CONTENUTO
Un ritratto di Antonio Parodi
Antonio Parodi, classe 1924, è uno dei pochi militati ancora in vita della Seconda Guerra Mondiale. Catturato dai Tedeschi dopo la “difesa di Roma” nei giorni seguenti all’Armistizio del 1943, è stato imprigionato fino alla fine del conflitto in un lager tedesco come “Internato Militare Italiano”. Questa qualifica, trasformata dai nazisti in accordo con la R.S.I. in “lavoratore volontario”, è uno dei tanti esempi dell’ipocrisia germanica. In teoria gli internati godevano di uno status particolare in quanto venivano retribuiti, potevano tornare in Italia a trovare i parenti e venivano trattati decorosamente.
In realtà lavoravano nelle fabbriche in condizioni terribili ed era proibito allontanarsi dal lager o dagli stabilimenti anche quando erano bombardati. Le razioni di cibo venivano distribuite in quantità minime, solo per mantenere operativi i prigionieri che venivano trattati con violenza dalle guardie e con indifferenza dalla popolazione. Ma il problema principale era che questa qualifica estrometteva la Croce Rossa da qualsiasi intervento di aiuto e controllo. Ripercorriamo con il protagonista questa tragica avventura.

Signor Parodi, ci racconta dov’era nel settembre 1943?
Ero a Roma, alla caserma Cecchignola. Sono stato chiamato alle armi il 25 giugno 1943 ed arruolato nei granatieri di Sardegna, per la mia statura, sono alto un metro e novanta. Per un errore all’inizio sono stato aggregato al secondo reggimento ed ho fatto quasi un mese prima che si accorgessero che dovevo andare al primo reggimento. Così ho rifatto tutto l’addestramento da capo e, a settembre, ero nel secondo battaglione, quinta compagnia. L’otto settembre si è sparsa la voce che la guerra era finita ed abbiamo iniziato a festeggiare, ma nella notte ci hanno fatto uscire e schierare armati di tutto punto.
Quel giorno, che ricordo confusamente, abbiamo combattuto contro i Tedeschi. Io ero capo pezzo ad una mitragliatrice; dopo uno scontro durato a lungo i tedeschi si sono ritirati e noi siamo avanzati. Il giorno seguente, il 10 settembre, ci è stato comunicato che potevamo tornare a casa. Io sono passato dalla caserma dove c’era il caos più totale: i miei commilitoni avevano macellato tutti i cavalli e messo a bollire la carne. Era una cosa disgustosa e mi sono rifiutato di mangiare. Ho preferito andare subito in stazione per prendere un treno. Anche lì c’era una confusione inimmaginabile.
Finalmente trovo una tradotta che parte per Torino alle 8 di sera. Ci salgo ed aspetto, ma il convoglio sembra che non debba partire mai. Dopo una lunga attesa finalmente si muove. Mentre viaggiamo penso a come raggiungere il mio paese, Alice Bel Colle, vicino ad Acqui Terme, in provincia di Alessandria. Ma a Torino non ci sono mai arrivato.
Cosa è successo?
Alla stazione di Massa Apuania ( n.d.r. ora Massa in Toscana) il treno si è fermato e siamo stati circondati da truppe tedesche che ci hanno fatto scendere. Eravamo quasi tutti militari in divisa che tornavamo a casa. Ci hanno puntato le armi contro e costretti a salire su un treno merci. Eravamo circa cinquanta per ogni vagone, hanno chiuso le porte dall’esterno ed il treno è partito. E’ iniziato un viaggio di quattro giorni in una situazione disumana.
Non potevamo stenderci a riposare, non sapevamo dove eravamo diretti, senza acqua e cibo. Abbiamo fatto solo una fermata al Brennero dove ci hanno fatto scendere per fare i bisogni. Qui c’erano dei contadini che stavano raccogliendo le mele. Hanno capito chi eravamo dalle uniformi e, impietositi, ci hanno dato delle mele di nascosto dalle guardie. E’ l’unico cibo che abbiamo avuto fino all’arrivo in Germania, a Norimberga, il 14 settembre 1943.
Avete capito in quel momento cosa vi aspettava?
Ci hanno detto che avremmo dovuto lavorare nelle fabbriche o in fattorie. Quando siamo finalmente scesi dal treno merci ci hanno dato un pasto caldo. Poi abbiamo atteso in un centro di smistamento. Il giorno dopo è arrivato un altro convoglio di prigionieri ed i Tedeschi non ci hanno dato nulla da mangiare dicendo che non c’era cibo per tutti e che dovevano sfamare quelli che erano appena arrivati, ma non ci dovevamo preoccupare: avremmo avuto razione doppia il giorno dopo.

