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Home Storia Contemporanea

Amintore Fanfani: vita, carriera e ruolo nella politica

Figura centrale della politica italiana del secondo Novecento, Amintore Fanfani è stato uno degli uomini più influenti della Democrazia Cristiana e della Prima Repubblica. Economista, riformatore, più volte ministro e presidente del Consiglio, ha contribuito a plasmare profondamente il volto sociale ed istituzionale del Paese. Tra visione modernizzatrice, strategia politica e un carattere deciso che gli è valso soprannomi celebri, il suo percorso attraversa decenni cruciali della storia repubblicana. L'articolo ripercorre la sua vita, il suo pensiero e la sua eredità, restituendo il ritratto completo di uno statista molto discusso.

di Umberto Diana
2 Dicembre 2025
TEMPO DI LETTURA: 17 MIN
Fanfani a un comizio della DC (Pubblico Dominio)

Fanfani a un comizio della DC (Pubblico Dominio)

CONTENUTO

  • Amintore Fanfani: la vita e la carriera politica di un “cavallo di razza” della scuderia democristiana
  • Il padre dell’articolo 1 della Costituzione Italiana
  • Gli esordi di Amintore Fanfani
  • La vicinanza al fascismo
  • Il soggiorno milanese
  • Ingresso di Fanfani nella politica nazionale
  • Il piano Fanfani
  • Amintore Fanfani: Leader di partito e di governo
  • Il ritorno alla ribalta di Fanfani
  • Un capace Ministro degli Esteri
  • Presidente del Senato e aspirante Presidente della Repubblica
  • L’impasse del referendum sul divorzio
  • Spostamento su linee più conservatrici
  • Comportamento durante il sequestro Moro
  • Amintore Fanfani ancora Presidente del Consiglio
  • Amintore Fanfani: eredità politica

Amintore Fanfani: la vita e la carriera politica di un “cavallo di razza” della scuderia democristiana

Amintore Fanfani è considerato tra i più importanti statisti italiani della Prima Repubblica. È stato sei volte Presidente del Consiglio, cinque volte Presidente del Senato, e ha ricoperto nove incarichi ministeriali. Nel 1965 è stato, unico italiano fino ad oggi, Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Figura iconica della Democrazia Cristiana, sfiorò — e fu sconfitto per congiure di palazzo — la Presidenza della Repubblica e si distinse anche come storico dell’economia e conoscitore d’arte, essendo egli stesso un apprezzato pittore.

Insieme ad Aldo Moro, Giuseppe Saragat e Pietro Nenni è artefice della politica di centro-sinistra con cui vengono varate importanti riforme che permettono al nostro Paese di risollevarsi dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale. In particolare le innovazioni da lui volute in quello che oggi è definito welfare lo rendono il capofila di quel “socialismo cattolico” caratteristico di quegli anni. È stato anche un autorevole storico dell’arte ed apprezzato pittore.

Indro Montanelli lo definì «nome da forca o da taverna, ma con un lato carino», per sottolineare come il suo carattere deciso e ambizioso fosse ammorbidito da un aspetto simpatico e gioviale. Gianfranco Piazzesi scrisse nel 1975 il best seller Berlinguer e il professore, dove ironicamente Fanfani è protagonista di vicende fantapolitiche legate alle manovre del “compromesso storico”.

Fanfani ha avuto sette figli dalla prima moglie, Biancarosa Provasoli, scomparsa tragicamente nel 1968 a causa di un incidente automobilistico. È notevole osservare come nessuno di loro — fatto raro nel panorama italiano — sia mai stato coinvolto in fatti di cronaca di rilievo, impegnandosi invece nel mantenere viva l’eredità politica del padre attraverso un archivio diaristico a Pieve Santo Stefano e la creazione della Fondazione Fanfani.

