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Siamo tutti investigatori
È normale di questi tempi, in ogni ora del giorno, accendere la TV e trovarsi di fronte ad una trasmissione che tratta di casi giudiziari in corso, con grande enfasi sulle tracce rinvenute sulla scena del crimine, discusse da una pletora di più o meno esperti. Se ciò non bastasse, canali specializzati delle pay tv o delle emittenti generaliste propongo cold case (letteralmente tradotto “casi freddi”, ovvero episodi criminali occorsi molto tempo prima) nella speranza di farli tornare di attualità, magari grazie ad una tardiva testimonianza di qualche spettatore.
Dobbiamo disturbare il pensiero di Michel Foucault, filosofo e “storico delle idee” tra i più influenti del Novecento, per spiegare la passione del pubblico per le tecniche investigative: esse rappresentano il punto d’incontro tra scienza e giustizia, che sono veicoli fondamentali del potere. L’interesse verso le prove e la raccolta di fonti di prova investigative riflette la fascinazione per il potere della conoscenza tecnica. Le serie TV e i casi giudiziari spettacolari mettono in scena la scienza come strumento di controllo e veridicità.
D’altra parte Erving Goffman asserisce che il processo giudiziario è una rappresentazione teatrale, con ruoli ben definiti (giudice, avvocato, imputato), ed il pubblico è attratto da questa drammaturgia sociale, in cui le impronte o la raccolta del DNA (tracce biologiche che posizionano il presunto colpevole sul lougo del delitto) fungono da “effetti speciali” che rendono più credibile la narrazione.
Il Positivismo, da Lombroso a Bertillon
Rimane la curiosità di conoscere in che periodo le scienze forensi hanno fatto il loro ingresso nelle indagini giudiziarie e chi sono stati i pionieri in questo campo. In premessa dobbiamo rifarci al pensiero positivista, nato nell’Ottocento come fiducia totale nella scienza e nel metodo empirico. Siamo in un periodo segnato da una parte dalla rivoluzione industriale, con connessa fiducia nella tecnica, nella scienza applicata, nel progresso materiale, e dall’altra dall’illuminismo (valorizzazione della ragione e dell’uguaglianza davanti alla legge), ed infine dallo sviluppo delle scienze naturali (si pensi alla fisica di Newton, la chimica di Lavoisier, la biologia di Darwin), a dimostrare la possibilità di spiegare la natura in modo rigoroso e scientifico. In questo clima, molti pensatori, Auguste Comte in testa, credettero che anche i fenomeni sociali e morali potessero (e dovessero) essere studiati con gli stessi metodi delle scienze naturali. È in quel tempo che si apre la strada alla fiducia nella scienza come strumento per scoprire la verità.

Si giunse ad applicare il metodo scientifico allo studio della società, dando origine a discipline come la sociologia e influenzando profondamente la criminologia e le tecniche investigative. È in questi campi che emerge il nostro Cesare Lombroso, padre dell’antropologia criminale, che applica il metodo positivista allo studio dell’uomo-criminale: misurazioni craniometriche, fisiognomiche, raccolta di dati anatomici. Seppure alcune sue teorie siano criticabili per determinismo biologico e per giustificare discriminazioni (si veda l’idea del “criminale nato”), il suo metodo scientifico applicato all’investigazione ha lasciato un’eredità duratura, portata avanti dal suo miglior allievo, il medico legale Salvatore Ottolenghi, che di fatto ha fondato la Polizia Scientifica in Italia nel 1903.

Si va da Alphonse Bertillon che sviluppa l’antropometria giudiziaria (bertillonage), con misurazioni fisiche standardizzate per identificare recidivi, a Francis Galton e poi Edward Henry che introducono il sistema delle impronte digitali, diventato rapidamente standard internazionale, passando da Hans Gross, magistrato e teorico, che scrive il Manuale dell’investigatore criminale, considerato fondamento della criminalistica moderna, per giungere al pioniere di nostro interesse: Bernard Spilsbury, che applica la medicina legale ai processi, contribuendo a consacrare il ruolo della scienza forense.
Il cambio di passo: Spilsbury “patologo del popolo”

Il nostro nacque il 16 maggio 1877 a Leamington Spa, una città termale nello Warwickshire, Inghilterra centro-meridionale. Era primogenito di James Spilsbury, un chimico e farmacista. Si laureò prima in Scienze Naturali a Magdalen College, Oxford, nel 1899 e successivamente ottenne la laurea in medicina (MB BCh) nel 1905. Sposò Edith Caroline Horton il 3 settembre 1908 (ebbero quattro figli: Evelyn, Alan, Peter e Richard).