E l’avete avuta?
Neanche per sogno! Il giorno seguente è arrivato un nuovo convoglio e stessa storia: “ Oggi niente cibo per voi. Lo diamo ai nuovi venuti, Ma domani avrete razione doppia”. Siamo andati avanti così per sette giorni, fino all’arrivo degli ultimi militari italiani.
Sette giorni senza mangiare…
Sì, avevamo solo da bere. Ma dopo non sarebbe stato tanto meglio. Però in questo periodo di tempo mi è capitata una cosa che mi ha salvato poi la vita e anche il cervello. Andando in giro tra i miei compagni di sventura ho iniziato a sentire qualcuno di loro parlare in dialetto monferrino. Mi avvicinavo e gli chiedevo “Sei di Alessandria?”. Alla fine eravamo una ventina, tutti di paesi più o meno vicini, salvo un elettricista di Biella, Mario Gabella.
Poi ci hanno detto che saremmo stati selezionati per il lavoro. Sono arrivati diversi civili tedeschi, erano industriali ed agricoltori. Noi piemontesi abbiamo deciso di restare uniti e di guardare bene i nostri futuri “padroni” per cercare di capire chi era il più umano tra loro. Ad un certo punto si fa avanti uno di loro dall’aspetto bonario e noi decidiamo che potrebbe andare bene. Ci mettiamo in massa davanti a tutti e siamo scelti.
La scena ricorda il mercato degli schiavi. Comunque la scelta si è rivelata giusta?
In un certo senso sì. Non era peggio degli altri. Ma poi abbiamo scoperto che chi stava meglio erano quelli che lavoravano in agricoltura. Vivevano all’aria aperta, non erano colpiti da bombardamenti e mangiavano a sufficienza. Avevano anche maggior libertà di movimento. Un giorno, mesi dopo, andando in fabbrica incontro uno di questi italiani addetti alle fattorie e lo riconosco: è anche lui delle mie parti. Lui si ferma a parlare e mi dice: “Domenica vengo a trovarti”.
Noi avevamo come razione settimanale un pane nero, che di solito facevo durare solo due giorni per la gran fame che avevo. Ma poichè la domenica avrei avuto un ospite, ne ho avanzato un pezzo per offrirglielo, visto che non avevo altro. E’ la tradizione contadina delle mie parti quella di offrire qualcosa agli ospiti in visita con qualche prelibatezza. Io solo questo avevo. Lui arriva, guarda il pezzo di pane nero e mi dice: “Che schifo, io mangio pane fresco e carne tutti i giorni”.
Gentile il suo amico. Dopo la selezione dove vi portano?
A pochi chilometri, nello Stalag di Schweinfurt, con la matricola 17921. E’ un campo di prigionia alla periferia della città, quasi in campagna, vicino alla fabbrica dove vado a lavorare, che produce cuscinetti a sfera per l’esercito. L’impianto è di proprietà del gruppo Schafer.

Com’è la vita al campo, eravate in molti?
Era molto grande. Vi erano due baracche dove eravamo alloggiati noi italiani. Poi c’erano Belgi, Francesi, Polacchi, Cecoslovacchi e Russi. Solo i Russi erano trattati peggio di noi, però. Tutti gli altri ricevevano pacchi dalla Croce Rossa e venivano trattati bene. Noi siamo stati dichiarati prima “internati” e poi “lavoratori volontari” e non rientravamo nei controlli della Croce Rossa. Ma nessuno mi ha mai chiesto se volevo fare il lavoratore volontario.
Noi eravamo prigionieri di guerra senza nessun diritto. Ci davano come paga dei buoni da spendere allo spaccio, ma potevi comprare solo birra e tabacco. Io non fumavo né bevevo e li regalavo agli altri. Il cibo era calibrato per mantenerci in grado di lavorare, nulla di più. Come ho detto c’era una razione di un pane alla settimana, che cercavo, senza riuscirci, di far durare per tutto il periodo ed una brodaglia con qualche verdura, principalmente patate, anzi bucce di patate.
Tutto qui?
Non solo. I Tedeschi mettevano delle guardie vicino ai bidoni dei rifiuti; se ti pescavano a rovistarci dentro alla ricerca di qualcosa di commestibile ti allontanavano picchiandoti con il calcio del fucile o a pedate.
Ma i prigionieri delle altre nazionalità non vi aiutavano?
