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Amedeo Guillet, vita del Comandante Diavolo

Di lui Montanelli disse che se fosse stato inglese sarebbe stato popolare come Lawrence d’Arabia, ma giustamente il suo biografo Vittorio Dan Segre replicò che Lawrence aveva dietro di sé un impero che lo sosteneva, mentre Guillet era solo. Se fosse stato invece americano su di lui avrebbero fatto numerosi film e scritto decine di libri. In realtà i suoi principali biografi non sono italiani, ma ex nemici rimasti affascinati dal suo coraggio, dalla sua lealtà e dalla visione di un mondo senza discriminazioni razziali o religiose. Questa è l’incredibile vicenda umana e militare del barone Amedeo Guillet.

di Maurizio Quaregna
15 Marzo 2026
TEMPO DI LETTURA: 24 MIN

CONTENUTO

  • Il mondo dorato di Amedeo Guillet
  • Faccetta nera
  • Dalla Spagna all’Abissinia
  • Kadija
  • Gruppo Bande Amhara
  • La carica di Cherù
  • Amedeo Guillet: dalla guerra alla guerriglia
  • La guerra privata del tenente Guillet
  • Dalla Monarchia alla Repubblica

Il mondo dorato di Amedeo Guillet

Amedeo Guillet nasce a Piacenza il 7 febbraio 1909 da Alfredo Guillet e Franca Gandolfo. Il padre, colonnello dei Carabinieri, discende da una antica famiglia savoiarda con una lunga tradizione militare e monarchica. Suo zio, che si chiama anch’esso Amedeo, è un influente generale e senatore del regno. La madre è di origini campane ed appartiene ad una famiglia benestante anch’essa piemontese che si era trasferita a Capua all’epoca della costituzione del Regno d’Italia. A diciotto anni, seguendo la tradizione famigliare, entra all’Accademia di Modena. A differenza del fratello, anch’egli ufficiale che ha optato per l’Artiglieria, Amedeo preferisce il corpo della Cavalleria. E’ una scelta quasi obbligata, stante che monta a cavallo dall’età di cinque anni è  erede della scuola di Federico Caprilli che ha rivoluzionato ai primi del ‘900 il modo di cavalcare e consegue numerose vittorie in concorsi ippici.

Al termine dell’Accademia frequenta la prestigiosa Scuola di Applicazione di Cavalleria di Pinerolo per rivestire, a partire dal 1932, incarichi di comando con il grado di tenente nel XIII Cavalleggeri di Monferrato, nelle XIX Guide Cavalleggeri e nel III Savoia Cavalleria per sfruttare poi la sua abilità e preparazione tecnica nell’equitazione al Corso Istruttori ove, stante le vittorie conseguite in alcune tra le più importanti gare ippiche di salto ad ostacoli, viene selezionato nella squadra olimpionica per Berlino 1936; inizia così un feroce addestramento al Centro Olimpionico di Pinerolo.

Il prestigio della sua famiglia, abbinato alle doti sportive, al carattere brioso, al modo in cui indossa le eleganti divise di Cavalleria fanno di lui un membro dell’”alta società” del tempo che sembra essersi fermata al periodo luminoso e spumeggiante della Belle Epoque ante guerra. E’ di casa nei salotti buoni e nei ristretti ricevimenti di Villa Savoia a Roma, ospite dei Reali; condivide con la principessa Jolanda, primogenita del re e sposata con un ufficiale di cavalleria, la passione per i cavalli . Con lei partecipa alla caccia alla volpe nella campagna romana. Altrettanto amico lo è della coppia dei Principi di Piemonte, il futuro re Umberto II e sua moglie Maria Josè del Belgio ed è affezionato alla timida principessa Mafalda, che un triste destino la vedrà morire nel campo di concentramento tedesco di Buchenwald.

Queste conoscenze e la notorietà a livello nazionale in ambito sportivo gli consentono di frequentare, oltre la famiglia reale, anche diverse dame della società romana quali Giuliana Rota, futura nuora di Pietro Badoglio, e Clorinda, figlia dell‘ammiraglio Thaon di Revel. Gli viene attribuito anche un flirt con la bellissima attrice Elsa Merlini. A Roma, in un concorso ippico incontra anche le star di Hollywood del tempo, Douglas Fairbanks e Mary Pickford. Ma queste relazioni con la gioventù dorata dell’epoca non devono fuorviare il giudizio del nostro personaggio: Amedeo è sì un bon vivant, ma è estremamente serio, cresciuto nei valori famigliari di onore, rispetto e fedeltà. Il suo carattere, come vedremo, lo porta a compiere il proprio dovere evitando facili scorciatoie che il suo lignaggio gli consentirebbero con estrema facilità.

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Il linguaggio dei fiori dalle civiltà antiche al Medioevo

Nell’estate del 1935 viene inviato in Ungheria, alla scuola di equitazione sita alla periferia di Budapest per perfezionare la sua tecnica di dressage. Il programma del soggiorno prevede che gli Italiani si incontrino con le squadre ungherese e tedesca per le selezioni preolimpiche. A Budapest ha una relazione con Maria, figlia di un ministro del governo di Horty,  il dittatore ungherese. Maria è differente dalle donne italiane: è emancipata, moderna, con idee proprie che difende a spada tratta nelle conversazioni, ed è, il che non guasta, estremamente bella e sensuale. Oltre a belle donne e principi reali il giovane Guillet frequenta con grande piacere il ramo materno che dall’epoca dell’Unità d’Italia si è installato al sud, a Capua.

Tra questa ridente cittadina e Napoli vive il fratello della madre, lo zio Rodolfo, il quale nutre una passione per questo nipote brillante ed intelligente. La famiglia Gandolfo è composta da Rodolfo, la moglie e tre figlie, l’ultima della quale, di dieci anni più giovane di Amedeo, si chiama Beatrice detta Bice in famiglia. Tra la tenuta di Vietri e l’appartamento di Napoli Guillet trascorre lunghi periodi in loro compagnia sentendosi pienamente membro della famiglia.

