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Home Storia Contemporanea

La campagna in Africa Orientale Italiana nella Seconda Guerra Mondiale

In pochi mesi l’Impero dell’Africa Orientale Italiana si sfalda sotto i colpi delle truppe del Commonwealth e dei coraggiosi guerrieri etiopi. Incredibili errori unitamente ad atteggiamenti rinunciatari e disfattisti si sono alternati ad incredibili esempi di puro eroismo. Similmente tra le truppe coloniali si sono registrate diserzioni in massa di alcuni reparti, mentre altri si sono battuti fino alla fine per una Patria lontana che non hanno mai conosciuto. Questa è la storia, dimenticata, degli eventi nel Corno d’Africa dal giugno 1940 al novembre 1941

di Maurizio Quaregna
19 Febbraio 2026
TEMPO DI LETTURA: 29 MIN

CONTENUTO

  • La situazione  geopolitica ad inizio conflitto
  • La situazione militare
  • L’inizio del conflitto
  • Il fronte nord: i piani dei due contendenti
  • L’offensiva inglese da Cassala a Cheren
  • La battaglia di Cheren
  • Le tre fasi della battaglia
  • La situazione nel fronte Sud
  • La fine dell’impero italiano in Africa
  • L’Amba Alagi
  • Gondar

La situazione  geopolitica ad inizio conflitto

Prima di addentrarci nello sviluppo della campagna che porta al dissolvimento dell’Africa Orientale Italiana, occorre fornire un quadro d’insieme della situazione al momento dell’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940. Geograficamente parlando i territori considerati costituiscono il cosiddetto “Corno d’Africa” e comprendono l’Eritrea, il primo possedimento italiano dal 1882, la Somalia Italiana, acquisita progressivamente a partire dal 1908 e l’Abissinia o Etiopia, di più recente conquista in seguito alla seconda guerra etiopica del 1935-1936.

Nel 1940 la colonia è divisa in cinque governatorati: Eritrea, Amara, Harar, Galla e Sidana e Somalia ed è  un crogiolo di razze, religioni  e lingue spesso in contrasto tra loro. Morfologicamente l’Impero vede l’acrocoro etiopico con montagne alte oltre i 2.000 metri e l’altopiano eritreo con vette dai 1.800 ai 2.400 metri; per il resto il territorio è composto da pianure prevalentemente aride e dal deserto della Dancalia. Nel 1940 è attiva, oltre ad una ferrovia a scartamento ridotto che collega le principali città, una rete viaria ampliata notevolmente in Etiopia dopo la conquista italiana. Il clima risulta temperato nelle regioni montuose , arido in pianura e torrido sulla costa. In primavera ed autunno avvengono le uniche precipitazioni, peraltro copiose, che rendono impraticabili buona parte delle strade ed inguadabili i fiumi.

L’Africa Orientale Italiana riveste una notevole importanza strategica in quanto domina il Golfo di Aden e il Mar Rosso; la posizione consente di controllare, e se del caso impedire, il traffico navale in transito da e per il Canale di Suez. I solidi rapporti instaurati con lo Yemen, collocato sulla riva opposta, contribuiscono ulteriormente ad inquietare l’impero britannico. Ulteriore fonte di attrito tra le due potenze è il possesso italiano del lago Tana, importante fonte idrica da cui nasce il Nilo azzurro che attraversa il Sudan britannico per unirsi poi al Nilo Bianco. Il Regno Unito teme un eventuale  blocco dell’acqua che possa assetare i possedimenti inglesi.

A.O.I. 1938-1940

La situazione militare

L’anzianità di possesso differenzia i tre territori dell’Impero italiano dal punto di vista civile e militare. Il più antico, l’Eritrea, è pacifico ed ha avuto uno sviluppo considerevole. La sua capitale, Asmara, viene considerata, la più europea tra le città africane. La regione è dotata di strade, acquedotti e ospedali; una linea ferroviaria collega il moderno porto di Massaua con l’interno. La Somalia Italiana ha come capitale Mogadiscio, anch’essa oggetto di grandi lavori infrastrutturali che ne fanno un importante porto della regione. La Somalia Italiana è stata pacificata dopo un periodo turbolento di lotte tra clan ed incursioni dall’Abissinia ed infine troviamo le provincie che costituivano l’Impero del Negus etiope.

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Questa parte della colonia, malgrado i proclami trionfalistici di Mussolini, è continuamente scossa da combattimenti tra le truppe coloniali e bande di signori locali, i Ras, rimasti fedeli all’Imperatore abissino, che sono stati privati del loro potere dai colonizzatori. Questi guerrieri, gli “arbegnoucc”, operano nelle provincie di Shoa e Amara. Imperversa anche il brigantaggio (gli “sciftà”), piaga endemica della regione. La lotta a questi gruppi armati impegna costantemente un elevato numero di militari coloniali. Anche in questo caso vengono integrate truppe nell’esercito italiano, ma si riveleranno di gran lunga meno fedeli rispetto agli ascari eritrei e somali, anche se altrettanto coraggiose.

Come in Eritrea lo Stato italiano investe in infrastrutture dotando la regione di una valida rete di strade che consente di percorrerlo agevolmente, malgrado le asperità del terreno. Con la sostituzione quale Vicerè del Maresciallo Graziani, macchiatosi di orribili crimini, con il Duca Amedeo d’Aosta i rapporti tra i Ras e il Governo migliorano considerevolmente e la lotta dei ribelli si placa momentaneamente, senza cessare del tutto, pronta a riacutizzarsi alla prima occasione, come si vedrà tra poco. L’approssimarsi della guerra pone in evidenza la debolezza dell’Impero. La distanza dalla madrepatria, il blocco del Canale di Suez e la potente base militare britannica di Aden nelle vicinanze impediscono l’arrivo di rifornimenti di cui l’Impero necessita.

Pochi gironi prima dell’entrata in guerra Amedeo si reca a Roma con l’elenco dei fabbisogni necessari. Serve praticamente tutto:  pneumatici, ricambi e carburante per i mezzi, cannoni, batterie contraeree e bombe. Qualche giorno prima dello scoppio della guerra la marina britannica, con un atto di vera e propria pirateria, dirotta a Port Sudan, base inglese, il mercantile “Umbria” ed il suo carico prezioso di bombe, armi, materiali e mezzi militari per impedire che raggiunga Massaua. L’equipaggio della nave agli ordini del capitano Muiesan provoca l’autoaffondamento per evitare che il prezioso carico cada nelle mani dei futuri nemici.

Questo episodio evidenzia l’attivismo alla “Drake” della marina britannica e l’assenza di programmazione della Regia Marina che, peraltro, ha nel settore navi e sottomarini in numero esiguo. La Regia Aeronautica, dal canto suo, ha in dotazione 325 aerei, di cui solo 183 in linea e in buona parte. Quella aerea è l’unica via di comunicazione con la madrepatria, ma i rifornimenti ricevuti sono del tutto inadeguati. Tra attacchi a terra, abbattimenti e mancanza di pezzi di ricambio ad aprile 1941, con solo 12 aerei operativi, la Regia Aeronautica è scomparsa lasciando il predominio dei cieli alla RAF che, al contrario, ha ricevuto costanti rinforzi.

