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Il bombardamento di Bari del 2 dicembre 1943

Ciò che è avvenuto il 2 dicembre 1943 a Bari è stato a lungo tenuto segreto ed ancora oggi è un episodio quasi sconosciuto, pur trattandosi dell’unico episodio di guerra chimica della II Guerra Mondiale.

di Maurizio Quaregna
24 Maggio 2026
TEMPO DI LETTURA: 6 MIN

CONTENUTO

  • La fase iniziale del bombardamento di Bari
  • I gas tossici
  • Il bombardamento di Bari
  • Quelle morti sospette
  • Le conseguenze del bombardamento

La fase iniziale del bombardamento di Bari

E’ una notte tranquilla, a Bari, quella del 2 dicembre 1943. Il porto è illuminato a giorno ed in piena attività. Il porto pugliese è, con Napoli, il principale centro logistico alleato ove quotidianamente giungono armamenti ed approvvigionamenti in grande quantità. In particolare Bari rifornisce l’Ottava Armata britannica e gli aeroporti nelle vicinanze da cui partono gli squadroni per bombardare l’Austria ed il sud della Germania. Per queste ragioni è un obiettivo strategicamente fondamentale per i Tedeschi.

Ma, malgrado nei giorni precedenti siano avvenuti pesanti bombardamenti notturni nelle città vicine e siano stati avvistati a più riprese ricognitori nemici in volo sulla città, gli Alleati si sentono al sicuro in quanto ritengono che ormai le forze aeree naziste in Italia siano praticamente nulle. Questa considerazione risulta errata in quanto la II Luftflotte , operante agli ordini di Wolfram von Richthofen (parente del famoso “Barone Rosso”) è dotata di oltre 450 apparecchi, tra cui i bombardieri JU 88 A-4 che effettuano il raid su Bari.

Ben 105 velivoli partono nel pomeriggio del 2 dicembre 1943 da vari aeroporti dell’Italia settentrionale in mano alle forze tedesche. Il ricongiungimento avviene sull’Adriatico e gli aerei, dopo aver volato a bassa quota per sfuggire ai radar, arrivano all’altezza di Trani. Qui si staccano due o tre ricognitori che hanno il compito di lanciare le “duppel”, piccole striscioline di alluminio che mettono fuori uso i radar; completato il lancio ritornano nuovamente sul porto lanciando dei bengala per identificare con precisione la zona da colpire. Quest’ultima operazione non è in questo caso rilevante in quanto il porto è illuminato a giorno.

Junker JU 88

In quel momento l’attività ferve nel porto in quanto vi sono oltre 40 navi, quasi tutte mercantili, cariche di armi, munizioni ed approvvigionamenti da scaricare. Il naviglio, per oltre 150.000 tonnellate complessive, è composto per la maggior parte da navi della classe “Liberty”. Le “Liberty ships” sono una geniale invenzione britannica realizzata in massa dagli Statunitensi che ha contribuito alla vittoria alleata. Sono navi “prefabbricate” le cui componenti vengono prodotte in diversi opifici degli USA e poi assemblate nei cantieri. La standardizzazione della produzione consente di poter costruire una nave in pochi giorni.

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Possono traportare anche carri armati ed aerei smontati. Durante la guerra ne vengono varate 2.578. Tra quelle ormeggiate vi è la “John Harvey”. E’ partita da Orano il 20 novembre e, dopo uno scalo in Sicilia, arriva a Bari ma, fortunatamente, a causa dell’intensa attività, deve ormeggiarsi al Nuovo Molo Foraneo, all’estremità del porto, quasi in mare aperto. Il suo carico consiste in bombe di aereo destinate all’aviazione americana. Ma non tutte sono semplici ordigni: una parte di esse, circa 200 tonnellate, contengono iprite, un gas chimico usato nella Prima guerra Mondiale noto come “gas mostarda” per il colore giallastro e l’odore di aglio e senape che sprigiona. E qui bisogna fare un passo indietro per parlare di questo terribile strumento di guerra.

