922, si fa cattolica. La madre segue questa evoluzione senza interferire, ma con grande sofferenza interiore (né lei né la figlia cambieranno idea). Chiede di entrare nel Carmelo e per dieci anni le sarà opposto un rifiuto: sopporta con pazienza e continua a insegnare filosofia a Spira, in attesa del suo momento.
Il 14 ottobre del 1933, entra, finalmente, nel Carmelo di Colonia: è il punto più alto di contrapposizione con la madre e la famiglia. Edith Stein diventa Madre Teresa Benedetta della Croce, una straordinaria religiosa dotata di una spiritualità geniale e pura. Nel frattempo, gli ebrei in Germania sono perseguitati sempre più duramente e questa monaca di origine ebraica vive ancor più profondamente la sorte del suo popolo, che non abbandona nella prova. Teresa Benedetta della Croce sarà santificata da Giovanni Paolo II nel 1998, segno dell’ecumenismo per eccellenza, valida espressione della coerenza della fede, che trova senso e vitalità nella morte, a imitazione di Cristo.
Sedici anni prima, nel 1982, Giovanni Paolo II elevò agli onori degli altari un altro testimone di Cristo, morto nei lager nazisti: Massimiliano Kolbe, un prete polacco appartenente ai conventuali di San Francesco, una figura eccezionale di santità nel martirio. Ecco la sua storia. Il 14 agosto del 1941, un deportato fugge dal lager di Auschwitz e per punizione dieci altri prigionieri sono condannati a morte. Padre Kolbe è escluso, ma si fa avanti spontaneamente per salvare un padre di famiglia.
La morte comminatagli è tra le più atroci: è messo alla fame, il colpo di grazia sarà un’iniezione di acido fenico. Successivamente il suo corpo, insieme a quello di altri nove compagni, sarà incenerito. Ma che ci fa un francescano in un campo di concentramento insieme agli ebrei? La sua storia parte da lontano, ben prima dell’invasione della Polonia da parte dei tedeschi. Padre Massimiliano è un personaggio di fama nazionale, perciò i nazisti, in virtù del suo cognome tedesco, gli chiedono di collaborare. Ottengono una risposta chiara e precisa: «non voglio privilegi, sono polacco». Questo netto rifiuto è il motivo della deportazione: prima in una cella della polizia segreta, poi ad Auschwitz.
Nella prigionia, da lui, non si è mai udita una parola di pentimento per la scelta di aver rifiutato di collaborare con gl’invasori nazisti. Anzi, si dà da fare per aiutare i compagni a vivere e qualche volta riesce a farli cantare nell’inferno della prigionia. Il suo testamento è in una parola detta al dott. Stemmler, il medico del lager che sa solo odiare: «L’odio non costruisce nulla. Solo l’amore crea».
«Un uomo grigio, dalla grigia e asciutta oratoria senza pennacchi»
Alcide De Gasperi è una grande uomo, un grande politico; è il padre nobile dell’Italia repubblicana, l’unificatore, il pacificatore del post conflitto; è colui il quale, con un cappotto prestatogli, andò negli USA per colloquiare con il Presidente americano sulle sorti future (democratiche ed economiche) dell’Italia, alla vigilia del 18 aprile 1948, quando il Fronte popolare, grazie ad un forte aiuto della Chiesa, sarà sconfitto. E’ l’uomo che getta le basi del miracolo economico della Penisola e le cui politiche internazionali lungimiranti permettono all’Italia governi moderati.
Così lo tratteggia Indro Montanelli: «Dalla penombra l’Italia della guerra perduta vide emergere questo personaggio inconsueto, e che proprio per questo forse l’assicurò assai. De Gasperi era anomalo: e questa fu la ragione prima della sua sostanziale solitudine, nel partito, nella classe politica, nel Paese. Era un uomo grigio, dalla grigia e asciutta oratoria senza pennacchi, dagli occhi grigi, dal volto di pietra, grigia anch’essa. Non era un uomo d’ideologia, era un uomo d’ideali, che sono cosa assai diversa. Era un borghese rimasto irriducibilmente tale, anche nelle ristrettezze d’un bilancio familiare quasi da fame, perché fedele a determinati valori di decoro e a determinati principi di moralità. Era un conservatore. Era un uomo dotato del senso dello Stato. Mai si arricchì. Era un politico: con le sue astuzie, i temporeggiamenti, i compromessi e se proprio era indispensabile, le bugie del “buon” politico. Ma della politica evitò sempre due rischi: il potere pel potere, e il successo personale, ottenuto sulla pelle dell’Italia. I suoi errori furono onorevoli. Come le sue sconfitte».
