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L’Austro-fascismo, l’Austria tra le due guerre mondiali

Dalla dissoluzione dell’impero Austro-Ungarico all’Anschluss nazista. In occasione dell’anniversario della morte del cancelliere Engelbert Dollfuss viene approfondito il caso austriaco tra le due guerre mondiali. Dopo un periodo democratico, la trattazione analizza il modello dittatoriale dello Standestaat, sviluppato dallo stesso Dolfuss. Si descrive poi il rapporto con il fascismo italiano e la conclusione della sovranità austriaca nel 1938, a causa dell’invasione nazista.

di Niccolò Tarizzo
25 Luglio 2026
TEMPO DI LETTURA: 11 MIN
Kanzler in Kaiserjäger-Uniform als Redner bei einer Veranstaltung der Vaterländischen Front auf dem Wiener Trabrennplatz.

Kanzler in Kaiserjäger-Uniform als Redner bei einer Veranstaltung der Vaterländischen Front auf dem Wiener Trabrennplatz.

CONTENUTO

  • Da Impero a Stato Nazione
  • Verso la dittatura
  • “Standestaat”
  • Dollfuss e Mussolini
  • L’uccisione di Engelbert Dollfuss
  • L’Anschluss
  • Riassunto

Da Impero a Stato Nazione

L’Austria visse la crisi della sua disgregazione nella paradossale situazione di essere centro e periferia allo stesso tempo. La nascita della Prima Repubblica Austriaca fu segnata dalla difficoltà legale e psicologica di dare forma allo smantellamento dell’Impero. Il nome scelto inizialmente, quello di Repubblica austro-tedesca, non poté essere mantenuto perché l’unione con la Germania, supportata dalla cittadinanza, venne impedita dai trattati. Non a caso, il progetto di Costituzione federale adottato dall’Assemblea nazionale costituente il 1° ottobre 1920 non rinunciava all’idea federale, prevedendo un sistema bicamerale formato dal Consiglio nazionale e dal Consiglio federale, ove erano rappresentate le province “federali”. Il Presidente veniva eletto dall’Assemblea federale, che riuniva le due Camere. La Prima Repubblica è spesso rappresentata come una democrazia debole, votata al fallimento e dove si verificò una svolta autoritaria tra gli anni Venti e Trenta.

I primi governi postbellici in Austria nacquero da una coalizione tra il Partito Socialdemocratico (SDAPO) e il Partito Cristiano-sociale (CSP), che adottò una legislazione sociale molto avanzata. Entrambi i partiti sostenevano la democrazia parlamentare e formavano ad essa ampi settori della società. Tuttavia, tale coalizione si ruppe già nel 1920 e le elezioni che seguirono videro prevalere i cristiano-sociali sui socialdemocratici, che restarono poi sempre all’opposizione ma riuscendo a fare di Vienna la propria roccaforte elettorale e amministrativa. La gestione della municipalità di Vienna divenne un esempio per la socialdemocrazia marxista in generale, per l’attenzione dedicata al problema degli alloggi, della sanità e dell’educazione; per la politica fiscale che suscitava l’ostilità dei ceti possidenti ma che incontrava il favore di una larga maggioranza della popolazione.

I cristiano-sociali, invece, si orientarono sempre più verso destra, intercettando altre forze quali il Partito Popolare Grande Tedesco (GDVP), ispirato al pangermanesimo e affine all’unificazione con la Germania, antisemita e antibolscevico, se non anticlericale, passando sopra alle pur esistenti differenze, per poi avvicinarsi nel 1930 all’Unione contadina e alle “milizie patrie”, organizzazioni paramilitari sorte in Carinzia e in Stiria meridionale per difendere i confini dalle rivendicazioni slovene del dopoguerra e che poi ambirono ad un ruolo politico, presentandosi come guardine della tradizione, della religione e dell’ordine economico-sociale.