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Il padre dell’articolo 1 della Costituzione Italiana

Il 22 marzo 1947 si festeggia un compromesso. Quel giorno l’Assemblea Costituente approva l’articolo 1 della nostra Costituzione: «L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione.» Il compromesso era la parola LAVORO, poiché Palmiro Togliatti voleva definire la nascente Repubblica “dei lavoratori”, proposta bocciata con 289 no contro 227 sì, rischiando di bloccare i lavori dell’Assemblea. È un giovane Fanfani a proporre l’emendamento decisivo: sostituire “LAVORATORI” con “LAVORO” e il verbo “RISIEDE” con “APPARTIENE”, ritenuto dai centristi meno enfatico.

Gli esordi di Amintore Fanfani

Amintore Fanfani, toscano della provincia aretina, nasce il 6 febbraio 1908, figlio di un notaio esponente del Partito Popolare di Don Luigi Sturzo. La madre, Anita Leo, era una fervida cattolica e trasmise ai figli un profondo senso religioso. La famiglia ha origini contadine: il nonno alternava la vita nei campi con il mestiere di falegname, ottenendo una certa agiatezza quasi piccolo-borghese.

Dopo l’infanzia ad Arezzo, il giovane Fanfani si trasferisce a Urbino, dove si avvicina all’Azione Cattolica. Nel 1926 si iscrive all’Università Cattolica di Milano per studiare Scienze politiche, economiche e sociali, vivendo in collegio e condividendo le idee della FUCI. Il suo percorso universitario si conclude in modo brillante, con il conseguimento nel 1930 della laurea con il massimo dei voti e nel 1936 ottiene nella stessa Università la cattedra di Storia delle dottrine economiche. 

La vicinanza al fascismo

Fanfani condivide il pensiero di Agostino Gemelli sul tema del corporativismo tanto caro alla dottrina fascista che lo vede come il baluardo per salvare la società italiana dai pericoli del liberismo e del socialismo e come strumento per giungere alla realizzazione degli ideali di giustizia suggeriti dalla dottrina sociale del Cristianesimo. Le simpatie politiche di Fanfani verso il fascismo non si limitano al solo campo economico, ma ne abbracciano l’intero pensiero e la struttura piramidale, tanto da farlo collaborare in maniera continuativa e professionale con la scuola di Mistica Fascista e di scrivere articoli per la rivista Dottrina Fascista.

.In quegli anni egli prende posizioni apertamente razziste , tanto da affermare, in un saggio del 1939, che per la potenza ed il futuro della Nazione, gli italiani devono essere “razzialmente puri” ed arrivando nel 1941 a sollecitare la difesa della razza come necessità biologica per distruggere quel “fenomeno di ebraicizzazione che dall’Unità d’Italia in poi dilago’ in tutti i campi dell’economia e della politica. 

La sua adesione al fascismo tuttavia non è totale ed incondizionata ma nel corso degli anni diventa sempre piu’ critica soprattutto verso gli aspetti bellici rivelati da Benito Mussolini e verso la sudditanza politica e militare nei confronti di Adolf Hitler. All’indomani dell’8 Settembre del 1943 quindi ripara in Svizzera per non aderire alla Repubblica di Salo’ e questo gesto gli permette di potersi avvicinare senza polemiche sul suo passato agli ambienti democratici che a seguito della Liberazione iniziavano la ricostruzione dell’Italia

Il soggiorno milanese

Dopo il conseguimento della laurea, Fanfani vive e lavora a Milano come direttore della Rivista Internazionale di Scienze Sociali e grazie ad approfonditi studi su temi storico economici, si afferma nel panorama culturale non solo italiano ed in particolare negli Stati Uniti dove le sue dottrine si avvicinano molto a quelle del Partito Democratico, tanto è vero che nel 1956 John Kennedy, allora potente senatore, durante un convention chiama con il megafono Fanfani, presente in aula sottolineando quanto una lettura di un suo scritto politico lo avessero convinto ad entrare in politica 

Questo episodio non è l’unico a testimoniare quanto l’anima liberal simpatizzava per lo statista aretino, almeno per tutti gli anni sessanta, salvo poi scemare per alcune prese di posizione di Fanfani riguardo alle crisi mediorientali che non piacevano per niente a Washington. Durante il proprio soggiorno milanese Fanfani inizia a partecipare assiduamente a riunioni di circoli cattolici dove conosce Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira con i quali si confronta sul tema del cattolicesimo sociale e sul ruolo che la Chiesa dovrà avere all’indomani della caduta del fascismo, . 