De Gasperi conosce bene le divisioni fra i popoli, le guerre, le violenze, la fame, la povertà, essendo nato il 3 aprile 1881 a Pieve Tesino, nel Trentino parte dell’Impero austro-ungarico (quest’anno ricorrono i settant’anni dalla morte, avvenuta, sempre in Trentino, questa volta italiano, il 19 agosto 1954 a Sella di Valsugana). Dopo gli studi universitari a Vienna, partecipa, nel 1904, alla fondazione dell’Unione politica popolare del Trentino, una formazione d’ispirazione cristiana. Diviene deputato al Parlamento di Vienna nel 1911. Dopo la Prima guerra mondiale, tornato il Trentino all’Italia, partecipa all’attività del Partito Popolare e collabora strettamente con il fondatore, don Luigi Sturzo. Nel 1921 è eletto deputato e l’anno seguente si sposa con Francesca Romani, dalla quale avrà quattro figlie. Segretario del partito durante i mesi dell’Aventino, è poi costretto a dimettersi dall’incarico e subisce un anno di carcere; quindi dal 1929, lavora presso la Biblioteca vaticana, in territorio protetto.
Durante il Secondo conflitto mondiale collabora alla stesura dei programmi del nascente partito, quella Democrazia Cristiana che per decenni governerà l’Italia e di cui ne diverrà indiscusso leader. Nell’Italia che emerge dalle ceneri del fascismo diviene, prima, Ministro degli esteri e, poi, Presidente del Consiglio, dal 1945 al 1953: dapprima guida un gabinetto comprendente i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, poi, dal maggio del 1947, guida governi centristi (durante questi anni l’Italia si dà una Costituzione repubblicana, consolida la democrazia interna e avvia la ricostruzione economica).
In lui matura, da subito ma progressivamente, la volontà di far aderire l’Italia, come Paese fondatore, a un progetto di cooperazione economica e in chiave difensivistica (siamo in piena guerra fredda): nasce così la Comunità europea del carbone, il cui trattato istitutivo sarà firmato a Roma nel 1951. L’anno successivo chiede, ma senza successo, che il progetto della Comunità di difesa si trasformi in una più ampia istituzione politica. Nel 1954, poco prima di morire, ricopre, per breve tempo, la carica di Presidente dell’Assemblea della CECA.
Per questo De Gasperi è inserito nel novero dei padri fondatori dell’Europa assieme a Schuman e Adenauer, anch’essi politici cristiani. L’impegno per la ricostruzione dell’Italia, rinata dalle ceneri della guerra, viene accostato alla sua politica fortemente europeistica, la quale sorge sia dalla consapevole visione internazionale delle sfide politiche in atto nel secondo dopoguerra, sia dalla volontà di inserire l’Italia nel quadro dell’Europa occidentale e, non da ultimo, in relazione alla sua visione universalistica e cristiana della politica, che affonda le radici nella sua forte fede in Gesù.
L’amico Robert Schuman, poco dopo la sua morte, così lo ricordò: «Le sue iniziative era collegate a idee che si ponevano al di sopra della contingenza del momento: tutta la sua azione discendeva dai principi che egli aveva accettato una volta per tutte. La vita religiosa, la democrazia, l’Italia e l’Europa erano per lui postulati di una fede profonda e indefettibile».
Il ricordo del Presidente Mattarella
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alle cerimonie in occasione dei settant’anni dalla dipartita dello statista trentino, lo ricorda come figlio di più culture («De Gasperi difese l’italianità del suo popolo e profuse il suo impegno politico nell’affermazione di altrettanta tutela dei diritti di ogni comunità»), strenuo difensore della libertà («Pagò con la carcerazione la sua opposizione nei confronti dell’affermazione del regime fascista»), sempre perseguita sui fragili equilibri del dopo Seconda guerra mondiale («La sua abilità di statista si rivelarono impareggiabili all’indomani della Seconda guerra mondiale, dove in seno a complessi negoziati internazionali, seppe raggiungere equilibri che affermano nuovamente la dignità dell’Italia»), fautore dell’integrazione europea («si deve alla sua lungimiranza anche l’adesione dell’Italia all’Alleanza Atlantica, strumento di consolidamento delle democrazie, così come, nello stesso tempo, l’avvio del processo d’integrazione europea – suo costante obiettivo – in cui la Repubblica italiana svolse un ruolo di primo piano, tramandando alle generazioni percorsi di pace»).