L’esercito italiano è composto da militari metropolitani della 65° Divisione Granatieri di Savoia, che si coprirà di gloria a Cheren, e della 40° Divisione Cacciatori d’Africa, da Camice Nere, in parte reclutate tra i coloni, corpi di polizia ( Guardia di Finanza, Carabinieri e Polizia Africa Orientale) e truppe indigene. Tra queste ultime le più fidate provengono dall’Eritrea. Gli abitanti della prima colonia vedono nell’arruolamento la possibilità di avere uno stipendio fisso e di godere di un prestigio sociale unito al senso di appartenenza alla madrepatria. Inoltre vengono creati i “campi famiglie” che offrono la possibilità ai soldati di vivere con le moglie, figli e servi che li seguono anche nei trasferimenti provvedendo a tutta la logistica: conducono animali da soma,  cucinano, lavano, montano le tende e prestano i primi soccorsi ai feriti.

L’approssimarsi della guerra porta ad incrementare il numero degli ascari (così vengono chiamate le truppe indigene), con un conseguente peggioramento dell’addestramento e della disciplina; nella campagna sarà spesso determinante la massiccia diserzione delle truppe indigene somale ed etiopi. Un altro comparto importante delle truppe coloniali è costituito dalle “bande”, principalmente provenienti dall’ Abissinia, che vengono arruolate regolarmente ( regolari) o assoldate per missioni particolari (irregolari) formate da guerrieri abili, feroci, ma sulla cui fedeltà non sempre si può fare affidamento. Infine abbiamo i “Dubat”, bande composte da Somali e Yemeniti fedelissimi che proseguiranno fino all’ultimo la lotta.

Vi è da sottolineare come l’affidabilità dei reparti sia strettamente collegata alla capacità degli ufficiali (tutti italiani) di farsi apprezzare dai propri uomini per coraggio, attitudine al comando e rispetto delle tradizioni locali. L’esempio più eclatante è quello di Amedeo Guillet, il quale continuerà la lotta con i suoi uomini anche dopo la resa ufficiale senza che nel reparto avvengano diserzioni. Il punto debole delle forze coloniali è che gli ascari sono validissimi in operazioni di attacco, nelle quali dimostrano un coraggio spesso al limite dell’incoscienza, mentre non sono adatti per la guerra di posizione e sono psicologicamente fragili quando subiscono bombardamenti terrestri ed aerei contro i quali sono impotenti.

Complessivamente il Regio Esercito, allo scoccare della guerra, può contare su 255 mila uomini di cui 181 mila coloniali contro soli 20 mila combattenti del Commonwealth. Ma la situazione cambia radicalmente già a gennaio 1941 quando a fronte di 336 mila uomini dell’impero italiano vengono schierati 200 mila soldati britannici, coloniali, ebrei, belgi e francesi, oltre ad un numero considerevole di Abissini. Numericamente all’inizio gli Italiani subissano gli  avversari, ma  sono le armi ed i mezzi inferiori in qualità e quantità che faranno la differenza. Per esempio i nostri cannoni e mitragliatrici sono per la maggior parte prede di guerra austroungariche del conflitto precedente, mentre gli Inglesi fanno confluire armi moderne appena uscite dalle fabbriche.

Inoltre, mentre i reparti italiani devono spostarsi a piedi, quelli alleati sono tutti autotrasportati. Infine, l’incremento degli effettivi italiani  è ottenuto arruolando civili privi di addestramento e bande di etiopi scarsamente fedeli. Gli Alleati, invece, inizialmente hanno solo truppe coloniali con mezzi antiquati e poche armi, ma in pochi mesi fanno confluire due divisioni indiane ( la 4° e la 5°) ben armate e motorizzate, con una lunga esperienza militare, destinate originariamente al fronte libico. Possono contare, altresì sulle divisioni sudafricane, anch’esse equipaggiate adeguatamente e con un valido addestramento, e reparti indigeni fatti provenire da diverse colonie africane. Infine è estremamente importante il lavoro che l’intelligence inglese ha svolto tra i ribelli abissini negli anni precedenti la guerra ed intensificatosi dalla fine del 1939.

Diverse missioni oltre confine portano un flusso crescente di armi e denaro; vengono stretti accordi, appianate divergenze tra Ras avversari, distribuiti volantini e messaggi del Negus. Questa azione porta ad avere una crescente guerriglia interna che impegna rilevanti truppe italiane e limita la già traballante logistica. Parte delle bande etiopi vengono inquadrate nel risorto esercito negussiano. Per concludere la visione delle forze in campo vi è da segnalare una curiosità: mentre i militari del Commonwealth vengono affiancati da truppe della Francia Libera e belghe, nell’esercito italiano combatte anche una piccola unità costituita da cittadini tedeschi rimasti bloccati in A.O.I. che costituiscono la “Compagnia Autocarrata Tedesca” (Deutsche Motorisierte Kompanie) dotata di divisa italiana ed insegne naziste.

L’inizio del conflitto

La campagna dell’Africa orientale

La situazione in cui versa l’A.O.I, è ben nota a Roma. Il Vicerè Amedeo di Savoia nel settembre 1939 si reca a convegno con Mussolini ed i vertici militari e spiega loro che per raggiungere la piena autonomia militare occorre destinare quasi 5 miliardi di lire all’Impero; ne vengono stanziati 900 milioni. Questo fronte viene considerato dagli Italiani secondario, convinti che la guerra verrà vinta in Europa in tempi rapidi. Il compito affidato ad Amedeo è dunque sostanzialmente quello di presidiare i confini svolgendo qualche azione di conquista di territori nemici limitrofi per mantenere alto il morale in patria e potersi sedere al tavolo di pace vantando qualche successo militare.

Ecco perché si elabora una strategia che prevede la dispersione delle truppe su un confine estremamente vasto, mantenendo presidi all’interno, soprattutto nelle regioni ove i briganti e le bande fedeli al Negus rendono insicuri i collegamenti e gli insediamenti civili. L’offensiva, nel breve periodo che precede le stagioni delle piogge è limitata alla conquista dell’importante nodo di Cassala in Sudan, dove circa 6.500 Italiani costringono in poche ore i 500 difensori nemici a ritirarsi, e a raid e conquiste di villaggi sul confine sudanese e kenyota. L’unica azione di rilievo nell’agosto 1940 è la presa della Somalia Inglese. Questa operazione ha un duplice scopo: ridurre il fronte controllando la costa sul Mar Rosso ed ottenere una vittoria di alto contenuto propagandistico. L’operazione riesce, ma a costo di elevate perdite (circa 2.000 uomini tra morti feriti e dispersi) e senza riuscire a catturare né prigionieri né materiale bellico prezioso.

I Britannici, infatti, evacuano il Somaliland ordinatamente tramite il porto di Berbera. Secondo alcuni storici che questa offensiva è stata inutile, mentre sarebbe stato ben più importante compiere un raid su Port Sudan distruggendo le strutture portuali di questa base logistica che rivestirà un ruolo fondamentale nei mesi seguenti. Altrettando sbagliata è la decisione di sparpagliare l’esercito tra i confini e l’interno: in questo modo non solo non si raggiunge mai la necessaria superiorità numerica nei singoli scontri, ma risulta difficile spostare le truppe, che non sono motorizzate, da un settore all’altro. La creazione di singoli “scacchieri” con comandi autonomi impedisce un effettivo  coordinamento, già minato dalla differenza di vedute tra i singoli comandanti, formatisi in ambito coloniale, e i vertici dello Stato Maggiore, che non conoscono la situazione in profondità.