Si specializzò in patologia forense, un campo emergente all’epoca, presso il St Mary’s Hospital di Paddington, Londra, che all’inizio del ventesimo secolo era un baluardo dove i tossicologi Arthur Luff (suo un un Manuale di Medicina Legale e Tossicologia del 1895) e William Willcox (noto come il “Detective-Medico”) e il patologo Augustus Pepper, impiegando metodi più obiettivi, riuscirono a restituire prestigio alla medicina forense, che in precedenza faticava a ottenere rispetto.
I tre erano esperti di indagini criminali dell’Home Office, richiesti per casi forensi di particolare complessità. Essi avevano già sviluppato un rapporto di lavoro con la polizia metropolitana londinese (Scotland Yard) sotto il commissario Edward Henry, che era impegnato a migliorare l’efficienza e la modernizzazione delle indagini penali. Spilsbury lavorò con Augustus Pepper come assistente dimostratore di patologia e nel 1908 gli succedette come patologo presso il St Mary’s. Già nel 1909, il coroner, l’Home Office e il Director of Public Prosecutions si rivolgevano con regolarità a Luff, Willcox e Spilsbury per assistenza forense, a dimostrazione di come quest’ultimo fu rapidamente integrato tra gli esperti di fiducia, fornendo un ulteriore valore aggiunto quando sostenne che i patologi inglesi dovessero avere accesso alle migliori attrezzature di laboratorio e obitorio, trovando un potente alleato nel commissario Henry.
Prima del XVIII secolo, le autopsie forensi non erano comuni in Gran Bretagna. Il XIX secolo vide l’emergere della tossicologia e l’aumento della domanda di esperti forensi, ma la medicina forense faticava a ottenere rispetto a causa dell’inaffidabilità nel distinguere tra omicidio, suicidio e morte naturale. Come abbiamo sottolineato, grazie ai suoi pionieri, il St. Mary’s Hospital divenne un baluardo per ristabilire il prestigio della disciplina attraverso metodi più obiettivi, e Spilsbury cambiò radicalmente la percezione pubblica della patologia forense, insistendo sull’indagine della scena del crimine e sulle circostanze della morte, anche grazie alla sua capacità di comunicare in un linguaggio accessibile scoperte mediche complesse alle giurie nei tribunali. Ciò gli valse il soprannome di “patologo del popolo”, ed una notevole popolarità.
Dei veri spettacoli nelle aule di giustizia
Il caso che lo portò all’attenzione del pubblico risale al 1910 e riguarda un certo Hawley Crippen, un medico americano accusato di aver ucciso sua moglie, Cora Crippen, cantante di music hall conosciuta come Belle Elmore, di cui si erano perse le tracce. Inizialmente, la polizia pensò che fosse tornata in America, come affermato dal marito, ma il comportamento di questi insospettì il Capo Ispettore Walter Dew, il quale effettuò una perquisizione nella casa della coppia, ove fu scoperto un corpo in avanzato stato di decomposizione in cantina.
Più precisamente si trattava di resti umani parziali che furono portati in ospedale, dove si determinò che erano stati sezionati da qualcuno con una certa competenza medica, un profilo cui Crippen corrispondeva. L’identificazione della vittima divenne conseguentemente un punto centrale delle indagini. Spilsbury fornì le prove forensi: un piccolo frammento di tessuto con una cicatrice da isterectomia (una tecnica chirurgica che comporta l’asportazione dell’utero) fu accertato come appartenente a Cora. Ne scaturì un processo in cui la testimonianza di Spilsbury fu determinante.
La sua dichiarazione fiduciosa, il suo comportamento calmo in tribunale e la sua aura di professionalità furono sufficienti a convincere la giuria, anche in virtù del Presidente che espresse pubblicamente grande ammirazione per il patologo. Il destino di Crippen fu segnato: riconosciuto colpevole, la sua condanna, in gran parte grazie alla testimonianza di Spilsbury, lo portò all’esecuzione. Questo caso portò il nostro all’attenzione del pubblico, proiettandolo sotto i riflettori e contribuendo a farlo emergere come l’archetipo dell’investigatore medico. È il caso che lo rese il “volto pubblico” della medicina forense.