Faccetta nera

Nell’agosto 1935, ad un anno dall’apertura dei giochi olimpici, Guillet rinuncia a Berlino per imbarcarsi a Napoli su una nave che lo porta in Libia, tappa intermedia per la sua destinazione finale: Massaua, Eritrea. Cosa è successo per portare il giovane tenente a questo  brusco andamento di programma? L’annuncio dell’imminente scoppio di un conflitto tra l’Italia e il suo vicino nel Corno d’Africa: l’Impero Etiope. Per la prima volta nella nostra narrazione ci troviamo innanzi ad una caratteristica di Guillet: il senso dell’onore e del dovere. Per lui è inaccettabile che, mentre i propri commilitoni rischiano, e spesso perdono, la vita su un campo di battaglia, lui si trovi al sicuro su un campo ippico a Berlino.

Perciò a malincuore comunica all’allenatore ed ai compagni che rinuncia alle Olimpiadi e parte per la futura zona di combattimento. Ma prima deve recarsi in Libia. Viene accompagnato al porto di Napoli per imbarcarsi dallo zio Rodolfo e da Bice, della quale da qualche tempo si è innamorato. L’incredibile destino che lo attende li renderà simili a personaggi omerici: lui per alcuni versi è un novello Ulisse, Bice è la sua Penelope che lo attenderà per anni prima di ricongiungersi definitivamente.

Sbarcato a Tripoli raggiunge il reparto di Spahis, la cavalleria libica, a Zaura, pochi chilometri dal confine con la Tunisia, agli ordini del maggiore Antonio Ajmone Cat. Il trasferimento in Eritrea è immediato e il reparto sbarca a Massaua raggiungendo prima la moderna città di Asmara per poi arrivare a Barentù dove si accampano per quasi due mesi in attesa di ordini. Ma per Guillet, che comanda uno squadrone di circa 80 uomini, non è tempo sprecato. Poiché vuole avere un rapporto più stretto con i suoi Spahis inizia ad imparare l’arabo frequentando una scuola islamica.

In breve tempo diventa uno dei pochi ufficiali che dà ordini senza bisogno di un interprete; con il tempo – come vedremo – raggiungerà un livello di perfezione tale da poter assumere una falsa identità yemenita. L’altra attività che svolge in quei giorni, malgrado la malaria che l’ha colpito, è l’addestramento dello stallone bianco che gli hanno assegnato; lo chiama Sandor, diminutivo di Alexander, e farà parte della sua leggenda.

Il 3 ottobre 1935 ha inizio la seconda guerra italo-etiopica . Dopo tre giorni di marcia Amedeo ha il suo “battesimo del fuoco” quando gli viene ordinato di sgombrare una collina occupata dai nemici. Ordina la carica e si lancia al galoppo alla testa dei suoi uomini; l’impresa ha successo e alla sera si brinda nella tenda ufficiali al tenente Guillet. Gli Etiopi agli ordini di Ras Immirù, il miglior generale del Negus, sferrano una controffensiva che mette in difficoltà l’esercito italiano. Il 24 dicembre 1935 ha luogo una importante battaglia a Selaclaclà durante la quale gli Spahis compiono una carica contro forze nemiche di gran lunga superiori in numero, ponendole in fuga.

Le perdite tra i coloniali sono pesanti e Guillet viene ferito gravemente alla mano sinistra da una pallottola “dum-dum” che lo costringerà a portare un guanto in pelle di protezione per il resto dei suoi giorni. Per il suo eroismo riceve una medaglia di bronzo al Valor Militare. Gliela appunta al petto il suo amico personale, il governatore Italo Balbo, al rientro del reparto a Tripoli nel luglio 1936 a guerra finita. Nella primavera del 1937 Benito Mussolini si reca in Libia con i principali gerarchi. Oltre a  visitare la colonia  vuole autoproclamarsi “difensore dell’Islam” per attirarsi i favori dei popoli arabi che si affacciano al Mediterraneo, Balbo affida l’organizzazione dell’evento principale, la sfilata a cavallo e la “proclamazione” ad Amedeo.

La consegna al duce della “spada dell’Islam” avviene dopo che il corteo, con Mussolini in testa, attraversa Tripoli.  Guillet, in qualità di esperto cavallerizzo, si occupa di reperire i cavalli adatti percorrendo l’intera Europa per trovare montature che siano al contempo tranquilli ed imponenti.. Si occupa poi delle selle ed infine, una volta che gli equini sono giunti in Libia, del loro addestramento. L’evento ha un successo incredibile e Balbo ringrazia Amedeo per il suo ruolo fondamentale.

Dalla Spagna all’Abissinia

A luglio dello stesso anno si reca a Roma per il primo anniversario della conquista dell’Abissinia ed incontra il generale Luigi Frusci con il quale instaura un così ottimo rapporto che quest’ultimo lo invita a seguirlo in Spagna, ove divampa la guerra civile. Sarà il suo aiutante  di campo e gli promette una promozione a capitano. Amedeo accetta subito, non perché sia fascista o per ambizione. Da alcuni mesi si è fidanzato con la cugina Bice ed intende sposarla, ma Mussolini ha in quei giorni emanato una legge in base alla quale possono essere promossi solo ufficiali che sono sposati o per meriti sul campo di battaglia.

Amedeo non vuole che il suo matrimonio possa essere interpretato come un volgare espediente per far carriera e Bice è d’accordo con lui. Dunque l’unica soluzione è soprassedere ai progetti nuziali e cercare di guadagnare la promozione sul campo. Si ritrova così nel nord della Spagna, uno dei tanti “volontari” italiani inviati dal duce in aiuto a Franco. Pertanto la decisione di partecipare alla guerra civile di Spagna nasce dal rifiuto di soluzioni di comodo, di prendere la strada dell’onore e non quella più comoda o conveniente. Questo è il “fil rouge” che lega le decisioni future di Guillet. L’altro aspetto che lo induce ad andare volontario sono le notizie delle violenze  dei “rossi” nei confronti di civili e religiosi e, dunque, in soccorso dei principi a cui è stato allevato.