Ulteriore punto debole degli Italiani, nella prima fase del conflitto, è la carenza di una rete di informazioni adeguata che porta a sopravvalutare le forze nemiche presenti in Sudan  sconsigliando, pertanto, un’azione di vaste proporzioni. Solo a gennaio 1941, quando la prospettiva di una rapida fine del conflitto svanisce, vi è il cambio di strategia che ha ora lo scopo di richiamare in questo settore più truppe nemiche possibili distogliendole dagli altri fronti (Nordafrica e Grecia). Viene predisposto un piano che prevede il ritiro delle truppe dalle frontiere per arroccarsi su posizioni montagnose maggiormente difendibili. Ma l’azione è tardiva e gli Inglesi ed i loro alleati avanzano colpendo pesantemente i reparti italiani in ripiegamento. La velocità delle truppe autotrasportate consente l’aggiramento e l’annientamento di intere formazioni italiane che, anche quando riescono a sganciarsi, devono lasciare in mani nemiche armi , mezzi e corazzati.

Il posizionamento delle truppe fin dall’inizio sulle zone montagnose sicuramente avrebbe ritardato la conquista dell’A.O.I. e provocato considerevoli perdite agli Alleati. I Britannici attuano una strategia opposta a quella italiana: invece di tralasciare questo fronte vi impegnano truppe sia indiane che sudafricane destinate inizialmente alla zona mediterranea  (Grecia, Libia, Medio Oriente) supportate da un adeguato numero di mezzi, aerei, armi e materiali . Lo scopo è liquidare l’A.O.I., definita una “spina nel fianco”, rendendo sicuro il Mar Rosso sia le navi inglesi che per quelle statunitensi, non ancora in guerra ma impegnate nel rifornimento previsto dalla legge “”Affitti e prestiti”. Vi è, inoltre, il timore – peraltro infondato – di un attacco italiano attraverso il Sudan verso l’Egitto per riunirsi alle truppe di Rodolfo Graziani in Libia.

Per queste ragioni Winston Churchill obbliga il Comandante dello Scacchiere del Medio Oriente, sir Archibald Percival Wavell a preparare un piano per la celere conquista dei territori italiani che inizia nel gennaio 1941 e prevede un attacco dal Sudan da parte di due divisioni indiane (la 4° e la 5°), assistite da reparti  inglesi e sudanesi; quasi contemporaneamente tre divisioni sudafricane supportate da truppe della Francia Libera, al comando del generale Alan Cunningham, attaccano dal Kenya. Il tutto accompagnato dal supporto di numerosi irregolari etiopi al comando del Negus, rientrato dall’Inghilterra per seguire la riconquista da vicino.

Il fronte nord: i piani dei due contendenti

Iniziamo ad osservare cosa avviene in Eritrea. Ai primi di gennaio 1941 il generale Luigi Frusci, comandante dello “Scacchiere Nord” convoca una riunione alla presenza del Viceré e dei principali responsabili politici e militari. In questa sede si decide di abbandonare le posizione di confine e di portarsi nella zona montagnosa per resistere fino alla stagione delle piogge che avrebbero limitato fortemente la mobilità degli Alleati e annullato la loro crescente superiorità aerea. Viene inoltre stabilito di dare ampia autonomia ai vari “scacchieri” per adottare strategie adeguate alle singole realtà.

La ritirata  deve portare ad un accorciamento del fronte su un  terreno impervio, limitando gli effetti dirompenti dei carri armati e la mobilità nemica. Gli inglesi, da parte loro, si sono rinforzati sia in uomini, con le due divisioni indiane a nord e le truppe sudafricane al confine della Somalia, che in mezzi con la messa in linea di 16 carri “Matilda”. L’arrivo dei moderni caccia “Hurricane” sta permettendo la conquista dello spazio aereo. Sono pronti, pertanto, a scatenare una duplice offensiva sia a nord che a sud.

A nord lo scopo è di allontanare gli Italiani dal confine e di attestarsi il più vicino possibile a Massaua, per poi compiere un ulteriore balzo in avanti per impadronirsi dei porti sul Mar Rosso e riaprire completamente la navigazione verso Suez. Viene costituita, inoltre, la Gazelle Force, un reparto anglo-indiano di 5.000 uomini, completamente motorizzato e dotato di appoggio aereo il cui scopo è di attaccare i rifornimenti nemici dietro le linee e di pressare gli Italiani in caso di ritirata. Questo reparto si dimostrerà letale nella sua azione causando numerose perdite ai reparti del Regio Esercito e rallentandone la ritirata.

L’offensiva inglese da Cassala a Cheren

Carro armato britannico “Matilda”

La decisione italiana anche se tardiva avviene senza che il nemico se ne accorga nell’immediatezza.  Il 15 gennaio le truppe italiane lasciano Cassala, che viene occupata dagli Alleati il 19, e si attestano su due linee difensive: Cherù-Aicotà e Agordat-Barentù, più arretrata rispetto alla prima. Aicotà viene conquistata dagli Alleati senza colpi ferire per un clamoroso errore delle truppe italiane che, interpretando male gli ordini, si trincerano ad Aico, più a est. Tenace è, invece, la difesa di Cherù, con gli Indiani inizialmente respinti con gravi perdite. Qui, il 21 gennaio 1941, avviene l’ultima carica di cavalleria in Africa, con protagonisti gli ascari del Gruppo bande a cavallo Amara guidate dal mitico “Comandante diavolo” il tenente Amedeo Guillet che evita l’accerchiamento delle truppe italiane.

Gli scontri a Cherù proseguono per due giorni e le truppe italiane, dopo aver respinto ripetuti attacchi nemici, sono costrette a ripiegare nuovamente per evitare l’accerchiamento dopo la caduta di Aicotà. I reparti in ritirata verso Agordat sono quasi completamente annientate da attacchi di fanteria e carri armati; viene abbandonata o distrutta  l’artiglieria e buona parte dei mezzi di trasporto e blindati. La lunga ritirata, avvenuta sotto attacchi della Gazelle Force e dei ribelli etiopi loro alleati con continui bombardamenti aerei, ha una breve pausa ad Agordat. Le truppe, soprattutto quelle coloniali, sono sfiduciate per le continue sconfitte; si verificano massicce diserzioni delle truppe abissine, che percepiscono l’imminente sconfitta italiana.

Diverso è il caso degli Eritrei, i quali patiscono i bombardamenti e le ritirate, ma restano fedeli all’Italia di cui si sentono parte integrante. Ad Agordat 7.000 truppe del Regio Esercito affrontano circa 9.000 soldati alleati motivati e ben equipaggiati. Agordat è una cittadina di 2.000 abitanti logisticamente importante in quanto è collegata con Asmara e Massaua  sia dalla ferrovia che dalla strada dell’Eritrea occidentale. Le montagne che dominano l’area costituiscono un’ottima posizione difensiva, ma possono essere aggirate. La battaglia inizia il 27 gennaio ed è particolarmente cruenta con attacchi e contrattacchi che si susseguono fino al 31 gennaio, quando i carri “Matilda” britannici sfondano le difese italiane. A nulla vale il sacrificio di nove carri M 11/39 e due tankette L3 che cercano di opporsi: i cannoni dei tank britannici li fanno a pezzi uno dopo l’altro senza subire perdite.

