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Benedetto XVI: vita, pontificato, dimissioni, pensiero

"Il pastore tedesco" che seppe conciliare, con dolcezza, fede e ragione. Gravato dall’incedere del tempo, decise, con un gesto rivoluzionario, d’essere il primo pontefice emerito della bimillenaria storia della Chiesa.

di Emanuele Maestri
16 Aprile 2026
TEMPO DI LETTURA: 28 MIN
Benedetto XVI festeggia il suo compleanno durante la visita negli USA (Pubblico Dominio) President George W. Bush and Mrs. Laura Bush lead the celebration of the 81st birthday of Pope Benedict XVI as he's presented a cake by White House Pastry Chef Bill Yosses Wednesday, April 16, 2008, at the White House.  Photo by Eric Draper, Courtesy of the George W. Bush Presidential Library and Museum

Benedetto XVI festeggia il suo compleanno durante la visita negli USA (Pubblico Dominio) President George W. Bush and Mrs. Laura Bush lead the celebration of the 81st birthday of Pope Benedict XVI as he's presented a cake by White House Pastry Chef Bill Yosses Wednesday, April 16, 2008, at the White House. Photo by Eric Draper, Courtesy of the George W. Bush Presidential Library and Museum

CONTENUTO

  • Benedetto XVI, un profilo del papa della ragione
  • Joseph Ratzinger, un bavarese. Le origini tedesche
  • La vocazione precoce
  • Ratzinger: un professore modernista
  • Introduzione al cristianesimo
  • «Chi pretende di sfuggire l’incertezza della fede dovrà fare i conti con l’incertezza dell’incredulità»
  • Ratzinger a Roma
  • Il custode della fede
  • “Non posso fare a meno di Lei!”
  • Ecco Benedetto XVI! Elezione al soglio pontificio
  • Il primo discorso di papa Benedetto XVI
  • Benedetto XVI: il papa dell’amore
  • Benedetto XVI, un papa semplice
  • “Dove è Gesù, gli uomini diventano migliori”
  • Un papa profeta
  • “I nuovi pagani che finora potevano cullarsi nell’illusione di non essere pagani”
  • La lotta di Benedetto XVI al Positivismo
  •  La lotta alla dittatura del relativismo
  • I valori non negoziabili per Benedetto XVI
  • Il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI
  • Il Motu Proprio Summorum Pontificum
  • I testi del pontificato di Benedetto XVI
  •  L’abdicazione di papa Benedetto XVI
  • L’annuncio della rinuncia di Benedetto XVI
  • Quali sono stati i papi dimissionari?
  • Gli anni con papa Francesco
  • Benedetto XVI è stato un pontefice tradizionalista?
  • “La ragionevolezza della fede”
  • L’eredità di Benedetto XVI

Benedetto XVI, un profilo del papa della ragione

Benedetto XVI, al secolo Joseph Aloisius Ratzinger, è stato il 265° vescovo di Roma e pontefice della Chiesa cattolica, sesto sovrano dello Stato della Città del Vaticano, settimo tedesco, ottavo a rinunciare al ministero petrino. Dal 1 marzo 2013, inizio della sede vacante, è diventato il primo papa emerito della storia millenaria della Chiesa, conservando il titolo e trattamento di “Sua Santità”, nonché la talare bianca. Il 13 dello stesso mese, gli succede Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, con il quale ha una coabitazione, non sempre facile, di nove anni, segnata da contrasti più o meno velati.

Il suo è stato un ministero che, nel traghettare il pontificato dal Novecento al XXI dopo i ventisette anni di Giovanni Paolo II, si è improntato alla lotta al relativismo, alla difesa dei valori non negoziabili (principi fondanti della legge morale), della persona umana e della sua libertà, in perfetta sintonia con il predecessore, Giovanni Paolo II, con il quale aveva collaborato, come prefetto dell’ex Sant’Uffizio, per ventiquattro anni. E’ stato un papa filosofo che, fino all’ultimo, ha cercato di conciliare fede e ragione, a tratti riuscendoci in modo sublime.

Joseph Ratzinger, un bavarese. Le origini tedesche

Joseph Ratzinger nasce a Marktl, in Baviera, il 16 aprile 1927, da Maria Rieger e Joseph Ratzinger senior: è il terzogenito di famiglia. I fratelli Ratzinger (Maria, Georg e Joseph) saranno sempre molto legati: lo resteranno per tutta la vita, tanto che l’ultimo faticoso viaggio da papa emerito, Benedetto lo fa per andare a trovare il fratello monsignore, ormai in fin di vita.

Nel testamento spirituale così scrive della sua famiglia: «Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi. La lucida fede di mio padre ha insegnato a noi figli a credere, e come segnavia è stata sempre salda in mezzo a tutte le mie acquisizioni scientifiche; la profonda devozione e la grande bontà di mia madre rappresentano un’eredità per la quale non potrò mai ringraziare abbastanza. Mia sorella mi ha assistito per decenni disinteressatamente e con affettuosa premura; mio fratello, con la lucidità dei suoi giudizi, la sua vigorosa risolutezza e la serenità del cuore, mi ha sempre spianato il cammino; senza questo suo continuo precedermi e accompagnarmi non avrei potuto trovare la via giusta».

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Amerà sempre la sua terra nativa, che definirà, nel testamento spirituale, «la mia bella patria delle Prealpi bavaresi, nella quale sempre ho visto trasparire lo splendore del Creato stesso. Ringrazio la gente della mia patria perché in loro ho potuto sempre di nuovo sperimentare la bellezza della fede».

La vocazione precoce

Nel 1939, a soli 12 anni, entra in seminario, a Traunstein, nell’alta Baviera. Dopo la chiusura dell’istituto, avvenuta per volontà dei nazisti, è costretto a tornare a casa e ad aderire alla Gioventù hitleriana: la sua iscrizione, però, è solo formale, infatti non parteciperà mai attivamente alla vita di partito, grazie alla copertura di un professore di matematica. Il futuro papa, nel libro Sale della terra, così racconta la vicenda: «Grazie a Dio a scuola c’era un insegnante di matematica molto comprensivo. Era personalmente nazista, ma una persona onesta. Un giorno mi disse: “Vacci almeno una volta, così saremo a posto”. Quando però si accorse che io non volevo, mi disse: “Ti capisco, sistemerò io la faccenda”».