Amedeo non è, e non lo sarà in seguito, iscritto al PNF. Ma, come moltissimi giovani dell’epoca, appoggia la politica del duce di ottenere una posizione geopolitica adeguata per l’Italia in politica estera e di mantenimento dell’ordine pubblico all’interno . Ma guarda, per tradizione ed educazione, alla Monarchia piuttosto che a Mussolini. Come Amedeo anche altri partecipanti a questo conflitto dall’alta valenza ideologica ( per esempio Edgardo Sogno e Giuseppe Cordero di Montezemolo) quando dovranno in seguito scegliere non avranno esitazioni e resteranno a fianco del re.

A Frusci viene affidato il comando della 2° divisione “Fiamme nere” ed Amedeo, con il grado provvisorio si capitano e sotto il falso nome di “Alonzo Gracioso”, diventa suo aiutante di campo e comandante di una unità di Arditi, composta principalmente da veterani della guerra d’Africa. Il reparto si distingue nella battaglia di Santander e poi nell’Aragonese fino all’offensiva dell’Ebro dove Amedeo viene colpito ad una gamba; per il suo valore in battaglia riceve due medaglie d’argento al V.M. e diverse spagnole. La ferita, unitamente alla ricomparsa della malaria, lo porta ad essere trasferito nuovamente in Libia per le cure.

L’esperienza spagnola lo tocca profondamente per le violenze a cui assiste, perpetrate da ambo le parti, su civili e prigionieri e gli lascia un amaro in bocca in quanto Frusci non riesce a mantenere la promessa di rendere definitivo il grado di capitano assegnatogli in via provvisoria. Ancora tenente rientra dunque nella colonia guidata dal suo amico Balbo. A breve ritroverà un altro stretto conoscente, in un altro contesto: il Duca d’Aosta nell’Africa Orientale Italiana.

In attesa di raggiungere l’Etiopia, sua nuova destinazione, si cura a Tripoli. Si sottopone ad una terapia presso il locale ospedale dove incontra Mariam Banin, un’infermiera di religione ebraica con cui fa amicizia. Un giorno si accorge che l’amica ha pianto e gliene chiede il motivo. La ragazza spiega che la sorella voleva iscriversi a medicina, ma le leggi razziali glielo impediscono. Amedeo ne parla a Italo Balbo, che si è fin da subito apertamente schierato contro questa follia, ed il Governatore gli affida una lettera da consegnare a Roma ad un altro quadrunviro, Cesare de Vecchi.

Come Balbo, anche de Vecchi è caduto in disgrazia ed è stato nominato governatore del Dodecaneso, ma riceve Amedeo, sente il suo racconto e legge la lettera di Balbo, promettendo di intervenire. Grazie all’interessamento di questi due alti gerarchi alla ragazza ebrea, pur non potendo seguire le lezioni, viene concesso di sostenere gli esami e si laurea in medicina, andando poi a svolgere la professione in Tunisia. Questo episodio, pur risolvendosi positivamente, convince definitivamente Amedeo che il duce non “ha sempre ragione” e condivide i timori crescenti in seno alla sua famiglia circa il futuro dell’Italia. All’inizio del 1939 un Guillet disilluso dopo le recenti esperienza è pronto per tornare nel Corno d’Africa, dove diventerà un personaggio leggendario.

Kadija

Amedeo trova un Impero profondamente cambiato rispetto al soggiorno precedente: strade asfaltate, città moderne, una teleferica che collega Massaua ad Asmara. Ma non tutti i cambiamenti sono in meglio. Dopo la conquista dell’Etiopia sono arrivati dall’Italia, oltre a centinaia di lavoratori, anche una miriade di delinquenti che hanno deciso di “cambiare aria” venendo nella colonia per continuare il loro malaffare. I rapporti con la popolazione indigena, soprattutto abissina, sono decisamente migliorati con l’arrivo del Duca Amedeo d’Aosta al posto del pessimo Graziani.

Ma i danni provocati dal crudele, ottuso ed incapace precedente governante non possono essere riparati dal nuovo Viceré in poco tempo. Tra guerrieri fedeli al deposto negus e banditi da strada, l’intervento dell’esercito è ancora essenziale in diverse province per mantenere l’ordine. La nuova destinazione di Amedeo è Gondar, l’antica capitale, dove lo attende il generale Frusci, il quale si sente in colpa per non aver potuto rispettare la promessa fatta in Spagna ad Amedeo circa un avanzamento di carriera. Per farsi perdonare gli affida il comando del 14° Gruppo Squadrone Amhara di stanza a Amba Ghiorghis, a nord di Gondar, in una posizione strategica notevole. Il compito principale dei militari è di difendere convogli e villaggi dalle ruberie dei banditi.

Ogni giorno, pertanto, partono dal forte di Amba Ghiorghis reparti di cavalleria agli ordini di ufficiali italiani per pattugliare la zona. Proprio nel corso di una di queste azioni lo squadrone guidato da Guillet giunge in un villaggio musulmano attraversato da una insolita animazione. Amedeo viene a sapere dal capo villaggio che poco prima un gruppo di banditi ha rubato tutto il bestiame. Guillet è ben consapevole che la pacificazione della regione passa attraverso un clima di fiducia che gli occupanti devono creare con i nativi. Guidato dal figlio del capo, il giovane Asfao, il reparto di Amedeo in poche ore raggiunge i predatori e li mette in fuga riportando trionfalmente la mandria al villaggio. Per dimostrare la propria riconoscenza il capo offre un banchetto ai soldati ed incarica la propria figlia di servire il cibo ad Amedeo.