La strada che conduce ad Asmara è raggiunta dai Britannici ed il generale Orlando Lorenzini ( uno dei più carismatici comandanti italiani) deve far ripiegare i suoi reparti.  Contemporaneamente gli Alleati attaccano Barentù ed anche qui le truppe resistono fino al 2 febbraio quando, in seguito alla caduta di Agordat, per evitare l’accerchiamento si ritirano verso Cheren che si trova sulla strada principale per l’Asmara e Massaua. Le perdite complessive italiane sono superiori ai 15.000 effettivi, considerando anche le tribù etiopiche che disertano nel corso delle battaglie. Vanno persi anche armamenti pesanti, carri armati ed automezzi. A questo punto, stante le vittorie ottenute, il comando inglese cambia i propri obiettivi: ora si pensa alla conquista in pochi giorni di Asmara e Massaua. Ma prima di conquistarle dovranno affrontare la terribile prova di Cheren.

La battaglia di Cheren

La battaglia di Cheren

La battaglia di Cheren, semisconosciuta, è da annoverarsi tra gli scontri tra fanterie più cruenti ed importanti avvenuti nella II Guerra Mondiale. E’ un susseguirsi di attacchi e contrattacchi, di scontri all’arma bianca, di sanguinosi tentativi di conquistare le vette dei monti o i valichi difesi da mitragliatrici e cannoni. Il clima torrido rende insopportabili i giorni, l’acqua deve essere trasportata a dorso di mulo con grande difficoltà. Il calore rende liquefatti i contenuti delle razioni in scatolette ed aumenta la putrefazione dei corpi umani ed animali. Il terreno roccioso impedisce sia la sepoltura dei cadaveri che la formazione di trincee e ripari. Il ricordo dei partecipanti da ambo i lati che ricorre più frequentemente è l’odore disgustoso che aleggia di continuo sul campo di battaglia. Cheren è l’inferno in terra, ma è anche un luogo di eroismo da ambo le parti.

Dopo la resa di Agordat la Gazelle Force si getta ancora una volta  all’inseguimento dei reparti italiani in ritirata, ma viene rallentata dalla semi distruzione da parte dei genieri italiani del ponte Mussolini, una delle opere più imponenti costruite dai colonizzatori,  che attraversa il fiume Barca. Il ponte è inagibile ed il letto del fiume, in secca, è stato minato. Le otto ore che gli Inglesi impiegano per le operazioni di sminamento permettono alle truppe italiane di raggiungere Cheren e, episodio fondamentale per la battaglia, ostruire l’unica strada che porta alla città attraverso la gola del Dongolas facendo brillare una gigantesca mina che fa crollare una parete rocciosa di mastodontiche dimensioni; anche la ferrovia viene sabotata. Questa mossa rende impossibile l’utilizzo dei  blindati e, soprattutto, dei micidiali carri “Matilda”.

Cheren è circondata da un semicerchio di montagne di un’altezza media di 1.600 metri; il terreno è arido, con cespugli spinosi che feriscono i combattenti, e così duro da impedire lo scavo di trincee. La battaglia si svolge su queste montagne, la cui ripidezza da un lato impedisce l’uso dei carri armati e dei cannoni inglesi che, sparando dal basso, non hanno un alzo sufficiente, ma rende problematica la vita dei difensori che possono essere riforniti solo  percorrendo ripidi sentieri; in egual modo i feriti vengono riportati a valle. I monti Sachil, Dologorodoc, Fachil, Falestoc Zelalè che compongono la catena montuosa diventano tristemente noti ai combattenti per il fiume di sangue versato per la loro conquista.

Il comando italiano è diviso circa le finalità dello scontro che sta per avvenire. il generale Luigi Frusci, comandante dello Scacchiere, la ritiene una battaglia d’arresto per prepararsi adeguatamente alla difesa di Asmara  ed è restio a fornire rinforzi . Il generale Nicolangelo Carnimeo, comandante della piazza di Cheren ed uno dei migliori generali italiani del secondo conflitto, ritiene, al contrario, che la conformazione del terreno faccia di Cheren il luogo ideale per inchiodare gli Alleati in attesa della stagione delle piogge che avrebbe interrotto le operazioni militari. Le forze poste progressivamente in campo durante la battaglia dai due schieramenti sono poderose; il Regio Esercito ha  circa 37.000 uomini di cui circa 9.000 nazionali e i restanti coloniali; la forza delle truppe metropolitane è composta dal 10° reggimento dei Granatieri di Savoia che comprende anche bersaglieri e il battaglione alpino “Uork Amba”, 6 gruppi d’artiglieria e 5 battaglioni di Camice Nere.

I reparti indigeni sono composti da  26 battaglioni di fanteria, 6 gruppi d’artiglieria e 3 squadroni di cavalleria. I Britannici schierano 49.000 uomini per la maggior parte (35.000 soldati) Indiani della 4° e 5° divisione; ma sono presenti, oltre a 8.000 inglesi, anche Sudanesi, Francesi Liberi, Ebrei e Ciprioti. Gli Italiani sono dunque arroccati sulle cime delle montagne e tengono sotto controllo i passi che portavano alla città, la strada principale e la ferrovia sono bloccate e i militari, pur provati dalla fatica e dagli scontri precedenti, sono fiduciosi di tenere le posizioni. Alla loro testa troviamo un ottimo comandante, Carmineo, e ufficiali capaci, amati dalle truppe e rispettati anche dal nemico come il col. Corso Corsi e il gen. Orlando Lorenzini.

Ma anche gli Inglesi sono determinati a dare quella che considerano “l’ultima spallata”; al pari del nemico i loro comandanti, il gen. William Platt in testa, sono esperti e capaci, il morale delle truppe è alto e, a differenza degli Italiani, hanno risorse pressochè illimitate ed un sistema logistico che, malgrado il terreno avverso, funziona. E se nella prima fase della battaglia l’utilizzo dei potenti cannoni e dei carri armati è nullo, possono contare sull’aeronautica che agisce indisturbata dopo che quella italiana è stata di fatto distrutta. Occorre, infine, considerare che le truppe italiane devono controllare un fronte estremamente vasto mentre i Britannici concentrano i reparti nei singoli punti che intendono attaccare.

Le tre fasi della battaglia

La battaglia si suddivide in tre fasi: dal 1° al 15 febbraio 1941, dal 16 febbraio al 14 marzo e dal 15 al 27 marzo. La prima fase è contraddistinta da feroci scontri tra le truppe italiane, che dominano il campo dalle cime delle montagne e sono ben motivate e quelle indiane che attaccano sui due versanti della gola di Dongolas: i monti Sanchil e della Forcuta a sinistra e, a destra, la sella tra i monti Zelalè e Falestoc. Malgrado le mitragliatrici pesanti e gli attacchi aerei i reparti indiani vengono respinti.