Il rapporto di Fanfani con La Pira è profondo e sincero e sfocia in una vera amicizia testimoniata da un carteggio di oltre 900 lettere scambiate tra il 1953 ed il 1977 dove i due leader si confrontano su temi di politica interna ed estera e dove, pur con numerosi distinguo, appare chiara la condivisione degli ideali politico sociali. 

Ingresso di Fanfani nella politica nazionale

Dopo la Liberazione Fanfani rientra in patria e viene invitato a Roma da Dossetti, che nel frattempo aveva contribuito alla fondazione della Democrazia Cristiana divenendone vice segretario , che gli offre la direzione dell’ufficio propaganda del neonato partito.. Il professore aretino, cosi’ era chiamato nei circoli romani, diventa il delfino del presbitero reggiano che pochi anni dopo lascerà, non senza polemiche, la politica attiva cedendo in eredità a Fanfani la guida della corrente progressista della DC. 

Fanfani viene eletto all’Assemblea Costituente dove, come abbiamo visto, da’ un fattivo contributo sia nella composizione degli attriti politici e sia nella costruzione del telaio legislativo e da quelle fondamentali esperienze prende il via la sua parabola politica che lo vedra’ , seppure con alterne fortune, come uno tra i piu’ importanti statisti della scena italiana della prima Repubblica. 

Il piano Fanfani

L’ideologia cattolico sociale di Amintore Fanfani si concretizza , in quegli anni, con il cosiddetto “piano Fanfani“ che prevede la costruzione di oltre 300.000 alloggi popolari per risolvere, specialmente nel sud Italia, una esigenza abitativa che in alcune zone era una vera e propria emergenza. Nel quinto governo De Gasperi (1948-1950) Fanfani è chiamato al Dicastero del Lavoro e della Previdenza Sociale, e mette mano , attraverso la legge 28.2.1949 n°43, ad un intervento strutturale che, usando fondi dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni favorisce attraverso il rilancio dell’ attività edilizia l’assorbimento di un notevole numero di operai disoccupati dando vita alla costruzione di appartamenti per inquilini a basso reddito.

Inizialmente il piano prevede una durata settennale, ma viene prorogato di ulteriori sette anni giungendo così alla scadenza del 1963 quando viene liquidato e fatto confluire nel Fondo Gescal che ha continuato nella sua funzione di gestore delle case dei lavoratori fino al 1990, quando i condomini realizzati sono stati venduti e divenuti patrimonio delle famiglie italiane . Il piano Fanfani e’ indubbiamente ispirato alle teorie economiche di Keynes, con un massiccio intervento di denaro pubblico per stimolare il volano della crescita economica del paese ed ha indubbiamente contribuito in modo sostanziale al boom di sviluppo vissuto dall’Italia negli anni 50 e 60. 

Le principali critiche al Piano Fanfani riguardavano l’impiego di fondi del Piano Marshall che gli americani avrebbero preferito fossero usati per favorire l’acquisto di prodotti americani da parte del ceto medio italiano e Fanfani in tal senso deve combattere non poche battaglie per riuscire a portare a termine la riforma. In tempi piu’ recenti si e’ anche evidenziato come la rapidità di esecuzione ha sollevato critiche su difetti di pianificazione edilizia e sulla qualità di alcune costruzioni anche se gli studiosi sono concordi nell’affermare che i vantaggi derivanti al Paese superano le inevitabili criticità. 

Amintore Fanfani: Leader di partito e di governo

Nel 1964 Fanfani viene eletto Segretario Politico della Democrazia Cristiana come leader della corrente Iniziativa Democratica fondata da Dossetti e si adopera per dotare il partito di una fitta rete di sezioni locali con lo scopo di presidiare il territorio in concorrenza alle già presenti ed attive sezioni dei partiti di sinistra sempre nell’ottica di cercare consensi tra i ceti popolari e disagiati sottraendoli a PCI e PSI. 

