L’attentato a Palmiro Togliatti, 14 luglio 1948

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L’attentato a Palmiro Togliatti

Il 18 aprile 1948, le prime elezioni politiche della storia della repubblica sanciscono la vittoria della Democrazia Cristiana e la sconfitta del fronte delle sinistre (Partito Comunista e Partito Socialista), dopo una campagna elettorale molto combattuta. Alle 11.30 del 14 luglio 1948 Togliatti subisce un attentato: è colpito da tre colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata mentre esce da Montecitorio in compagnia di Nilde Iotti.

L’autore dell’attentato è Antonio Pallante, studente di giurisprudenza, fortemente anticomunista e simpatizzante del qualunquismo, spaventato dagli effetti che la politica filo-sovietica di Togliatti potrebbe avere sul Paese.

Deciso, di propria iniziativa, ad eliminare quello che lui considera il pericolo rappresentato dal “Migliore” (il soprannome di Togliatti), Pallante compra per pochi soldi (1.500 lire) al mercato nero di Bronte una vecchia pistola calibro 38 del 1908, in buono stato. Prende in un’armeria, col pretesto di utilizzarle per il tiro a segno, cinque pallottole di tipo scadente e con una possibilità di penetrazione assai limitata.

Proprio a tale “armamentario” inadeguato si deve la sopravvivenza di Togliatti. Parte dalla Sicilia per Roma il 10 luglio, raccontando alla famiglia che va a dare degli esami all’Università di Catania.

La dinamica dell’attentato a Palmiro Togliatti

Nella mattinata del 14 luglio 1948 si apposta presso una uscita secondaria della Camera dei deputati, in via della Missione, nei pressi di Montecitorio, attendendo il suo obiettivo. Poi entra in Parlamento per vedere Togliatti di persona, avendo ottenuto tre pass d’ingresso dall’onorevole Francesco Turnaturi di Randazzo, democristiano e suo conoscente.

Quando vede Palmiro Togliatti che sta uscendo in compagnia di Nilde Iotti, dopo un breve esitazione esplode contro di lui quattro colpi da dietro, di cui tre colpiscono il bersaglio. Togliatti rischia di morire dissanguato nell’attesa dell’ambulanza. E’ infine operato dal chirurgo Pietro Valdoni per estrarre i due proiettili dal corpo e sopravvive.

Immediatamente arrestato dopo il gesto dai carabinieri di Montecitorio a quali non oppone resistenza, dopo aver tentato per poco la fuga. Pallante in questura viene subito interrogato, motivando l’atto con la risposta che Togliatti rappresentava «un nemico della mia patria, un membro del Cominform al servizio di una potenza straniera». In un verbale da lui dettato e firmato spiega così la decisione di uccidere Togliatti, imputandogli anche di essere responsabile morale degli eccidi contro gli ex fascisti e i non comunisti avvenuti a causa alla guerra civile, e anche dopo, al Nord.

La perizia

Come risulta dalla perizia medico-balistica resa pubblica nel 2008, una delle pallottole sparate da Pallante colpisce effettivamente Togliatti alla nuca (all’epoca si disse che lo aveva solo sfiorato), ma non sfonda la calotta cranica, schiacciandosi sull’apofisi occipitale e rimbalzando sul selciato, poiché non è incamiciata con l’usuale lega di rame e zinco e perché in essa non è presente antimonio, utilizzato per indurire il piombo.

Tuttavia, determinanti sono anche la durezza del grilletto, inadatto per colpire a ripetizione, e l’inesperienza di Pallante. Infatti se la pallottola avesse colpito la testa con pochi millimetri di differenza, dove l’osso del cranio è più sottile, sarebbe penetrato nel cervello con il rischio di frantumarsi e causare danni multipli.

Gli altri due colpi non sono letali poiché colpiscono l’emitorace sinistro, scheggiando una costola del leader comunista e provocando lacerazioni nei polmoni, facilmente guaribili in un paio di mesi,  ma non ledono organi vitali.

Gli scontri nel Paese

In seguito all’attentato vi sono disordini e morti in numerose città, con guerriglia tra comunisti, anticomunisti e forze dell’ordine. Poche ore dopo il ferimento si verificano incidenti in diverse località fra le quali Roma, La Spezia, Abbadia San Salvatore; nel corso di violentissime manifestazioni di protesta si registrano alcuni morti a Napoli, Genova, Livorno e Taranto.

Il segretario della CGIL Giuseppe Di Vittorio proclama lo sciopero generale. Gli operai della FIAT di Torino sequestrano nel suo ufficio l’amministratore delegato Vittorio Valletta. Buona parte dei telefoni pubblici smettono di funzionare e si blocca la circolazione ferroviaria.

Il democristiano Mario Scelba, ministro dell’interno, impartisce disposizioni ai prefetti per vietare ogni forma di manifestazione, e l’intero paese sembra sull’orlo della guerra civile. Gli accordi di Yalta e la presenza di truppe statunitensi sul territorio italiano sconsigliano un’insurrezione armata.

Nelle ore in cui si attende l’esito dell’intervento chirurgico, si diffondono le più diverse voci sullo stato di salute di Togliatti: circola anche la notizia della morte del segretario comunista, e si dice che Togliatti era rimasto vittima della “reazione fascista” come Giacomo Matteotti nel 1924.

Il bilancio, nella sola giornata del 14 luglio, fu di 14 morti e centinaia di feriti. Negli scontri periscono dieci manifestanti e quattro agenti di Pubblica Sicurezza. Nei due giorni successivi all’attentato, si conteranno altri 16 morti e circa 600 feriti.

Ritorna la calma

Il Paese tornerà lentamente alla normalità. L’operazione, infatti, riesce a salvare Togliatti. E’ proprio il dirigente del Partito Comunista Italiano ad imporre ai membri più importanti della direzione del PCI, Secchia e Longo, di sedare gli animi e fermare la rivolta.

La possibile insurrezione di massa dei militanti comunisti si arresta davanti all’ordine di Togliatti di “stare calmi” e di “non fare pazzie”. A detta di alcuni giornali si ritiene che abbia contribuito a moderare gli animi anche l’inaspettata vittoria di Gino Bartali al Tour de France.

Intervistato anni dopo da “Epoca”, in realtà Bartali smentisce decisamente la connessione tra i due eventi. Rammenta di aver ricevuto da una telefonata dall’amico e Presidente del Consiglio, De Gasperi. Egli voleva sincerarsi se il corridore sarebbe stato in grado di aggiudicarsi la tappa dell’indomani (15 luglio 1948) e non gli chiese un’impresa epica che potesse rasserenare gli animi.

Pallante esprime dispiacere per i morti degli scontri, specie per i poliziotti rimasti uccisi nei tafferugli. Sarà condannato a 13 anni e 8 mesi di carcere, poi ridotti e 10 anni e 8 mesi e infine amnistiati per la metà (esce nel 1953 dopo cinque anni di reclusione).

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