Nella seconda fase gli Alleati si ritirano per dare fiato alle truppe provate e riorganizzarsi. Viene messa in funzione la ferrovia fino ad Agordat con un conseguente incremento di armi, cibo, acqua e uomini . Gli Italiani sono oggetto di continui raid aerei e gli Inglesi ricorrono alla guerra psicologica con il lancio di volantini che invitano gli Ascari a disertare. Da parte italiana i rinforzi arrivano in numero ridotto poichè il Comando di Addis Abeba interpreta erroneamente il periodo di stasi come una interruzione definitiva dell’offensiva e si oppone alla proposta del gen. Nasi di sguarnire la sua regione, l’Amara, facendo confluire circa 30.000 uomini a Cheren. Il mancato accoglimento della proposta costituisce un grave errore che se non cambia l’andamento generale della campagna, sicuramente accelera l’evoluzione negativa della battaglia  Questa fase è contraddistinta da scontri isolati con forti perdite inglesi a causa di malattie. Il generale Platt decide di cambiare tattica optando per un attacco massiccio lungo tutto il  perimetro difensivo di Cheren.

La terza fase vede il successo inglese dopo violentissimi scontri a distanza ravvicinata. Le forze italiane sono decimate, ridotte anche per le pesanti diserzioni degli Abissini che hanno saputo del rientro del Negus in Etiopia. Cadono molti ufficiali italiani, tra questi il generale Lorenzini, carismatico comandante amatissimo dai suoi ascari. La morte di Lorenzini è un brutto colpo per il morale delle truppe coloniali, già provate dai continui bombardamenti aerei a cui non sono avvezzi. Tra gli indigeni gira una profezia che prevede, nel caso in cui Lorenzini fosse caduto in combattimento, la sconfitta degli Italiani ed il crollo del loro impero. L’attacco ha successo a costo di ulteriori gravi perdite da ambo i lati. I genieri indiani riescono a eliminare la frana sulla strada principale consentendo il passaggio dei carri armati che dilagano nella pianura.

Le truppe italiane sono costrette a ripiegare. Le perdite sono ingenti; i reparti che sono stati maggiormente impiegati hanno di fatto cessato di esistere: gli alpini del “Uork Amba” sui 500 uomini iniziali sono ridotti a 160; gli ascari del IV battaglione Toselli (decorato della M.O.V.M.)  sono meno di 100 . Complessivamente le perdite tra morti e caduti sono di 29.000 unità per gli italiani (pari a quasi l’80% degli effettivi) e di 16.000 per gli Alleati, principalmente dei reparti indiani. Il valore delle truppe italiane è evidenziato dall’alto numero di medaglie d’oro al V.M. concesse: ben diciassette, la più alta percentuale riscontrata in un evento bellico in tutta la storia dell’esercito italiano. Il rispetto per il coraggio e l’abnegazione di tutti i combattenti di ambo i lati è confermato dai lusinghieri apprezzamenti di testimoni e storici britannici, solitamente avari in commenti benevoli circa la nostra combattività.

Il Generale Nicolangelo Carnimeo

La vittoria britannica, secondo quanto ammesso dallo stesso generale Platt, è determinata da due fattori: il dominio dell’aria e la superiorità dell’artiglieria. Le terribili perdite subite dalle truppe italiane sono determinate dal fatto di essere esposte al fuoco nemico senza potersi riparare a causa del terreno roccioso che impedisce lo scavo di trincee o di ripari. Con la riapertura della strada nella gola del Dongolas  la ritirata da Cheren è inevitabile..

L’eroismo di tanti non è servito. L’esercito è spazzato via e la strada verso Asmara ed il mar Rosso è aperta. Gli Inglesi hanno fretta di concludere la campagna per trasferire buona parte delle truppe in Egitto, dove Erwin Rommel è all’offensiva. In pochi giorni vengono conquistate Asmara e Massaua. Le città si arrendono quasi senza combattere per il timore che la popolazione civile subisca perdite sia per i combattimenti che per mano degli sbandati delle truppe coloniali.

La situazione nel fronte Sud

In Somalia la campagna che vede l’armata di Cunningham entrare nella Somalia Italiana ha più l’aspetto di una passeggiata militare che di un vero e proprio conflitto. I problemi nello schieramento italiano emergono già a fine dicembre, quando alcune incursioni nemiche penetrano momentaneamente nel territorio somalo senza incontrare resistenza. Amedeo d’Aosta, preoccupato, vola a Mogadiscio per avere chiarimenti dal governatore della Somalia, il generale Gustavo Pesenti il quale, invece di giustificare la debacle, propone al Vicerè di firmare una pace separata con il nemico per salvare l’Impero e, in caso estremo, combattere il Fascismo.

Amedeo è esterrefatto e dopo qualche giorno lo sostituisce con il generale Carlo De Simone. Significativo è il fatto che il Pesenti non venga accusato di tradimento, ma ritorni in Italia dove è posto in congedo. Quando, nel febbraio 1941, le truppe del Commonwealth attaccano, non trovano immediata resistenza in quanto De Simone, contrariamente al parere di Amedeo d’Aosta, ha abbandonato il porto di Chisimaio e si è appostato sulla sponda del fiume Giuba che, pur essendo in secca, è l’unico vero ostacolo naturale che offre qualche garanzia di resistenza. Lo schieramento italiano crolla rapidamente con sporadici tentativi di rallentare l’avanzata dei reparti nemici che comportano gravi perdite, soprattutto tra le file delle forze coloniali.

Davanti all’impossibilità di fermare le truppe nemiche, un sempre maggior numero di Ascari – soprattutto quelli arruolati recentemente- diserta portando con sé le armi e in molti casi dandosi al brigantaggio. Inizia così una ritirata che si trasforma in rotta. I nostri reparti, indeboliti dalle massicce defezioni dei reparti indigeni, appiedati, senza copertura aerea, sottoposti ad attacchi da parte delle truppe meccanizzate avversarie, progressivamente si arrendono quasi senza opporre resistenza. Il 25 febbraio Mogadiscio cade senza combattere. La rapida avanzata degli Alleati costringe le truppe stanziate nel nord della Somalia ad effettuare un nuovo ripiegamento in Etiopia; durante la ritirata le truppe somale disertano in massa. La porta meridionale verso il cuore dell’Etiopia è aperta alle truppe alleate.

Tutta la Somalia è occupata, salvo l’Alta Migiurtina, la regione settentrionale tra il golfo di Aden e l’Oceano Indiano presidiata da 300 italiani e 200 ascari. Resisterà fino al 21 maggio quando si arrende alle truppe alleate che hanno nel frattempo riconquistato la Somalia britannica. Praticamente in 20 giorni la Somalia è stata conquistata. La superiorità aerea e di mezzi terrestri unitamente alla morfologia piatta del territorio che non offriva difese naturali hanno decretato la rapida fine della colonia italiana. Fondamentale è stato, come detto, lo scoramento delle truppe indigene, coraggiose, ma non abituate a confrontarsi con moderni armi come gli aerei e di mezzi corazzati contro i quali sono impotenti. Infine le scelte strategiche, prima fra tutte quella di difendersi dietro il fiume Giuba affrontando una battaglia campale diretta il cui esito era scontato fin dall’inizio.