La giovane è la più bella donna che Guillet abbia mai visto: vestita di bianco, dell’età di circa 16 anni, accompagna la perfezione dei lineamenti ad una grazia naturale. Amedeo inizia a flirtare con lei e le chiede come si chiama. Kadija, come la moglie di Maometto, risponde la fanciulla per nulla intimidita dall’ufficiale. Amedeo le chiede se è sposata. Kadija risponde di no, ha ricevute diverse proposte e le ha respinte tutte perché lei vuole essere la moglie di un capo. La festa continua in un clima di rilassatezza e gioia crescenti. I due giovani continuano a scherzare ed Amedeo le chiede se quella sera ha trovato il tipo adatto per maritarsi. Lei risponde di sì: è lui. Guillet sorride, ma declina gentilmente l’offerta.

Questo episodio non è così singolare come può sembrare a prima vista. Molte donne della regione a sedici anni sono già sposate e gli Italiani non si fanno problemi ad avere una compagna nativa; questo legame prende il nome di “madamismo”.  Nel primo periodo coloniale i figli che nascono da questa relazione vengono riconosciuti come cittadini italiani, ma dalle leggi razziali viene proibito ogni legame stabile con donne indigene; divieto bellamente ignorato dai più. Da quella sera inizia un serrato corteggiamento da parte di Kadija verso Amedeo. Il reparto il giorno successivo lascia il villaggio, Asfao ed alcuni giovani si sono aggregati e la bellissima etiope, con la scusa di seguire il fratello per accudirlo, parte anch’essa con loro.

Un nuovo importante incarico viene conferito a Guillet: distruggere le forze del miglior capo guerriglia etiope, l’astuto ras Uvenè Tessemmà, che con raid continui crea scompiglio tra gli Italiani.  La banda abissina è composta da più di mille uomini, armati con moderne mitragliatrici, presumibilmente fornite dagli Inglesi. Le forze di Amedeo sono inferiori per numero e Guillet, in barba alle leggi razziali, decide di arruolare un’armata di falascià, gli Etiopi di religione ebraica che vivono emarginati in alcuni villaggi vicino al lago Tana in prossimità di Gondar.

Amedeo comprende presto che lo scaltro comandante abissino adotta una tattica ricorrente per ingannare i nemici: sparge la voce che si recherà in un luogo per poi andare dalla parte opposta. Invece di seguire le indicazioni delle spie, dunque, Guillet conduce i suoi uomini dall’altra parte e, finalmente, dopo un lungo inseguimento, incontra le truppe nemiche. Lo scontro è cruento e per due volte la sua cavalcatura viene uccisa sotto di lui che ne esce indenne (fortunatamente ha lasciato Sandor al forte). Il suo coraggio e la sua apparente invincibilità ne accrescono la reputazione tra i suoi uomini che iniziano a chiamarlo “Cummundar-as-shaitan”, il Comandante Diavolo.

Ras Tessemmà fugge ferito e da questo momento perde il suo prestigio, oltre a lasciare diversi morti e circa 40 prigionieri. Secondo le disposizioni di Graziani ancora in vigore, questi ultimi dovrebbero essere passati per le armi, ma Amedeo lascia loro la scelta di unirsi al suo gruppo. Tutti accettano e gli resteranno fedeli fino in fondo. Ma lo scontro ha causato anche sei perdite tra le truppe coloniali e tra questi vi sono i due aiutanti ed amici di Amedeo, il quale torna al forte distrutto.

Rientra nella propria tenda molto provato e si getta sulla branda con le divisa ancora sporca di sangue. Dopo poco apre gli occhi ed al suo fianco ha Kadija che gli pulisce il viso e gli toglie gli stivali. Per la prima volta i due passano la notte insieme. La giovane abissina non solo condivide con le altre donne degli altri la vita quotidiana, ma ben presto segue Amedeo in prima linea dimostrando delle notevoli doti guerriere. Amedeo ha chiarito fin da subito di essere innamorato di Bice, ma Kadija spera che il suo amato non torni più in Italia e vive questo amore giorno per giorno.

KADIJA

Gruppo Bande Amhara

All’inizio del 1939 la situazione è tranquilla grazie ai successi delle azioni anti guerriglia ed alla politica di Amedeo di Savoia di pacificazione e coinvolgimento della popolazione locale. Guillet è fiducioso che i brillanti risultati ottenuti nelle sue spedizioni gli consentiranno di ottenere la  meritata promozione e di tornare in Italia per sposare Bice; nei mesi a venire un breve soggiorno in licenza a Capua consente ai due giovani di avviare i preparativi delle nozze e di ipotizzare, dopo la luna di miele, di tornare insieme in Africa. E’ un Amedeo ottimista quello che rientra all’Amba Ghiorghis anche se la sua felicità è però offuscata dal distacco futuro con Kadija, per la quale prova un profondo affetto.

Ma al ritorno dalla licenza viene convocato dal generale Frusci il quale gli fa un fosco quadro della guerra scoppiata nel frattempo ipotizzando un sempre più certo intervento dell’Italia a fianco della Germania. Per questo motivo affida a Guillet il compito di costituire un reggimento di cavalleria indigena con compiti di ricognizione avanzata. Gli viene data carta bianca su tutti gli aspetti: arruolamento, addestramento, scelta degli ufficiali e logistica. Uscendo dal colloquio Amedeo non sa se essere lieto per l’alto incarico o triste poiché questo significa rimandare a tempo indeterminato il suo matrimonio.

Queste considerazioni sono di breve durata in quanto si mette subito al lavoro. Ha le idee estremamente chiare. Forma un Gruppo Bande, unità meno formale dei reparti regolari, costituita per la metà da Eritrei, i “prussiani d’Africa”, e per il resto da mercenari yemeniti  ed abissini delle regioni dell’Amhara ( o “Amara” come dicono gli Italiani) e del Tigrè. Sceglie poi un ristretto nucleo di giovani ufficiali italiani e nomina suo vicecomandante il ten. Renato Togni, estroverso e coraggioso figlio del suo ex comandante all’Accademia di Modena.