Il processo che cementò la sua posizione fu quello delle “Brides in the Bath” (le mogli nella vasca) del 1915, che costò la condanna a morte del presunto colpevole di tre omicidi, George Joseph Smith. Tre donne morirono nel tempo, ognuna nella propria vasca da bagno. In ciascun caso, la morte sembrava essere causata da un incidente. La polizia fu allertata da una lettera di Joseph Crossley, amico della moglie di Smith, Alice. Crossley notò somiglianze tra questo presunto annegamento con la morte di una donna di nome Margaret Lloyd, il cui marito – si scoprì – era in realtà Smith sotto falso nome. La pubblicità portò alla scoperta di una terza vittima, Bessie Munday, che Smith aveva sposato anche in questo caso con un nome non suo.
Egli aveva dunquecontratto matrimonio consecutivamente con tre donne, e ognuna di loro era morta nella vasca da bagno. Bernard Spilsbury fu chiamato per assistere la polizia. Inizialmente era perplesso, poiché i corpi non mostravano segni di violenza e davano l’impressione esatta di annegamento mentre le vittime erano prive di sensi, ma si rese conto che i fattori comuni erano la lunghezza della vasca e la postura simile in cui le donne erano state trovate: poggiate sulla schiena con i piedi fuori dall’acqua. Teorizzò che una repentina strattonata ai piedi, che spingeva la testa delle donne sott’acqua, le avrebbe portate ad inalare riflessivamente acqua e svenire. La dimostrazione in aula rigettò la tesi della difesa che parlava di annegamento accidentale o di malore.
Per validare la sua teoria, infatti Spilsbury portò una vasca da bagno e fece una esibizione drammatica. L’esperimento coinvolse una nuotatrice campionessa e fu così efficace che ci volle mezz’ora per rianimarla. Inoltre l’affermazione del patologo che il polpaccio di una delle tre presentava dei segni di tenuta e che la donna stringeva nella mano una saponetta, indicava chiaramente che aveva subito una morte violenta, cioè che era stata assassinata. La giuria impiegò solo venti minuti per condannare Smith, che fu impiccato.
I media impazzirono per Spilsbury, un articolo del Guardian lo indicò come un “vero Sherlock Holmes“, l’investigatore nato dalla penna di Conan Doyle. La nomina nel 1923 a “sir” per il suo lavoro come patologo, contribuì a stabilire la patologia forense come scienza e rafforzò la sua fama. Era divenuto una vera “star”. Il caso di Alfred Rouse, noto come l'”Omicidio dell’Auto in Fiamme” (“Blazing Car Murder”), avvenuto nel 1930, fu un’altra delle importanti indagini in cui fu coinvolto.
Alfred Arthur Rouse era in difficoltà finanziarie e desiderando simulare la propria morte, uccise un uomo sconosciuto per poi bruciarlo dentro la sua auto nelle campagne di Hardingstone, nel Northamptonshire. Rouse aveva stipulato una polizza di assicurazione sulla vita per 1.000 sterline da pagare alla moglie in caso di morte accidentale del guidatore del veicolo. Come fu ricostruito in sede processuale, il 5 novembre, prima di compiere il delitto, aveva conosciuto casualmente un uomo e promettendogli un lavoro nel Midlands lo aveva convinto a salire sulla sua auto. Durante il viaggio, lo colpì rendendolo incosciente, quindi diede fuoco al veicolo, per far sembrare il tutto un incidente.

Il corpo bruciato dell’uomo non fu mai identificato, talché l’identità della vittima rimase sconosciuta. Rouse fu arrestato, processato, e condannato a morte per omicidio. Fu giustiziato tramite impiccagione nel marzo 1931. Spilsbury lavorò insieme a un patologo locale. Eseguì l’autopsia sul corpo e testimoniò durante il processo contro Rouse, sostenendo che la vittima era stata colpita alla testa con un corpo contundente prima di essere data alle fiamme e che era ancora viva e incosciente al momento in cui fu appiccato il fuoco.
Egli evidenziò anche che parti degli abiti della vittima erano impregnati di benzina, confutando la tesi della difesa che questa fosse stata accidentalmente versata dalla vittima stessa. Il suo contributo fu fondamentale per dimostrare che il rogo era stato premeditato e non un incidente. Da notare che il caso ha suscitato interesse anche recentemente, ed è stato riesumato con analisi scientifiche del DNA per provare a identificare la vittima, senza successo.