I liberali, invece, praticamente scomparvero come forza politica, anche se al liberalismo continuarono a fare riferimento alcuni intellettuali. Tra i partiti minori, va ricordato il Partito tedesco nazionalsocialista dei lavoratori (DNSAP), rilevante a partire dagli anni Trenta. Nel 1920 iniziò a concepirsi come partito gemello di quello tedesco della Repubblica di Weimar; nel 1931, quando alla sua direzione venne nominato da Adolf Hitler il tedesco Theo Albicht, contava quindici mila aderenti, ma andò crescendo con la vittoria del Partito nazionalsocialista in Germania e riuscì a cooptare molti altri aderenti tra salariati, operai e artigiani; bandito nel 1933, continuò ad esistere clandestinamente e si rese protagonista del putsch nazionalsocialista del 25 luglio 1934, finché, con l’Anschluss nel marzo 1938, venne riorganizzato come parte del suo omologo tedesco. Vi era poi il Partito comunista austriaco (KPO) che, facendo proprie le idee bolsceviche, non riuscì mai ad attirare a sé un consistente numero di socialdemocratici, marxisti, ma democratici: anch’esso fu messo fuorilegge nel 1933.

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Kanzler in Kaiserjäger-Uniform als Redner bei einer Veranstaltung der Vaterländischen Front auf dem Wiener Trabrennplatz.

Verso la dittatura

Anche l’Austria, però, non riuscì a conservare la propria democrazia nei secondi anni Trenta, sia per cause interne che per influenze esterne. La prima rottura nel tessuto politico-sociale fu determinata da un grave fatto di sangue avvenuto il 30 gennaio 1927, quando una manifestazione domenicale a Schattendorf di combattenti e militanti della Lega difensiva, ovvero l’organizzazione paramilitare della socialdemocrazia austriaca, fu turbata dai Combattenti in prima linea, la più antica milizia conservatrice austriaca: gli scontri lasciarono due morti sul campo, tra cui un bambino appartenente alla socialdemocrazia.

L’aspettativa di giustizia, particolarmente viva nella classe operaia, andò tradita quando, il 14 luglio 1927, il tribunale dichiarò un non-luogo a procedere: ne seguì uno sciopero generale spontaneo che coinvolse migliaia di operai, che assaltarono e incendiarono il Palazzo di Giustizia di Vienna. La folla non si calmò neppure all’arrivo dei dirigenti socialdemocratici, cosa che portò la polizia a sparare sui manifestanti, causando ottanta morti e un migliaio di feriti, per cui il cancelliere cristiano-sociale Ignaz Seipel non proferì alcuna parola di cordoglio.

Ne risultò palese la debolezza della socialdemocrazia e lo spazio che si sarebbe aperto nel settennio successivo per un discorso politico di segno opposto, portato avanti dai cristiano-sociali e dai nazionalsocialisti, punteggiato da violenza di vario tipo, da una repressione costante del governo e da una progressiva paralisi parlamentare che culminò nel 1934, quando fu instaurato uno Stato corporativo cristiano sotto gli auspici del cancelliere Dollfuss.

“Standestaat”

Proprio nel 1934 si può collocare il passaggio dell’Austria da un sistema ancora democratico a uno più autoritario. Il primo passo verso un nuovo regime può essere individuato nella fondazione nel 1933 da parte di Dollfuss, diventato cancelliere nel 1932, del Fronte patriottico, presentato come un’organizzazione sovra-partitica votata a raccogliere tutte le forze fedeli al governo.

La sua ideologia era decisamente passatista, ispirata ai valori tradizionali e antimoderni: il culto del “bene comune” veniva proposto contro i seminatori di discordie e divisioni, fossero essi liberali, marxisti o ebrei. I suoi teorici rigettavano la lotta di classe e l’individualismo. Veniva proposta, invece, un modello definito “corporativo”, ispirato dal fascismo italiano, in cui i conflitti tra capitale e lavoro sarebbero stati risolti grazie alla costituzione di corporazioni a base economica e di mestiere, sul tipo di quelli medievali. Questo rimaneva all’idea di una struttura gerarchicamente strutturata che, a loro avviso, era stato incarnato dalle società tradizionali fondate sull’ordine voluto da Dio, e che ora avrebbe potuto essere concretamente realizzato anche grazie all’intervento autoritario dello Stato.

Il cosiddetto “Standenstaat” (da Stände, ovvero corporazione o Stato) di Dollfuss, definito spesso come “austro-fascismo” può essere avvicinato, per la sua componente cattolico-conservatrice, più che al modello fascista o nazista di Italia e Germania, allo Estado novo portoghese di Antonio de Oliveira Salazar o alla Falange spagnola di Josè Antonio Primo de Rivera. Il modello austriaco si differenziava da quello italiano e tedesco anche per il saluto, il “Front Heil” (salute al fronte), che era caratterizzato dall’unione di indice e medio. Il simbolo del Fronte patriottico era la croce potenziata o croce di Gerusalemme, che ne dimostrava il forte carattere religioso.  

il 1° maggio 1934 fu varata una nuova Costituzione. Questa riconosceva otto province federali e creava vari organi “consultivi”, che potevano solo dare pareri sui progetti legislativi, che venivano poi esaminati dal Consiglio federale, che decideva sui progetti di legge del governo senza discuterne o proporre emendamenti. L’Assemblea federale riuniva infine organi consultivi che eleggevano il Presidente. Il ruolo della Chiesa in questo modello era regolato da uno specifico concordato, che le riconosceva una competenza in materia di diritto matrimoniale e insegnamento.

