CONTENUTO
L’oblio di quattro battaglie dimenticate: Isbuscenskij, Ortona, Cima San Matteo, Montese
“… se tutti avessero ricordo delle cose passate, coscienza delle presenti, previdenza delle future, non avrebbe efficacia la potenza dei discorsi che blandiscono, persuadono e trascinano con il loro fascino, provocando errori dell’animo e inganni della mente…” (Gorgia da Lentini, IV sec. a.C.)
La Storia va scritta sempre due volte, la prima la scrivono i vincitori “pro domo sua”, l’altra gli storici per mantenere la memoria storica degli avvenimenti attraverso la ricerca di documenti, informazioni e percorsi biografici, magari caduti nell’oblio post-bellico come le Foibe, per troppo tempo tenute nascoste, e per poter comprendere quanto sia sottile la linea di confine tra giusto e sbagliato, tra eroe e carnefice. Poter dare a tutti la possibilità di riflettere e conoscere storie dimenticate, evidenziando le paure e le sofferenze di chi ha vissuto e subito l’orrore e la scelleratezza della guerra.
Quindi per non dimenticare le cose passate, perché la Storia insegna e non dimentica, siamo qui per raccontare di Isbuscenskij, Ortona, Cima San Matteo e Montese! Quattro battaglie cruente, da ambo le parti, con atti di eroismo, con combattimenti corpo a corpo, come nella Grande guerra per la conquista di Cima San Matteo o per resistere sul Piave dopo Caporetto, e che non si ripeteranno più soprattutto nel prosieguo della Seconda guerra mondiale, e resteranno uniche perché irripetibili! Perché?
Isbuscenskij perché sarà l’ultima carica a cavallo del Savoia cavalleria il 24 agosto del 1942, dove 650 cavalieri combatterono contro duemila siberiani, presi di sorpresa da quella carica inaspettata;
Ortona perché, situata ad est del margine estremo della linea Gustav, fu la prima e anche l’ultima grande battaglia combattuta su suolo italiano casa per casa, per le vie del centro abitato, tanto da diventare tristemente nota, sebbene in scala minore, come la “Stalingrado d’Italia”, nel dicembre del 1943;
Cima San Matteo, perché verrà ricordata per essere stata la battaglia più alta della storia, combattuta, tra l’agosto e il settembre del 1918, ad oltre 3600 metri di altitudine in mezzo al ghiaccio e con temperature abbondantemente sotto lo zero termico;
Montese, perché nell’aprile del 1945 il corpo di spedizione brasiliano conquistò il paese con grande sacrificio, aprendo la strada agli alleati verso Bologna, e scardinando la difesa tedesca sulla linea Gotica!
Quattro battaglie dimenticate, come lo furono gli avvenimenti che portarono all’orrore delle Foibe, appositamente silenziate per ragioni politiche che si possono ricollegare sia alle vicende internazionali della Guerra Fredda, sia alla rielaborazione della memoria nazionale, memoria che solo nel 2004, con la legge n.92 del 30 marzo, verrà riconosciuta nel 10 febbraio con il GIORNO DEL RICORDO, per conservare e rinnovare la memoria di tutte le vittime gettate, vive o morte, nelle voragini carsiche istriane denominate Foibe.
Battaglie vittoriose, ma che ai fini della guerra non sortirono alcun vantaggio per chi le vinse, tranne che a Montese:
- In Russia perché, dopo la sconfitta tedesca di Stalingrado, cominciò la disastrosa ritirata delle nostre armate nel terribile inverno del 1942, raccontata da Giulio Bedeschi nel suo libro Centomila gavette di ghiaccio quando scrive tra l’altro “…tutti alpini spaccati, figli della montagna dura e selvosa che dà la vita e la toglie a suo piacimento, o la regala al piano per germinarne altra, inesauribile, essa che è pietra e vento, impasta quindi i suoi uomini di durezza e di sogno. Nascono così dal suo grembo, come gli abeti, le penne nere…”
- a Ortona, dove il Generale Montgomery, nella sua spasmodica e arrogante ambizione di arrivare per primo a liberare Roma, cercò di sfondare la Linea Gustav, la prima linea difensiva approntata dalle truppe tedesche per fermare l’avanzata dal sud Italia delle truppe anglo-americane, fallendo clamorosamente nel suo intento;
- a Cima San Matteo, dove si batterono eroicamente da una parte e dall’altra un pugno di italiani e austriaci per la conquista di quella cima, battaglia combattuta tra l’agosto e il settembre del 1918, che non cambiò le sorti della guerra dove la stessa vide la fine appena due mesi dopo con la firma dell’armistizio il 3 novembre 1918 tra l’Impero austro-ungarico e il Regno d’Italia;
- A Montese, l’unica battaglia delle quattro ad avere come conseguenza positiva quella di portare gli alleati a sfondare la seconda linea difensiva disegnata da Hitler in Italia, la famosa linea Gotica.

