Il bombardamento di Roma: la devastazione del quartiere San Lorenzo

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La mattina del 19 luglio 1943 circa 662 bombardieri e 268 caccia americani, guidati dal generale James Doolittle, piombano su Roma. Durante il raid aereo, col nome in codice “milk run“, vengono sganciate sulla città eterna 4 mila bombe con 1.060 tonnellate di esplosivo che provocano oltre 3 mila vittime. Il quartiere San Lorenzo è quello maggiormente colpito dall’attacco. SCOPRI LA SEZIONE ARTE

Il messaggio premonitore per Roma

Il 17 luglio Roma viene sorvolata da una squadriglia di aerei alleati che lanciano dei manifestini contenenti un messaggio di Roosvelt e Churchill agli italiani. Nel testo si legge:


“In questo momento le forze armate associate degli Stati Uniti, del Canada e della Gran Bretagna, sotto il comando del generale Eisenhower e del suo vice comandante generale Alexander, stanno portando la guerra nel cuore del vostro paese. Questo è il risultato diretto della politica vergognosa che Mussolini e il regime fascista vi hanno imposto. Mussolini vi ha trascinato in questa guerra come nazione satellite di un distruttore di popoli e di libertà. L’adesione dell’Italia ai piani della Germania nazista era indegna delle antiche tradizioni di libertà e di cultura del popolo italiano, tradizioni alle quali tanto devono i popoli dell’America e della Gran Bretagna”.

La mattina del 18 mentre Mussolini sta partendo alla volta di Treviso per incontrare Hitler ed esaminare la grave situazione bellica, i giornali pubblicano senza commento il testo dei volantini. E’ lo stesso Mussolini a disporne la pubblicazione per mostrare di non temere la propaganda nemica. In realtà gli italiani sono già informati su questi argomenti attraverso le trasmissioni di Radio Londra.

Il bombardamento di Roma, l’attacco al quartiere popolare di San Lorenzo

Il 19 luglio 1943 mentre Hitler e Mussolini si incontrano a Feltre per esaminare la tattica da adottare per fronteggiare l’invasione anglo-americana della penisola, un bombardamento alleato si abbatte per la prima volta su Roma.

La capitale è stata fino a quel momento risparmiata dagli attacchi non soltanto per salvaguardarne gli immensi tesori artistici, ma sopratutto per la presenza della Città del Vaticano. Per questo motivo tra la popolazione vi è la convinzione che la città eterna goda di una sorta di immunità territoriale.

Nonostante ciò dalle 11 alle 14.30 si avvicendano, in sei diverse ondate, quattro gruppi di B-17 e cinque gruppi di B-24, per un totale di 662 bombardieri e 268 caccia che lanciano sulla città 4 mila bombe. L’attacco provoca 3 mila morti e 11 mila feriti, di cui 1.500 morti e 4.000 feriti nel solo quartiere di San Lorenzo.

Oltre allo Scalo e al quartiere San Lorenzo ad essere colpite sono anche le zone limitrofe che vanno dalla Tuscolana alla Tiburtina. Verso le 14, a bombardamento ancora in corso, il pontefice Pio XII lascia il Vaticano e si reca a San Lorenzo per confortare i fedeli; qui i romani lo accolgono con appassionato calore ed enorme gratitudine.

La vettura del sovrano Vittorio Emanuele III viene, invece, presa a sassate mentre un coro di donne grida:


Non vogliamo le vostre elemosine, vogliamo la pace! Fate la pace!

Le bombe su San Lorenzo

Il bombardamento di Roma è il più violento verificatosi fino a quel momento in Italia e assume, sin da subito, un profondo significato simbolico. La città che si sentiva protetta si scopre improvvisamente ferita e vulnerabile.

Quella mattina le sirene di allarme iniziano a suonare in ritardo, quando gli aerei già stanno lanciando le prime bombe su San Lorenzo:

L’orologio al muro batte le ore, alzo lo sguardo e sono le 11. Improvvisamente si sente il rumore della sirena. Un fragore enorme e un tremolio come di terremoto mi accompagna nella chiusura della porta, mentre la sirena non ha ancora terminato il suo primo allarme.

Mi precipito per le scale e mi ritrovo in mezzo alla strada mentre le bombe cadono a grappoli senza sosta con un boato spaventoso, la terra sembra tremare e un polverone oscuro si alza verso il cielo. Quello che tutti speravano non avvenisse mai è arrivato improvvisamente e come inizio si presenta al di là di ogni immaginazione. Dalla piazzetta del mercato arrivano urla di donne terrorizzate, che fuggono disperate.

Istintivamente alzo gli occhi al cielo. Eccoli lassù i bombardieri d’argento che brillano colpiti dalla luce del sole, che volano in formazione perfetta. Sono tanti che non riesco a contarli e volano pure a bassa quota. Ma la contraerea dov’è? Chi li ferma?” (estratto dal diario di Padre Libero Raganella)

Effettivamente sono solo 38 gli aerei italiani a difesa della città e ben poco riescono a fare di fronte agli aggressori. L’attacco al quartiere popolare di San Lorenzo lascia gli abitanti sbigottiti e fa discutere ancora oggi. Il regista cinematografico Antonello Branca, un bambino di sei anni all’epoca, in quei momenti drammatici chiede al padre: “Ma se ci sono venuti a liberare perché ci ammazzano?


Nonostante ciò i romani sanno di chi è la colpa e che il bombardamento americano è una risposta ai vari raid aerei sull’Inghilterra; tanto che il 20 luglio, all’inizio di via Casilina, compare una scritta emblematica: “Meio li americani sulla capoccia che Mussolini tra li coioni!

La memoria di quel tragico giorno è ancora viva all’interno del quartiere e ben visibile nelle cicatrici rimaste tra gli edifici. Una targa a San Lorenzo, di recente affissione, riporta un racconto di Alessandro Portelli, autore di molte interviste a testimoni e sopravvissuti, che ben sintetizza il sentimento diffuso tra gli abitanti:

“Sul muro di un palazzo bombardato a San Lorenzo, per anni si leggeva una scritta: “Eredità del fascismo”. Pensando forse di abbellire il quartiere, qualcuno ha passato una mano di vernice su quella parete, cancellando un segno qualificante della memoria di queste strade. L’importanza di quella scritta andava oltre il messaggio immediato. A distruggere il quartiere sono stati gli alleati, ma San lorenzo sapeva chi erano i veri nemici. Se quel palazzo era distrutto, la responsabilità era del regime fascista.”