Nasce così il leggendario “Gruppo Bande Amhara a cavallo” con una forza complessiva di 800 cavalieri, quattrocento fanti e duecento cammellati,  oltre ad un vasto seguito di donne e famigliari di fatto agli ordini di Kadija. Il fatto che una unità di tale potenza sia guidata da un giovane tenente incontra le obiezioni di diversi alti ufficiali, subito tacitati dal Duca D’Aosta in persona che ripone una fiducia cieca su Guillet; ed i fatti gli daranno ragione.

Guillet al comando del Gruppo Bande Amhara

La carica di Cherù

I primi mesi dopo l’ entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940 trascorrono tranquilli per Guillet. Il suo reparto di giorno è impegnato in ricognizioni mentre le serate passavano lietamente conversando con il suo vice Togni, per il quale nutre una profonda amicizia o passeggiando con Kadija. Tutto cambia ai primi di gennaio 1941 quando gli Inglesi prendono l’iniziativa ed avviano una offensiva travolgente. Il 19 gennaio Amedeo è appena tornato dopo una ricognizione di quattro giorni quando viene convocato con urgenza al comando. Il generale Fongoli gli illustra la situazione:  gli Alleati stanno avanzando così rapidamente che 10.000 nostri uomini rischiano di essere accerchiati. Per impedire il disastro occorre rallentare il nemico ed a Guillet viene affidata una missione suicida: attaccare la 4° Divisione Anglo-indiana.

L’ufficiale è ben consapevole del probabile destino sia suo che dei suoi uomini, ma è altrettanto conscio dell’importanza di salvare circa diecimila uomini e la tenuta stessa dello scacchiere settentrionale. L’alba del giorno seguente effettua una prima carica contro la fanteria nemica che, presa alla sprovvista, sbanda e si ritira. Immediatamente dopo Guillet avvista un altro bersaglio: batterie di artiglieria con le canne puntate verso Cherù. Altra carica per prendere il nemico alle spalle; gli inservienti girano i pezzi a 180° e sparano ad alzo zero. I cavalieri, giunti a trenta metri dai nemici, lanciano le granate e si ritirano in un wadi ( fiume in secca tipico del territorio) per tentare di rientrare alla base. Nel contempo Guillet incarica il suo vice, il tenente Renato Togni, di coprire il fianco sinistro.

Togni si accorge che stanno avanzando tre carri Matilda che possono annientare l’intero reparto. Con trenta uomini si lancia in un disperato assalto ai mezzi blindati: solo due cavalleggeri ritorneranno indietro. Non Togni, che viene falciato col suo cavallo a pochi metri dai mezzi corazzati. Gli equipaggi dei Matilda si fermano per rendere l’onore militare a questi eroici soldati. Guillet, avvisato di quanto successo, decide di effettuare una ulteriore carica per ritornare alle linee amiche. I componenti della “banda”, che hanno subito gravi perdite, attaccano una colonna di fanteria protetta da blindati riuscendo a passare, seppur a costo di ulteriori perdite umane.  Malgrado sia stata estremamente sanguinosa, l’operazione ottiene lo scopo prefissato di consentire il ripiegamento delle truppe e la formazione di una solida linea difensiva. Al tenete Togni verrà conferita la M.O.V.M.; molti anni dopo, durante il suo viaggio in questa terra, l’ormai anziano Guillet si recherà a pregare sulla tomba dell’amico.

Il Tenente Togni M.O.V.M.

Amedeo Guillet: dalla guerra alla guerriglia

Il Gruppo Bande segue la ritirata generale ad Agordat, dove il reparto si divide: la fanteria guidata da Guillet resta a difendere la città, mentre la cavalleria prosegue per Cheren. Il comandante delle truppe, l’ottimo generale Raimondo Lorenzini, si accorge che il monte Cochen, che domina l’accesso sud alla città, è rimasto sguarnito ed ordina ad Amedeo di andare a presidiarlo. Anche gli Indiani se ne sono accorti e si scatena una corsa alla cima del monte che si trasforma rapidamente in un feroce combattimento con caduti da ambo le parti. Ma il nemico sfonda le linee da un’altra parte grazie ai suoi potenti carri armati ed agli Italiani non resta che ripiegare su Cheren dove si svolge un’epica battaglia.

In questa sede Amedeo incontra il Duca d’Aosta, che si congratula con lui per la carica di Cherù. Durante il colloquio il Duca dice a Guillet che l’importante è resistere il più possibile per non consentire agli Inglesi di spostare truppe sul fronte libico, dove sono in sofferenza con l’arrivo di Rommel. Il Comandante Diavolo fa sua questa idea e la svilupperà anche dopo la resa ufficiale delle truppe italiane. A Cheren la cavalleria non serve, pertanto Guillet trasferisce donne, cavalli e dromedari in un villaggio vicino ad Asmara e, con circa 400 uomini, si prepara a combattere la battaglia decisiva, attestandosi nel settore nord. Un rapporto inglese, parlando delle truppe italiane, dice testualmente: “hanno combattuto in maniera superba”.

Ma, purtroppo, inutilmente; dopo oltre 50 giorni gli Alleati sfondano le difese e il nostro esercito riprende la ritirata. L’ultimo vero combattimento avviene a Ad Teclesan, a circa 50 chilometri da Asmara. Ancora una volta il gruppo bande si distingue distruggendo tre carri medi con bombe molotov e respingendo un’ assalto alla baionetta da parte degli Indiani. Dopo tre giorni di combattimento il bombardamento scatenato contro gli Italiani cessa ed Amedeo comprende che gli altri reparti si sono arresi ed il suo, incredibilmente, è stato “dimenticato” dal nemico. Pur ferito ad una gamba raduna i suoi uomini, ne sono rimasti un centinaio, e riesce ad allontanarsi dal pericolo dopo aver effettuato un ultimo attacco ad un reparto nemico che si stava riposando ed aver compiuto azioni di sabotaggio. La guerra ufficiale è finita. Inizia ora la guerra privata del Comandante Diavolo.