La battaglia di Isbuscenskij del 1942: la carica del Reggimento Savoia Cavalleria
Ma andiamo con ordine. Savoye Bonnes Nouvelles, Isbuscenskij 24 agosto 1942 Fronte Russo. Ansa del Don, Isbuscenskij è un luogo sperduto della steppa russa. Il Savoia Cavalleria, insieme ai reggimenti Lancieri di Novara e l’artiglieria a cavallo Voloire, partecipa alle operazioni che vedono le forze dell’Asse lanciare l’offensiva di metà agosto 1942 sul fronte orientale, per avanzare fino a Stalingrado e verso il Caucaso, e con il compito di difendere, inquadrati nel resto dell’Armata Italiana in Russia (ARMIR), l’ala sinistra dello schieramento, a presidio dell’area del fiume Don.
La mattina del 20 agosto improvvisamente parte una massiccia controffensiva russa che, attraversando il Don, sfonda la parte di fronte tenuto dalla Divisione di fanteria Sforzesca; scatta l’ordine di contenere l’avanzata del nemico e il 22 agosto il Savoia si sposta nella valle dei fiumi Zuzkan e Kriuska, dove i russi stanno ammassando ben tre divisioni con l’obiettivo di accerchiare le nostre truppe.
A questo punto diventa di fondamentale importanza conquistare la Quota 213,5 di Isbuscenskij, per poter controllare e bloccare l’avanzata del nemico. Dal comandante Bettoni del Savoia arriva l’ordine al maggiore Conforti di attaccare “sciabl-man” con i suoi dragoni, ordine che il Maggiore esegue magistralmente con i suoi squadroni compiendo il miracolo di rompere l’accerchiamento dei russi. Questa azione gli varrà infatti l’assegnazione della medaglia di Bronzo al valor Militare.
“Alla testa dei suoi squadroni, col suo pronto intervento sventava un attacco del nemico imbaldanzito da momentaneo successo. Successivamente concorreva coi suoi squadroni a piedi ed a cavallo a travolgere il nemico superiore per numero e per mezzi in un durissimo combattimento dove era impegnato tutto il reggimento”
– Costone Bobrorowskij – Quota 213,5 di Isbuscenskij (Fronte Russo) 22 agosto 1942 -.
Ma i russi non demordono: circa 2500 soldati appartenenti all’812° Reggimento di fanteria siberiano, facenti parte della 304^ Divisione di fanteria, si appostano in buche e piccole trincee, predisponendo un semicerchio mortale per i nostri cavalieri. Al mattino del 24 agosto la pattuglia del sergente Comolli esce in perlustrazione. Dopo un paio di chilometri, a solo una cinquantina di metri da loro, scorgono qualcosa che si muove e che luccica in mezzo al campo di girasoli: è un elmetto color oliva con al centro una stella rossa. Uno dei componenti la pattuglia, Petroso, imbraccia il fucile e lascia partire un colpo che centra il russo in piena fronte, ed è allora che si scatena un inferno di fuoco. La pattuglia gira i cavalli e al galoppo rientra immediatamente all’interno delle nostre linee difensive, inseguita dal crepitio di mitragliatrici e colpi di mortaio.
Bettoni non ha dubbi, chiama Conforti e ordina di attaccare! Il Secondo squadrone al comando del capitano De Leone esce dal quadrato, simula una ritirata infilandosi in un canalone, scomparendo in tal modo dalla visione del nemico, compie quindi una conversione riaffiorando all’improvviso sul fianco sinistro dei russi, che vengono investiti improvvisamente da 120 cavalli lanciati al galoppo dai loro cavalieri al grido “Avanti Savoia”!