I gas tossici

L’utilizzo dei gas tossici è stato proibito dal Protocollo di Ginevra del 1925 sottoscritto dai principali Paesi dopo l’esperienza drammatica avvenuta sui campi di battaglia durante la Prima Guerra Mondiale. Ma l’accordo proibisce l’uso, non la fabbricazione di prodotti tossici che prosegue in tutti i principali Stati. Durante la Seconda Guerra Mondiale vi è un accordo di deterrenza tra l’Asse e gli Alleati, più volte ribadito da ambo le parti, secondo il quale l’utilizzo di gas avrebbe portato all’immediata rappresaglia con il massiccio impiego delle stesse sostanze da parte dell’attaccato.

Peraltro questo viene riportato nero su bianco nel trattato, in cui viene considerata come nazione “criminale” quella che fa ricorso per prima alle armi chimiche, non quelle che le usano in seguito per rappresaglia. Accade quello che si vedrà pochi anni dopo con la bomba nucleare quando ambo gli schieramenti ( Nato e Patto di Varsavia) pur avendo a disposizione un massiccio arsenale, non utilizzeranno l’arma per timore di ritorsioni. E proprio come la produzione di ordigni nucleari, per tutta la Seconda guerra Mondiale  tutti i principali attori proseguono nella fabbricazione di armi chimiche letali.

I Tedeschi, in particolare, sviluppano una serie di gas che vengono utilizzati nella “soluzione finale”. Ciò non significa che non se ne sia pensato l’effettivo impiego in guerra. Nel 1940 gli Inglesi approntano un piano per utilizzare l’iprite per contrastare un eventuale sbarco nazista sulle coste britanniche ed il timore che i Tedeschi inondino di gas letali i luoghi di sbarco alleati sia in Sicilia che a Salerno e, soprattutto, in Normandia, fa si che gli Alleati mantengano una scorta di ordigni contenenti “gas mostarda” per la rappresaglia. Ecco spiegato il perché della presenza del carico sulla “John Harvey”.

Manifesto USA per riconoscere il gas mostarda (1941-1945)

Il bombardamento di Bari

Torniamo ora al bombardamento di quella notte. I piloti tedeschi, dopo aver risalito quota ed aver sorvolato il porto effettuano una virata ed attaccano dal mare per evitare le difese antiaeree concentrate a nord, da dove logicamente sarebbe potuto arrivare un potenziale attacco. Gli effetti sono devastanti:  gli JU88 scendono in picchiata sul porto sganciando centinaia di bombe. Stante l’alta densità di navi presenti è praticamente impossibile mancare il bersaglio. Per venti minuti gli aerei nazisti operano indisturbati, mentre a terra si scatena l’inferno. Le navi, molte delle quali con un carico di esplosivi a bordo, esplodono e si incendiano una dopo l’altra.

La rottura di un oleodotto riversa una notevole quantità di petrolio in mare che contribuisce ulteriormente ad alimentare le fiamme. Al termine del raid il bilancio è disastroso: diciannove navi sono state affondate ed altre dieci sono seriamente danneggiate. Le vittime complessive, tra militari e civili, comprese quelle che moriranno nei giorni seguenti per le conseguenze della contaminazione con l’iprite, sono stimate oltre 2.000. Il porto si è trasformato in un inferno, con incendi, esplosioni, centinaia di marinai che si sono buttati in acqua per salvarsi, i soccorsi che eroicamente salgono sulle navi in fiamme. La “John Harvey” la Liberty che trasporta anche bombe all’iprite, esplode alle 21.25 con la conseguente fuoriuscita del micidiale gas.

Gli stessi tedeschi non si rendono subito conto dell’incredibile successo della loro azione; infatti la notizia viene pubblicata con scarso rilievo sulla stampa nazista il 3 dicembre e si parla 4 mercantili affondati, oltre a gravi danni alle strutture portuali non meglio specificati. E’ solo il 16 dicembre che la reale entità del disastro viene conosciuta dall’opinione pubblica e, curiosamente, la notizia compare sul “Washington Post”. Non solo il quotidiano americano riporta i reali numeri del disastro, ma accusa le difese di Bari di essersi “addormentate” facendosi sorprendere dai tedeschi senza reagire.

