CONTENUTO
Riassunto della battaglia delle Midway
Sei mesi dopo Pearl Harbor, il Giappone di Hideki Tōjō è al culmine dell’espansione nel Pacifico ma al contempo è consapevole dei propri limiti industriali. Per costringere gli Stati Uniti a una battaglia decisiva, Yamamoto pianifica l’Operazione MI, mirando a conquistare l’isola di Midway, punto strategico tra l’Asia e l’America. L’attacco, concepito come una trappola per attirare e distruggere le portaerei americane, prevede una complessa manovra con flotte basate su portaerei, sottomarini e un diversivo nelle Aleutine, una catena di isole che si estende per circa 1800 km dall’Alaska a est alla Kamchatka a ovest. Tuttavia, l’impossibilità della ricognizione aerea e la sottovalutazione della risposta statunitense renderanno vulnerabile la flotta giapponese, trasformando Midway da opportunità a sconfitta decisiva.
Alla vigilia di Midway, la Marina giapponese è pervasa da un’arroganza supponente, convinta dell’invincibilità dop anni di vittorie. L’ammiraglio Isoroku Yamamoto, fautore della “battaglia decisiva” e giocatore d’azzardo, punta tutto su un colpo risolutivo contro gli Stati Uniti, ignorando però la loro superiorità industriale e tecnologica. Grazie alla decrittazione del codice JN-25 e all’uso del RADAR, gli americani, guidati dal pragmatico Nimitz, riescono a conoscere in anticipo i piani nipponici. Le Task Force americane 16 e 17, preparano un’imboscata. Midway diventa così la trappola che ribalterà il dominio giapponese nel Pacifico.
Dopo Pearl Harbor, l’ammiraglio Nimitz riorganizza la flotta americana puntando sulle portaerei e sull’intelligence, che riuscendo a scoprire il piano d’attacco giapponese, prepara a sua volta un’imboscata. Il 4 giugno 1942, l’indecisione di Nagumo e la prontezza americana portano alla distruzione di quattro portaerei nipponiche in soli cinque minuti. La vittoria di Midway segna la fine dell’espansione giapponese e l’inizio dell’offensiva statunitense. Il Giappone perde navi, piloti e l’iniziativa strategica; gli Stati Uniti, forti della loro potenza industriale e tecnologica, conquistano la supremazia nel Pacifico e cambiano il corso della guerra a loro favore.
Contesto strategico
Midway, letteralmente significa “Metà strada” e confrontando una mappa dell’Oceano Pacifico centrale, si può notare come sia al centro tra il Giappone e Pearl Harbour. L’ammiraglio nipponico Isoroku Yamamoto è qui che vuole attirare in trappola le portaerei americane, con l’obiettivo finale di arrivare alla stessa Pearl Harbour e quindi tentare lo sbarco nella costa occidentale americana. Sei mesi dopo Pearl Harbor, il Giappone si trova al culmine della sua espansione nel Pacifico. Grazie una serie di vittorie lampo e conquiste territoriali, Tokyo domina vasti territori, ricchi di risorse. Successivamente a Pearl Harbor, gli Alleati subiscono una serie di sconfitte disastrose: la Royal Navy perde la moderna corazzata Prince of Wales e il vecchio incrociatore da battaglia Repulse nel Golfo di Malesia, affondati dagli aerosiluranti giapponesi; anche gli olandesi, impegnati nella difesa delle Indie Orientali, vengono annientati nella battaglia del Mare di Giava e perdono le loro colonie ricche di risorse strategiche come petrolio, caucciù e gomma. Infine, i nipponici marciano trionfalmente in Thailandia, per poi arrestarsi solo in Birmania.

Tuttavia, la situazione strategica non è affatto stabile: gli Stati Uniti, pur colpiti duramente, non mostrano alcun segno di resa. Anzi, già nell’aprile 1942, quando i giapponesi stanno per ultimare la conquista della Nuova Guinea, preparatoria all’invasione dell’Australia, gli statunitensi reagiscono con il Raid Doolittle su Tokyo e riportano una vittoria strategica nel Mar dei Coralli, arrestando l’avanzata nipponica a sud. Il Raid Doolittle non ha causato danni concreti alla città di Tokyo o all’industria bellica giapponese, ma è stato un trauma a livello collettivo. Gli strateghi nipponici non si aspettano un bombardamento diurno statunitense così immediato e così in profondità; dunque, ora l’alto comando di Tokyo sa di dover infliggere un colpo decisivo, prima che la superiorità industriale americana diventi schiacciante.