Dollfuss e Mussolini

Engelbert Dolfuss fu il più giovane cancelliere nella storia austriaca. Nacque il 4 ottobre del 1892 a Texingtal, nel Niederösterreich, come figlio illegittimo di un piccolo proprietario terriero. Combatté sul fronte italiano durante la Prima Guerra Mondiale e ricevette otto decorazioni al valore. Entrò poi nelle fila del Partito cristiano-sociale dopo la disfatta austriaca. Nel 1932 fu democraticamente votato e divenne cancelliere grazie a una maggioranza instabile. Alto solamente un metro e cinquanta, Dolfuss non era un uomo carismatico, veniva descritto come devoto, generoso e coscienzioso. Si trattava dunque di una figura completamente opposta rispetto a molti dittatori a lui contemporanei.

Il suo cattolicesimo non poteva portarlo ad accettare l’antisemitismo nazista, per questo motivo strinse un forte rapporto d’amicizia con Benito Mussolini. Anche dal punto di vista italiano, era innegabile che gli ambienti cattolici spinsero per l’avvicinamento ad un modello fascista e cattolico, rispetto al nazional socialismo hitleriano. Studiosi contemporanei affermano che fu proprio il Duce ad aver avuto un ruolo cruciale per l’instaurazione di un modello corporativo in Austria. Il terzo incontro tra Mussolini e Dollfuss, avvenuto sulla spiaggia di Riccione nell’agosto del 1933, portò alla repressione antisocialista con il putsch del febbraio del 1934 e all’introduzione di figure delle “milizie patrie” nel governo. I due si erano già incontrati in aprile a Vienna e a giugno a Roma. L’obiettivo del Duce era quello di creare una specie di cordone sanitario per impedire l’avanzata delle truppe del neo eletto cancelliere tedesco Adolf Hitler.

L’uccisione di Engelbert Dollfuss

La mattina del 25 luglio 1934 Dollfuss venne allertato di un possibile colpo di stato da parte dei nazional socialisti austriaci. Alle 12:30 i camion nazisti invasero le strade di Vienna, irrupero nell’ufficio del cancelliere ma non trovarono nessuno, nel corridoio videro cinque uomini, quattro eseguirono gli ordini e alzarono le mani, uno di questi, un uomo basso in borghese, si avvicinò al nazista Otto Planetta per parlargli. Planetta aprì il fuoco e ferì Engelbert Dollfuss. Quest’ultimo, da vero cattolico praticante, ormai in fin di vita, chiese il viatico ma i nazisti glielo negarono. 

anschluss
Engelbert Dollfuss

Il putsch successivamente fallì ma la risposta del Duce non si fece attendere: le truppe italiane entrarono in Carinzia per fronteggiare gruppi di nazisti entrati direttamente dalla Germania, inoltre, quattro divisioni vennero distaccate al Brennero. Hitler si affrettò a disciogliere il partito nazionalsocialista in Austria e mise in atto una strategia solo apparentemente più neutrale nei confronti del vicino, appoggiato da Francia, Regno Unito e Italia che, in occasione della Conferenza di Stresa dell’aprile 1935, si pronunciarono a sostegno dell’indipendenza e dell’integrità dell’Austria.

Quando Dollfus fu ucciso, la moglie e i figli erano ospiti della famiglia Mussolini nella loro villa di Riccione. Secondo il ricordo di Rachele Guidi, il Duce non riuscì a trattenere le lacrime di fronte alla vedova in lutto. La reazione di Mussolini fu dunque al contempo fortemente emotiva ed emotivamente politica. Non è un caso che a Bari, il 6 settembre 1934, Benito Mussolini pronunciò un discorso contro le teorie razziali tedesche, esaltando invece la grandezza del passato romano: “Noi possiamo guardare con un sovrano disprezzo talune dottrine d’oltralpe, di gente che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita, in un tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto”. Basteranno però pochi anni per far dimenticare all’Italia la causa austriaca.