La fine dell’impero italiano in Africa

L’inaspettata facilità nel conquistare l’ex colonia italiana induce i comandi inglesi a proseguire di gran carriera l’attacco puntando a nord. Il 31 marzo a Moggio, una cittadina a 60 chilometri a sud est di Addis Abeba, si svolge una riunione del Comando delle forze italiane in A.O.I per prendere serie decisioni: poiché non vi sono truppe sufficienti sia per resistere a lungo sul fronte che per garantire l’incolumità della popolazione civile nella capitale viene decisa la ritirata nelle provincie di Galla e Sidama e Amara. L’integrità fisica dei circa 35.000 italiani residenti ad Addis Abeba viene garantita, fino all’arrivo degli Inglesi  dalla P.A.I. (Polizia Africa Italiana) e da due battaglioni di Camice Nere.

Il timore, utilizzato durante tutta la campagna dagli Inglesi per costringere alla resa le città, è che sbandati e partigiani, malgrado gli ordini del Negus, si abbandonino a violenze nei confronti dei civili .Il 3 aprile 1941 avviene la resa della capitale e nello stesso giorno Amedeo d’Aosta convoca una riunione a cui partecipano le principali autorità civili e militari con a capo il generale Claudio Trezzani. Sul tavolo tre opzioni: ritirarsi nella regione di Galla e Sidama, a Gondar o  asserragliarsi sull’Amba Alagi. Si decide per quest’ultima soluzione, che ha il vantaggio di essere sulla “Strada Imperiale” su cui devono convergere le due armate nemiche (settentrionale e meridionale) e rappresenta una fortezza naturale di tutto rispetto.

Ma altre considerazioni lo fanno prediligere: qui nel 1895 il maggiore Toselli resistette con i suoi uomini fino all’annientamento contro preponderanti forze abissine; inoltre  il Vicerè non può, per ragioni politiche e di propaganda, arrendersi allo spodestato Negus; si vuole trattare la resa direttamente con gli Inglesi quando sarà il momento. Perché è questa la fine ineluttabile di cui Amedeo è ben consapevole: impegnare più truppe nemiche per più tempo possibile e poi negoziare un cessate il fuoco onorevole Il Duca lascia pertanto la città e, dopo alcuni giorni, raggiunge la meta finale.

Il 5 aprile 1941 la capitale dell’ex impero ritorna al popolo etiope e il Negus ne prende possesso solo un mese dopo, il 5 maggio 1941, esattamente cinque anni dopo la conquista italiana. Hailè Selassiè è rientrato in Etiopia al seguito di un reparto speciale britannico, la Gideon Force. Nel farlo ha lanciato un proclama in cui promette il perdono per tutti i Ras che si sono schierati con gli Italiani se tornano a combattere per lui e dispone che ai colonizzatori non debba essere torto un capello. Il documento, che dimostra la sua lungimiranza e pragmatismo, non sempre viene seguito dalle bande che covano desideri di vendetta nei confronti degli Italiani, ma ottiene l’effetto di veder moltiplicare i guerriglieri che attaccano le truppe italiane in ritirata.

L’Amba Alagi

Tutte le truppe disponibili nella zona si concentrano sull’Amba Alagi, spesso aprendosi la strada dopo feroci scontri con le bande dei Ras passati al servizio del Negus. Amba Alagi  è collegata tramite la Strada Imperiale a Dessiè, distante 250 chilometri, ove si è concentrato un altro importante focolaio di resistenza. L’altro bastione è più a nord a Gondar dove il gen. Nasi si prepara anche lui alla battaglia finale. Il primo scontro avviene proprio a Dessiè dove i combattimenti si protraggono dal 17 al 26 aprile. Dopo una iniziale resistenza la difesa si sfalda: non solo gli ascari disertano, ma anche le Camice Nere rinunciano alla lotta, preoccupati delle sorti dei loro famigliari in città. In questa fase finale del conflitto pesa notevolmente l’intervento della resistenza etiopica che attacca i reparti e le guarnigioni isolate e crea il timore di massacri della popolazione civile italiana.

Inizia la battaglia finale per l’Amba Alagi. Al Duca d’ Aosta viene offerta la possibilità di evacuare con l’ultimo aereo, ma rifiuta, volendo restare con i suoi subordinati e segnando così la propria sorte. Le forze italiane sono state stimate in non più di 7.000 uomini con 250 mitragliatrici pesanti e 54 pezzi d’artiglieria. Sono truppe raccogliticce composte dai residui reparti dei Granatieri di Savoia, carabinieri, avieri, autisti, genieri, marinai da Assab, uomini dei servizi medico e di rifornimento , italiani ed ascari dalla XLIII brigata coloniale, e di altre unità che hanno cessato l’operatività indipendente. Come si vede molti  di questi non hanno precedenti esperienze dirette di combattimento ed i nativi non sono più affidabili come in passato. Le forze sono insufficienti per difendere l’intero perimetro difensivo di 16 chilometri.

Perciò l’attenzione si concentra sui punti più importanti come il Monte Corarsi e il Passo Falaga ( la cui parte nord viene chiamata Passo Togo) ad est e Passo Togora ad ovest. Il 29 aprile inizia l’operazione di accerchiamento da parte degli Alleati: i principali protagonisti sono i coraggiosi combattenti indiani che, preceduti da fuoco d’artiglieria e raid aerei, attaccano per diversi giorni le sparute posizioni italiane venendo ripetutamente respinti fino a quando riescono a sfondare al passo di Togora completando l’accerchiamento dell’Amba l’ 8 maggio 1941.In questa prima fase le perdite italiane sono oltre 700 tra morti e feriti. Le razioni di cibo sono sufficienti per tre mesi, ma scarseggiano l’acqua ed il legname. I difensori sono altresì sfortunati poichè una cannonata distrugge un deposito di carburante che inquina la sola sorgente d’acqua a disposizione. Ma ciò che preoccupa il Duca è il crescete numero di feriti, che sono senza ripari dalle bombe e dalle intemperie.

Il Duca scende dall’Amba Alagi col generale Platt

L’11 maggio arrivano da sud a dare manforte anche i reparti sudafricani. Oltre alla truppe regolari vi sono le numerose bande etiopiche che operano spesso autonomamente non rispettando gli ordini forniti dai comandanti alleati; dopo alcune brillanti azioni falliscono nell’attacco contro il Monte Corarsi che causa loro pesanti perdite. L’assalto al monte Corarsi, che domina l’Amba Alagi, riprende il 14 maggio preceduto da un micidiale cannoneggiamento; le truppe sudafricane ed abissine vengono respinte, ma i difensori sono decimati: sui 700 iniziali solo 170 sono ancora in grado di combattere e, pertanto, si ritirano; gli Alleati possono ora cannoneggiare il settore italiano indisturbati.

Il Duca d’Aosta, tenuto conto dell’ impossibilità di difendersi e dell’alto numero dei feriti che giacciono senza protezione e cure, decide di chiedere la resa. Il suo timore è anche quello che gli Inglesi lascino campo libero agli Abissini di ras Seyoum, fino a pochi giorni prima fedele alleato degli italiani ed ora passato con un potente esercito dalla parte del Negus vittorioso; i partigiani non esiterebbero a massacrare i prigionieri italiani. Questa preoccupazione circa l’affidabilità degli etiopi viene confermata quando il generale Giovan Battista Volpini, amico fraterno del Duca, ed altri tre militari, mentre si recano alle linee inglesi per trattare la resa, sono uccisi a sangue freddo da un gruppo di irregolari.