Operazione Mincemeat
Anche durante la Seconda Guerra Mondiale Spilsbury prestò la sua consulenza e competenza medico-legale, tanto da avere un ruolo significativo nell’Operazione Mincemeat, concepita come un’operazione per ingannare i tedeschi riguardo al vero obiettivo dell’invasione Alleata della Sicilia. Il suo scopo era convincere il nemico che gli Alleati intendessero invadere la Grecia, anziché l’Italia, che era l’obiettivo reale, e consisteva nel collocare falsi piani nelle tasche di un cadavere vestito con una uniforme militare inglese e farlo poi approdare su una spiaggia spagnola controllata dall’Asse.
Tra l’altro divenne successivamente il soggetto di un libro del 1953 e del film del 1956 intitolato “L’uomo che non è mai esistito” (The Man Who Never Was). Nel film, l’attore Andre Morell ha interpretato Spilsbury. Più di recente lo stesso soggetto è stato trattato in “L’arma dell’inganno – Operation Mincemeat” (Operation Mincemeat) del 2021 diretto da John Madden con Colin Firth.
Spilsbury e Sherlock Holmes
Al suo apice, negli anni ’30, Spilsbury eseguiva un numero impressionante di 750-1000 autopsie all’anno. Durante la sua lunga carriera, ne completò oltre 25.000, registrando più di 6.000 casi medico-legali nei suoi quaderni. Lavorò su casi straordinari (ne abbiamo accennati solo tre), con tecniche investigative che catturavano l’immaginazione del pubblico, e il suo modo di operare — attento ai dettagli, sperimentale, determinato a “leggere” la scena del crimine — richiamava indubbiamente il metodo deduttivo di Sherlock Holmes, il personaggio di fantasia di Conan Doyle.
Ma Spilsbury aveva cominciato ad operare nella scienza forense, diventando noto come “padre” della moderna medicina legale, soprattutto nei primi decenni del XX secolo (gli anni ‘10, ‘20, ‘30) quando Holmes era consolidato come personaggio popolare e l’influenza del modello deduttivo investigativo era già presente nella cultura dei seguaci della materia.

Doyle, a sua volta medico, specialmente grazie alla figura del professor Joseph Bell (da cui Holmes deriva in parte), era consapevole di metodi osservativi-deduttivi, dell’importanza dell’osservazione molto accurata, degli indizi. Tutte cose che la scienza forense avrebbe poi sviluppato concretamente. Insomma, le osservazioni scientifiche dell’epoca, erano già in evoluzione.
Spilsbury è più un traghettatore reale della scienza forense verso la pratica giudiziaria moderna, mentre Sherlock Holmes è un’idealizzazione che forse ha anticipato certe aspettative (accuratezza, deduzione, scienza) che la scienza forense si sforzava di realizzare. Spilsbury ha operato “sul campo” con tecniche forensi reali: autopsie, analisi patologiche, prove materiali, testimoni, ecc. Negli anni in cui iniziavano a diffondersi nella cultura popolare le storie di detective che usano prove fisiche o scientifiche, Spilsbury stava contribuendo realmente a formare il metodo forense moderno.
“Infallibilità papale”, “Spilsburismo” e altre critiche, anche postume
La fama di Spilsbury derivava dal suo carisma. Lo aiutavano una “presenza fisica” in tribunale, la sua capacità di comunicare prove forensi in linguaggio semplice ed una aura di impressionante rettitudine. I giornali usavano titoli come “Spilsbury Called In” (“chiamato a dire la sua”), implicando una condanna quasi certa per l’imputato. Giudici e giurie erano spesso soggiogati, tanto che il Law Journal notò “l’infallibilità più che papale con cui Sir Bernard Spilsbury viene gradualmente investito dalle giurie“.
A partire dal caso di Norman Thorne nel 1925, iniziarono però a emergere preoccupazioni riguardo alla sua “inflessibilità fallibile” e al suo “dogmatismo”. Thorne stesso si dichiarò “martire dello Spilsburyismo”. Questi era accusato di aver picchiato a morte Elsie Cameron e di aver tentato di far sembrare la sua morte un suicidio. La testimonianza di Spilsbury, basata su “prove incerte di ecchimosi interna” e sulla mancanza di segni di impiccagione sul collo, portò alla condanna di Thorne. Tuttavia, altri esperti patologi contestarono le conclusioni, sottolineando la difficoltà di interpretare il corpo in decomposizione e le discrepanze tra analisi macro e microscopiche. Lo stesso Sir Arthur Conan Doyle, concittadino di Thorne, espresse “profonda inquietudine” per la condanna.
