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Vita di Amedeo di Savoia terzo Duca d’Aosta

Amedeo di Savoia racchiude le caratteristiche del nobile avventuroso dell’inizio del secolo scorso: esploratore, africanista (parlava 9 dialetti), soldato, aviatore. Ma sono rilevanti anche le contraddizioni del personaggio. Appartiene al gotha europeo, ma va a lavorare come operaio in Congo; viene educato in collegi prestigiosi, ma mantiene un carattere anticonformista; è un buon soldato sul campo, ma pessimo stratega; ha una visione chiara di quello che vuole fare, ma viene influenzato da Mussolini e i suoi gerarchi incapaci. Eppure, malgrado ciò, la sua fine tragica, la sua nobiltà d’animo, la sua visione del progresso, il suo carattere dignitoso e alla mano nel tempo stesso, ne fanno un personaggio affascinante nello scenario dell’epoca. E, facendo correre la fantasia (ma poi neppure troppo), si può immaginare quello che avrebbe potuto fare se le cose fossero andate diversamente.

di Maurizio Quaregna
9 Gennaio 2026
TEMPO DI LETTURA: 25 MIN
Il Duca in divisa coloniale

Il Duca in divisa coloniale

CONTENUTO

  • Amedeo Savoia-Aosta, un fanciullo vivace
  • Dalla trincea all’Africa
  • Libia, deserto e nozze
  • Il Castello di Miramare
  • Amedeo D’Aosta diventa Viceré in Etiopia
  • La prima fase del conflitto
  • Il crollo dell’Impero
  • Amba Alagi
  • La prigionia e la morte del Duca d’Aosta

Amedeo Savoia-Aosta, un fanciullo vivace

Amedeo, Umberto, Isabella, Luigi Filippo, Maria di Savoia, terzo duca d’Aosta viene alla luce a Torino il 21 ottobre 1898, a Palazzo Cisterna, residenza di famiglia in città. I genitori sono Emanuele Filiberto, secondo duca d’Aosta ed Hélène d’Orléans, discendente della famiglia reale francese spodestata nel 1848. L’allora re d’Italia Umberto I gli fa da padrino, mentre la madrina è la nonna materna, Isabella, contessa di Parigi. I Savoia-Aosta sono il ramo cadetto della dinastia che è attualmente sul trono italiano; prima del neonato abbiamo avuto il nonno Amedeo, che per un paio d’anni fu Re di Spagna, ed Emanuele Filiberto, che passerà alla storia come il “Duca Invitto” comandando la “Terza Armata” durante la Prima Guerra Mondiale senza mai essere sconfitto.

Con i regnanti  Savoia Carignano  che li vedono come possibili usurpatori, il rapporto è conflittuale; anche perché gli Aosta non fanno molto per celare le loro ambizioni; una rivalità che è proseguita fino ai giorni d’oggi.  Nasce, dunque, in una famiglia non solo strettamente imparentata con i Re d’Italia, ma legata da vincoli di sangue e appartenenza con alcuni tra i  più prestigiosi casati europei. Questi rapporti vengono consolidati quando, all’età di nove anni, dopo una prima infanzia trascorsa serena con il fratello minore Aimone a Napoli, viene inviato a studiare in un collegio in Inghilterra.

Il carattere vivace ed insofferente alle regole del ragazzo, infatti, convince la madre della necessità di una severa educazione al St. Andrew, dove entra in contatto con gli altolocati pargoli delle principali famiglie del Commonwealth britannico. Ma Amedeo non si adatta alla rigida vita del college ed i genitori devono fare dietro-front richiamandolo in Italia ed iscrivendolo al collegio militare della Nunziatella, dove riceve una buona educazione ginnasiale. Ma continua a manifestarsi il suo spirito ribelle, anticonformista e portato allo scherzo che lo contraddistinguerà per tutta la vita. Cresce sano grazie all’attività sportiva, di una statura di gran lunga superiore a quella dei suoi coetanei e, pur non eccellendo negli studi per la cronica mancanza di concentrazione, grazie alla capacità di afferrare velocemente i concetti passa gli esami senza eccessivi problemi.

Dalla trincea all’Africa

La vita scorre serena fino al 1915 quando, con l’entrata in guerra dell’Italia, seppur non ancora maggiorenne ottiene, grazie ad una deroga concessa dal re, l’autorizzazione ad arruolarsi volontario. Il padre, comandante d’armata, raccomanda al generale Carlo Petitti di Roreto, sotto il quale serve Amedeo, di trattare il figlio come un soldato qualsiasi. Viene accontentato ed il giovane Savoia-Aosta è fin da subito artigliere in zona di guerra quale soldato semplice, condividendo pericoli e disagi con i suoi commilitoni. Partecipa a numerosi combattimenti sia a Caporetto che a difesa della linea del Piave fino alla vittoriosa battaglia di Vittorio Veneto.