A 16 anni, come tutti i suoi coetanei, è arruolato nell’esercito tedesco, da cui diserterà senza aver mai combattuto. Finita la guerra, la vocazione lo riporta in seminario, questa volta (e siamo nel 1947) in quello interdiocesano di Monaco. Ha, quindi, la possibilità di continuare gli studi in filosofia e teologia all’Università di Monaco, ivi adiacente. Per il giovane Joseph sono anni culturalmente ricchi e stimolanti, di formazione d’impronta neoplatonica e al pensiero del filosofo Pascal, correnti filosofiche molto presenti nell’ambiente culturale teutonico del tempo. Quattro anni dopo, il 29 giugno 1951, insieme al fratello Georg, è ordinato sacerdote nella cattedrale di Monaco, dall’arcivescovo, cardinale Michael von Faulhaber.

Ratzinger: un professore modernista

L’11 luglio 1953 discute la tesi dottorale sulla figura di sant’Agostino d’Ippona, dal titolo Popolo e casa di Dio nella dottrina agostiniana della Chiesa: e ottiene la summa cum laude. Due anni dopo, nel 1955, presenta la dissertazione, per ottenere l’abilitazione all’insegnamento universitario, dal titolo La teologia della storia di san Bonaventura. Il lavoro è, però, accusato di «pericoloso modernismo»: è perciò costretto a correggerne alcune parti.

Nel maggio 1957, ottiene la cattedra, presso l’Università di Monaco, in teologia fondamentale;  nel dicembre del medesimo anno quella di teologia dogmatica  presso l’Istituto superiore di teologia e filosofia di Frisinga. Due anni dopo, è professore a Bonn; nel 1963 a Munster. Nel 1966, riceve la cattedra di teologia dogmatica all’Università di Tubinga, dove sarà  collega di Hans Kung.

Papa Paolo VI consegna l’anello cardinalizio a Ratzinger

Introduzione al cristianesimo

Nel 1966, a Tubinga, tiene una conferenza sul cattolicesimo e lo fa considerando il fatto che la delusione post Concilio è cocente, sia nel campo dei conservatori sia in quello dei progressisti: i primi perché si oppongono ai cambiamenti introdotti; i secondi, al contrario, perché vogliono attuarli rapidamente. Subito dopo il Concilio Vaticano II (al quale partecipò, prima, come consulente teologico dell’arcivescovo di Colonia e, poi, come perito), Ratzinger  indica tre punti critici non risolti dall’assise: la liturgia, il rapporto tra la Chiesa e il mondo e l’ecumenismo.

Per il futuro Benedetto XVI la riforma in campo liturgico è necessaria, ma avverte una certa furia iconoclasta; il rapporto tra la Chiesa e il mondo deve essere incentrato sulla compenetrazione delle due dimensioni, poiché Dio non è alieno dal mondo, ma, al contrario, si è incarnato proprio per salvarlo (il cristiano, perciò, non deve fuggire dall’impegno nella comunità d’appartenenza, ma impegnarsi, con gioia, nell’oggi, dando testimonianza coraggiosa della sua fede); l’ecumenismo non deve portare a considerare la Chiesa cattolica una confessione come tante, ma la Chiesa per eccellenza che sa dialogare con le altre, in quanto accomunate dal messaggio evangelico.

Nel 1968, nel pieno degli anni della contestazione studentesca, basata su pseudo teorie marxiane  che coinvolse anche l’Ateneo di Tubinga, pubblica Introduzione al cristianesimo, un libro di teologia tra i più famosi del Novecento, ristampato in Germania una decina di volte nel medesimo anno, tradotto in venti lingue: un vero bestseller, figlio delle lezioni tenute dal professor Joseph, letteralmente prese d’assalto dagli studenti.

«Chi pretende di sfuggire l’incertezza della fede dovrà fare i conti con l’incertezza dell’incredulità»

Il libro è ricco d’aneddoti, tipici dell’insegnamento ratzingeriano: uno dei più belli è quello che ci aiuta a comprendere l’umiltà di Benedetto XVI, per il quale l’intellettuale deve, all’occorrenza, saper scendere dal piedistallo. Insegnamento che metterà sempre in pratica. La storia è quella di un esploratore ebreo erudito, il quale decide di far visita a un giusto noto per la sua fede e semplicità.

L’esploratore gli parla e gli spiega le argomentazioni che avevano messo in difficoltà lui e numerosi dotti come lui. Il giusto, interrogato, però, non risponde e continua a camminare. Dopo un po’ apre bocca e afferma: «Chissà, forse è proprio vero!». A questo punto, il dotto non ha più la forza di replicare: aveva capito che il dubbio (espresso in quel forse) è una realtà con la quale ogni uomo deve confrontarsi, credente o meno. Ed ecco la conclusione professorale di Ratzinger: «Chi pretende di sfuggire l’incertezza della fede dovrà fare i conti con l’incertezza dell’incredulità».

Un altro aneddoto è quello, ripreso dal libro La scarpetta di raso di Paul Claudel, che racconta di un missionario gesuita su una nave che sta affondando a causa dei pirati. Aggrappato a una tavola di legno che va alla deriva, il gesuita assomiglia a Cristo in croce: tutto lascia pensare che quest’ultimo verrà risucchiato nell’abisso come tutti i suoi compagni di sventura, ma egli non abbandona la presa e prima di essere inghiottito dall’abisso offre la sua vita per il fratello che, lontano da Dio, insegue le ricchezze del mondo. La morte del religioso sarà, poi, di salvezza per gli altri naufraghi. Un esempio concreto per far comprendere la grandezza e bellezza del sacrificio del Figlio di Dio.

Ratzinger a Roma

La situazione alla facoltà di teologia dell’Università di Tubinga si fa sempre più critica. Ratzinger, da decano, diversamente da altri professori che decidono di tacere e di far buon viso a cattivo gioco, ritiene, al contrario, di non poter più tacere: quando i giovani fanno irruzione nel senato accademico lanciando accuse gratuite, egli raccoglie le sue carte e se ne va, senza proferire parola. Il suo è un silenzio che fa rumore.

Nel 1969, dopo una parentesi a Regensburg passata insieme al fratello, torna all’insegnamento, questa volta all’Ateneo di Ratisbona, del quale sarà, dal 1976 al 1977, vicepresidente, carica che lascerà il 24 marzo 1977, poiché eletto da Papa Paolo VI arcivescovo di Monaco e Frisinga. La consacrazione avviene il 28 maggio: come motto episcopale sceglie l’espressione Cooperatores veritatis, lo stesso che l’accompagnerà nel pontificato, segno del suo costante impegno al servizio della verità del Vangelo.

Così spiega la scelta: «Per un verso, mi sembrava che fosse questo il rapporto esistente tra il mio precedente compito di professore e la nuova missione. Anche se in modi diversi, quel che era e continuava a restare in gioco era seguire la verità, stare al suo servizio. E, d’altra parte, ho scelto questo motto perché nel mondo di oggi il tema della verità viene quasi totalmente sottaciuto; appare infatti come qualcosa di troppo grande per l’uomo, nonostante che tutto si sgretoli se manca la verità».