Questo piano da’ i suoi frutti e nel 1958 la Democrazia Cristiana coglie un importante successo elettorale consentendo a Fanfani di ottenere la nomina a Primo Ministro nel suo primo governo con il sostegno di Saragat e La Malfa e varando un esecutivo che per la prima volta abbandona il centrismo assoluto ottenendo il consenso di forze blandamente progressiste. Mantenendo ad interim anche il portafoglio degli Esteri, però, Fanfani viene visto dai suoi stessi colleghi di partito come un pericoloso accentratore di potere e il Parlamento, attraverso i franchi tiratori, spesso lo pone in minoranza fino a costringerlo alle dimissioni sia dal Primo Ministro che da Segretario del partito. 

La sua stagione sembra tramontare,: la DC affidata alla guida di Mario Segni sterza a destra con un monocolore sostenuto addirittura dai monarchici ed in vista del Congresso Nazionale del partito del 14 marzo 1959 gli stessi sodali della corrente progressista decidono di abbandonare le aperture del loro leader fondando un gruppo che sarà basilare nel prosieguo della politica futura della DC i Dorotei. La sparuta minoranza ancora fedele a Fanfani fonda una nuova corrente, Nuove Cronache, e lo statista aretino medita addirittura l’abbandono della politica attiva ed il ritorno all’insegnamento universitario. 

Il ritorno alla ribalta di Fanfani

I tentativi reazionari della destra DC naufragano miseramente con il Governo Tambroni che a Genova viene duramente contestato dalle forze democratiche e il cui canto del cigno costringe i vertici della DC ad un clamoroso dietrofront che spiana la strada al ritorno di Amintore Fanfani alla guida del governo. Nel 1960 egli vara un monocolore scudo crociato, ma con l’appoggio esterno dei socialisti, per rassicurare sul definitivo tramonto di velleita’ anti democratiche all’interno del partito di maggioranza. 

Si forma in quelle settimane il tandem politico Moro \ Fanfani con il primo alla segreteria del partito ed il secondo alla guida dell’esecutivo e con l’intento di arrivare alla proposta politica di un coinvolgimento fattivo del PSI nella guida del paese . Al Congresso di Napoli del 1962 tale idea trova ufficialità permettendo a Fanfani un rimpasto di governo che vede l’ingresso nell’esecutivo di esponenti PSDI e PRI , iniziando l’esperienza delle maggioranze di centro sinistra e sancendo il periodo di maggior successo della politica sua politica. Sul fronte interno, può dare forma alle proprie convinzioni di intervento sociale dello stato e varare importanti riforme quali la nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’elevazione dell’obbligo scolastico a quattordici anni e l’istituzione della scuola media unica con la gratuità dei libri di testo per gli alunni meno abbienti. 

Anche nel campo della previdenza sociale il Governo impatta favorevolmente sulla vita dei cittadini: viene deciso un aumento del 30% delle pensioni e l’introduzione della pensione minima per gli artigiani dei commercianti. Cambiano anche i rapporti tra esecutivo e Vaticano, fino a quel momento ascoltato consigliere in tema di costume e società e viene abolita la censura preventiva sulle opere teatrali, e resa meno intransigente quella sui film e le produzioni radiotelevisive. Il IV governo Fanfani mette mano sempre impiegando in massima parte denaro pubblico come è nelle convinzioni del Primo Ministro, importantissime opere infrastrutturali: una su tutte l’ Autostrada del Sole e una definitiva apertura alla vocazione industriale del paese, con una decisa urbanizzazione , in massima parte al nord e conseguente modernizzazione delle città. 

Ancora una volta però Fanfani viene accusato di eccessivo solidarismo da parte della borghesia industriale ed all’estero i grandi potentati economici diffidano del grande successo ottenuto dall’ENI di Enrico Mattei con il quale Fanfani intratteneva stretti rapporti di collaborazione. I vantaggiosi contratti siglati da ENI a scapito degli interessi anglo americani nel Medio Oriente sono motivo di fastidio e contribuiscono ad alienare le simpatie americane verso lo statista aretino. 