I russi pur presi dal panico cercano di resistere e quindi Bettoni fa entrare in azione il Quarto Squadrone con al comando il capitano Abba che ordina “Quarto Squadrone, baionetta” e fa allargare i plotoni “giù-da-cavallo” procedendo strisciando. L’ordine arriva anche al sottotenente Rubino che, al comando del suo plotone, avanza appiedato con i suoi uomini in questa operazione di alleggerimento, restando ferito gravemente e meritando la Medaglia d’argento al Valor Militare.
“Comandante di plotone, facente parte di uno squadrone appiedato impegnato contro forze superiori in numero e mezzi in concorso ad altre azioni di squadroni a cavallo, trascinava il suo reparto in risolutiva, superba lotta corpo a corpo che concorreva al crollo del dispositivo avversario. Si distingueva per slancio e ardimento; nella strenua lotta, rimaneva gravemente ferito”
– Quota 213,5 di Isbuscenskij (Fronte Russo) – 24 agosto 1942 -.
Nel guidare l’azione di alleggerimento il capitano Abba cade colpito a morte (Medaglia d’oro al Valor Militare) e mentre De Leone sta esaurendo la spinta del Secondo Squadrone, Conforti fa partire ventre a terra anche il Terzo Squadrone con una carica frontale superando il Quarto Squadrone appiedato, tramortendo definitivamente i russi i quali, vedendosi attaccati alle spalle e di fronte da seicentocinquanta sciabole, lasciano il campo di girasoli di Isbuscenskij per ritirarsi verso le postazioni sull’ansa del Don.
Il Savoia lascia sul terreno 32 morti (3 ufficiali), 52 feriti (5 ufficiali) e un centinaio di cavalli. Ai russi va molto peggio: 150 morti, 300 feriti, 500 prigionieri perdendo anche 4 cannoni, 10 mortai, 50 mitragliatrici ed un numero considerevole di fucili. Per quella che è passata alla storia come l’ultima carica di cavalleria condotta contro reparti di truppe regolari, lo stendardo del Savoia cavalleria verrà insignito della Medaglia d’oro al valor Militare, oltre al riconoscimento di due Medaglie d’oro alla memoria, 54 medaglie d’argento, 50 medaglie di bronzo, 49 croci di guerra.
Una vittoria affatto scontata di sciabole e cavalli contro mitragliatrici e mortai, non decisiva sul piano militare e della guerra, emblema del dramma in cui sprofondò l’Italia nella Seconda guerra mondiale, ma decisamente importante sotto il profilo storico, per non dimenticare la generosità e il coraggio di uomini che con grande spirito di sacrificio persero la vita in quel conflitto.
Ortona 1943: Natale di sangue nella Stalingrado d’Italia
Paesino abruzzese affacciato sul mare Adriatico, nel dicembre 1943 Ortona mai avrebbe immaginato che sarebbe passata alla Storia come la “Stalingrado d’italia”. In quel Natale di sangue del ’43 combatterono infatti tedeschi e canadesi in una lotta “medievale”, casa per casa, muro contro muro, stanza per stanza, in un inferno di corpo a corpo dove circa 800 tedeschi, 1600 canadesi, e più di 1300 civili persero la vita!
Ortona era già passata alla Storia, suo malgrado, per il passaggio nottetempo del Re Vittorio Emanuele III, in fuga da Roma con la sua corte, per salire sulla corvetta Baionetta alla volta di Brindisi, il giorno dopo l’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio con gli alleati. Con quella capitolazione, il Re lasciava così allo sbando il suo esercito, di cui era il comandante supremo, costringendolo a subire le ritorsioni dei tedeschi traditi dal voltafaccia del Re e di Badoglio capo di governo. Winston Churchill definì la battaglia di Ortona “la prima grande battaglia per le vie di un centro abitato, e da essa imparammo molto”!