La sensazione dominante, tra alleati e osservatori, è quella di trovarsi di fronte a una potenza inarrestabile e invincibile. L’Australia stessa teme un’invasione, mentre gli Stati Uniti rafforzano le difese sulla costa occidentale, paventando un possibile sbarco nemico in California o in Oregon. Dietro questa impressione di onnipotenza si nascondono però fragilità strutturali. In primo luogo, il Giappone dipende fortemente dalle importazioni di carburante e materie prime: l’embargo petrolifero imposto dagli Stati Uniti nel 1941 in risposta all’aggressione contro l’Indocina, ha già posto l’Impero di fronte a una crisi di approvvigionamento. Inoltre, le capacità industriale e di reclutamento nipponiche non sono paragonabili a quelle americane: la perdita di una nave o di un pilota esperto rappresenta per Tokyo un colpo difficilmente compensabile.
Lo stesso ammiraglio Isoroku Yamamoto, comandante in capo della Flotta Combinata Imperiale, è perfettamente consapevole di questi limiti: il Giappone non può sostenere una guerra lunga. L’unica possibilità di vittoria è infliggere un colpo decisivo agli Stati Uniti, costringendoli a negoziare la pace da una posizione di debolezza. Nonostante l’opinione pubblica chieda una rapida vendetta contro il Giappone, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt insiste che la priorità debba essere data alla guerra in Europa. Egli è convinto che la sconfitta della Germania nazista rappresenti l’obiettivo principale, e che il fronte del Pacifico debba per ora mantenersi in una posizione difensiva. Solo quando la piena potenza industriale americana sarà mobilitata, gli Stati Uniti potranno passare all’offensiva anche contro l’Impero giapponese. Tuttavia, Roosevelt sottolinea che l’ulteriore espansione nipponica deve essere fermata a ogni costo: se il Giappone consolidasse i propri guadagni, le difficoltà strategiche e logistiche aumenterebbero enormemente.
Premesse tattiche
La guerra del Pacifico, e la battaglia delle Midway in particolare, vede la nascita della portaerei come nuova nave da guerra principale. Ciò deriva dal fatto che nessuno scontro tramite artiglieria di navi di superficie ha luogo in quella circostanza, ma soprattutto che i bersagli, su cui si concentrano gli attacchi da entrambe le parti, sono soltanto le portaerei. Sebbene sia gli ammiragli giapponesi sia americani spesso utilizzino le corazzate come navi di bandiera, le portaerei rappresentano il cuore delle principali operazioni navali del Pacifico.
La componente aeronavale imbarcata è progettata per far fronte a tre diverse missioni: stormi di caccia che hanno lo scopo di insidiare gli aerei attaccanti, stormi di aerosiluranti con il compito di attaccare a bassa quota, intorno ai 30 metri, lanciando un siluro contro le navi nemiche e stormi di bombardieri in picchiata che attaccano da quote elevate e con angoli di attacco tra gli 80 e 90 gradi, rilasciando delle bombe che possono perforare la coperta ed esplodere internamente. L’uso dei siluri è certamente più efficace, ma è possibile che, con una ben coordinata azione degli aerei da caccia in funzione difensiva e delle artigliere antiaeree di bordo, l’attacco possa essere contenuto negli effetti. I risultati dei bombardamenti in picchiata possono essere evitati solamente qualora i caccia si trovino a quote elevate e intervengano prima della picchiata. Inoltre, le artiglierie antiaeree, ad angolazioni superiori agli 80°, hanno un’efficacia ridotta.
L’obiettivo: Midway
Dopo Pearl Harbor, le operazioni giapponesi proseguono con successo in tutta l’Asia e il Pacifico. Tuttavia, nell’aprile 1942, il raid aereo di Doolittle, pur causando danni modesti, ha un effetto psicologico enorme, dimostrando così che il territorio metropolitano giapponese non è invulnerabile. Yamamoto decide dunque di organizzare un’operazione di ampia scala per annientare definitivamente la flotta americana. Il bersaglio scelto è l’atollo di Midway, situato a metà strada tra Asia e America, ultima propaggine occidentale dell’arcipelago hawaiano. Midway, dotata di piste d’aviazione e di un piccolo presidio militare, costituisce un avamposto strategico: può fungere da trampolino offensivo o da base logistica per il controllo del Pacifico centrale.
L’obiettivo è distruggere la flotta di portaerei statunitense, vettori dei bombardieri medi B-25 Mitchell su Tokyo ed artefici della vittoria nel Mar dei Coralli. Per costringerla ad uscire dalla base sicura di Pearl Harbor, l’ammiraglio Yamamoto pianifica l’attacco all’arcipelago di Midway, un piccolo atollo strategico nel Pacifico centrale, a circa 1700 km da Pearl Harbour. Se il Giappone riesce ad occupare Midway, gli americani sono costretti a reagire, offrendo così alla Marina Imperiale l’occasione di annientarli in una battaglia decisiva.