La guerra privata del tenente Guillet

Qualche giorno dopo la battaglia di Ad Teclesan il generale Frusci si arrende. Ciò che rimane del Gruppo Bande si rifugia in un villaggio tra le colline vicino ad Asmara. Da questo momento inizia la guerriglia del Comandante Diavolo che dura otto mesi. Attacchi a convogli e depositi, sabotaggi di ponti e linee telefoniche si susseguono; inizialmente si pensa ad una banda di “shifta” i briganti abissini, poi la stampa inizia a riportare alcune voci che girano circa un ufficiale italiano ed i soldati che non si sono arresi. Interviene la censura, e contemporaneamente il caso viene affidato al controspionaggio che scopre l’identità di Guillet sul quale viene posta una taglia di 1.000 sterline oro.

Gli investigatori britannici che gli danno la caccia sono molto tenaci. A capo della sezione di intelligence che si occupa del Comandante Diavolo c’è il maggiore Max Harari, eccellente cavallerizzo,  cosmopolita e poliglotta, che fa parte di una famiglia agiata ebraica che risiede da molti anni in Egitto, dove è nato. Max è estremamente intelligente e dopo una accurata indagine riesce a capire che dietro i ripetuti attentati c’è Guillet. Il vice di Harari è il capitano Reich, anch’esso di origine ebraica, ma diametralmente opposto caratterialmente dal suo superiore. Coltissimo e gran lavoratore, è un introverso che non riscuote molte simpatie tra i suoi commilitoni. Mentre Harari è affascinato dalla figura di Amedeo, Reich è ossessionato dall’idea di catturare, o uccidere, l’italiano.

Ma il Comandante Diavolo è inafferrabile. Molti lo aiutano, sia Italiani che capi villaggi indigeni; gli Eritrei sono legati all’Italia e, soprattutto, temono che se vincono gli Inglesi non saranno indipendenti, ma verranno annessi nell’Impero Etiope, da sempre loro nemico. Amedeo ha congedato tutte le donne che seguivano il reparto per muoversi più velocemente e non esporle ad ulteriori pericoli. La sola Kadija è rimasta al suo fianco, impavida amazzone resistente alla fatica e combattente coraggiosa che si è guadagnata il rispetto di Amedeo ed i suoi uomini. Guillet stesso è cambiato radicalmente; non ha solo abbandonato la divisa per indossare abiti arabi, ma è rimasto affascinato dalla religione islamica a tal punto da abbracciarla.

Così L’ ufficiale italiano Amedeo Guillet si trasforma nello yemenita Ahmed Abdullah al Redai, bloccato in Eritrea dalla guerra. Più volte scampa alla morte o alla cattura per un soffio. Il suo gruppo viene individuato dalla ricognizione aerea e solo dopo un sanguinoso conflitto a fuoco riesce a sganciarsi, ma è costretto ad abbandonare il suo amato cavallo Sandor, di cui si prende cura, però, Harari. In un’altra occasione incrocia un reparto britannico ed un ufficiale inizia a seguirlo con lo sguardo poi, all’improvviso, apre il fuoco contro lui e Kadija che, per mettersi al riparo, fuggono a rotta di collo tra il bush. Un’altra volta trovano rifugio nella fattoria della famiglia Rizzi. Qui passano un periodo sereno, come una coppia normale, fino a quando un reparto sudanese non rastrella la tenuta su ordine di Reich.

Amedeo si finge sordo e si allontana per pregare su una collina, un soldato gli intima più volte di fermarsi e poi alza l’arma e spara. Il provvidenziale intervento di un contadino che spintona la guardia fa andare a vuoto il colpo. L’eritreo poi redarguisce il militare per aver sparato alle spalle ad un correligionario sordo. Kadija, invece, con grande sangue freddo, si finge una povera contadina terrorizzata e, terminato il pericolo, dileggia la dabbenaggine dei soldati che l’ hanno sottovalutata perché è una donna. Ma Amedeo capisce che il cerchio si sta chiudendo su di lui ed i pochi uomini rimasti che ha prudenzialmente sparpagliato nei villaggi vicini. Li raduna per l’ultima volta e spiega loro che continuare la lotta in questo modo è troppo rischioso.

Devono tutti tornare ai loro villaggi, mentre lui cercherà di raggiungere lo Yemen; da qui sarà più facile rientrare in Italia dove raccoglierà uomini ed armi per tornare in Eritrea a combattere. Gli uomini ascoltano in silenzio, poi si alzano sull’attenti ed urlano per l’ultima volta “viva il Re”. Amedeo, toccato da questo gesto di fedeltà, li saluta abbracciandolo uno ad uno Tutti devono partire, anche Kadija. L’addio è in linea con i personaggi: ancora in tarda età Guillet ricorderà commosso il momento. Lui dice alla donna che si devono lasciare. Lei lo guarda, annuisce, e senza una parola si volta e si allontana. Ma si rivedranno ancora. Amedeo, anzi Ahmed Abdullah, accompagnato solo da un vero yemenita, Daifallah sa che l’unica via di fuga è lo Yemen, indipendente ed amico dell’Italia.

I due uomini devono prima di tutto procurarsi il denaro per pagarsi una traversata ; per motivi di sicurezza preferiscono cercare qualche contrabbandiere che non si ponga troppe domande. Ecco che l’agiato ufficiale di cavalleria, frequentatore della famiglia reale e del bel mondo si trova a vivere in una baraccopoli nelle vesti di venditore d’acqua. Si accorda con un anziano che possiede un mulo e ogni mattina si reca al pozzo per poi percorrere quattro chilometri e rivendere l’ “oro blu” per le vie del centro. Amedeo lo sostituisce nell’attività, spartendo i guadagni, e in breve tempo, grazie alla sua intraprendenza, riesce a racimolare la somma necessaria per ottenere un passaggio su una barca di contrabbandieri contattati da Daifallah.