Una battaglia inefficace ai fini della guerra, un inutile spargimento di sangue di ragazzi poco più che diciottenni, la maggior parte volontari canadesi, lanciati all’assalto dal generale inglese Montgomery al fine di sfondare la linea Gustav a Ortona, ultimo baluardo ad est della prima linea difensiva tedesca voluta da Adolf Hitler in Italia per rallentare l’avanzata anglo-americana da sud: una serie di fortificazioni e trincee che da ovest ad est partiva da Gaeta, passando per Cassino fino ad arrivare a Ortona. Il piano di Montgomery era quello di sfondare a Ortona, per arrivare poi a Pescara e da lì percorrere la Tiburtina per prendere Roma da est, arrivando prima degli americani del generale Clark che stavano risalendo la penisola da ovest per aprirsi la strada verso la capitale, ma che avrebbero poi trovato la grande resistenza tedesca nella battaglia di Montecassino.
Un piano, quello di Monty (nomignolo del generale Montgomery), che però non teneva conto della morfologia dell’Appennino abruzzese, delle pessime condizioni meteorologiche di quel dicembre 1943 e del nemico formato dalla prima divisione paracadutisti, una élite di soldati, i Fallschirmjäger comandati dal capitano Liebscher, esperti nel combattimento in centri abitati. Liebscher, approfittando della lentezza di Montgomery nell’attaccare la città, fece preparare minuziosamente la difesa dai suoi uomini, minando una parte delle case e facendone saltare altre così da impedire l’avanzata ai carri armati Sherman. I detriti avrebbero impedito in tal modo il passaggio ai carri: non appena uno di questi avesse tentato di salire su un cumulo di macerie, infatti, avrebbe esposto il ventre, meno corazzato, ai colpi del Panzerschreck, una versione del bazooka che, dalla Tunisia, i tedeschi avevano copiato dagli americani.

Le vie d’accesso alla città vennero tutte minate tranne quella principale, un inganno per favorire l’ingresso ai canadesi e tenerli sotto il tiro dei cecchini. L’ordine di Hitler “la fortezza Ortona deve essere difesa fino all’ultimo uomo” era pronto per essere eseguito e così fu: dal 14 dicembre, inizio dei primi scontri per la conquista della casa colonica Berardi, fino al 28 si susseguirono giorni di sanguinosi combattimenti senza sosta, persino nel giorno di Natale. In quel giorno i canadesi a turno riuscirono a partecipare al banchetto improvvisato nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, ben sapendo che per tanti di loro sarebbe stato l’ultimo!
La mattina del 28 dicembre la battaglia tarda a riprendere, l’avanguardia dell’esercito canadese riesce a raggiungere il capo opposto della città, in una calma irreale: non c’è più neanche un tedesco, durante la notte si sono ritirati a tre chilometri a nord di Ortona, portandosi via tutto ciò che potevano, compresi i feriti. La battaglia è conclusa, ma Montgomery non citerà mai nelle sue memorie Ortona: di questa battaglia si è cercato di cancellarne il ricordo, perché è una memoria scomoda in quanto nella battaglia di Ortona non c’è l’eroismo che fa appuntare le medaglie sul petto dei generali, bensì la sofferenza dei civili e del soldato semplice, canadese o tedesco che sia!
Purtroppo, sui libri di storia ci sono andati i generali Montgomery e Harold Alexander che decisero di interrompere l’offensiva, non i tanti ragazzi-soldato morti in una battaglia voluta dai media e dai comandi militari per tacitare Stalin, che aveva mandato i suoi osservatori a Ortona per verificare di persona perché in Italia gli alleati erano bloccati sulla linea Gustav. Il 31 dicembre Montgomery lasciò il comando dell’ottava armata, tornando a Londra per preparare lo sbarco in Normandia, lasciandosi dietro una scia di morti ed una città rasa al suolo: di Ortona non ne parlerà mai più!
Cima San Matteo: 13 agosto – 3 settembre 1918. Fronte Ortles/Cevedale
Il monte San Matteo è una montagna del gruppo Ortles -Cevedale, che oltre ad essere per gli amanti della montagna uno stupendo monte alto 3678 meri, è da sempre ritenuto da tutti “il Sacrario”, soprattutto dagli Alpini che qui combatterono e morirono tra i ghiacci per la conquista e la difesa della sua vetta. Infatti, per il San Matteo si è combattuta l’ultima battaglia vincente da parte degli austro-ungarici solo due mesi prima della resa finale del 3 novembre 1918, una battaglia passata alla storia come quella combattuta alla maggiore altitudine di sempre, tra il 13 agosto e il 3 settembre 1918, quando circa 600 uomini si fronteggiarono da una parte e dall’altra e di cui un centinaio persero la vita!