Nel 1963 si tengono le elezioni politiche che vedono un significativo calo dei consensi verso la DC ,di cui i vertici del partito ritengono responsabile le scelte governative di Fanfani che viene costretto a rassegnare le dimissioni e a scivolare per due anni nell’oblio politico non ricoprendo incarichi né di governo e nè di leader scudo crociato. Nel 1965, tuttavia, Aldo Moro chiamato alla guida del governo, affida a Fanfani il dicastero degli Esteri , carica che ricoprirà fino al 1968- 

Un capace Ministro degli Esteri

Molti ritengono Fanfani il più abile e rispettato Ministro degli Esteri della Prima Repubblica in quanto aveva una particolare abilità diplomatica che lo rese molto visibile e protagonista sulla scena internazionale di quegli anni.  La sua predisposizione alla mediazione si manifesta già anni prima. Nel 1955 infatti, in occasione della Crisi di Suez Fanfani pur non essendo istituzionalmente Ministro degli Esteri riesce a concludere un accordo tra gli Stati Uniti e l’Egitto che regolamenta i traffici nel canale ; e ancora fa pressione sugli USA , dove indubbiamente gode di alta stima personale, quando il 29 Ottobre 1956 l’ Egitto viene militarmente attaccato da Gran Bretagna, Francia ed Israele che mal vedevano la nazionalizzazione del canale da parte de Il Cairo.

Washington ascolta le ragioni dello statista aretino ed impone un immediato cessate il fuoco nella regione, con la conseguenza di vedere diminuito il prestigio di Londra e Parigi ed il conseguente aumento della presenza politica ed economica di Roma nell’area medio orientale. Negli anni che vanno dal 1958 al 1963, ma questa volta nella duplice veste di Primo Ministro e Ministro degli Esteri, Fanfani , unitamente al suo sodale Enrico Mattei, riesce a scalzare la Francia da importanti posizioni dominanti nell’Africa del Nord , insinuandosi abilmente nella ben nota antipatia degli USA verso Charles De Gaulle ottenendo importanti transazioni economiche con i governi dell’area e divenendo il piu’ ascoltato leader europeo da parte delle amministrazioni americane. 

JOHN F. KENNEDY con Amintore Fanfani a Washington, alla Casa Bianca, il 16 gennaio 1963. Archivio-ANSA (Pubblico Dominio)

Nella mattinata cruciale del 27 Ottobre 1962, infatti, egli fa pervenire a J.F. Kennedy una lettera in cui chiede al Presidente americano il ritiro dei missili montati nella base di San Vito dei Normanni e puntati sull’URSS , dando seguito ad una analoga richiesta avanzata dallo stesso Kruscev. Non e’ escluso poi che sia lo stesso Fanfani a chiedere al Vaticano l’intervento diretto di Papa Giovanni XXIII che con il radiomessaggio per l’intesa e la concordia dei popoli aveva qualche giorno prima messo sotto pressione i leader delle due superpotenze. Come spesso e’ successo nella vita politica di Fanfani la sua ansia da protagonismo lo porta nel 1968 ad esporsi oltremodo a favore dei Paesi Arabi e ad appoggiare le loro rimostranze verso Israele , tanto da far temere che l’Italia volesse abbandonare la NATO in occasione della Guerra dei Sei Giorni nella quale gli USA appoggiano incondizionatamente Israele mentre Fanfani simpatizza per le richieste egiziane.

Questo atteggiamento gli aliena le simpatie, fino a quel momento incondizionate, degli Stati Uniti e lo portano ad uno scontro politico con il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, convinto atlantista e filo americano Durante un viaggio ufficiale a Washington nel settembre 1967 Fanfani e’ costretto, per la ragion di stato, a restare dietro le quinte ed a lasciare completa visibilità a Saragat nel tentativo di recuperare la stima dell’amministrazione americana. 