Purtroppo a metà del tragitto vengono trasbordate sul natante alcune casse di fucili ed il capitano della nave, diffidente verso i due passeggeri, li riporta sulla riva eritrea timoroso che, una volta a destinazione, possano denunciarlo alle autorità. I due malcapitati sbarcano sulla riva del deserto dancalo e vengono aggrediti da alcuni pastori che li derubano di tutti gli averi dopo averli picchiati selvaggiamente. Malconci e quasi nudi devono trovare una soluzione: o tornare a Massaua dopo un lungo percorso o tentare la via più breve che comporta l’attraversamento dell’infernale deserto della Dancalia. Scelgono la via del deserto, quasi un suicidio. Dopo due giorni sono allo stremo delle forze, la piccola riserva d’acqua terminata, la pelle scottata dal sole.

Si sdraiano ed attendono la morte, è il calar del sole. Ad un certo punto vedono un puntino all’orizzonte che cresce pian piano: un uomo su un cammello. E’ un altro dancalo pronto ad ucciderli? Non importa, morti per morti rischiano ed attirano l’ attenzione del cammelliere. Hanno fortuna, è uno yemenita che porta pesce e verdure al mercato. Si chiama Al-Sayed Ibrahim al_Yamani ed è un discendente del profeta che, come prescrive il Corano, considera il soccorso di correligionari un compito sacro. Li accompagna alla sua casa senza far troppe domande. Qui i due si riprendono ed il loro ospite è così colpito da Amedeo, che continua a dichiararsi yemenita, tanto da offrirgli in sposa la bellissima figlia.

Amedeo ha una crisi di coscienza: non è forse arrivato il momento di riposarsi, vivere una vita tranquilla, pescando e coltivando l’orto, fare dei figli con una donna stupenda ? La guerra è persa, il destino incerto, Bice forse lo considera morto e si è fidanzata con un altro. Vale la pena di correre altri rischi per il senso dell’onore perseguendo il sogno di una donna che lo attende ancora in Italia? Dopo molte incertezze Amedeo decide di rischiare. Ringrazia il suo benefattore che accompagna lui ed il  fedele Daifallah fino alla periferia di Massaua regalandogli anche il denaro necessario per la traversata. A loro si uniscono altri cinque componenti del Gruppo Bande e questa volta la traversata ha buon esito.

Non appena sbarcato a Hodeida, porto nello Yemen, Amedeo dichiara la sua vera identità all’incredulo funzionario della dogana che, nel dubbio, lo butta in prigione dove lo interroga più volte fino a quando si convince ad informare dell’accaduto l’Imam Yahia. La reale identità di Guillet viene confermata dalla richiesta degli Inglesi, informati della sua presenza da spie locali, di farselo consegnare per poterlo processare. L’Imam, che diffida dei britannici, incuriosito, convoca Amedeo a San’a, la capitale,  e resta affascinato dal racconto delle sue avventure. Saputo che è un esperto di cavalli, lo libera e gli affida non solo la gestione della sua scuderia, ma anche il compito di precettore del figlio Ahmed. La guerra privata del tenente Guillet è terminata.

Fotografia ufficiale del re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia

Dalla Monarchia alla Repubblica

Dopo circa un anno di permanenza al servizio del monarca, Amedeo prende congedo; è l’ estate del 1943 e si imbarca sulla nave della Croce Rossa “Giulio Cesare” con destinazione Taranto. Per sfuggire ai controlli degli Inglesi il comandante, a cui ha rivelato la sua vera identità, lo ricovera nella zona della nave riservata ai malati di mente. Durante la navigazione giunge via radio la notizia che Mussolini è caduto e, finalmente, il 2 settembre 1943, Guillet arriva a Taranto. Non ha tempo per recarsi a Napoli o a Capua dalla famiglia o da Bice. Forse ha anche il timore di scoprire che la sua amata si è dimenticata di lui. Deve onorare la parola data ai suoi uomini prima di partire per lo Yemen: tornare in Eritrea per riprendere la lotta.

Si reca immediatamente a Roma e convince i suoi superiori ad autorizzare una missione in Eritrea al suo comando: denaro, mortai, mitragliatrici pesanti, adeguato munizionamento ed un medico trasportati via aerea sarebbero bastati a far insorgere l’Eritrea e a cacciare gli Inglesi che, troppo sicuri, hanno sguarnito la regione. Ma il progetto viene interrotto dalla resa dell’otto settembre. Amedeo si reca a Brindisi ed incontra il re Vittorio Emanuele III che si dilunga in domande circa le gesta di Guillet. Il vecchio sovrano (certamente non noto per la sua empatia) dimostra, in quell’occasione, una viva commozione verso il giovane ufficiale. Amedeo, che ha nel frattempo ha ottenuto il grado di maggiore, entra nel SIM, i nostri servizi segreti. E’ finalmente giunto il momento di ricongiungersi con i suoi genitori ed il fratello, anch’egli ufficiale di carriera, e di andare a trovare Bice.

L’incontro con la ragazza conferma l’amore reciproco: la sua Penelope l’ha aspettato per tutti questi anni, certa che sarebbe tornato da lei vivo e vegeto. Anche in questa occasione emerge la dirittura morale di Amedeo che, a tu per tu con Bice, le racconta dettagliatamente di Kadija. E, da par suo, Bice si comporta come Amedeo forse neppure sperava : si commuove al racconto e conclude che è debitrice verso la ragazza etiope perché ha avuto cura di lui. I due realizzano finalmente il loro sogno sposandosi a Napoli il 21 settembre 1944. Continua la sua opera nel SIM svolgendo pericolose missioni in territorio nemico, tra cui quella di recuperare la corona del Negus dalle mani nemiche; il gioiello verrà restituito dal governo italiano come primo atto di amicizia nei confronti dell’ex colonia.