Paolo VI, dopo soli tre mesi dalla nomina, il 27 giugno lo crea cardinale, con il titolo presbiterale di Santa Maria Consolatrice al Tiburtino. Nel 1978, partecipa a due conclavi: quello che elegge Giovanni Paolo I e quello che sceglie il giovane polacco Karol Wojtyła, il quale, tre anni dopo, il 25 novembre 1981, lo sceglierà come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio.

Il custode della fede

Giovanni Paolo II ha una strategia ben precisa per governare la Chiesa e per questo, non a caso, sceglie il cardinal Ratzinger come collaboratore. I due s’incontrano nei conclavi del 1978. Wojtyla rimane colpito e affascinato dalla lucidità e fermezza teologica, nonché dalla capacità di mediazione tra opposte posizioni, del tedesco Ratzinger: nasce, da subito, una profonda e reciproca stima intellettuale.

Giovanni Paolo II corteggia Ratzinger, ma quest’ultimo non è dell’idea di lasciare l’amata Germania, l’insegnamento e gli studi. Qualche anno dopo, il 25 novembre 1981, in seguito a un compromesso, il cardinal Ratzinger è nominato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Quale compromesso? Il tedesco potrà continuare a studiare, far ricerca e pubblicare libri anche da capo del Sant’Uffizio.

I due sono accomunati dal vissuto esperienziale dei totalitarismi (il nazismo per Ratzinger, il comunismo per Wojtyła), che li porta a credere che solo una fede cristiana solida, fondata sulla verità e non sui compromessi politici, li potrà arginare; e dall’esperienza conciliare che tanto sbandamento stava creando nei fedeli (Giovanni Paolo II ha bisogno di un  teologo capace di dialogare con la modernità senza svendere la dottrina, dando la giusta interpretazione e la successiva attuazione al Concilio, arginando le derive progressiste, in primis la teologia della liberazione, che sosteneva che la Chiesa dovesse attivamente, in America Latina, favorire le rivoluzioni sociali, un miscuglio di marxismo, lotta di classe e Vangelo).

“Non posso fare a meno di Lei!”

La Congregazione per la Dottrina della Fede, nel 1984, in risposta, pubblica un documento di condanna di tale interpretazione, dal titolo Istruzione su alcuni aspetti della Teologia della Liberazione, documento che segna una chiara linea di condanna, non rivolta alle politiche di aiuto al miglioramento sociale delle classi povere, ma alla teoria che associava Vangelo e lotta di classe, concetto incompatibile con la visione cristiana della fraternità e che mette, inoltre, in luce il pericolo di politicizzazione dei sacerdoti, i quali rischiavano di ridurre la fede a un’ideologia come tante e la Chiesa, da Corpo in terra di Cristo, a un’organizzazione politica qualsiasi.

Il duo Wojtyla – Ratzinger fa sul serio: per loro il prete deve curare le anime, non fare il capopopolo. Il primo a farne le spese è il francescano Leonardo Boff, al quale, dopo un incontro a Roma con il prefetto Ratzinger, sarà proibito di insegnare e predicare. Il Custode della fede non scherza, in ciò appoggiato da Giovanni Paolo II. Boff inizialmente accetta il silenzio, ma sotto traccia continua a propagare le sue teorie e nel 1992 decide di abbandonare il sacerdozio. Si riavvicinerà a Roma con il pontificato di Bergoglio, con il quale collaborerà alla stesura dell’enciclica Laudato si’.

Negli anni successivi, Ratzinger chiederà più volte di dimettersi da prefetto per ritirarsi, studiare e scrivere, ma Giovanni Paolo II rifiuterà sempre, dicendogli: «io non posso fare a meno di lei». La collaborazione tra il papa polacco e il futuro Benedetto XVI durerà quasi un quarto di secolo e si baserà sempre sulla lealtà umana, per evitare l’ermeneutica della discontinuità tra il patrimonio millenario della Chiesa e l’attuazione fuorviante del Concilio Vaticano II, al fine di evitare un’auto-secolarizzazione, spesso visibile nei contesti fluidi e meno controllabili, tipo le giornate mondiali della gioventù, per evitare che il sacro si tramuti in un andare a un concerto di una pop star con una strana talare bianca, coronata da una croce d’oro, che sostiene teorie strane.

I raduni oceanici, al contrario, devono essere un chiaro messaggio per la gioventù smarrita, proprio come sostenuto dal papa durante la G.M.G. di Roma del 1984: «solo in Cristo morto e risorto c’è salvezza e redenzione!». Il 27 novembre 2002, il cardinale Ratzinger viene eletto decano del Sacro Collegio Cardinalizio, carica che conserva, insieme a quella di prefetto della Congregazione della Fede, sino alla salita al soglio di Pietro, il 19 aprile 2005, quando succede all’amico Giovanni Paolo II, del quale presiede i funerali, rivolgendogli il celebre saluto: «Sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice».

Visita a Malta di Benedetto XVI (Pubblico Dominio)

Ecco Benedetto XVI! Elezione al soglio pontificio

L’elezione non è una sorpresa. In molti pensano che, dopo un pontificato lungo come quello di Giovanni Paolo II, ci voglia un papa già avanti negli anni e con le stesse idee del predecessore: il nome di Joseph Ratzinger è quello che gira maggiormente. Durante la Missa Pro Eligendo Romano Pontifice, egli tiene un’omelia che può essere considerata il suo manifesto teologico e programmatico prima dell’elezione.

Una delle parti più citate riguarda la critica alla dittatura del relativismo, il quale non riconosce nulla di definitivo e porta l’essere umano a considerare solo il proprio io come parametro di misura; si sofferma, inoltre, sulla natura transitoria delle cose terrene che travisa l’uomo, il quale è portato a pensare che dopo la vita terrena non ci sia nulla. Termina l’omelia invitando a pregare «con insistenza il Signore, perché dopo il grande dono di papa Giovanni Paolo II, ci doni di nuovo un pastore secondo il suo cuore, un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia».

Affacciandosi per la prima volta alla loggia di San Pietro, saluta la folla dicendo: «Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Parole che racchiudono la gratitudine per l’elezione, mista al timore di non essere all’altezza: per questo il suo sarà un pontificato di forte meditazione, immerso nella preghiera, vera leva del suo agire con fermezza, la quale gli permetterà di diventare il papa della ragione!

Sin da subito c’è chi è felice e chi non lo è. I primi per il fatto che il successore diretto di papa Wojtyla sia proprio colui che fu il suo primo collaboratore, i secondi per l’ intransigenza dottrinale, che ne fa una sorta di «Il pastore tedesco», proprio come, con un gioco di parole, lo saluta il quotidiano Il Manifesto per sottolineare, sarcasticamente, la provenienza geografica e il rigore del nuovo papa.