No. Noi eravamo vicino ai Francesi ed aspettavamo che finissero di mangiare per prendere gli avanzi prima che fossero gettati tra i rifiuti, ma loro ci trattavano con disprezzo. Con quello che gli abbiamo fatto nel 1940 non avevano tutti i torti.
C’era un ospedale, una infermeria? Lei ne ha avuto bisogno?
Io ho avuto problemi ai piedi ed alle gambe per via degli zoccoli. Le scarpe della divisa si sono consumate ed io le ho portate a risuolare dal ciabattino del campo. Conservo ancora la ricevuta. Purtroppo nei giorni seguenti abbiamo subito un bombardamento e la sua bottega è saltata in aria con le mie scarpe! Così ho dovuto prendere un paio di zoccoli di legno che mi hanno provocato delle infezioni alle gambe ed ai piedi, ma non sono andato in infermeria, mi sono curato da solo. L’unica volta che ho commesso l’errore di affidarmi a quei macellai è stato quando ho avuto un ascesso al dente. Mi hanno piantato un cacciavite nella gengiva per far uscire il pus. Da quel momento sono stato alla larga.
La fabbrica era distante dal campo? In cosa consisteva il suo lavoro?
Era vicina al campo, andavamo a piedi. Il turno di lavoro era di otto ore. Io ero addetto ad un tornio ed ero affiancato da un operaio tedesco che mi controllava. Lui era dotato di tutti gli indumenti anti-infortunistica: tappi per le orecchie, guanti, scarpe rinforzate. Erano necessari perché il rumore era terribile ed era facile ferirsi con i residui acuminati della lavorazione. Io non avevo nulla. Sono tornato a casa quasi sordo ed ogni giorno avevo mani e piedi sanguinanti perché per terra c’erano pezzi di lamiera e residui ferrosi ed io ero praticamente a piedi nudi.
Era un lavoro molto duro e il tedesco era indifferente a quanto mi capitava. Lui arrivava, faceva il suo lavoro e se ne andava. Non abbiamo mai avuto un contatto umano. Durante la pausa lui si tirava fuori il suo bel panino ripieno e se lo mangiava sotto i miei occhi, mentre io facevo la fame. Solo una volta ebbe un momento di pietà, non so neppure se sia stato voluto o meno. Un giorno se n’è andato a fine turno e ha lasciato una mela. Io non sapevo come comportarmi: l’aveva fatto apposta o sarebbe tornato e prenderla? Era per farmi avere una punizione o aveva visto in che stato di deperimento ero? Aspettai che uscissero tutti e l’afferrai mangiandomela in due bocconi.
Subivate attacchi aerei?
Molto spesso. Sia al campo che in fabbrica. Allo stalag non ci lasciavano uscire e non c’erano rifugi, così noi sfondavamo a calci le porte e fuggivamo in aperta campagna. Terminata l’incursione rientravamo e le guardie per punirci ci aizzavano contro i cani da guardia che ci azzannavano. Era terribile. Ad un certo punto un gruppo di Italiani che era nella baracca a fianco la nostra ha deciso di non ripararsi più durante gli attacchi aerei: erano diventati fatalisti. Ma hanno fatto male: una bomba li ha centrati e sono morti tutti.
Quando attaccavano la fabbrica gli operai tedeschi erano organizzatissimi: indossavano ognuno una divisa diversa a seconda del compito assegnato: vigile del fuoco, addetto alla sicurezza degli impianti, infermieri o preposto alla cortina fumogena. Quando suonava l’allarme questi ultimi uscivano di corsa dalla fabbrica; all’esterno c’erano dei grossi bidoni con dei bocchettoni che venivano aperti facendo così uscire un fumo denso che rendeva invisibile la fabbrica dall’alto. Era terribile stare lì in mezzo: l’aria era irrespirabile e non si vedeva ad un palmo dal naso.
Noi scappavamo, ma andavamo a sbattere contro le cose e, quando eravamo fuori dalla fabbrica ci ferivamo con le spine dei rovi che c’erano all’esterno o cadevamo nei fossi. Il bombardamento è impressionante, quando vedi scendere le bombe dagli aerei. Se una bomba viene sganciata dagli aerei sopra di te non corri pericolo, gli ordigni scendono diagonalmente, sei sicuro che non ti colpiranno. Ricordo ancora il terribile spostamento d’aria che provocavano cadendo. Ti devi preparare ad evitare i danni dell’esplosione anche quando avviene lontano.