Nel dicembre 1945, a guerra finita, Guillet rientra in Eritrea, ancora occupata dai Britannici, nell’ambito di una missione italiana. Ne approfitta per rivedere alcuni dei protagonisti della sua avventura : gli amici italiani ed eritrei che l’hanno ospitato a rischio della propria vita, i suoi vecchi commilitoni indigeni e Sayed Ibrahim, l’uomo che lo aveva salvato nel deserto dancalo. Quest’ultimo non lo riconosce, ma narra con piacere a questo ufficiale italiano di come salvò due uomini ( o forse erano due angeli inviati da Allah per permettergli di compiere una buona azione). Guillet non si fa riconoscere, non vuole distruggere un bel sogno, ma gli chiede se ha bisogno di qualcosa. Il vecchio risponde che non gli serve nulla, si lamenta solo del pozzo danneggiato.

Una volta salutato il suo salvatore, Amedeo dà disposizioni affinchè venga riparato il pozzo a sue spese e in forma anonima. L’ultimo incontro è quello più difficile per lui, che avrebbe evitato se non avesse promesso a Bice di farlo a tutti i costi. Incontra Kadija in una sala da te eritrea. I due si abbracciano e restano per lungo tempo silenziosi tenendosi per mano. Lei è sempre bellissima e fiera, anche se non riesce a trattenere l’emozione. Gli chiede se si è sposato, e alla sua risposta affermativa, sospira melanconica. A quel punto Amedeo le consegna un braccialetto di diamanti, dono dell’altra donna della sua vita, Bice, che vuole ringraziare Kadija per quanto ha fatto per il marito. Poi i due si lasciano per sempre.

Amedeo e Bice Guillet

Con la proclamazione della repubblica il tenente colonnello Guillet, tradizionalmente monarchico, rassegna le dimissioni. Si reca a trovare il re, Umberto II, prima che questi lasci l’Italia per l’esilio. Il re gli rimprovera la scelta: “Prima l’Italia” lo ammonisce. Ma lo ricompensa per l’amicizia e per l’eroismo dimostrato conferendogli il titolo di barone. Amedeo riflette sul colloquio avuto e decide di continuare a servire il suo Paese in altra veste: quella di ambasciatore. Ritorna come addetto militare in Yemen. Ora sul trono c’è il suo pupillo di cui è stato precettore. Come reagirà Ahmed davanti all’uomo che ha rinunciato agli onori per tornarsene a casa? L’Imam guarda severamente l’imbarazzato Amedeo, poi si apre ad un sorriso e gli dice: “Così, Ahmed Abdullah, sei tornato a casa, finalmente”.

Dopo questa positiva esperienza altre ne seguono in vari Paesi. In Marocco, durante un ricevimento, ha l’occasione di dimostrare ancora una volta il suo coraggio quando scoppia un conflitto a fuoco nel palazzo reale nell’ambito di un fallito golpe. Amedeo riesce a porre in salvo, oltre a Bice, anche diversi diplomatici europei presenti. Terminato il servizio diplomatico si ritira in Irlanda ad allevare cavalli di razza. Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli conferisce la Gran Croce dell’Ordine Militare d’Italia, la più alta onorificenza militare del nostro Paese.  Amedeo Guillet  muore a Roma il 16 giugno 2010 a 101 anni.

Quella di Amedeo Guillet è una delle figure più affascinanti che si possano trovare nella storia moderna. Il suo valore è stato riconosciuto a livello istituzionale con le maggiori decorazioni militari sia monarchiche che repubblicane. Eppure, salvo qualche articolo in occasione della sua morte ed un ritratto fatto da Indro Montanelli nel suo libro “Gli incontri”, sono stati i suoi ex nemici a dedicargli maggiore attenzione con due ottimi testi, ormai non più in commercio. Oltre a Montanelli è stato Minoli a ricordarlo in vita con una puntata del programma “La storia siamo noi”.

La vita del barone Guillet sembra uscita da un romanzo di Wilburn Smith o di Marco Buticchi. E’ stato un uomo di larghe vedute, che non si è mai fatto condizionare dal contesto che lo circondata. Non è stato antisemita, anzi, ha aiutato una famiglia ebraica ed ha addirittura costituito un reparto di ebrei africani andando contro le folli leggi razziali mussoliniane. E’ stato capo ed amico dei suoi soldati coloniali, incitandoli col suo esempio, parlandone la lingua e rispettandone gli usi e tradizioni. E questi uomini l’hanno ripagato stando con lui fino alla fine; senza che si verificasse un solo caso di diserzione. E’ andato oltre la barriera religiosa, abbracciando il cattolicesi e l’islamismo cercandone i numerosi punti in contatto invece di sottolinearne le diversità e prodigandosi sempre per l’unità tra le tre religioni monoteiste.

Ha amato due donne molto diverse tra loro in maniera diversa, ma sempre con rispetto ed onestà. Ha abbinato il coraggio all’intelligenza, il senso dell’onore e del dovere con il rispetto della vita umana, combattendo una guerra con un senso della cavalleria che gli è stato riconosciuto dagli avversari. Ha sofferto pene indicibili senza arrendersi mai. Un’altra nazione, come detto, lo avrebbe celebrato come un eroe in ogni forma possibile. L’Italia, invece, non gli ha dedicato neppure un monumento. Forse non gli è stato perdonato di aver combattuto una guerra che non vogliamo ricordare.

Risorse in rete

  • “La storia siamo noi” Amedeo Guillet: La Leggenda del Comandante Diavolo; reperibile su You Tube

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Sebastian O’Kelly, Amedeo, Rizzoli, 2002.
  • Vittorio Dan Segre, La guerra privata del tenente Guillet, Corbaccio, 1993.
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Maurizio Quaregna

Maurizio Quaregna

Appassionato di storia del XIX e XX secolo, è membro dell'associazione culturale "International Churchill Society Italia".

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