Anche gli Inglesi restano scioccati da questa violenza gratuita e accelerano i negoziati. I combattimenti cessano il 17 maggio. I caduti italiani sono oltre 1.300, i feriti 1.600. L’accordo prevede l’onore delle armi per gli Italiani, che a loro volta si impegnano a consegnare le mappe dei campi minati e a non distruggere armi e materiali. Il Duca d’Aosta lascia l’Amba Alagi con tutti gli onori e parte per la prigionia in Kenya. Non rivedrà più i territori che ha saggiamente amministrato né la sua patria ed i suoi cari: morirà dieci mesi dopo per malattia. Il 19 maggio 1941 il gen. Pietro Gazzera, comandante dello “Scacchiere sud” viene nominato Comandante in capo delle truppe italiane e Reggente del governo in A.O.I.

Per i Britannici la campagna può dirsi conclusa. I principali reparti indiani, sudafricani e buona parte delle forze aeree vengono trasferiti sul fronte egiziano. Nel Corno d’Africa restano solo l’11° e la 12° divisione africana supportate da quattro squadroni aerei. Un’importante contributo arriva dai partigiani abissini nelle cui file si sono aggiunti disertori, banditi e truppe dei ras che sono tornati nel campo del Negus. Questi reparti devono occuparsi degli ultimi due focolai di resistenza italiani rimasti nelle regioni di Galla e Sidama e di Amara.  Il generale Gazzera è a capo delle truppe in Galla e Sidama: circa 38.000 uomini dotati di soli 200 veicoli sparsi in  un’area grande quanto l’Italia e sprovvisti di copertura aerea.

Le operazioni vengono ostacolate dai violenti acquazzoni durante la stagione delle piogge che rallentano la marcia delle truppe di ambo gli eserciti ed ingrossano i fiumi rendendone difficile il guado. L’offensiva alleata è iniziata nella seconda parte di aprile ed ha incontrato una forte resistenza italiana. Gli scontri sono frazionati sul vasto territorio e vede gli Italiani rallentare il nemico con una serie di contrattacchi per poi sganciarsi per evitare l’accerchiamento. Molte nostre guarnigioni isolate vengono attaccate ed annientate da preponderanti forze irregolari abissine. L’ultima linea di difesa è sul fiume Omo, a sud di Gimma, che viene attraversato ai primi di giugno dalla brigata nigeriana supportata da ingenti forze irregolari etiopi e coperta da un intenso bombardamento d’artiglieria e raid aerei.

Nella Campagna d’Africa orientale si assiste a due tipi di guerra. Una, che definiremmo “senz’odio”, tra Italiani e truppe del Commonwealth, caratterizzata da episodi cavallereschi di rispetto del nemico; si hanno diverse rese con l’onore delle armi o la dichiarazione di “città aperta” per le principali città per evitarne il bombardamento e la conseguente uccisione di civili. Sono registrati anche riconoscimenti di rispetto per il nemico ucciso, come il lancio di un mazzo di fiori da parte di un aviatore sudafricano su un aeroporto italiano per omaggiare un nemico abbattuto o gli onori militari tributati al ten. Togni dagli Indiani dopo la sua eroica e letale carica contro i “Matilda”.

L’altra è tra i colonizzatori italiani e gli abissini che non dimenticano le nefandezze compiute durante la guerra di conquista ed in seguito da Graziani.  Malgrado gli ordini del Negus di rispettare gli europei, siano essi militari che civili, i partigiani spesso non hanno pietà evitando di fare prigionieri sia militari che civili. Per queste ragioni gli Italiani si arrendono preferibilmente a truppe comandate da Britannici e sollecitano, durante la ritirata, l’occupazione immediata delle città da parte degli Inglesi. Anche nel caso di Gimma, come già avvenuto per le principali città dell’Impero, viene dichiarata “città aperta” e si avviano trattative anglo-italiane per i termini per la resa. Anche qui i Britannici puntano sul timore di massacri di civili per mano dei partigiani per chiedere la capitolazione di tutte le truppe della provincia di Galla e Sidama.

Gli Italiani non accettano il ricatto e viene concluso  l’accordo per il cessate il fuoco solo per la capitale della regione. Il 21 giugno gli Alleati entrano in città catturando 12.000 militari italiani e 3.000 ascari. I combattimenti tra i residui reparti italiani e le forze alleate ed etiopi continuano fino al 9 luglio quando avviene la resa della 22° Divisione Coloniale. Vi è da registrare, a tal proposito, che gli Etiopi aprono il fuoco sui Dubat eritrei disarmati; i combattimenti riprendono fino all’arrivo di ufficiali britannici che garantiscono il rispetto delle convenzioni di guerra per i prigionieri. Lo “Scacchiere Sud” ha subito la perdita di 21.500 uomini tra morti, feriti e dispersi. Resta solo lo “Scacchiere Ovest” a resistere nelle provincie di Amara e Shoa.

Gondar

Giuseppe Nasi

Le truppe dello Scacchiere Ovest sono al comando del gen. Guglielmo Nasi apprezzato sia dai nemici, che lo considerano il miglior comandante del teatro delle operazioni, che dai nativi, che lo chiamano “Grande Padre”. La principale città è Gondar, già capitale dei Negus nel XVII secolo di cui conserva importanti monumenti, situata a 2.200 metri s.l.m. su un altopiano a nord del lago Tana. Da quando ha assunto il comando, nel gennaio 1941, Nasi ha svolto un ottimo lavoro per prepararsi a resistere il più possibile. Sono state trasferite 600 famiglie italiane nella più sicura Asmara, evitando così le apprensioni per la sorte dei civili che spesso hanno contribuito alla caduta delle città dell’Impero.

Utilizzando oro e talleri di Maria Teresa, valute pregiate rispetto alla Lira dell’A.O.I., si sono acquistate provviste e materiali vari dai nativi. Si utilizzano il più possibile animali per i trasporti per risparmiare carburante. Le munizioni per i mortai vengono prodotte in  loco, si trasformano caterpillar e camion in blindati, vengono erette fortificazioni. Anche il servizio sanitario viene ampliato per far fronte all’incremento dei feriti. Le truppe vengono ritirate ordinatamente per la difesa dell’area di Gondar. I 41 mila uomini a disposizione sono suddivisi da Nasi in tre ridotte isolate. La prima è a Debarq  a 110km. a nord est  da Gondar per bloccare la strada per Asmara. La seconda è a 160 km. a sud-est della capitale, a Debra Tabor per controllare la via che porta a Dessiè. Una terza ridotta è intorno a Gondar.

La difesa aerea consiste in due soli caccia biplani. I difensori di Debra Tabor, dopo che Dessiè è caduta nelle mani degli Alleati nell’aprile 1941, vengono assaliti da un contingente di partigiani etiopi, forte di 8.000 unità comandati da ufficiali inglesi, che li taglia fuori del resto del mondo. Gli Italiani resistono agli attacchi anche se iniziano a scarseggiare le munizioni e gli ascari disertano numerosi per timore di rappresaglie da parte dei partigiani. A giugno la situazione peggiora a causa dei bombardamenti aerei alleati effettuati a bassa quota senza incontrare resistenza. Il 16 giugno arrivano le prime truppe indiane appoggiate da autoblindo. Una serie di attacchi preceduti da bombardamenti aerei hanno luogo senza ottenere risultati; ma gli ascari si ammutinano passando in massa al nemico e costringendo gli Italiani alla resa che giunge il 6 luglio. Per inciso occorre notare che una parte degli indigeni resta coraggiosamente fedele all’Italia, come per esempio il mintaz (caporale) Unatu Undisciau che per il suo valore riceve la medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria.