Il primo discorso di papa Benedetto XVI

Benedetto XVI: il papa dell’amore

Benedetto XVI non è particolarmente simpatico ai più: non è facile, infatti, succedere ad un papa mediatico, amato e trascina-popolo come Wojtyla, un po’ come sta accadendo, oggi, con il paragone tra Francesco e Leone XIV. Eppure, il fare di Ratzinger è gentile: non urla mai, pone i suoi pensieri (seppur forti e rigorosi) quasi sottovoce. La sua, però, è una voce che fa rumore, proprio come avverrà con il famoso discorso di Ratisbona, che merita un capitolo a parte, tanto sarà il fragore causato.

La sua visione dell’amore sorprende: vi dedica la sua prima enciclica dal titolo Deus caritas est, figlia della sua esperienza di vita «in una famiglia in cui i rapporti erano segnati da amore, tenerezza e generosità, da ammirazione per la musica, l’arte e la bellezza», come scrive Elio Guerriero nella presentazione del volume di Ratzinger Imparare ad amare, in cui il papa discetta di amore, sorgente che sgorga direttamente da Dio.

Nel passo della Genesi in cui Dio afferma «Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà donna», egli vede un riferimento al mito raccontato da Platone, per il quale, in origine, l’uomo era sferico per, poi, essere diviso in due, con una metà alla ricerca dell’altra. A conferma di ciò, propone sempre un passo della Genesi, nel quale si può leggere: «per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie».

L’amore che Benedetto propone ai cristiani del suo tempo è proprio quello filosofico dell’antica Grecia: esso è eros (desiderio che vuole prendere, impossessarsi), che diviene agape (capacità di donarsi, di capire l’altro, di discendere verso di lui, «L’eros di Dio per l’uomo è insieme e totalmente agape. Non soltanto perché viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma perché è amore che perdona», scrive Benedetto) e che trova compimento nella carità, che è, come scriveva San Paolo nella lettera ai Corinzi, «magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità.  Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine».   

L’enciclica è un continuo parallelo tra l’amore di Dio per l’umanità e l’amore coniugale: «L’amore non è mai concluso e completato: si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso», non è un semplice sentimento, ma «sentimento che può essere una meravigliosa scintilla iniziale» che «non è la totalità dell’amore». Totalità che si raggiunge con la maturazione, la crescita, la volontà, l’intelletto.

Benedetto XVI, un papa semplice

Benedetto XVI – al di là dell’apparenza che ci porta a pensare a un papa sofisticato, ricercato, elegante, visto il suo modo di vestire, sempre solenne, con il ripristino di paramenti ormai caduti in disuso (il camauro, il fanone, la mozzetta in ermellino, la ferula di Pio IX, mitrie antiche e paramenti in oro del tesoro della Sacrestia pontificia) – è una persona mite e semplice, proprio come semplici sono le spiegazioni che pone con tono mite quando gli fanno domande insidiose, o che chiedono spiegazioni sui dogmi. Proprio come quando, il 15 ottobre 2005 (pochi mesi dopo l’elezione), un bambino della Diocesi di Roma, in procinto di accostarsi alla Prima comunione, gli pone la domanda: «Caro papa, quale ricordo hai del giorno della tua Prima comunione?».

La risposta di Benedetto XVI è disarmante: «Era una bella domenica di marzo del 1936… Era un giorno di sole, la chiesa molto bella, la musica, erano tante le belle cose delle quali mi ricordo. Eravamo una trentina di ragazzi e di ragazze del nostro piccolo paese… Ma nel centro dei miei ricordi gioiosi e belli sta questo pensiero… che ho capito che Gesù è entrato nel mio cuore, ha fatto visita proprio a me. E con Gesù, Dio stesso è con me. E che questo è un dono di amore che realmente vale più di tutto il resto che può essere dato dalla vita».

“Dove è Gesù, gli uomini diventano migliori”

Andrea, invece, gli chiede: «La mia catechista mi dice che Gesù è presente nell’Eucarestia. Ma come? Io non lo vedo!». Benedetto XVI risponde: «Sì, non lo vediamo, ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio, non vediamo la nostra ragione, tuttavia abbiamo la ragione. Non vediamo la nostra intelligenza e l’abbiamo. Non vediamo la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti, perché possiamo parlare, pensare, decidere … Così come non vediamo la corrente elettrica, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono come funziona, vediamo le luci. In una parola, proprio le cose più profonde, che sostengono realmente la vita e il mondo, non le vediamo, ma possiamo vedere, sentire gli effetti. E così anche il Signore risorto non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove è Gesù, gli uomini cambiano, diventano migliori. Si crea una maggiore capacità di pace, di riconciliazione. Quindi, non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti: così possiamo capire che Gesù è presente. Le cose invisibili sono le più profonde e importanti. Andiamo dunque incontro a questo Signore invisibile, ma forte, che ci aiuta a vivere bene».

Semplicità e mitezza del cuore che caratterizzeranno sempre il viaggio terreno di Joseph Ratzinger, dalla Prima comunione al suo congedo da pontefice emerito, quando, nel suo testamento spirituale, scrive: «Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare. Ringrazio prima di ogni altro Dio stesso, il dispensatore di ogni buon dono, che mi ha donato la vita e mi ha guidato attraverso vari momenti di confusione; rialzandomi sempre ogni volta che incominciavo a scivolare e donandomi sempre di nuovo la luce del suo volto. Retrospettivamente vedo e capisco che anche i tratti bui e faticosi di questo cammino sono stati per la mia salvezza e che proprio in essi Egli mi ha guidato bene». E la capacità di chiedere perdono («A tutti quelli a cui abbia in qualche modo fatto torto, chiedo di cuore perdono»), che non è da tutti, soprattutto tra le gerarchie cattoliche.

Benedetto XVI festeggia il suo compleanno durante la visita negli USA (Pubblico Dominio) President George W. Bush and Mrs. Laura Bush lead the celebration of the 81st birthday of Pope Benedict XVI as he’s presented a cake by White House Pastry Chef Bill Yosses Wednesday, April 16, 2008, at the White House. Photo by Eric Draper, Courtesy of the George W. Bush Presidential Library and Museum

Un papa profeta

Benedetto è profetico: lo è da papa, lo era da professore. Sono tanti i suoi discorsi, sono una miriade i suoi scritti in cui traguarda i confini del presente, per andare oltre, per avvisare la Chiesa che le cose devono mutare, perché quando il sacro si fa ovvio evapora. Mi piace riportarne alcuni, i più significativi, quelli che permettono di tratteggiare la figura di un uomo chiaroveggente, che ha saputo conciliare una grande fede con l’impegno professorale, sempre nel sacerdozio, con una fedeltà totale alla Chiesa, di cui, per anni, è stato Romano pontefice.