Prima dell’inizio dell’estate del 1918 gli austro-ungarici il 13 giugno sferrano “l’Operazione Valanga” (Lawinexpedition) per sfondare le linee difensive italiane sul Passo del Tonale, con l’intento di arrivare poi a Brescia e Milano (parola d’ordine: NACH MILAND!…verso Milano); contestualmente parte un attacco in forze sul fronte del Piave, battaglia passata alla storia come la Battaglia del Solstizio (15-22 giugno 1918), nome dato dal Vate Gabriele D’Annunzio, dove gli imperiali tentano di sfondare il fronte italiano per poter arrivare alla Pianura Padana e dare l’ultima spallata alla resistenza italiana dopo Caporetto. In entrambi i casi per merito della forte resistenza degli Alpini sul Passo del Tonale e sul Grappa e dei fanti a Nervesa sul Piave, (città che cambierà poi il nome in “Nervesa della Battaglia”), gli imperiali subiscono una devastante sconfitta che costa loro circa 150.000 perdite in una settimana di furiosi combattimenti corpo a corpo. È a questo punto che gli austriaci cercano di stabilizzare il fronte ben sapendo di essere in una situazione di grave difficoltà.
Preambolo della vittoria italiana a Vittorio Veneto qualche mese dopo, nell’ottobre 1918! Cima San Matteo diventa quindi importante in questo contesto di stabilizzazione del fronte, in quanto lo stesso San Matteo, pur non essendo mai presidiato sin dall’inizio del conflitto da nessuno dei contendenti, era saltuariamente raggiunto sia dalle nostre pattuglie di Alpini, sia dagli imperiali. L’ultima impresa in ordine di tempo degli Alpini per raggiungere il San Matteo, prima dell’estate 1918, risale nell’aprile dello stesso anno, quando avviene uno scontro a fuoco con una pattuglia di austriaci proprio nei pressi della Cima: scambio a fuoco che nell’ambito della stabilizzazione del fronte, come detto, fa propendere gli imperiali ad occupare stabilmente il San Matteo e il vicino Piz Giumella, così da dominare da lassù sia la Valfurva che il Passo del Gavia.
Ma gli Alpini non stanno a guardare! Temprati e plasmati da una natura aspra e meravigliosa, dotati di qualità fisiche e morali eccezionali attaccano la Cima con una truppa appositamente scelta ed aggregata nel Battaglion Skiatori Monte Ortler, di recente costituzione, all’alba del 13 agosto 1918, e con una manovra a tenaglia suddivisi in cinque colonne, prendono di sorpresa gli austriaci: prima cade la postazione posta sul Monte Mantello a 3537 metri, poi poco dopo tocca al San Matteo cadere in mano ai nostri valorosi Alpini dove i superstiti del presidio austriaco (circa 20) si arrendono! Con la conquista del San Matteo a 3678 metri, il Capitano Berni con i suoi Alpini, freschi in quanto di rincalzo ai primi assalitori, sono pronti per scendere il ghiacciaio e attaccare così l’ultimo avamposto imperiale posto a guardia del Giumella a 3594 metri.
Per quanto la prosecuzione dell’azione verso il Giumella fosse stata prevista ma non ben pianificata, arriva l’ordine del Maggiore Caffaratti di non proseguire nell’azione, bloccando di fatto il capitano Berni e i suoi uomini sulle posizioni acquisite nella mattinata del 13 agosto. L’ordine viene interpretato dal Capitano Berni con forte preoccupazione in quanto era evidente che mantenendo gli austriaci il possesso del vicino Piz Giumella, dove c’era il miglior punto di osservazione sulla sottostante Valle del Monte, si poteva immaginare che proprio da lì sarebbe partito il contrattacco nemico per la riconquista della Cima San Matteo perduta. Cosa che avvenne puntualmente il 3 settembre 1918!