Nel frattempo, a Tokyo, lo Stato Maggiore Imperiale giapponese elabora piani di espansione che mirano a consolidare e ampliare il “perimetro difensivo” nel Pacifico. Gli alti comandi nipponici ritengono che, nonostante le complessità logistiche, l’operazione non presenti difficoltà militari insormontabili. Nelle isole destinate all’invasione, le forze nemiche appaiono deboli, e la Marina imperiale considera minima la minaccia rappresentata dalle flotte americana e da quella britannica. La Marina giapponese, fulcro della strategia espansionista, è dominata da un senso di fiducia quasi assoluta. La prima fase del piano prevede il completamento dell’occupazione della Nuova Guinea, già in gran parte sotto controllo giapponese, impedendo al tempo stesso agli Alleati di riconquistarla. Una forza d’urto composta da trasporti truppe e incrociatori pesanti deve concentrarsi nella base avanzata di Rabaul, insieme a tre portaerei provenienti da Truk, il principale arsenale navale nipponico nel Pacifico centrale.
Da Rabaul, la flotta si dirige verso sud per poi dividersi in due gruppi operativi. Il primo ha l’obiettivo di conquistare le Isole Salomone, mentre il secondo, appoggiato da una delle portaerei di Truk, deve catturare Port Moresby, in Nuova Guinea, punto strategico da cui gli Alleati potrebbero lanciare attacchi verso il Pacifico occidentale. Le altre due portaerei si spingono nel Mar dei Coralli, con il compito di intercettare e distruggere qualunque forza navale americana o australiana tenti di contrastare l’avanzata. Una volta assicurato il controllo sulla Nuova Guinea, il piano prevede di procedere rapidamente alla conquista di Nuova Caledonia, Figi e Samoa, estendendo così il perimetro difensivo giapponese e isolando completamente l’Australia dal resto del mondo alleato. Parallelamente, lo Stato Maggiore progetta l’espansione del fronte settentrionale: tre isole della catena delle Aleutine, Attu, Kiska e Adak, sono destinate alla conquista. Queste operazioni, oltre a fornire posizioni avanzate nel Nord Pacifico, servono anche come manovra diversiva per distrarre le forze americane dal vero obiettivo strategico: Midway.
L’isola di Midway, situata a circa 1.136 miglia a ovest delle Hawaii, rappresenta per l’Impero giapponese un punto di importanza strategica eccezionale. La sua conquista garantirebbe una base aerea avanzata entro il raggio d’azione necessario per minacciare Pearl Harbor, cuore della potenza navale americana nel Pacifico. Tuttavia, l’operazione di Midway non ha solo uno scopo territoriale: essa è concepita come un’esca, volta ad attirare fuori da Pearl Harbor le portaerei americane, ancora intatte dopo l’attacco del dicembre 1941, per costringerle a una battaglia in campo aperto, dove la superiorità giapponese dovrebbe portare alla loro completa distruzione. La strategia dell’attacco su Midway è dunque un piano complesso e articolato, che combina invasioni, diversioni, reazioni calcolate e imboscate. Il comando della Formazione d’attacco imperiale, Kido butai, Forza di Portaerei della prima flotta pertiene all’ammiraglio Chūichi Nagumo. È un ufficiale della vecchia scuola, incline alla prudenza, amante più dei siluri che degli aerei. Questo emergerà nell’indecisione che poi condannerà le portaerei nipponiche al disastro.
La fase preliminare prevede l’invio di una flotta di sottomarini, incaricati di stabilire cordoni di ricognizione: uno a 500 miglia a ovest di Pearl Harbor e l’altro tra le Hawaii e Midway, per segnalare eventuali movimenti della flotta americana. Inoltre, grandi idrovolanti Kawanishi H8K avrebbero dovuto condurre una ricognizione strategica sulle Hawaii, con un sistema di rifornimento programmato presso l’atollo French Frigate Shoals tramite sommergibili. Tuttavia, la presenza di navi americane, impedisce l’attuazione di questa parte del piano, rendendo praticamente i giapponesi ciechi.
Contemporaneamente, la forza d’occupazione nipponica di Midway, costituita da navi trasporto truppe e scortata da una divisione di incrociatori pesanti, deve salpare dalle Isole Marianne e dirigersi verso Nord-est. A protezione di questa forza, viene organizzata la Kido Butai, un potente gruppo navale d’attacco, combinato. Si tratta di quattro portaerei, Kaga, Akagi, Soryu e Hiryu, con i loro gruppi di volo, supportate da corazzate, incrociatori e un solido schermo di cacciatorpediniere. Queste navi salpano dal Bungo Channel, seguite da una forza principale composta da sei corazzate, destinate a intervenire nel momento decisivo della battaglia. Il tutto per distrarre gli americani dall’imminente attacco a Midway, inducendoli a inviare una portaerei verso nord. Per intercettare eventuali navi da guerra statunitensi partite da Pearl Harbor, la flotta giapponese si sarebbe subito rischierata strategicamente per intercettarle.