Presidente del Senato e aspirante Presidente della Repubblica

Dopo le elezioni politiche del 1968, Fanfani viene eletto Presidente del Senato, la seconda carica istituzionale della Repubblica , e questo non gli preclude, comunque, di mantenere un ruolo primario nella vita politica della Democrazia Cristiana alla cui guida viene chiamato negli anni successivi e nonostante, con il trascorrere degli anni, le sue visioni politiche diventino piu’ conservatrici , alcuni potentati economici lo vedono ancora con una certa malcelata freddezza. 

Questo ostracismo viene evidenziato apertamente in occasione delle elezione del Presidente della Repubblica del dicembre 1971 quando occorre nominare il successore di Saragat e per la DC ritornare al Quirinale con un proprio esponente dopo il settennato laico dello statista piemontese. La forza di Fanfani all’interno del proprio partito e’ notevole, tanto da risultare il candidato ufficiale ed unico all’apertura degli scrutini. 

Ma da subito si intuisce che il fronte democristiano non e’ compatto nel difendere la sua candidatura , inquinato com’e’ dai “ franchi tiratori “ che non permettono di raggiungere la maggioranza necessaria , tanto da costringere Fanfani ad un clamoroso passo indietro in favore di Giovanni Leone per non compromettere la stabilita’ politica della DC e conseguentemente dell’intero arco parlamentare : in quelle concitate ore alcuni fedelissimi dello statista aretino parlavano apertamente di scissione del partito di maggioranza . Dopo pochi mesi dalla propria elezione, Giovanni Leone nomina Fanfani Senatore a vita, i maligni diranno per ricompensarlo della proprio “ sacrificio “. 

A livello politico e’ indubbio che l’elezione al Quirinale di Leone costituisce una vittoria della destra democristiana, che fa confluire sul suo nome anche i voti del Movimento Sociale determinando un temporaneo offuscamento della stagione del Centro Sinistra voluto da Fanfani in nome del suo “solidarismo democristiano”. 

Fanfani a un comizio della DC (Pubblico Dominio)

L’impasse del referendum sul divorzio

Nel 1973, durante il Congresso Democristiano, la diarchia Moro \ Fanfani sposta nuovamente l’asse della DC verso la formula del Centro Sinistra e Fanfani viene eletto a larga maggioranza Segretario Politico del partito.  L’anno successivo egli si trova a dover gestire una difficile situazione interna dovuta alle pressioni del Vaticano per la promulgazione del referendum abrogativo del divorzio che era stata introdotta in Italia dalla legge Fortuna – Baslini del 1970. 

Le forze conservatrici ancora molto potenti nella DC sostenute naturalmente dalla Chiesa, costringono Fanfani ad una contrapposizione feroce con l’ anima laica e progressista del paese che riteneva il divorzio, a quattro anni dal suo varo, un diritto ormai acquisito. Il segretario della DC e’ scettico sul buon risultato della battaglia, in questo , si scoprira’, in accordo con altri notabili del partito, da Rumor a Cossiga ed allo stesso Aldo Moro. Nonostante le premesse, per non entrare in collisione con il Vaticano, la macchina organizzatrice della DC mette in campo tutte le proprie forze ed il 12 e 13 Maggio 1974 quasi il 60 % degli italiani volta le spalle alla crociata democristiana e conferma la legge , determinando l’inizio di una stagione di crisi per il partito di maggioranza culminata con la sconfitta alle elezioni regionali del 1975 quando i suoi suffragi raggiungono il minimo storico e Fanfani viene costretto alle dimissioni da segretario. 

Spostamento su linee più conservatrici

La sconfitta pero’ non determina il tramonto dell’impegno politico dello statista toscano , che assume una posizione molto critica verso il nuovo segretario DC Benigno Zaccagnini che fin da subito esprime la volonta’ di aprire verso il coinvolgimento del PCI nell’area di governo o quantomeno nella condivisione sui grandi temi. 