Inoltre Spilsbury fu criticato per la sua insistenza nel lavorare da solo, rifiutando di formare allievi e di partecipare alla ricerca accademica o alla revisione paritaria. Ciò gli conferì un’immagine di infallibilità che suscitò sospetti tra molti, e il convincimento che fosse la sua popolarità piuttosto che la sua scienza a persuadere le giurie a credere alla sua testimonianza sopra tutte le altre.
Negli anni successivi alla sua morte, che avvenne nel 1947 e di cui racconteremo a breve, la sua reputazione subì una severa revisione. Keith Simpson, un suo associato più giovane, affermò che il dovere del testimone forense è fornire le migliori prove al tribunale, non preoccuparsi della condanna o dell’assoluzione. Recenti studi hanno suggerito che il suo rigido dogmatismo abbia portato a errori giudiziari. Colin Evans, autore di The Father of Forensics, ha descritto il caso Thorne come un “campanello d’allarme” per Spilsbury.
Vita personale e tragedie di Bernard Spilsbury
La sua vita personale fu segnata da tragedie. Suo figlio Peter, chirurgo, fu ucciso durante un raid aereo nel 1940 mentre l’altro figlio, Alan, avvocato che lo assisteva in laboratorio, morì di tubercolosi nel 1945, poco dopo il termine della Seconda Guerra Mondiale. Furono perdite, in particolare quella di Peter, da cui Spilsbury non si riprese mai completamente.
La sua stessa salute si deteriorò, soffrendo di artrite e ictus che gli paralizzarono parzialmente la mano destra. Nel 1939, il suo matrimonio era in crisi e sua moglie Edith andò a vivere con la sorella. Il 17 dicembre 1947, Spilsbury fu trovato privo di sensi nel suo laboratorio all’University College, Londra, con il rubinetto del gas di un becco Bunsen aperto. Fu dichiarato morto alle 21:10. Il coroner, il suo amico personale Bentley Purchase, registrò la sua tristezza per la salute in declino come fattore chiave nel suo suicidio per avvelenamento da gas, che risultò piuttosto struggente dato il numero di casi di suicidio o morte accidentale su cui aveva lavorato che erano stati eseguiti con quel mezzo.
L’eredità lasciata da Spilsbury
La sua ex casa a Marlborough Hill, a nord di Londra, è commemorata da una targa blu dell’English Heritage, al pari della sua casa natale, al 35 di Bath Street, Leamington Spa, dove il padre gestiva una farmacia. Secondo i critici, sebbene il suo lavoro iniziale fosse rigoroso e impressionante, alla fine cadde vittima del credere nella sua stessa leggenda e nella sua infallibilità. Non si può comunque negare il suo ruolo nel portare la patologia forense fuori dal laboratorio e nel renderla una disciplina rispettata e di alto profilo. Spilsbury ha gettato le basi per le moderne indagini forensi e per le investigazioni sulla scena del crimine.
Tuttora lo ringraziano gli esperti poliziotti che nello svolgere le loro attività lì dove si è svolto un crimine, portano con sé la murder bag, una idea concepita in seguito all’osservazione durante il caso Mahon. Egli fu scioccato nel vedere la completa mancanza di dispositivi di protezione tra gli agenti di polizia che raccoglievano i resti della vittima, Emily Kaye, il che li esponeva al rischio di infezioni. Dopo la conclusione del caso, Spilsbury si rivolse all’Home Office e contribuì a sviluppare insieme a una squadra di Scotland Yard la murder bag, un kit portatile che conteneva gli strumenti essenziali per gli investigatori che si recavano sulla scena di una morte sospetta.
Tra gli articoli inclusi c’erano guanti di plastica (o gomma), pinzette, sacchi per le prove (o campioni), un metro a nastro e altri strumenti utili per la registrazione delle prove. L’innovazione non si limitò alla fornitura di strumenti, ma fu accompagnata dalla prima formazione che gli agenti di polizia ricevettero su come gestire una scena del crimine, andando oltre la semplice istruzione di “non toccare nulla”. Insomma, c’è tuttora un segno tangibile di Spilsbury tra gli specialisti della polizia scientifica che ricercano, sulla scena del crimine, le fonti di prova necessarie ad “incastrare” il colpevole.
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- Colin Evans, The Father of Forensics: How Sir Bernard Spilsbury Invented Modern CSI (English Edition), Icon Books Ltd, 2008.
- Andrew Rose, Lethal Witness : Sir Bernard Spilsbury, Honorary Pathologist (English edition), Kent State University Press, 2009.