Un forte bombardamento di artiglieria si riversa sulle postazioni degli Alpini sul San Matteo per tutto il giorno, per spianare la strada alle truppe d’assalto austriache comandate dal tenente Hans von Tabarelli de Fatis, studente di medicina originario di Trento. Al comando di Tabarelli 150 imperiali, divisi in due gruppi, salgono la cresta del Giumella pronti ad attaccare gli italiani sia sul Mantello che sul San Matteo. Nonostante le perdite dovute al fuoco di artiglieria e granate degli italiani, Tabarelli riesce a sfondare le linee difensive italiane e dopo una dura battaglia corpo a corpo, avanzando di cratere in cratere, di galleria in galleria conquista la cima. Scriverà qualche decennio dopo:” Lassù sulla Punta del San Matteo ci siamo sorpresi del fatto di essere ancora vivi e in più di avere anche vinto; il baluardo strategico dell’intero settore Giumella si trovava di nuovo sotto la bandiera austriaca”.
Una cinquantina di soldati italiani vengono fatti prigionieri, gli altri restano sotto il ghiaccio delle caverne scavate nelle settimane precedenti l’attacco e che sono state distrutte dal furioso bombardamento austriaco, tra questi il valoroso Capitano Berni del quale non verrà più ritrovato il corpo. Tabarelli racconterà nelle sue memorie di aver sentito delle richieste di aiuto provenienti da sotto i blocchi di ghiaccio delle caverne prima sottoposte al bombardamento austriaco e poi colpite dall’artiglieria italiana una volta perduta la battaglia. Addirittura, scriverà di aver visto una mano tendersi tra i ghiacci, e che il Capitano Berni si era dichiarato e che avesse una gamba rotta.
Ma in quel momento una granata esplodeva sulla calotta della caverna seppellendo definitivamente il Capitano. Tentativi di riesumare la salma vennero compiuti negli anni a seguire, ma la grotta di ghiaccio non esisteva più e la cima San Matteo si era abbassata di sei metri. Il Capitano Berni, con i suoi Alpini e i Kaiserchùtzen morti nell’assalto al San Matteo, riposano in pace per l’eternità su quel monte, a sancire il legame ancestrale, biologico, quasi mistico di questi soldati con le Alpi!
Montese 14-17 aprile 1945: l’ultima battaglia per la liberazione
Appennino Tosco-Emiliano. Montese è un piccolo paese della provincia di Modena che ha subito nell’aprile del 1945 una sorte molto simile a quella di Ortona nel Natale del 1943: più di due terzi delle case distrutte, vittime civili, morti ovunque tra i due contendenti, lottando casa per casa, corpo a corpo. Montese è l’ultimo baluardo dei tedeschi in ritirata dalla seconda linea difensiva che Hitler aveva meticolosamente fatto applicare dai suoi soldati in Italia: la linea Gotica, che insieme alla linea Gustav (che univa Gaeta a Ortona passando per Montecassino) aveva bloccato la risalita dell’Italia da parte degli alleati, sbarcati in Sicilia ancora nel luglio 1943!
Si fronteggiano da una parte la prima divisione della Força Expedicionària Brasileira (FEB) e dall’altra i soldati della Wehermacht, arrivati a Montese ancora nell’estate del 1944, coadiuvati anche da reparti di SS e dalla locale Guardia repubblicana nazionale, le famigerate camicie nere, note per seminare morte e terrore tra i civili inermi. Scriveva il giornalista William Waack:” Quando la guerra arrivò a Montese, i tedeschi stavano ritirandosi: per loro Montese era importante ma nello stesso tempo non lo era. Ritengo che in quel momento molti di loro pensassero solo a sopravvivere, sapevano di essere sconfitti, cercando di uscire vivi da quella situazione”.
Infatti, da alcuni diari si evince che molti componenti delle pattuglie tedesche volessero arrendersi, ma temevano di essere uccisi avvicinandosi alle linee alleate, e comunque preferivano farsi catturare piuttosto che continuare a combattere. Ma arrivando l’ora X dell’offensiva di primavera, da ambo le parti erano pronti a vendere cara la pelle, come a Ortona. E l’ora X arriva al mattino del 14 aprile 1945: i cacciabombardieri sganciano sulle posizioni tedesche una quantità di bombe impressionante, seguiti dall’artiglieria brasiliana che comincia a colpire tutti gli obiettivi prescelti, spianando la strada alle prime pattuglie brasiliane.