Mi hanno insegnato a mettermi carponi, non completamente sdraiato, sulle ginocchia e sui gomiti e sempre con la bocca aperta. Così si evitano lesioni interne. Ma il pericolo non terminava con il bombardamento. Un giorno ci hanno messo a sgombrare macerie in fabbrica dopo un raid. Ad un certo punto la pala tocca qualcosa di duro e sento un rumore metallico. Con cautela sposto un calcinaccio e mi accorgo che ho colpito una bomba inesplosa. Per fortuna non ho toccato la spoletta! Ho avvisato un tedesco che mi ha allontanato ed ha chiamato gli artificieri che hanno disinnescato l’ordigno e lo hanno portato via con un trattore.
Come “lavoratore volontario” non poteva tornare in Italia a trovare la sua famiglia ?
Io non ero un lavoratore volontario! Noi non abbiamo mai collaborato, anzi quando abbiamo potuto effettuavamo piccoli sabotaggi per interrompere la produzione. Un giorno ho spezzato un cavo elettrico che passava sopra la mia postazione di lavoro. Lo stabilimento si è fermato. E’ arrivato il mio amico Gabella e gli ho detto “ho fatto un guaio, se mi prendono mi uccidono!”. Lui mi ha risposto che non avrebbero capito quello che avevo fatto. Ha finto di riparare il guasto poi, quando i Tedeschi urlavano ed avevano perso completamente la pazienza, si è girato verso di me sorridendo e mi ha detto “abbiamo giocato abbastanza, adesso rimettiamo tutto a posto” e ha sistemato il cavo. Per quanto riguarda la mia famiglia, io gli ho mandato delle cartoline postali per dar loro il mio indirizzo. Ho ricevuto qualche pacco, tra cui, dopo tanto tempo, un paio di scarpe nuove. Alcuni pacchi probabilmente sono andati persi o rubati dai tedeschi. Sicuramente non potevo andare a trovarli; figuriamoci! Non potevamo allontanarci neppure dal campo!
Ha sempre lavorato in fabbrica?
Quasi per tutto il periodo di prigionia. Per qualche tempo mi hanno trasferito sul fronte occidentale per scavare trincee e una volta degli anziani hanno chiesto se qualcuno li poteva aiutare ad imbiancare la casa. Mi sono offerto io e quei vecchietti, vedendomi così magro mi hanno dato da mangiare. Patate, ovviamente, ma io adoro la patate e per una volta ho avuto la pancia piena.
Dunque non aveva un periodo di riposo.
No, neppure un giorno. La domenica, invece di riposarci, ci facevano spostare dei sassi da una parte all’altra del campo. La domenica seguente ce li facevano riportare da dove li avevamo presi.
Avete capito che le cose si stavano mettendo male per i Tedeschi?
Noi non avevamo notizie dirette. Abbiamo sospettato che gli Alleati stessero vincendo perché i bombardamenti aerei sono aumentati in modo impressionante. Il campo di prigionia era su una collina da cui si vedeva Norimberga e tutte le sere la città bruciava.
Non avete mai pensato di aderire alla R.S.I. e di tornare a casa?
Sono passati a chiederci se volevamo aderire alla Repubblica Sociale, ma noi abbiamo rifiutato tutti. Ne avevamo abbastanza. Per i tedeschi eravamo dei traditori, ci dicevano con disprezzo: “Badoglio, no Mussolini.”

Si ricorda di quando è tornato libero?
Certo, come dimenticarlo. Erano le 7,30 del mattino del dieci aprile 1945. Iniziammo a sentire sparare. Ci rifugiammo in uno scantinato. Dopo qualche ora la botola si è aperta ed abbiamo visto delle divise marroni. Non erano grigio verdi come quelle dei Tedeschi. Erano gli Americani! Siamo usciti e li abbiamo abbracciati. Loro ci hanno fatto segno di ritornare dentro. Poi, quando la situazione si è calmata del tutto, ci hanno fatto uscire e ci hanno sfamato. Per noi era un sogno. Mangiavamo due volte al giorno in abbondanza. Ci chiedevano sempre se volevamo il rancio con o senza carne. Io dicevo sempre che lo volevo con la carne, ovviamente, e sempre accompagnata dalle immancabili patate.
Siamo rimasti ancora per qualche mese in Germania. Poi finalmente ci hanno riportato a casa. Ci hanno trasportato su dei camion e per sedili ci avevano messo dei sacchi. Abbiamo fatto tutto il viaggio fino ad Alessandria. Ricordo la felicità di quando abbiamo rivisto il cartello del Brennero! Eravamo di nuovo a casa. Sono tornato il 21 agosto 1945. Ero ridotto pelle ed ossa, malgrado le cure degli Americani. Ad Alessandria non c’era una corriera, così un ferroviere mi ha indicato un treno merci e mi ha detto di salire su un vagone scoperto, così sono arrivato in stazione ad Acqui Terme. Ho cercato una corriera per il mio paese, Alice Bel Colle ad otto chilometri, ma non ce ne erano perché passavano soro i giorni di mercato.