Nel mentre, a Sud, la forza d’attacco delle portaerei giapponesi deve avvicinarsi fino a 250 miglia da Midway e colpire l’aeroporto, gli hangar e le installazioni costiere. L’invasione segue rapidamente. Mentre gli sbarchi su Midway sono in corso, la forza d’attacco delle portaerei e le corazzate della forza principale, dislocate a 500 miglia dall’isola, restano in attesa. Quando la flotta americana lascia Pearl Harbor dovrebbe venire individuata dal cordone di sorveglianza dei sottomarini intorno alle Hawaii o dalle ricognizioni a lungo raggio provenienti dalle Isole Marshall, scattando così la trappola delle portaerei giapponesi. Solo a quel punto, i grossi calibri delle corazzate della forza principale completano l’opera, distruggendo i resti della potenza navale americana nel Pacifico.
Infine, nella regione settentrionale, una seconda forza d’attacco, anch’essa dotata di portaerei e trasporti, scortata da incrociatori, cacciatorpediniere e corazzate, deve colpire le isole Aleutine. Quest’operazione, pur avendo un valore tattico secondario, ha l’obiettivo strategico di fungere da diversione, attirando parte della flotta americana lontano dal vero teatro dell’azione: Midway. In questo modo, la Marina imperiale giapponese spera di tendere una trappola decisiva agli Stati Uniti, eliminando le loro ultime portaerei operative e consolidando per sempre il dominio del Giappone sul Pacifico.
La supponenza giapponese
Nel campo giapponese, l’atmosfera alla vigilia della battaglia è di assoluta fiducia. Dalla guerra in Cina fino alle Filippine e al Sud-est asiatico, la Marina imperiale non ha conosciuto sconfitte. Gli ufficiali e i marinai credono che Midway sarà solo un altro trionfo, e che la flotta americana, ormai ridotta, non oserà nemmeno uscire da Pearl Harbor. La sicurezza è tale che un reparto di idrovolanti, in rotta verso Midway, invia un messaggio scherzoso al proprio quartier generale: “D’ora in poi, inviate la posta a Midway”.
È il simbolo di una fiducia cieca, che ignora un fatto decisivo: per la prima volta dall’inizio della guerra, gli americani conoscono in anticipo ogni mossa del nemico. E quella conoscenza, frutto di mesi di paziente lavoro nei centri di crittoanalisi di Pearl Harbor, sta per ribaltare il corso della guerra nel Pacifico. Da sottolineare la capacità del supporto fornito dall’arsenale della base di Pearl Harbor nel rimettere la portaerei Yorktown in condizioni di operare. Viceversa, i giapponesi non sono in grado di ripristinare i danni ricevuti dalle loro portaerei e dagli aerei imbarcati su Shokaku e Zuikaku nel Mar dei Coralli e non sono quindi in grado di utilizzare tutte le portaerei in servizio.
Yamamoto e la strategia giapponese
Non appena riceve i rapporti del proprio successo, Yamaguchi invia una seconda ondata composta da dieci bombardieri in picchiata Aichi D3A”Val”, sempre scortati da caccia Zero. Questa volta la Yorktown viene nuovamente colpita e riportata in uno stato critico. L’azione dei piloti giapponesi è aggressiva e precisa: riescono a evitare la difesa intensa della flotta americana e infliggono nuovi colpi devastanti. Il coraggio e l’addestramento degli aviatori nipponici emergono con evidenza: molti di loro sono veterani delle campagne precedenti, qualità che permette loro di ottenere risultati notevoli anche in condizioni di inferiorità numerica.
Dall’altra parte del Pacifico, l’ammiraglio Isoroku Yamamoto, comandante in capo della Flotta Combinata giapponese dal 1939, è l’architetto dell’operazione contro Midway. Yamamoto, uomo carismatico e determinato, gode di grande prestigio per le sue vittorie precedenti, dall’attacco di Pearl Harbor alle rapide conquiste nel Pacifico, che gli garantiscono ampia libertà decisionale. Tuttavia, egli non nasconde il disprezzo verso molti dei suoi superiori, ritenuti troppo timorosi o conservatori. La sua visione strategica è dominata dal concetto di Kassen Kantai, la “battaglia decisiva”: uno scontro monumentale in mare che deve annientare la flotta americana e costringere Washington a negoziare la pace. Yamamoto comprende però i rischi dell’impresa. Avendo studiato negli Stati Uniti, ad Harvard e poi come addetto navale a Washington, conosce bene la potenza industriale americana e teme che il Giappone non possa sostenere un conflitto prolungato. Prima di Pearl Harbor, aveva cercato invano di dissuadere il governo dal provocare gli Stati Uniti; ma, una volta accettata l’inevitabilità della guerra, decide di giocare tutto sul colpo decisivo.