Dobbiamo molto al sette volte Presidente del Consiglio: gli dobbiamo una buona politica basata sull’onore, la dignità e la corretta gestione della cosa pubblica, grande esempio di correttezza e di senso cristiano del vivere pubblico. «Il tallone d’Alcide – come scrive Marcello Veneziani sul quotidiano La Verità – resta il caso Guareschi, quando quest’ultimo aveva sostenuto nel ’48 la battaglia elettorale di De Gasperi contro il Fronte popolare (vinse grazie ai comitati civici di Gedda, l’attività delle parrocchie, il Piano Marshall) ed era stato decisivo, con i suoi slogan anticomunisti, e la sua campagna sul suo settimanale Candido». L’imperfezione è umana: sta di fatto che con lui nasce il politico cristiano!
«Dalla sofferenza possiamo imparare molto»
Come scriveva il Cardinale Carlo Maria Martini nelle Conversazioni notturne a Gerusalemme «Sono peccati del mondo anche le catastrofi naturali che falciano migliaia di persone. Ho constatato più volte, tuttavia, che proprio questo male risveglia molte forze positive (…) intuiamo che dalla sofferenza possiamo imparare molto». La Seconda guerra mondiale, con tutto ciò che generò, non fu di certo una catastrofe naturale, ma come tutte le catastrofi falciò milioni di persone, lasciando sofferenza in ogni continente, che, però, presto si trasformò in un risveglio di forze positive, le quali portarono alla cooperazione internazionale e al comunitarismo europeo, per la realizzazione di un mondo senza più guerre (di certo un’utopia, ma alla quale bisogna necessariamente tendere). Politiche che permettono agli europei di vivere in pace (quanto meno nel territorio dell’Unione Europea) e che trovarono il più alto momento realizzativo nella costituzione della Comunità Economica, tanto voluta da Alcide De Gasperi. La storia, con le sue sofferenze, dà lezioni e da queste s’impara.
Bibliografia essenziale:
Andrea Tornielli, Pio XII, Edizioni Piemme S.p.A., Casale Monferrato, 2001.
Antonio Spinosa, Hitler, Edizioni Piemme S.p.A., Casale Monferrato, 2001.
Giorgio Angelozzi Gariboldi, Pio XII, Hitler e Mussolini. Il Vaticano fra le due dittature, Mursia, 1988.
Emanuele Maestri, Il Risorgimento di Pio IX, Linee Infinite edizioni, anno 2010.
Emanuele Maestri, Alla ricerca di Dio… (L’Italia del miracolo: l’Italia di Alcide De Gasperi da pagina 91 a pagina 94), Parrocchia dei Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini, Sant’Angelo Lodigiano 2006.
Gianni Borsa, Il ricordo. Alcide De Gasperi, 70 anni fa la morte: a Caviaga la visita con Mattei nel 1950, Quotidiano Il Cittadino, 20 agosto 2024.
Joachim C. Fest, Hitler. Il Fuhrer e il nazismo, BUR Supersaggi, luglio 1995.
Marcello Veneziani, Ritratti distorti. Non ci provate: non è mai esistito il compagno De Gasperi, Quotidiano La Verità, 20 agosto 2024.
Renzo De Felice, Mussolini il duce, Mondadori, Casale Monferrato, aprile 2006.
Letture consigliate:
Emanuele Maestri, Il Vaticano tra fascismo e nazismo – da pag. 335 a pag. 371 Quaderno di Critica e Cultura Novecento, a cura di Raffaella Bonsignori e Francesca Andruzzi, dicembre 2024.
Joachim C. Fest, Hitler. Il Fuhrer e il nazismo, BUR Supersaggi, luglio 1995.
Renzo De Felice, Mussolini il duce, Mondadori, Casale Monferrato, aprile 2006.