L’Anschluss

L’esperienza dello “Standestaad” austriaco continuò per altri quattro anni sotto la guida di Kurt von Schuschnigg. L’ex ministro della giustizia ebbe un ruolo fondamentale nell’evitare la caduta del paese in mano tedesca nel luglio del 1934. Dopo la militarizzazione della Renania, Schuschnigg, timoroso della potenza militare tedesca, decise di scendere a patti con Hitler. Con l’accordo dell’11 luglio 1936 la Germania si impegnava a rispettare la politica interna austriaca, in cambio però, tramite una clausola segreta, Schuschnigg aveva concesso l’amnistia per alcuni autori del putsch del luglio del 1934, in aggiunta il cancelliere austriaco aveva ammesso all’interno del governo alcuni membri del Partito tedesco nazionalsocialista dei lavoratori.

Nel frattempo Mussolini si avvicinò sempre di più a Hitler. La campagna coloniale di Etiopia, le conseguenti sanzioni, l’uscita dalla Società delle Nazioni e la guerra civile spagnola portarono ad uno stretto rapporto tra il Duce e il Fuhrer. In tutto il 1937, i nazisti austriaci, finanziati da Berlino, portarono avanti la loro azione terroristica. Delle bombe scoppiavano quasi ogni giorno in qualche parte del paese. Il 12 febbraio 1938 i due cancellieri si incontrarono nella residenza montana di Hitler, a Berchtesgaden, in Baviera. Kurt von Schuschnigg, che allora aveva quarantun anni, era un uomo dai modi impeccabili da austriaco dei tempi antichi, e per lui fu naturale iniziare la conversazione con parole garbate sulla magnifica vista, sul bel tempo che faceva in quel giorno e con un accenno lusinghiero sul fatto che quella stanza era certamente stata la scena di molti colloqui decisivi.

Adolf Hitler gli troncò la parola: “Non ci siamo incontrati qui per parlare della bella vista e del tempo”. Poi scoppiò la tempesta. Alla fine di un lungo colloquio, piuttosto unilaterale, il ministro degli esteri Ribbentrop presentò una minuta di “accordo”. Si doveva firmare subito. Schuschnigg dice che si sentì sollevato, perché po­teva almeno conoscere qualcosa di preciso circa le idee di Hitler. Ma quando esaminò il documento, il suo sollievo svanì immediatamente. Si trattava di un ultimatum con cui la Germania chiedeva di consegnare il governo dell’Austria ai nazisti nel termine di una settimana. Malgrado un tentativo di resistenza Schuschnigg capitolò e firmò la condanna a morte dell’Austria. 

Schuschnigg realizzò un rimpasto di governo, ammettendo figure naziste, e concesse amnistie ai rivoltosi del putsch di luglio. Nonostante ciò il cancelliere tentò di mantenere viva l’indipendenza austriaca. Il 20 febbraio 1938 Hitler esaltò al Reichstag l’unità dei popoli tedeschi, con un chiaro riferimento all’Austria e ai Sudeti della Cecoslovacchia. Il 24 febbraio arrivò la risposta di Schuschnigg, che realizzò un discorso in parlamento in cui sosteneva l’indipendenza del paese, il quale era giunto al limite delle sue concessioni. Terminò poi con un appello commovente: “Rosso, bianco, rosso fino alla morte!” con riferimento ai colori della bandiera austriaca. 

L’ultimo disperato tentativo di Schuschnigg fu quello di annunciare un plebiscito. Avrebbe chiesto agli austriaci se fossero favorevoli a un Austria libera, indipendente, sociale, cristiana e unita. Il cancelliere austriaco inviò poi in Italia il suo addetto militare per un colloquio con Mussolini. Il dittatore italiano disse che il plebiscito era un errore. Consigliò Schuschnigg di mantenere la precedente linea di condotta e lo assicurò della sua protezione. Queste furono le ultime parole che Schuschnigg udì da Mussolini.

Il 9 marzo, in un discorso a Innsbruck, Schuschnigg annunciò che quattro giorni dopo, cioè la domenica I 3 marzo, sarebbe stato indetto un plebiscito. La notizia inaspettata provocò in Adolf Hitler un accesso di rabbia. Il Fuhrer ordinò una rapida invasione dell’Austria, conosciuta come Operazione Otto. Lo scopo era quello di anticipare il plebiscito. La Germania concentrò le sue truppe sul confine e l’11 marzo, a causa delle pressioni naziste, Schuschnigg revocò il referendum e si dimise.