Yamamoto è un giocatore d’azzardo nel profondo, infatti è un appassionato di poker e di shōgi, un gioco giapponese simile agli scacchi, crede che la vittoria appartenga a chi sa rischiare di più. Midway, per lui, rappresenta la grande scommessa: distruggere le ultime portaerei americane rimaste, infliggere un colpo di grazia alla flotta statunitense e ottenere un vantaggio temporale sufficiente per consolidare le conquiste giapponesi in Asia e nel Pacifico. Nella pianificazione delle operazioni da parte giapponese non ci si è attenuti ai concetti di flessibilità e semplicità, rendendo il piano rigido e complicato. Al contrario, questi concetti sono invece propri della pianificazione di Nimitz. In campo statunitense sembra essere sempre presente l’iniziativa, mentre i giapponesi reagiscono in ritardo alle sollecitazioni della US Navy. Fa parzialmente eccezione l’attacco su Midway degli aerei imbarcati che però anche in questo caso è atteso perché previsto in quanto l’intelligence statunitense ha posto rimedio alle manchevolezze emerse nell’attacco a Pearl Harbor e questa volta reagisce con rapidità e competenza.
Nonostante un’elevata dose di incertezza sia sempre presente in questi casi, la pianificazione di Nimitz è completamente fondata sulle valutazioni del comparto informativo. La divisione delle forze nipponiche, se si considerano le operazioni alle isole Aleutine, non è condizionante l’andamento della battaglia. La fase di pianificazione prevede che, oltre alla conquista territoriale a nord, la flotta delle Aleutine avrebbe impedito l’aggiramento verso nord delle portaerei statunitensi. Tale eventualità non si verifica in quanto le forze americane sono in anticipo e la pianificazione giapponese non prevede situazioni diverse da quelle ipotizzate in partenza. Non vi è quindi concentrazione delle forze nipponiche ma probabilmente, qualora siano state tutte riunite, i rischi di perdere un maggior numero di porterei sarebbe stato elevato.
Vantaggi strategici americani
Invece, gli americani devono assolutamente difendere l’arcipelago, pena l’arretramento a Pearl Harbour e la conseguente difficoltà a mantenere le comunicazioni con l’Australia. L’isola infatti è rimasta l’unico baluardo contro l’espansione nipponica. Ma come possono gli statunitensi, inferiori in mezzi, addestramento ed esperienza, avere speranza di resistere alla marea giapponese? Grazie alla maggiore capacità industriale e soprattutto allo sviluppo tecnologico, in particolare il radar e la crittografia del codice di comunicazione della Marina giapponese, il JN-25.
Il codice operativo navale giapponese JN-25, introdotto nel 1939, risulta estremamente complesso. Dopo i primi successi americani del 1940, una nuova versione, JN-25b, appare nel dicembre 1941. Dopo Pearl Harbor, l’unità di Joseph Rochefort a Pearl Harbor intensifica la decifrazione, combinando indizi e analisi del traffico radio. Entro aprile 1942, riesce a leggere il 20% dei gruppi, sufficiente per prevedere le mosse giapponesi. A maggio, la percentuale sale al 40%. Gli analisti Finnegan e Wright decifrano infine la data dell’attacco a Midway: 4 giugno 1942. L’informazione consente a Nimitz di preparare l’imboscata decisiva.

Il RADAR, Radio Detection And Ranging, ovvero “rilevamento e misurazione della distanza tramite radio”, è l’altra chiave tecnologica della vittoria americana. Gli statunitensi non solo sfruttano installazioni costiere, che già al tempo di Pearl Harbour operano, ma anche navali, che consentono di rilevare navi e aerei nemici a prescindere dalle condizioni metereologiche e soprattutto da un totale vantaggio nel combattimento notturno. Per esempio, a Midway, quando gli aerei americani giungono controluce, i giapponesi non sono in grado di rilevarli tempestivamente, riducendo così le proprie possibilità di reazione. Non si può comprendere la fiducia statunitense nei propri mezzi e capacità, senza considerare adeguatamente queste due tecnologie fondamentali.