Già nel 1958, durante l’anno trascorso a Bogenhausen, don Joseph comprende che la Chiesa non deve inseguire il mondo per compiacerlo. Questo pensiero, dopo alcuni anni, sarà espresso in un articolo dal titolo I nuovi pagani e la Chiesa, in cui metterà in guardia da una fede praticata per consuetudine, senza trasporto, sia da parte dei fedeli (il che potrebbe pure starci) sia da parte dei ministri di Dio (il che deve allarmare non poco). Profeticamente, scrive al riguardo: «Così la loro testimonianza in molti casi non poteva non apparire discutibile. Fede e incredulità erano spesso mescolate in modo singolare e questo, prima o poi, sarebbe necessariamente emerso e avrebbe provocato il crollo che alla fine avrebbe sommerso la fede».

Da papa è ancor più netto: pensa che un cristianesimo al passo con i tempi perda valore, non sia più necessario per l’uomo. In un’omelia, riportata nel libro Dio è la vera realtà. Omelie inedite 2005-2007 del tempo ordinario (editrice vaticana) evidenzia «l’esigenza di opporsi alla decomposizione spirituale umana, alla corruzione della nostra vita, (…) di essere sale per questo mondo», perché «un cristianesimo conformista, che si arrangia con il mondo, che non ha il coraggio della passione per la verità, del dolore della verità, che non è più sale che difende e lotta contro la morte, è sale senza sapore, che non vale niente, che sparisce da sé. Un cristianesimo conformista, che sembra moderno, all’altezza dei tempi, in realtà non ha valore».

“I nuovi pagani che finora potevano cullarsi nell’illusione di non essere pagani”

Benedetto XVI è cosciente che la Chiesa debba cambiare. Già durante il Concilio Vaticano II, passando per un modernista, è convinto di ciò. Il suo pensiero non è per una Chiesa che si snaturi per inseguire le mode del mondo; al contrario pensa a una Chiesa che possa tornare alle origini, una Chiesa meno istituzionale, più di Cristo.

Il pensiero di Ratzinger è lapalissiano; sostiene che la Chiesa storica, dal Medioevo era arrivata a coincidere con il mondo, regolandone tempi e modi: «Nel Medioevo le cose cambiarono per il fatto che Chiesa e mondo si identificarono e così in fondo essere cristiano non fu più una decisione personale, quanto piuttosto un dato politico-culturale». Seguiamo il ragionamento del papa, perché è davvero illuminante: Ci si aiutò con il pensiero che Dio alla fin fine si era scelto proprio questa parte della terra; la specifica coscienza cristiana ora divenne, al contempo, la coscienza di elezione politico-culturale. Insomma, una netta sovrapposizione tra Chiesa, Stato e cultura: «Ora è rimasta l’estrinseca sovrapposizione di Chiesa e mondo; la convinzione, invece, che in questo modo – nell’involontaria appartenenza alla Chiesa – si nasconde anche una speciale grazia di Dio, un’eterna realtà di salvezza, è caduta (…) Per l’uomo occidentale la Chiesa più o meno è, di fatto, un mero pezzo di mondo assolutamente casuale: essa, proprio per la sua sovrapposizione con il mondo ha perso la serietà della sua pretesa».

Come uscirne? Ratzinger è netto, bisogna tornare alle origini, non si deve assecondare il mondo, ma proporre, con coraggio, il messaggio evangelico dei primi cristiani: «Alla lunga non può essere risparmiato alla Chiesa di smantellare pezzo per pezzo la sua apparente sovrapposizione con il mondo e tornare a essere quello che è: comunità di credenti. Di fatto la sua energia missionaria non potrà che crescere grazie a queste perdite esteriori: solo se smette di essere qualcosa di ovvio e a buon mercato, solo se ricomincia a presentarsi per quello che è, potrà raggiungere con il suo messaggio l’orecchio dei nuovi pagani che finora potevano cullarsi nell’illusione di non essere pagani». Questo a costo di perdere vantaggi, un processo che, volente o nolente, la Chiesa deve affrontare.

La lotta di Benedetto XVI al Positivismo

Nel 1969, Ratzinger scrive che «gli uomini di oggi percepiscono la forma della fede come un peso; ma allo stesso tempo sono animati dall’esigenza di essere credenti. (…) Proprio oggi, per quanto paradossale possa suonare, c’è una nostalgia della fede: è evidente che il mondo della pianificazione e della ricerca, del calcolo esatto e della sperimentazione da solo non basta. In fondo ci si vuole liberare da esso tanto quanto dalla vecchia fede, il cui contrasto con il sapere moderno la fa diventare un peso opprimente». Insomma, da un lato il cristianesimo, dagli occidentali, è vissuto come un orpello, un peso, dall’altro, quando è sostituito dalla nuova religione della conoscenza sperimentale, se ne sente la mancanza.

Benedetto scrive che l’uomo se «cade nella crisi della realtà, di conseguenza perde la verità. C’è in lui il grido che chiede la fede e che l’attuale momento storico non riesce a sopperire. C’è il grido che domanda liberazione dal carcere del positivismo, e c’è naturalmente anche il grido di liberazione da una forma di fede che la rende un peso».

Come fare, allora, a recuperare una fede che porti alla verità? Una fede che non si adatta al mondo? La via è impervia, l’unica che un credente possa percorrere è quella della preghiera. In un testo inedito del 2021, afferma che essa è lo strumento fondamentale, unico vero tentativo di mettersi in contatto diretto con Dio: «la preghiera rende la fede libera e viva, la distingue da rituali stanchi».

E la preghiera per eccellenza è l’Eucarestia: «in essa Gesù ha fatto suo il no al puro parlare e il no ai sacrifici animali e ha messo al loro posto il grande sì della sua vita e della sua morte. Così l’Eucarestia rappresenta la definitiva critica al culto (…) lo hanno bene evidenziato i Padri, da un lato caratterizzando il paganesimo come consuetudine, dall’altro caratterizzando il cristianesimo come un pregare».

 La lotta alla dittatura del relativismo

Benedetto XVI, durante il suo pontificato, lotta con tutte le sue forze contro il relativismo, da lui definito una vera e propria dittatura, colonna portante, insieme ai diritti non negoziabili, del suo magistero, in perfetta continuità con il predecessore. Egli fa discendere la definizione di relativismo dalla teoria di Albert Einstein: «La teoria della relatività formulata da Einstein concerne, come tale, il mondo fisico. A me sembra però che possa descrivere adeguatamente anche la situazione del mondo spirituale del nostro tempo. La teoria della relatività afferma che all’interno dell’universo non si dà nessun sistema fisso di riferimento.