A nord Etiopi e Sudanesi attaccano conquistando Amba Giorgis isolando così Debarq dalla ridotta centrale di Gondar. Per tutto il mese di maggio si sviluppa una serie di attacchi per conquistare Debarq che vengono respinti causando gravi perdite tra le fila etiopi. Anche in questo caso, comunque, si assiste al copione precedente: le truppe coloniali, demoralizzate dall’assedio e dagli attacchi aerei, iniziano a disertare. Vi è da dire che l’emorragia viene bloccata dalla capacità degli ufficiali italiani di mantenere la fiducia delle truppe che viene rinvigorita anche con alcuni contrattacchi condotti con successo contro gli assedianti.

Durante una di queste azioni, il 22 giugno, due compagnie di Camice Nere e due gruppi bande sconfiggono i partigiani di ras Ayalewu che viene catturato unitamente ad armi e munizioni; gli Etiopi si ritirano dopo aver subito perdite pesantissime. Gli Inglesi decidono di rinforzare le truppe con reparti indiani ed artiglieria pesante. La resistenza italiana, basata su azioni di guerriglia ed incursioni dura fino al 28 settembre quando, stremata dai combattimenti e dalla fame, la guarnigione italiana si arrende con l’onore delle armi alle truppe africane. Le perdite italiane, tra morti e feriti, ammontano a quasi 1.000 uomini, mentre quelle nemiche sono di circa 4.000 unità.

Cadute le ridotte a protezione di Gondar gli Alleati , principalmente Etiopi, possono convergere su Gondar. La maggiore resistenza avviene a sud della città, contro i reparti provenienti da Debra Tabor, a Culqualber, in prossimità del Lago Tana. Qui si svolge un’epica battaglia che vede schierati da parte italiana un battaglione di camice nere, un battaglione coloniale, una compagnia di genieri e il 1° gruppo Regi Carabinieri per un totale di 1.700 uomini. Lo schieramento avversario era composto da circa 7.000 Etiopi, di cui 3.000 ascari disertori. Gli Italiani compiono con successo diverse azioni che consentono la cattura di numerose armi e di preziosi viveri, ma giungono i rinforzi britannici in appoggio ai reparti etiopi e a partire dall’11 novembre 1941 si scatena l’attacco generale contro le postazioni italiane, preceduto da un fitto bombardamento aereo e terrestre.

Gli Etiopi si gettano coraggiosamente all’attacco a ranghi serrati, ma l’azione fallisce per il mancato coordinamento tra i reparti. Gli Italiani, in assenza di armi pesanti, si affidano a violenti contrattacchi per mantenere le posizioni. Si continua a lottare disperatamente, con le postazioni italiane sottoposte ad un continuo bombardamento. Il 21 novembre un nuovo attacco generale scatta da parte Alleata ed i combattimenti proseguono fino al pomeriggio, con feroci scontri corpo a corpo. Senza più munizioni, i difensori si arrendono. Ma il massacro non termina subito: mentre depongono le armi il maggiore Serranti dei carabinieri spintona un Fuciliere Africano che lo pugnala allo stomaco; i suoi compagni riprendono a sparare sui Carabinieri indifesi uccidendo tutti i feriti a sangue freddo fino a quando non intervengono gli ufficiali inglesi a porre fine alla sparatoria. Le perdite italiane nella battaglia ammontano complessivamente al 40% degli effettivi. Culquaber entra nella storia dell’ Arma dei Carabinieri che riceve, per l’eroismo dimostrato in questa occasione, una M.O.V.M.

Mentre si combattono queste battaglie la situazione a Gondar peggiora a causa dell’azione della guerriglia etiope che attacca le linee di comunicazione e mappa le difese italiane per trovarne i punti deboli. Decine di migliaia di ribelli attaccano le postazioni difensive, impedendo l’invio di rinforzi nelle zone più a rischio. Anche la popolazione indigena, fino a quel momento schierata a favore dell’Italia, passa dalla parte dei futuri vincitori. Il 27 novembre, preceduto da un cannoneggiamento delle difese italiane, inizia l’assalto condotto da truppe africane e insorti etiopi. Ondate successive di attaccanti vengono respinte per tutta la mattinata fino a quando conquistano progressivamente le posizioni italiane.

L’ultimo caccia italiano, un CR32, si alza in volo per mitragliare gli attaccanti, al suo ritorno viene bruciato per non cadere nelle mani del nemico ponendo così fine alla presenza della Regia Aeronautica nell’Impero. Malgrado la violenta resistenza gli Italiani perdono terreno e le postazioni difensive vengono annientate una ad una. Il nemico entra a Gondar e si combatte nell’abitato. Il giorno seguente,  il gen. Nasi manda dei negoziatori per trattare la resa, ma quando si raggiunge l’accordo anche la sede della Banca d’Italia, quartier generale italiano, è già stata conquistata. Gli irregolari etiopi continuano a  combattere malgrado il cessate il fuoco provocando diverse vittime tra i militare ed i civili. Solo l’intervento congiunto di ufficiali italiani ed inglesi pone fine agli scontri a fuoco. Le perdite complessive delle truppe italiane nella battaglia di Gondar ammontano a oltre 1.700 uomini, un terzo dei difensori totali della città.

Si conclude così l’epopea coloniale nel Corno d’Africa iniziata sessant’anni prima. Mussolini ed i  vertici militari, criminalmente ottusi, non ne hanno compreso l’importanza strategica. Attaccare all’inizio del conflitto, quando gli Inglesi avevano poche truppe, mal armate e con scarsi mezzi, avrebbe probabilmente portato alla conquista di parte del Kenya. I porti erano adatti per ospitare una flotta per bloccare la via d’accesso al Canale di Suez ed effettuare una “guerra di corsa” nell’Oceano indiano. I nostri aerei potevano colpire Aden, la principale base inglese nel Mar Rosso. Tutto ciò non è avvenuto; il Duca si è limitato ad una difesa che, complice anche l’incapacità di buona parte dei suoi collaboratori, ha portato alla perdita in pochi mesi di un territorio vastissimo. Solo alcuni comandanti sono stati all’altezza della situazione: Carnimeo, Lorenzini e Nasi meritano di essere ricordati insieme alle migliaia di soldati, nazionali ed indigeni, che ai loro ordini hanno scritto pagine gloriose di storia militare.

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Marek Sobski, East Africa 1940-1941, 2020 (in inglese).
  • Arthur J. Barker, Eritrea 1941, Edizioni Res Gestae, 2021.
  • Alessandro Andò, Cheren 1941, Itinera Progetti, 2023.
  • Franco Bandini, Gli Italiani in Africa, Edizioni Res Gestae, 2014.
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Tags: Battaglie Seconda Guerra Mondiale
Maurizio Quaregna

Maurizio Quaregna

Appassionato di storia del XIX e XX secolo, è membro dell'associazione culturale "International Churchill Society Italia".

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