Nimitz e la strategia americana
La difesa statunitense di Midway si basa su una pianificazione meticolosa. Due task force di portaerei devono coordinarsi per localizzare e distruggere la flotta giapponese. La Task Force 16, al comando dell’ammiraglio Raymond Spruance, ruota attorno alle portaerei Enterprise e Hornet; salpa per prima da Pearl Harbor. La Task Force 17, con la Yorktown, miracolosamente riparata in pochi giorni dopo i danni subiti nel Mar dei Coralli, parte due giorni più tardi.
L’obiettivo è riunire le tre portaerei in un punto prestabilito, chiamato Point Luck, situato 325 miglia a nord-est di Midway, da cui poter tendere un’imboscata alla flotta giapponese. Il principale problema americano è l’individuazione del nemico. I radar delle portaerei hanno un raggio limitato, circa 150 miglia. Per questo le pattuglie di ricognizione a lungo raggio assumono un ruolo cruciale. Gli idrovolanti PBY Catalina basati a Midway perlustrano il mare fino a 700 miglia di distanza, cercando la forza d’attacco giapponese. Una volta localizzato il nemico, gli aerei americani lo seguono e trasmettono le coordinate fino a quando la flotta nemica entra nel raggio del radar dell’isola. A quel punto, Midway diventa il centro di comunicazione e direzione per un attacco combinato, aereo e navale, contro il nemico in avvicinamento.
Dall’altra parte, l’ammiraglio Chester W. Nimitz, nominato comandante in capo della Flotta del Pacifico il 31 dicembre 1941, incarna il contrappeso strategico e umano di Yamamoto. Uomo pragmatico, brillante e di grande equilibrio, Nimitz comprende che la disfatta di Pearl Harbor non fu dovuta a incompetenza ma a un errore di valutazione. Per questo decide di non punire nessuno dei comandanti coinvolti, rafforzando così la fiducia e il morale dell’intera Marina. Il suo stile di comando è semplice ma rivoluzionario: fiducia nei subordinati, comunicazione chiara e rispetto reciproco. Nimitz è anche un visionario. Dopo Pearl Harbor, capisce che l’epoca delle corazzate è finita e che la nuova era navale sarà dominata dalle portaerei. Pur disponendo solo di tre unità operative, insiste sul principio che per le portaerei “l’attacco è la miglior difesa”. La sua scelta di affrontare i giapponesi a Midway, nonostante la disparità numerica, riflette una profonda comprensione dell’arte della guerra moderna: colpire per primi, con precisione, sfruttando ogni vantaggio di intelligence e di logistica.
Il preludio alla battaglia
Nonostante si trovino in netta inferiorità numerica, gli americani affrontano la battaglia imminente con un vantaggio decisivo: la superiorità informativa. Gli sforzi del gruppo di decrittazione di Pearl Harbor, guidato da Joseph Rochefort, consentono di stimare con precisione la data dell’attacco giapponese, ristretta a un intervallo tra il 4 e l’8 giugno 1942. Inoltre, la Marina statunitense scopre che l’invasione delle isole Aleutine non è che una manovra diversiva, concepita per distrarre le forze americane dal vero obiettivo: Midway. Sapendo ciò, l’ammiraglio Chester W. Nimitz concentra tutte le sue forze navali più potenti nella zona di Midway.
La priorità non è difendere l’isola in sé, ma distruggere le portaerei giapponesi, il fulcro della potenza offensiva nemica. Gli americani sanno che i giapponesi si muoveranno in agguato, pronti a colpire con la tattica che aveva trionfato a Pearl Harbor. Tuttavia, questa volta l’effetto sorpresa è svanito. Midway diventa il fulcro della difesa americana. L’isola, definita “una base aerea inaffondabile”, ospita bombardieri in picchiata, aerosiluranti e persino bombardieri pesanti B-17. Il suo valore strategico è immenso: non solo funge da punto d’appoggio per gli attacchi contro la flotta giapponese, ma offre anche una pista di emergenza per gli aerei danneggiati o a corto di carburante. Midway è inoltre dotata di due radar, vecchi ma efficienti, capaci di rilevare gli attacchi nemici e di fornire agli americani preziosi minuti di preavviso.
La battaglia. Il primo attacco su Midway (ore 04:30 – 06:35, 4 giugno)
All’alba del 4 giugno, l’ammiraglio giapponese Nagumo comanda il primo attacco aereo: 108 bombardieri, scortati da caccia Zero, decollano verso Midway. L’attacco mira a neutralizzare le difese terrestri, gli impianti di carburante, riuscendo ad infliggere ingenti danni ma senza compromettere le piste, che rimangono parzialmente operative. Questo attacco iniziale coglie di sorpresa la guarnigione americana sull’isola, ma non riesce a raggiungere l’obiettivo totale.