Gli sforzi di Fanfani per impedire questo “ abbraccio mortale ” non sono sufficienti per far sì che la DC non imbocchi la via della “ solidarieta’ nazionale “guidata da Aldo Moro con il quale ormai le divergenze politico- strategiche sono evidenti.  Fanfani e’ ormai il leader della minoranza del partito, contraria a collaborazioni politiche con Enrico Berlinguer e in questa veste ottiene la nomina a Presidente del Consiglio Nazionale della DC , prodigandosi nelle elezioni politiche del 1978 a quasi 70 anni, in numerosi comizi 

ed incontri lungo tutta la penisola con l’ obiettivo di convincere l’elettorato a non rinunciare alle peculiarita’ del solidarismo cristiano in favore dell’ateismo comunista. Il suo impegno e’ riconosciuto dal suo partito che lo premia con l’elezione alla Presidenza del Senato per la seconda volta nel suo cursus honorum , carica che egli mantiene quasi ininterrottamente fino al 1987 

Comportamento durante il sequestro Moro

Il 16 Marzo 1978 l’Italia vive una delle giornate piu’ buie della sua storia repubblicana. L’onorevole Aldo Moro viene rapito e la sua scorta trucidata in Via Fani a Roma da una banda armata facente parte delle Brigate Rosse  Nei giorni successivi lo Stato dibatte sulla linea da seguire nei confronti dei sequestratori dividendosi tra coloro che volevano una trattativa con i rapitori ( socialisti ) e coloro che invece non intendevano cedere ad alcuna apertura ( democristiani e comunisti ) Fanfani e’ l’unico autorevole esponente scudo crociato ad opporsi all’ostracismo duro e totale del proprio partito, arrivando a negare al governo Andreotti , come Presidente del Senato,di varare in sede deliberante i provvedimenti di polizia richiesti dal Ministero dell’Interno. 

Lo stesso Moro, dalla prigione in cui era tenuto, si rivolge a Fanfani per chiedergli un gesto coraggioso che possa scardinare la politica di fermezza voluta dai democristiani. Tuttavia un giallo rimane sul comportamento dello statista aretino in quelle settimane : il giorno prima dell’uccisione di Moro, sembra raggiunto un accordo che ne permetta la liberazione : il Presidente Leone puo’ concedere la grazia ad un brigatista malato e detenuto in un carcere di massima sicurezza , dimostrando umanita’ e clemenza ed ottenendo in cambio dai brigatisti la liberazione dell’autorevole ostaggio. 

A Roma si riunisce la Direzione democristiana che deve sancire il mutamento di rotta della linea politica del partito sulla questione ma l’onorevole Bernabei, fedelissimo di Fanfani e da sempre suo portavoce, tace e non prende posizione, condannando cosi’ l’iniziativa all’aborto. La famiglia Moro, in verita’ ancora all’oscuro su questo episodio, al momento delle esequie rifiuta di partecipare ai Funerali di Stato e lascia intendere che il solo Fanfani , tra i notabili della politica italiana, sarebbe stato benvenuto ai funda un democristiano ( erali privati di Turrita Tiberina. Il Presidente del Senato tuttavia non partecipa, ufficialmente perche’ impegnato nella commemorazione ufficiale di Aldo Moro a Palazzo Madama, ma forse perche’ in cuor suo sa di non avere agito in modo trasparente 

Amintore Fanfani ancora Presidente del Consiglio

Il 1 Dicembre 1982 Fanfani e’ di nuovo Presidente del Consiglio succedendo al primo governo non guidato da un democristiano ( Spadolini ) e il suo esecutivo vede nelle elezioni politiche del 1983 il tracollo elettorale democristiano che arriva al minimo storico del 32,9 % in conseguenza del quale Fanfani lascia Palazzo Chigi. Il suo oblio politico dura fino al 1985 quando viene rieletto alla Presidenza del Senato, carica che lascia due anni dopo quando e’’ chiamato a guidare il suo sesto ed ultimo governo.

E’ questo un curioso esempio di alchimia politica, in quanto il sesto governo Fanfani nasce da un “ dispetto” di Bettino Craxi segretario PSI, al suo omologo Ciriaco De Mita della DC . ed e’ il piu’ breve della storia repubblicana, essendo durato soltanto undici giorni perche’ al momento della “fiducia parlamentare” nonostante il governo sia un monocolore democristiano, i socialisti lo votano insieme ai radicali, costringendo la stessa DC all’estensione, ed alla conseguente caduta dell’esecutivo, per non dare vita ad un esecutivo appoggiato dagli stessi avversari. E’ questa l’ultima pagina politica che vede Fanfani protagonista . 