Mi sono seduto su una panchina davanti ad un negozio di tessuti. Il proprietario mi ha squadrato per un po’ e poi mi ha chiesto se avevo bisogno di qualcosa. Gli ho raccontato brevemente la mia esperienza. Lui mi ha detto che mi avrebbe accompagnato a casa, ma la sua auto aveva la batteria guasta e non partiva senza spinta. “La spingo io, lei si metta al volante!” . E così siamo arrivati fino al mio paese. Da lì sono arrivato a casa attraverso il sentiero che conoscevo bene, in mezzo ai vigneti. Sono arrivato a mezzogiorno e tutta la mia famiglia era a tavola.
Mi hanno fatto sedere e ho iniziato a mangiare, ma ero così stanco che mi rovesciavo il cibo addosso e mi addormentavo sul piatto. Sono andato a letto ed ho dormito ininterrottamente per un giorno intero. Per mesi ho avuto problemi: mi addormentavo improvvisamente. Una volta mi addormentai mentre andavo in bicicletta. Poi un poco alla volta mi sono ripreso, ho fatto la mia vita, ho sempre lavorato, mi sono sposato, ho avuto due figlie e dei bei nipoti. Per fortuna ho già un po’ di anni e sono ancora qua.

Bombardamenti, violenze, fame, lavoro duro; come ha fatto a resistere?
Mi ha aiutato essere in un gruppo di persone che provenivano dalla mia zona. Parlavamo in dialetto, ricordavamo luoghi comuni, ci aiutavamo ed incoraggiavamo reciprocamente. Sognavamo di tornare, e siamo tornati tutti, dalle nostre famiglie. Cercavamo di mantenere un clima di normalità. Lo so che può sembrare incredibile. Uno di noi, Fracchia Felice di Castelletto Monferrato, si impuntò di voler festeggiare il Natale come faceva a casa sua: “io a Natale ho sempre mangiato le patate fritte”. E noi lo abbiamo sfidato: “ Fallo allora”.
E’ riuscito a prendere una piccola patata passando dalla cucina e l’ha conservata. La mattina di Natale faceva un freddo terribile e noi abbiamo acceso la stufa al massimo per cercare di riscaldare la baracca. Lui ha recuperato la patata che aveva nascosto, ne ha tagliata una fettina e l’ha messa a cuocere sulla stufa: “ Vedete, qua mangio come a casa! Anche quest’anno a Natale ho mangiato le patatine fritte”. Cercavamo di ridere tra noi e di prenderci in giro. Per far avere notizie a casa ci davano una cartolina che aveva poco spazio e dovevamo scrivere solo le cose più importanti.
Un altro mio compagno, Lanzavecchia, chiedeva notizie del “pujen”, il puledrino che aveva a casa. “Ma chiedi come stanno tuo papà e tua mamma! Lascia stare il pujen; lo vedrai se e quando torneremo a casa!”. Poi, nei rari momenti in cui restavo solo, pensavo a casa e alla mia famiglia. A volte guardavo il sole tramontare, seduto vicino alla rete del campo, nel completo silenzio e pensavo: “Potessi mettere un gancio, farmi portare via e, quando passa da casa mia, lasciarmi cadere e tornare dai miei”. Ma non c’era verso, ho passato dei momenti terribili. Non si sapeva come sarebbe finita. Ma grazie a Dio siamo riusciti a tornare tutti.
Cosa prova nei confronti dei tedeschi?
(Antonio sorride) Li ho perdonati.
Il signor Antonio Parodi partecipa ancora ad eventi pubblici per raccontare la sua esperienza. E’ stato insignito della “Croce al merito di guerra”, del “diploma d’onore al combattente per la libertà d’Italia”, della “Medaglia d’onore ai deportati nei lager nazisti” ed è Cavaliere del “Merite Interallié”. Nella prossima edizione del “Premio Acqui Storia” riceverà un riconoscimento particolare quale “Testimone del tempo”.

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- Testo su Antonio Parodi: “Resistente di mente e di cuore” di Luisa Rapetti ed. Impressionigrafiche, 2026.
- Gabriele Hammernamm, Gli Internati Militari italiani in Germania, Il Mulino, 2019.
- M. Avagliano e M. Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senza armi, Il Mulino, 2021.