Nel frattempo, la flotta americana composta dalle portaerei Yorktown, Hornet ed Enterprise, posizionata a Nord-est di Midway, si prepara al contrattacco, sfruttando la superiorità tattica data dalle informazioni radar e dalle intercettazioni radio giapponesi. Le forze aeronautiche dell’esercito e dei Marines americani lanciano a loro volta bombardieri B-26 e B-17 per colpire la flotta nemica, subendo purtroppo pesanti perdite, ma contribuendo a segnalare la posizione esatta degli avversari ai comandi Usa, che ora possono pianificare una risposta più precisa.
L’incertezza di Nagumo e la decisione fatale (ore 07:00 – 09:18)
Il momento cruciale della battaglia nasce da una drammatica indecisione di Nagumo, le cui scelte riflettono i limiti della dottrina tattica nipponica. Dopo il primo attacco, riceve informazioni contrastanti: da un lato Midway non è ancora neutralizzata, dall’altro un ricognitore della nave Tone individua le portaerei americane. Tuttavia, l’ammiraglio decide di riarmare i bombardieri da attacco terrestre con bombe perforanti, un’operazione che richiede tempo e disorganizzazione sui ponti di volo. La complessità dello smontaggio e del successivo riassemblaggio degli ordigni riempie gli hangar di carburante e armamenti, esponendo vulnerabilità critiche.
Quando la presenza delle portaerei Usa viene confermata, è ormai troppo tardi per invertire la manovra. Questa fase segna il punto debole della tattica giapponese: la necessità di coordinare attacchi perfettamente sincronizzati limita la capacità di risposta rapida a situazioni mutevoli e favorisce le contromosse americane. Nagumo si trova così in una posizione di vulnerabilità totale, dove ogni attacco nemico potrebbe risultare decisivo.
L’attacco americano e i “cinque minuti di gloria” (ore 10:20 – 10:25)
Tra le 9:30 e le 10:00, prende avvio l’attacco americano. I bombardieri siluranti, decollati dalla Hornet e dalla Enterprise, soffrono enormi perdite, quasi azzerati dai caccia Zero giapponesi, ma questa distrazione ha un valore strategico fondamentale: sottrae la copertura aerea nipponica e apre il cielo agli SBD Dauntless in picchiata. Le prime ondate americane, bombardieri siluranti provenienti dalla Hornet e dalla Enterprise, vengono quasi interamente distrutte dai caccia nipponici. Tuttavia, questa azione disperata attira verso il basso la copertura aerea giapponese, aprendo la via agli SBD Dauntless in picchiata. Alle 10:20, tre squadroni americani provenienti da Enterprise e Yorktown emergono dalle nuvole e colpiscono simultaneamente tre portaerei giapponesi.

In meno di cinque minuti, Akagi, Kaga e Sōryū vengono centrati da più bombe ciascuna. Le esplosioni secondarie, alimentate dal carburante e dagli ordigni accumulati sui ponti, trasformano le navi in roghi galleggianti. L’ammiraglia Akagi viene abbandonata poco dopo. Solo la Hiryū resta operativa e lancia immediatamente due ondate di contrattacco contro la Yorktown, riuscendo a colpirla gravemente intorno alle 12:00. La portaerei americana rimane immobilizzata ma non affonda. Questa manovra, detta “i cinque minuti di gloria”, rappresenta uno straordinario esempio di tempismo e coordinamento americano, sfruttando al massimo le occasioni offerte dall’imprevisto e dall’errore avversario.
La vendetta di Nagumo
Intorno a mezzogiorno del 4 giugno, dopo che la Hiryū rimane l’unica portaerei del Kido Butai, il comandante Tamon Yamaguchi ordina di concentrare il contrattacco sugli americani. La prima ondata di 18 bombardieri siluranti Nakajima B5N, “Kate”, scortati da sei caccia Zero, si dirige contro la Yorktown, che viene colpita da siluri e gravemente danneggiata. Nonostante la perizia dei piloti giapponesi e il coordinamento impeccabile, la Yorktown riesce sorprendentemente a restare a galla grazie alle abili manovre di contenimento dei danni dell’equipaggio statunitense.
La distruzione della Hiryū e la ritirata nipponica (ore 16:00 – notte 4/5 giugno)
Nel pomeriggio, gli aerei americani dell’Enterprise localizzano la Hiryū e la colpiscono ripetutamente. Le esplosioni devastano il ponte di volo, e alle 17:00 l’ammiraglio Yamaguchi, comprendendo l’impossibilità di proseguire, ordina di abbandonare la nave. Con la perdita della quarta portaerei, il Kido Butai cessa di esistere come forza combattente. Nella notte tra il 4 e il 5 giugno, Nagumo ordina la ritirata generale verso ovest. In mare restano oltre 3.000 marinai giapponesi e quattro portaerei, insieme a circa 300 velivoli e alla maggior parte dei piloti veterani che avevano partecipato a Pearl Harbor.