Da qui il parallelo con il mondo, «un mondo senza punti fissi di riferimento» in cui  «non ci sono più direzioni. Ciò cui guardiamo come ad un orientamento non si basa su un criterio vero in se stesso, ma su una nostra decisione, ultimamente su considerazioni di utilità. In un simile contesto relativistico un’etica teleologica o consequenzialistica diventa ultimamente nichilistica, anche se non ne ha la percezione. E quanto in questa concezione della realtà viene chiamato coscienza, ad una più profonda riflessione, si mostra essere un modo eufemistico per dire che non c’è nessuna coscienza in senso proprio, cioè nessun consapere con la verità. Ognuno determina da solo i propri criteri e, nell’universale relatività, nessuno può neppure essere d’aiuto a un altro in questo campo, e meno ancora prescrivergli qualche cosa».

Se la precedente definizione implicita è contenuta in una pubblicazione dal titolo La Chiesa. Una comunità sempre in cammino del 1991, nella Svolta per l’Europa. Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti, sempre del medesimo anno, così ne parla, rapportandolo alla fede: «Il relativismo si allea facilmente col positivismo; di quest’ultimo esso costituisce, in realtà, il fondamento filosofico vero e proprio».

Ecco il punto: il relativismo è il fondamento filosofico del positivismo scientifico, che tutto mette in discussione. E se «un pizzico di relativismo e un poco di scetticismo possano giovare», non giovano di certo se diventano nichilismo, mentalità deleteria che porta a nuove concezioni totalitarie, che mettono in crisi la famiglia, il matrimonio, portano la fede a essere sincretismo religioso, a una globalizzazione senza regole (figlia di un materialismo economico), all’edonismo. Insomma, ai mali odierni, in cui l’uomo è strumento, non più fautore del suo destino, perché «il relativismo sembra concederci tutto, in realtà ci svuota».

I valori non negoziabili per Benedetto XVI

Benedetto XVI è il papa che lotta con coraggio contro gli attacchi ai valori non negoziabili, principi fondanti della legge morale della persona umana e della sua libertà, perno della sua azione di pastore, prima come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, poi come successore di Pietro. Magistero che si lega inscindibilmente alla lotta contro la dittatura del relativismo.

L’attacco ai principi non negoziabili (tutela della vita in ogni sua fase, dal concepimento sino alla morte naturale; riconoscimento e promozione della famiglia naturale, basata sul matrimonio di un uomo e una donna; libertà nell’educazione dei figli, intesa come diritto dei genitori di non avere interferenze e imposizioni dallo Stato) è il più aggressivo intentato dai fautori della dittatura del relativismo, atto a confondere le menti dei credenti, per allontanarli dalla verità fondata, sì, sul Vangelo, ma anche e soprattutto sulla natura umana stessa, verità accessibile alla ragione e dunque vincolante, secondo Benedetto, per la coscienza di ogni legislatore e cittadino, anche non cattolico.

Ai politici cattolici, il richiamo è ancor più forte: al dovere morale di non scendere a compromessi su questi temi si aggiunge il divieto di contrattazione. Per Ratzinger, la democrazia e la convivenza civile non possono reggere se si nega l’esistenza di verità oggettive e immutabili scritte nella natura dell’uomo: da qui l’impegno della Chiesa a essere voce della verità, anche quando questa risulta impopolare o in contrasto con le «mode accademiche dominanti».

Il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI

Benedetto XVI è il papa che avverte l’Occidente dei rischi insiti nell’Islam. Un Occidente che disconosce i propri valori, le proprie radici che trovano fondamento nella civiltà greco-romana, calata nel messaggio di Cristo: «Nel momento in cui l’Europa mette in questione o elimina i propri fondamenti spirituali, si separa dalla propria storia e la definisce una cloaca, la risposta di una cultura non europea non può che essere una reazione radicale e un ritorno all’indietro, a prima dell’incontro con i valori cristiani (…) l’Europa scopre se stessa quando viene messa con forza di fronte a ciò che rappresenta l’opposto della sua essenza». Opposto che è rappresentato dall’Islam, il quale «si delineò come il vero antagonista dell’Europa. (…) L’Islam è sin dal suo inizio, sotto certi aspetti, un ritorno a un monoteismo che non accetta la svolta cristiana verso un Dio diventato uomo».

Il pericolo islamico è ben presente nelle analisi del professore; lo è ancor di più in quelle del papa. Dopo un anno dall’elezione, nella sua Germania, all’Università di Ratisbona, pronuncia un discorso che rimarrà nella storia, che, strumentalizzato, solleva i musulmani di tutto il mondo. Cosa disse veramente Benedetto XVI? Come venne, invece, interpretato il suo alto discorso dottorale?

In verità, il discorso è una lectio magistralis incentrata sul rapporto inscindibile tra fede e ragione (fides et ratio), che è passata alla storia per una citazione di un dialogo del XIV secolo tra l’Imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un colto persiano. Questo il passaggio incriminato, in cui l’Imperatore afferma: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava».

Benedetto XVI, per placare le piazze, con profondo rammarico per esser stato travisato, deve precisare la citazione, la quale era servita esclusivamente a introdurre il tema, più generale, del rifiuto dell’uso della violenza in nome della religione, intesa come atto irragionevole. Insomma: una precisazione, ma nessun passo indietro.

Il Motu Proprio Summorum Pontificum

Benedetto XVI, il 7 luglio 2007, promulga il Summorum Pontificum, il motu proprio che liberalizza, come forma straordinaria, la celebrazione della santa messa secondo il rito antico, derivante dal Concilio di Trento, così come rivisto da Giovanni XXIII nel 1962. Forma straordinaria che permette ai sacerdoti di celebrare liberamente, senza permessi specifici dell’ordinario diocesano, a maggior ragione se tale rito è richiesto da un gruppo stabile di fedeli: rappresenta una pietra miliare del pontificato di Papa Benedetto, non mero ritorno al passato, ma tentativo di riconciliazione tra le varie anime interne della Chiesa per evitare scismi, riavvicinare i Lefebvriani e valorizzare la ricchezza spirituale dei secoli precedenti.

La Fraternità Sacerdotale San Pio X, stranamente, registrerà, però, la maggior vicinanza con la Chiesa di Roma con il pontificato di papa Francesco, il quale concederà ai seguaci di monsignor Lefevre, seppur in una posizione di irregolarità canonica (in virtù del mancato riconoscimento del Concilio Vaticano II), di confessare e celebrare validamente matrimoni: grande passo in avanti per la piena comunione. Nel 2021, Bergoglio, con il motu proprio Traditionis Custodes, abroga gran parte delle concessioni di Benedetto, riportando così sotto la stretta vigilanza dei vescovi la facoltà di celebrare secondo il rito antico, non più liberamente utilizzabile in sostituzione del rito ordinario, ma vincolato all’autorizzazione dell’ordinario.