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Termina il conflitto con il grado di capitano e due medaglie, d’argento e di bronzo, al valor militare. Le privazioni subite in guerra minano il fisico del giovane, che deve essere ricoverato nel 1919 per un’affezione agli apici dei polmoni da cui si riprende completamente solo dopo mesi di cure. Il clima nel primo dopoguerra è carico di incertezze e di violenza causate dall’insoddisfazione dei reduci, dagli scontri tra le fazioni politiche e dalla crisi economica. Amedeo si trova impotente davanti a tale deterioramento ed accetta volentieri l’offerta da parte del suo amatissimo zio Luigi di accompagnarlo in una spedizione geografica in Somalia. Luigi, Duca degli Abruzzi, è una figura leggendaria.

Esploratore sia per terra, in Alaska e al Polo, che per mare, con la circumnavigazione del globo, scalatore esperto, ha un’amore particolare per l’Africa che trasmette al nipote. Il primo viaggio  che compiono insieme ha lo scopo di avviare uno stabilimento agricolo-industriale nella Somalia Italiana. Nei sei mesi trascorsi nel Continente Nero compiono anche vaste ricognizioni fino all’Etiopia, esponendo al ritorno i risultati scientifici all’Accademia delle Scienze di Torino di cui Luigi è socio. Ha una influenza estremamente positiva sul giovane Amedeo, il quale in questo periodo comprende come incanalare positivamente la propria energia e voglia di avventura nei viaggi e nella vita a contatto con  la natura.

Con questo zio ha un rapporto di confidenza che non riesce a raggiungere con il severo padre ed accetta da lui una forma di disciplina imposta con l’esempio e la condivisione, invece che in modo autoritario. Rientrando dalla Somalia Amedeo contrae la malaria e deve essere sbarcato a Zanzibar dove rimane tra la vita e la morte per diversi giorni. Gli occorre un mese per poter riprendere il viaggio e tornare in Italia, dove viene assegnato prima ad un reggimento a Palermo ed in seguito, nel 1921, all’Accademia di artiglieria a Torino al cui termine, all’inizio dell’anno seguente, chiede un congedo per recarsi in Congo a lavorare. Il “mal d’Africa” lo porta ad effettuare  questa esperienza singolare per un nobile dell’epoca.

Alcuni biografi imputano la scelta al costante disagio che prova per il clima di violenza e di incertezza che avvolge l’Italia. Altri lo classificano come una punizione per un commento che, in linea con il carattere, si è lasciato sfuggire a corte. Al passaggio della coppia reale, avrebbe detto, a voce troppo alta: “ecco Curtatone e Montanara”. Il riferimento alle due battaglie risorgimentali cela una ironia un poco grezza su Vittorio Emanuele III, basso di statura e sulla consorte Elena, originaria del montuoso Montenegro. Sembrerebbe che per non peggiorare i rapporti già non idilliaci tra i due rami dei Savoia, si sia imposta una “pausa di riflessione” africana all’incauto Amedeo.

In ogni caso ecco il rampollo degli Aosta partire sotto il nome di Amedeo della Cisterna per Stanleyville dove lavora come operaio in una fabbrica di sapone. Si applica con impegno nei compiti assegnati, alternando nel tempo libero la compagnia dei colleghi con escursioni nelle foreste. Da operaio passa prima ad impiegato per poi diventare vice direttore dello stabilimento. Dopo un anno è pronto per tornare a casa intraprendendo al ritorno un viaggio all’interno del continente fino in Kenya.

Libia, deserto e nozze

Amedeo ed Anna il giorno delle nozze

Al ritorno in Italia lo troviamo per due anni di stanza a Palermo, dove frequenta la facoltà di giurisprudenza laureandosi nel dicembre 1924 con una tesi di diritto coloniale che rivela una mente aperta e progressista. In questo periodo viene attratto, come la maggior parte degli italiani, da Benito Mussolini, visto come portatore d’ordine e paladino del nazionalismo. Nel 1925, dopo un viaggio in Europa eccolo nuovamente in Africa a percorrere oltre 1.500 chilometri a piedi e a dorso di mulo dalla Somalia fino all’attuale Tanzania.

Nello stesso anno ottiene di prestare servizio in Libia. Questo incarico è osteggiato da alcuni gerarchi di Tripoli che non gradiscono la presenza di un membro della casa reale che ficchi il naso nei loro affari. Per evitare imbarazzi ed assecondando la sua sete di avventura Amedeo sollecita una destinazione alla periferia dei territori conquistati, venendo immediatamente soddisfatto con l’invio in uno sperduto accampamento. Qui può addestrare i propri uomini e nel contempo fare escursioni nei dintorni compiendo studi geografici che trasmette alla Reale Società Geografica, imparare la lingua araba e prepararsi per il corso alla Scuola di Guerra.