Conseguenze strategiche
La Battaglia di Midway rappresenta un punto di svolta irreversibile nella guerra del Pacifico. La Marina imperiale perde, in un solo giorno, il nucleo insostituibile della propria forza aeronavale e con esso l’iniziativa strategica. Da questo momento, il Giappone passa a una guerra difensiva su vasta scala, mentre gli Stati Uniti assumono il controllo operativo delle acque del Pacifico. Sul piano tattico, Midway segna la consacrazione della portaerei come arma dominante nella guerra navale moderna, relegando definitivamente la corazzata a un ruolo secondario. Sul piano strategico, la battaglia inverte la tendenza del conflitto: da difensori, gli Stati Uniti diventano attaccanti, inaugurando la lunga campagna di riconquista che, attraverso le isole Gilbert, Marshall e Mariana, li condurrà nel 1945 alle porte del Giappone.
In termini simbolici, Midway non è solo una vittoria americana, ma anche la fine del mito dell’invincibilità nipponica. Per gli Stati Uniti, la Battaglia di Midway si rivela il punto di svolta nella lotta contro il Giappone. Incapace di rimpiazzare le perdite di portaerei e di equipaggi aerei, l’Impero giapponese non riesce più a prendere l’iniziativa. Il Giappone non ha solo subito la più grande sconfitta della sua storia: in un solo giorno ha perso la guerra del Pacifico.
Conseguenze tattiche
Il confronto delle perdite è impietoso, il Giappone perde quattro portaerei, un incrociatore pesante, 248 aerei e circa 3.000 uomini; al contrario gli Stati Uniti soffrono una portaerei, la Yorktown, un cacciatorpediniere e 360 uomini. Se poi si calcola che è la stessa portaerei che i nipponici suppongono di aver distrutto alla precedente battaglia del Mar dei coralli, il quadro è ancora più tragico.
Il Giappone non perde solo mezzi materiali, ma anche il cuore della propria aviazione navale: i migliori piloti e tecnici, risorse che non potranno più essere sostituite. Da questo momento, la Marina Imperiale non sarà mai più in grado di condurre un’offensiva strategica di pari portata. Mentre gli americani saranno in grado di produrre sempre più navi e aerei durante la guerra, il declino industriale giapponese, soprattutto dal punto di vista della cantieristica navale sarà sempre più marcato. Di pari passo, i piloti veterani americani vengono sfruttati per addestrare le nuove reclute, mentre il Giappone non riesce nello sforzo reclutativo, anche perché i piloti nipponici sono una élite ristretta della società, mentre negli Stati uniti l’accesso al reclutamento è molto più egualitario.
Nonostante la tenace resistenza giapponese, la superiorità americana in termini di risorse, logistica e capacità di sostituzione del personale si rivela decisiva. La battaglia di Guadalcanal si trasforma in un logoramento prolungato, in cui il Giappone non riesce a contrastare efficacemente la pressione americana, mentre la sua capacità di proiettare potere oltre le proprie basi si riduce progressivamente.
Declino industriale e logoramento
Nonostante la tenacissima resistenza giapponese, che si manifesterà in numerose battaglie sanguinose e in una difesa accanita delle isole conquistate, il bilancio strategico è ormai segnato: la Marina Imperiale non potrà più ripetere le offensive di ampio respiro del 1941-1942, mentre gli Stati Uniti si preparano a una lunga campagna di avanzata nell’Oceano Pacifico, che porterà gradualmente al crollo del sistema difensivo nipponico. Midway non è solo una vittoria tattica, è anche la svolta psicologica e strategica della guerra del Pacifico. Distrugge il mito dell’invincibilità giapponese e dà agli americani la fiducia nella propria superiorità tecnologica, organizzativa e industriale.
Come afferma l’ammiraglio Chester Nimitz: “Midway è una vittoria costruita su informazioni, coraggio e fortuna.” Da quel giorno, il Giappone non combatte più per conquistare, ma solo per non perdere.
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- Lincoln Paine, The Sea and Civilisation, a Maritime History of the World, edito da Alfred A. Knopf, 2013.
- Donovan, P.; Mack, J. Code, Breaking in the Pacific, Springer International Publishing AG, 2014.
- Craig L. Symonds , The Battle of Midway, Oxford University Press, 2011.