I testi del pontificato di Benedetto XVI

Benedetto XVI scrisse tantissimo. Tra i testi pubblicati durante il pontificato, particolare importanza rivestono le tre encicliche. La prima è la Deus caritas est del 25 dicembre 2005, nella quale discetta di amore, inteso quale eros (amore ascendente che permette all’uomo di cercare Dio) e agape (forma di amore discendente di Dio verso l’uomo e degli uomini fra di loro), forme legate l’una all’altra, dalla creazione all’oggi, e perni della storia della salvezza, per soffermarsi, infine, sull’azione caritativa della Chiesa come «comunità d’amore».

La seconda è la Spe salvi del 30 novembre 2007, dedicata al tema della speranza cristiana, considerata, prima, dal punto di vista della riflessione teorica con un excursus che va dai fondamenti delle Sacre Scritture neotestamentarie e, poi, da quello dei padri della Chiesa, sino ad arrivare alle concezioni dell’oggi.

La terza e ultima enciclica è la Caritas in veritate del 29 giugno 2009, incentrata sui temi sociali. Il papa vi affronta i grandi problemi legati alla globalizzazione, alla crisi economica e alle loro ricadute sulla vita dei popoli e degli individui, con particolare riferimento al tema dello sviluppo della persona (che deve avvenire alla luce della «carità nella verità») e dell’umanità intera.

Sono tre i libri pubblicati da Papa, i quali, senza voler essere magistero, raccontano la figura del Figlio di Dio, presentata come «storicamente sensata e convincente, lontana da quella presunta di un Gesù storico»: Gesù di Nazareth (del 2007); Gesù di Nazareth. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione (del 2011); L’infanzia di Gesù (del 2012).

 L’abdicazione di papa Benedetto XVI

«Declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare», con questa dichiarazione, pronunciata durante il concistoro dell’11 febbraio 2013, alla presenza dei cardinali residenti in Roma, Benedetto XVI abdica, rinuncia al ministero petrino, evento storico che scuote il mondo intero. Nella Declaratio, Ratzinger cita, a supporto della decisione, l’avanzare dell’età e il venir meno delle forze fisiche e mentali, vero impedimento per esercitare adeguatamente il magistero di Pietro in un mondo in rapido cambiamento.

In una successiva lettera, scriverà che uno dei motivi che lo portarono alle dimissioni, presentate in «piena libertà», era l’insonnia cronica che lo affliggeva sin dall’inizio del pontificato. Benedetto XVI è l’unico, però, che conserva il titolo di Papa emerito e l’appellativo di Sua Santità, nonché la talare bianca. Il 28 febbraio 2013, alle ore 17.00, Benedetto lascia il Vaticano in elicottero, direzione Castel Gandolfo. Il suo messaggio, pubblicato sui social, mentre sorvola la Città eterna è un «Grazie per il vostro amore e il vostro sostegno. Possiate sperimentare sempre la gioia di mettere Cristo al centro della vostra vita».

Poco prima delle 20.00, dal palazzo apostolico di Castel Gandolfo, affacciandosi per un ultimo saluto da regnante si definisce «Un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra». Al rintocco delle 20.00, il portone viene chiuso: ha così inizio la Sede Vacante, la prima con un papa emerito.

L’annuncio della rinuncia di Benedetto XVI

Quali sono stati i papi dimissionari?

L’ultimo a togliersi la tiara fu, nel 1415, Gregorio XII: lo fece per porre fine al grande scisma d’Occidente. Ai tempi, la Chiesa era, infatti, divisa in tre diversi pretendenti al soglio pontificio: Gregorio XII appunto il quale risiedeva a Roma, Benedetto XIII che si trovava ad Avignone e Giovanni XXIII che aveva la sua corte a Pisa. Per risolvere la crisi, Gregorio (era lui il vero papa, poiché gli altri due erano antipapi) convocò, a Costanza, un concilio, nel quale si decise che lo stesso si sarebbe dimesso. E così fu: Gregorio si dimise, affermando che il gesto era per «amore dell’unità della Chiesa»; per questo venne nominato vescovo di Porto, con dignità cardinalizia.

Venne elevato al soglio petrino, il giorno di San Martino del 1417, il cardinale Oddone Colonna, il quale scelse, non a caso, il nome di Martino (il V della storia). Nella storia rinunciarono al papato in otto: oltre a Benedetto e Gregorio, si ricordano il celebre Celestino V nel 1294, il quale decise, dopo soli cinque mesi, di ritornare a fare l’eremita; Gregorio VI, nel 1046, accusato di aver comprato l’elezione; Benedetto IX, nel 1045, per avergliela venduta; Silverio, nel 537, in seguito all’esilio; Ponziano, nel 235, per la condanna ai lavori forzati in Sardegna; Clemente I, nel 97, sempre in seguito a un esilio e sempre al fine di non lasciare i cristiani senza guida.

Gli anni con papa Francesco

La convivenza con il suo successore, unico caso nella storia bimillenaria della Chiesa, non è semplice. Francesco, da subito, lo definisce, sebbene fra i due vi siano solo otto anni di differenza, un «nonno saggio» con cui confidarsi. Benedetto, di contro, gli manifesta obbedienza, soprattutto per mettere a tacere i troppi pettegolezzi curiali, figli di uno «stolto pregiudizio». A quanti insistono su una cesura tra i due pontificati, Ratzinger replica, con una finezza lessicale che lambisce l’ambiguità, che vi è, tra loro, «una continuità interiore», modo elegante per sottolineare le differenze di stile e temperamento.

Perché, in fondo, i due, al di là delle manifestazioni formali, si tollerano. Ma quando vi è in ballo l’unità della Chiesa, incrinata dalla forte contrapposizione tra conservatori e progressisti, Benedetto non tentenna nemmeno un attimo a scendere in campo, con fermezza, a difesa di Francesco, sottolineando che un conto è la dottrina (che Bergoglio non ha mai modificato), un altro le posizioni pastorali, che di certo nel successore, più che progressiste, sono gesuitiche.

La tradizione dei figli di Sant’Ignazio, infatti, prevede di confrontarsi con il mondo, con il proprio tempo; confronto che comporta mediazione con l’altro attraverso un dialogo proficuo, anche a costo di suscitare fraintendimenti, in contrapposizione a un cattolicesimo normativo. E in questo l’argentino è maestro: egli attua, infatti, la politica del compromesso sempre, per cercare di evangelizzare, accettando tutto ciò che non è evidentemente incompatibile con il Vangelo, al fine di creare un collegamento con il mondo scristianizzato, diffidente e a volte anticlericale.