Una Liberty ship

Quelle morti sospette

Ma fin dal giorno seguente, il 3 dicembre 1943, negli ospedali ove sono ricoverati i feriti si assistono ad alcuni fatti inspiegabili. Il personale medico è perplesso. Oltre ai feriti gravi che presentano bruciature, amputazioni ed ipotermia causata dalla prolungata permanenza nell’acqua gelida, altri pazienti, inizialmente ricoverati in stato di choc o  per ferite lievi iniziano a peggiorare velocemente. Accusano nausea ed intensa lacrimazione agli occhi e compaiono su tutto il corpo bolle, vesciche ed eritemi; si sentono bruciare e cercano di strapparsi dal corpo vestiti e bendaggi.

I medici sospettano fin da subito che si tratti di “gas mostarda” ed infatti, dopo alcune ore, vengono informati che una nave con un carico di iprite è esplosa durante l’attacco. Questa informazione deve essere mantenuta “top secret” con tutti, anche con le autorità italiane . Il motivo è semplice: se i Tedeschi venissero a conoscenza della cosa potrebbero sfruttarla per motivi propagandistici e si sentirebbero autorizzati ad utilizzare gas nervini per difendersi dall’imminente attacco previsto nel nord della Francia. Pertanto la versione ufficiale deve essere “dermatite” e le morti devono essere classificate come “ustioni derivanti da attacco nemico”.

Ma se ora è ben chiara la causa che provoca la morte dei feriti dopo atroci sofferenze, resta un mistero circa le modalità. In base alle esperienze della precedente guerra la percentuale dei decessi dovrebbe essere inferiore e determinata da polmoniti. In questo caso, invece, l’elevato numero di morti, avvenute dopo un repentino peggioramento, sono di natura cardiaca. La causa viene individuata nel fatto che l’iprite nell’acqua è venuta a contatto, mischiandosi, con la nafta che galleggia. La combinazione di queste due sostanze ha intriso gli abiti dei poveri disgraziati che hanno cercato rifugio buttandosi in acqua, modificando e rendendo maggiormente permanenti gli effetti nocivi della sostanza tossica.

Le conseguenze del bombardamento

Il segreto viene mantenuto fino agli anni ’70 del secolo scorso, quando compare il primo libro che tratta l’argomento.  Ma in questo periodo l’iprite ha continuato a far danni se si pensa che fino ai primi anni di questo secolo pescatori pugliesi si sono imbattuti in bombe inesplose contenenti il micidiale gas. E, parlando di danni subiti, la tragedia avrebbe potuto avere conseguenze ancora più devastanti se quella notte del dicembre 1943 il vento avesse soffiato, come di consueto, dal mare verso la città trasportando l’iprite tra le case e mietendo così ulteriori vittime civili. Per un puro caso si ebbe un vento anomalo che, soffiando verso il largo, allontanò la nube tossica da Bari disperdendola in mare aperto.

I Baresi commentano che si trattò di un miracolo da parte di San Nicola, protettore della città. Nessuno ha pagato per queste morti. La leggerezza con cui, senza informare del carico le autorità portuali, la nave contenente iprite è stata ormeggiata tra le altre, la responsabilità di chi ha inviato questo carico, le inesistenti difese aeree, il porto completamente illuminato dopo che erano stati effettuati attacchi nei giorni precedenti in città vicine ed erano stati avvistati ricognitori nemici; tutto questo è rimasto impunito. La commissione che fu istituita si è limitata ad approntare un vademecum su come comportarsi in futuro in caso di trasposto di materiale tossico.

Documentario

  • 2 dicembre 1943: inferno su Bari –  di Fabio Tonicelli e Francesco Morra -La grande storia su rai.it

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Glenn B. Infield – Disastro a Bari, La storia inedita del più grave episodio di guerra chimica del secondo conflitto mondiale – Adda, 2003.
  • Francesco Morra – Top Secret Bari 2 dicembre 1943 – La vera storia della Pearl Harbor del Mediterraneo – Castelvecchi Editore, 2014.
  • Francesco Mattesini – Bari 1943: la seconda Pearl Harbor – Luca Cristini editore, 2020.
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Maurizio Quaregna

Maurizio Quaregna

Appassionato di storia del XIX e XX secolo, è membro dell'associazione culturale "International Churchill Society Italia".

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