Ormai anziano, ma ancora combattente, egli e’ nominato ministro nei successivi governi Goria e De Mita e, terminate queste esperienze , la sua attività politica prosegue come Senatore a vita, ed in modo piu’ distaccato egli. vede lo sgretolarsi della “Balena Bianca democristiana” nel 1982 a seguito dello scandalo Mani Pulite ed il tramonto della Prima Repubblica. Ideologicamente vicino a Romano Prodi aderisce al Partito Popolare Italiano che si unisce al PDS nella formazione dell’ Ulivo . 

In seguito alle elezioni politiche del 1992 viene nominato ormai ottantaquattrenne, Presidente della Commissione Esteri del Senato, carica che mantiene per due anni e che e’ l’ultimo incarico ufficiale da lui ricoperto. La vita di Amintore Fanfani si conclude il 20 Novembre 1999 all’eta’ di 91 anni e dopo i solenni funerali di Stato le sue spoglie sono inumate nella Cappella di famiglia accanto a quelle della prima moglie 

Amintore Fanfani: eredità politica

La parabola politica di Fanfani è un susseguirsi di eventi, incarichi e responsabilità che portano lo statista toscano al centro della storia italiana del secondo dopoguerra. Economista raffinato , cattolico intransigente e uomo politico astuto ed ambizioso, egli ha contribuito a traghettare il nostro Paese da un ruolo di nazione sconfitta e colpevole dopo il secondo conflitto mondiale allo status di potenza mediterranea che pur tra mille ambiguità e punti deboli, lo rende ’ protagonista nel panorama geopolitico europeo.

La figura di Fanfani non può non legarsi ad alcune importanti riforme che hanno profondamente inciso sulla vita quotidiana degli italiani ed il suo merito e’ di averle fortemente volute anche a costo di creare contrasti con avversari politici ed economici e nell’avere esercitato in Italia una forma di potere vincente a tutte le latitudini : soddisfare i bisogni primari della popolazione anche a costo di intervenire con impegni statali laddove gli interessi privati non ritengono redditizi gli investimenti necessari.

Tra tutti i cavalli di razza della Democrazia Cristiana di quegli anni, Fanfani è forse quello piu’ distante da logiche di sottopotere e di affaristi personali o nepotisti e insieme a Moro quello con un un bagaglio culturale ed intellettuale superiore. Nei mesi drammatici dell’inchiesta “mani pulite“, quando tutti i grandi leader della Prima Repubblica sono accusati di malversazioni ed interessi privati nella gestione della Cosa Pubblica, il nome di Amintore Fanfani e’ uno dei pochi che , pur avendo esercitato per decenni un grande potere, non viene nemmeno sfiorato da sospetti di connivenza alcuna. 

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Bonardi e Piana, Fanfani. Dal pensiero all’azione, Cittadella Editrice, 2020. 
  • A. Giovagnoli, Fanfani e la politica estera italiana, Marsilio Editore, 2009. 
  • A. Fanfani, Proposte per il rinnovamento della DC, Prospettive Edizioni. 
Letture consigliate
Tags: Repubblica Italiana
Umberto Diana

Umberto Diana

Torinese di nascita ma Genovese di adozione alla rispettabile età di 66 anni scopre la novità di poter scrivere articoli di Storia e poterli condividere con tutti. Dopo avere conseguito la maturità scientifica, svolge la propria attività lavorativa nell'azienda familiare e dopo avere raggiunto la pensione, ritorna alla propria curiosità di gioventù: la storia. Appassionato soprattutto di Storia Italiana dal Risorgimento alla Prima Repubblica, amai trovare nelle pieghe degli avvenimenti importanti i particolari che li rendono curiosi ed inaspettati e personaggi non di levatura eccelsa che hanno però contribuito a fare diventare un fatto di cronaca un fatto storico.

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