Una figura centrale della convivenza decennale dei due papi è quella di monsignor Georg Gänswein, il quale opera da ponte. Dopo la rinuncia di Benedetto, vive con lui nel monastero Mater Ecclesiae, gestendo la sua agenda e le apparizioni pubbliche; nel contempo, ricopre l’incarico di prefetto della Casa Pontificia, che gli sarà congelato (Francesco lo solleva dalle funzioni attive, chiedendogli di dedicarsi esclusivamente al papa emerito), nel 2020, in seguito alle polemiche sorte dalla pubblicazione di un libro sul celibato, firmato da Benedetto XVI e dal cardinale Sarah.

Benedetto XVI è stato un pontefice tradizionalista?

E’ semplicistico definirlo così! E’ stato, invece, un riformatore nella continuità: e la sua vita sacerdotale è lì a dircelo, dalle origini progressiste (che portano, addirittura, alla revisione della tesi dottorale per non aver problemi di eresia) all’assunzione al soglio di Pietro (quando ripristina elementi estetici e liturgici della tradizione, in risposta alla sciatteria di troppi sacerdoti), passando per il ruolo di Custode della fede in quanto prefetto del Sant’Uffizio.

E che dire del suo pensiero filosofico e teologico? Un pensiero profondo, moderno e intellettuale, di esaltazione dell’amore. E’ possibile definire un papa fuori dal tempo quello che parla dell’amore carnale tra coniugi come «possibilità di procreare una nuova vita umana (…) inclusa nell’integrale donazione dei coniugi. Se, infatti, ogni forma d’amore tende a diffondere la pienezza di cui vive, l’amore coniugale ha un modo proprio di comunicarsi: generare dei figli. Così esso non solo assomiglia, ma partecipa all’amore di Dio, che vuole comunicarsi chiamando alla vita le persone umane?».

L’amore tra marito e moglie è anche carnale (integrale donazione dei coniugi) per Benedetto, possibilità (non obbligo) di procreare una nuova vita umana; amore che, oltre ad assomigliare, partecipa dell’amore di Dio. Benedetto è stato il papa dell’ermeneutica della continuità, perché vedeva nel Concilio Vaticano II non una rottura con il passato, ma un evolversi della Chiesa, la quale non deve rinnegare le proprie radici, ma proporle con coraggio per affrontare la secolarizzazione galoppante.

E’ sì il Papa della tradizione, ma di una tradizione che non è nostalgia; una tradizione che è ben presente nella Chiesa, obiettivo per dimostrare che la fede, senza inseguire le mode del momento, è razionale e può dialogare con il mondo laico moderno, senza rinunciare a essere fedele all’insegnamento di Gesù. Per questo, con il discorso fatto alla curia del 21 dicembre 2009, dà il là all’iniziativa denominata il Cortile dei Gentili, un luogo simbolico del dialogo tra credenti e non credenti, che richiama lo spazio dell’antico tempio di Gerusalemme dove anche i non ebrei (i gentili appunto) potevano sostare, avvicinarsi a Dio e confrontarsi con i maestri della legge; luogo di incontro per chi è lontano da Dio, ma che sa porsi le grandi domande sull’esistenza e la verità

Per Ratzinger era fondamentale, infatti, che la Chiesa non si chiudesse in se stessa, ma mantenesse una finestra sul mondo laico e agnostico, perché l’uomo ha in sé il desiderio di Dio, il quale deve restare vivo nella società moderna, per evitare che l’umanità si chiuda in un materialismo soffocante: ricerca comune della verità basata sulla ragione, per la costruzione di un mondo migliore.  Questo è forse uno dei lasciti più profetici di Benedetto XVI: l’idea che la Chiesa debba essere un luogo di ospitalità intellettuale per chi cerca la verità senza ancora trovarla nella fede.

“La ragionevolezza della fede”

Benedetto XVI, sebbene emerito, è stato il papa più longevo della storia. Muore, a 95 anni, il 31 dicembre 2022. I funerali saranno presieduti, caso unico nella storia, dal suo successore. Si congeda dal mondo con un bellissimo testamento spirituale, in cui insiste nuovamente sul concetto della ragionevolezza della fede, recuperando quanto già sosteneva da giovane professore: «Chi pretende di sfuggire l’incertezza della fede dovrà fare i conti con l’incertezza dell’incredulità».

Eccone una parte: «Rimanete saldi nella fede! Non lasciatevi confondere! Spesso sembra che la scienza — le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro — siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica. Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza; così come, d’altronde, è nel dialogo con le scienze naturali che anche la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità. Sono ormai sessant’anni che accompagno il cammino della Teologia, in particolare delle Scienze bibliche, e con il susseguirsi delle diverse generazioni ho visto crollare tesi che sembravano incrollabili, dimostrandosi essere semplici ipotesi: la generazione liberale (Harnack, Jülicher ecc.), la generazione esistenzialista (Bultmann ecc.), la generazione marxista. Ho visto e vedo come dal groviglio delle ipotesi sia emersa ed emerga nuovamente la ragionevolezza della fede. Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita — e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo».

L’eredità di Benedetto XVI

L’eredità di Joseph Ratzinger non risiede solo nei suoi scritti o nel gesto dirompente della rinuncia, ma nel coraggio di aver sfidato la modernità sul suo stesso terreno: quello della ragione. Benedetto XVI ha dimostrato che la fede non è un rifugio per anime semplici o un retaggio del passato, ma una proposta razionale, capace d’interpellare l’uomo contemporaneo. La sua è stata la parabola di un pontefice che, con la forza della mitezza e la profondità del pensiero, ha cercato di traghettare la Chiesa verso un futuro in cui il sacro non sia un’abitudine, ma una scelta libera e consapevole.

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Guerriero E. – Benedetto XVI. Servitore di Dio e degli uomini, Mondadori, 2016.
  • Ratzinger J. – Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Queriniana, 1968.
  • Ratzinger J. – Sale della terra. Cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo. Un colloquio con Peter Seewald, San Paolo Edizioni, 1997.
  • Gänswein G. – Nient’altro che la verità. La mia vita al fianco di Benedetto XVI, Piemme, 2023.
Letture consigliate
Tags: Storia del Cristianesimo
Emanuele Maestri

Emanuele Maestri

Nato nel 1979 a Sant’Angelo Lodigiano, città natale di Santa Francesca Cabrini. E’ laureato in Scienze politiche e in Economia. E’ libero ricercatore in storia contemporanea e in filosofia politica. Ha all’attivo diverse pubblicazioni, tra cui “Il Risorgimento di Pio IX”, “Il costo della partecipazione. Dall’Antica Roma al Governo Monti” e “Nonno, perché Fanfulla?...te lo raccontiamo noi”.

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