Ma Montese è in mano ai tedeschi, che non mollano di un centimetro. Alle ore 15 il tenente Iporan Nunes de Oliveira riesce ad entrare con i suoi uomini a Montese, ma la battaglia è aspra, metro su metro, casa per casa, con scontri all’arma bianca: a fine giornata le perdite sono pesanti. Solo durante la notte tra il 14 e il 15 aprile Montese paese è conquistato, ma al prezzo di 129 perdite! Il giorno 16 la battaglia infuria con la stessa intensità dei giorni precedenti, ma i tedeschi respingono ancora tutti i tentativi brasiliani per conquistare quota 927.
Montese ormai è una città fantasma, alle prime ore del 17 aprile arriva l’ordine ai brasiliani, che avevano fatto affluire forze fresche, di sospendere l’attacco e di mantenere le posizioni acquisite, mentre i tedeschi resistono alle quote alte e colpiscono la città bombardandola pesantemente. Praticamente alla fine degli scontri resteranno in piedi poche case, con centinaia di morti e feriti anche tra i civili. La fanteria brasiliana resta quindi sulla difensiva per tutto il giorno e anche nel giorno successivo, quando i tedeschi nella notte tra il 18 e il 19 ricevono l’ordine di ritirarsi verso nord, analogamente come già avevano fatto a Ortona.
La battaglia è finita, Montese (o ciò che resta…) è presa, la strada per Modena e Bologna è aperta e il generale Clark con i suoi uomini arriva finalmente nella pianura padana giungendo al Po il 23 aprile. I soldati brasiliani della FEB proseguono la loro avanzata fino a Maranello, Sassuolo e alle colline parmensi, e sbarrano tra il 26 e il 30 aprile la strada della ritirata ai reparti tedeschi della 148^ divisione, facendo prigionieri tra gli altri sia il generale tedesco Otto Fretter-Pico che il comandante della divisione Italia della RSI Mario Carloni. La Forza di spedizione brasiliana (FEB) giunge alla fine ad Alessandria, dove l’11 maggio nella chiesa di Madonna della Salve, dopo aver celebrato messa in onore dei caduti in terra italiana, si scioglie definitivamente e il congedo dei suoi uomini avviene proprio in Italia.
La guerra finalmente è finita!
BIBLIOGRAFIA:
- BATTAGLIE SUL CRINALE – di WALTER BELLISI in collaborazione con MARILIA CIONI – EDIZIONI: GRUPPO CULTURALE IL TREBBO – 2012
- BATTAGLIE PER IL SAN MATTEO – di ULDARICO FANTELLI, GIUSEPPE MAGRIN, GIOVANNI PERETTI – EDIZIONI: ALPINIA – 2008
- TUTTI GIOVANI SUI VENT’ANNI – di MARCO MONDINI – EDIZIONI MONDADORI – 2019
- ISBUSCENSKIJ L’ULTIMA CARICA – di LUCIO LAMI – EDIZIONI: MURSIA – 1970
- LA STALINGRADO D’ITALIA – di MARCO PATRICELLI – EDIZIONI UTET – 2002
- LA LINEA GUSTAV – di GABRIELE RONCHETTI, MARIA ANGELA FERRARA – EDIZIONI: MATTIOLI 1885 – 2014
- DICEMBRE 1943 TRA CRONACA E STORIA – di ANDREA DI MARCO – EDIZIONI: MENABO’ – 2023
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- Ulderico Fantelli, Giuseppe Magrin, Battaglie per il San Matteo. Le battaglie più alte della storia, Alpinia, 2008.
- Marco Mondini, Tutti giovani sui vent’anni. Una storia degli alpini dal 1872 ad oggi, Mondadori, 2019.
- Andrea Di Marco, Dicembre 1943 tra cronaca e storia. La battaglia di Ortona dai diari di guerra e dai rapporti informativi inediti britannici e canadesi, Menabò, 2023.