La sera dello stesso giorno Hitler, preoccupato dalla reazione di Mussolini, ottenne la garanzia del non intervento italiano. La mattina del 12 marzo le truppe tedesche furono accolte con gioia da gran parte della popolazione. Il 13 marzo 1938 il presidente federale Miklas si dimise e l’Austria divenne ufficialmente una provincia del Terzo Reich. Kurt von Schuschnigg venne prima internato a Dachau e poi a Sachsenhausen. Fu trasferito in Alto Adige nell’aprile del 1945 e liberato dagli americani a marzo.

Riassunto

Con la sconfitta nella Grande Guerra, l’Austria vide fortemente ridimensionati i propri confini. La Prima Repubblica Austriaca fu caratterizzata da difficoltà politiche e psicologiche. Il trauma del passaggio da un grande impero a un piccolo stato nazione si manifestò anche in chiave politica. Il primo periodo democratico fu principalmente caratterizzato dal bipolarismo tra il Partito Cristano Sociale e il Partito Socialdemocratico. Un ulteriore protagonista fu il Partito tedesco nazionalsocialista dei lavoratori (DNSAP), rilevante a partire dagli anni Trenta, in concomitanza con l’ascesa di Adolf Hitler in Germania.

Le difficoltà democratiche si manifestarono già nel 1927 quando una manifestazione domenicale a Schattendorf di combattenti e militanti della Lega difensiva, ovvero l’organizzazione paramilitare della socialdemocrazia austriaca, fu turbata dai Combattenti in prima linea, la più antica milizia conservatrice austriaca. L’evento aprì la strada a ulteriori scontri e mostrò l’effettiva debolezza del modello austriaco. Ad approfittare di questa situazione fu Engelbert Dollfuss, cristiano sociale, eletto nel 1932 cancelliere, decise di sviluppare un sistema autoritario noto come “austro-fascismo”. La definitiva adozione di un modello corporativo e fascista avvenne con la repressione antisocialista nel febbraio del 1934 e poi con l’approvazione di una nuova Costituzione il 1° maggio 1934. 

Fu proprio Benito Mussolini ad avere un ruolo cruciale nella svolta fascista austriaca. Il Duce e Dollfuss svilupparono un ottimo rapporto personale e dopo tre incontri a Vienna, Roma e Riccione, il cancelliere austriaco optò per la creazione dello “Standenstaat” (da Stände, ovvero corporazione o Stato). Il 25 luglio 1934 i nazisti austriaci tentarono un putsch che fallì ma Dollfuss fu ucciso. Le truppe italiane entrarono in Carinzia per fronteggiare gruppi di nazisti entrati direttamente dalla Germania, inoltre, quattro divisioni vennero distaccate al Brennero. Hitler si affrettò a disciogliere il partito nazionalsocialista in Austria e mise in atto una strategia solo apparentemente più neutrale nei confronti del vicino.

In pochi anni però la situazione cambiò, a causa dell’avvicinamento tra Hitler e Mussolini, l’Austria non poteva più contare nel suo protettore principale. L’esperienza dell’austro-fascismo continuò però per altri quattro anni sotto la guida di Kurt von Schuschnigg, ex ministro della giustizia del governo Dollfuss. Egli fece di tutto per mantenere viva la sovranità del suo paese. Dopo l’incontro del 12 febbraio 1938 tra Hitler e Schuschnigg era ben chiaro che l’Austria fosse destinata all’Anschluss, ovvero all’annessione. La mattina del 12 marzo 1938 le truppe tedesche invasero il paese e furono accolte con gioia da gran parte della popolazione. Il 13 marzo l’Austria divenne ufficialmente una provincia del Terzo Reich.

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  • G. Lami, Storia dell’Europa orientale. Dal primo dopoguerra ai giorni nostri, Mondadori Università, Milano, 2026.
  • W. Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi editore, Milano, 1962.
Letture consigliate
Niccolò Tarizzo

Niccolò Tarizzo

Studente magistrale di Scienze Storiche e laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ho approfondito la storia contemporanea spagnola attraverso una tesi triennale riguardante la nascita della Falange di José Antonio Primo de Rivera. Nutro inoltre interesse per i fascismi europei, per la storia portoghese e latinoamericana. Conosco la lingua inglese, spagnola e francese.

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