In questa occasione conosce il maggiore Giovanni Battista Volpini, che resterà al suo fianco come aiutante fino alla tragica morte sull’Amba Alagi. Nel 1926 torna in Italia per frequentare la Scuola di Guerra e nel contempo  acquisisce il brevetto di pilotaggio; negli anni seguenti conseguirà le abilitazioni per volare sui principali aerei militari italiani. A fine anno torna in Libia dove, al comando delle truppe montate su dromedari dette “meharisti”, effettua ripetute azioni contro forze ribelli.

Con i suoi uomini condivide il pericolo in prima linea e i disagi della vita nel deserto. Il giovane ribelle si è trasformato in un uomo sicuro di sé, dotato di carisma, rispettato dai suoi uomini. Sempre nel 1926 si fidanza con sua cugina, la principessa Anna di Borbone-Francia, che sposa il 5 novembre 1927 con una sfarzosa cerimonia a Napoli, alla presenza del principe Umberto di Savoia in rappresentanza della casa regnante. Il viaggio di nozze consiste nel trasferimento in Libia ed è di breve durata: Amedeo torna alla sua guarnigione di confine ed Anna rimane a Tripoli come crocerossina.

Il Castello di Miramare

Nel 1929 si svolge una intensa campagna militare per riconquistare una serie di oasi cadute nelle mani dei ribelli. L’esercito italiano si muove su due colonne: una guidata dal colonnello Maletti e l’altra agli ordini del generale Graziani a cui è aggregato anche il reparto di Amedeo d’Aosta. Il duca effettua con i suoi uomini una marcia di 2.000 chilometri in due mesi, tra bufere di ghibli, il vento sahariano, e frequenti combattimenti, risultando decisivo nella battaglia di Bir Tagriff. La campagna porta alla conquista della regione meridionale libica, il Fezzan, e nell’ultima parte Amedeo svolge un’azione pacificatrice di soccorso verso la popolazione, stremata dalla guerra.

Oltre al combattimento a terra effettua voli di ricognizione con un caccia per rilevare le posizioni delle formazioni nemiche, dando così libero sfogo alla sua grande passione per il volo. Per il suo comportamento gli viene concessa la croce di ufficiale dell’Ordine militare di Savoia. Nel 1931 Amedeo rientra definitivamente in Italia e prende servizio nell’esercito metropolitano con il grado di colonnello. Si trasferisce con la famiglia a Trieste nel Castello di Miramare, tristemente noto per essere stata la residenza dello sfortunato arciduca Massimiliano d’Asburgo che, divenuto imperatore del Messico, sarà fucilato in quel Paese.

La maledizione continuerà anche con Amedeo, che morirà – come vedremo – in giovane età in prigionia all’estero. A Trieste trascorre momenti felici con la moglie e la figlia primogenita Margherita ( la coppia avrà un’altra figlia, Maria Cristina, nel 1933) e riesce ad ottenere nel 1932 l’autorizzazione a passare dall’artiglieria all’aeronautica mantenendo il grado di colonnello, coronando così il suo sogno di volare,  ed assumendo il comando di uno stormo di caccia a Gorizia; nel 1934 viene promosso generale . Ma non sono solo rose nel periodo triestino: il 4 luglio 1931 muore il padre.

Amedeo diventa il terzo Duca d’Aosta. Pur nutrendo simpatie per il Fascismo, Amedeo è diffidente verso il Nazismo e guarda con preoccupazione all’alleanza tra Italia e Germania. Proprio questi dubbi lo portano nel 1936 ad intraprendere una visita nel III Reich. A Berlino incontra il Fuhrer Adolf Hitler che trova “intelligente, ma pericoloso” e i massimi esponenti nazisti, tra cui Hermann Goering che gli mostra la flotta aerea con i più moderni apparecchi e gli confida che l’esercito tedesco ha effettuato manovre combinate in territorio russo con l’Armata Rossa. Il rapporto che invia allo stato maggiore e al duce prevede una guerra a breve scatenata dai nazisti.

Amedeo D’Aosta diventa Viceré in Etiopia

Alla fine del 1937 il Duca subentra a Rodolfo Graziani nella carica di viceré di Etiopia, recentemente conquistata La lunga esperienza maturata in Africa dove è venuto a contatto non solo con la realtà coloniale italiana, ma anche con quelle di Belgio, Francia e Regno Unito, lo porta ad avere una visione più aperta rispetto al sentimento generale. Ritiene superato il possedimento coloniale, che auspica venga sostituito  con istituti come il protettorato o il mandato coloniale quali tappe intermedie verso l’indipendenza dei popoli indigeni; al dominio intende sostituire una condivisione dell’amministrazione inserendo elementi locali nell’apparato decisionale delle colonie italiane.

L’eredità che riceve è particolarmente gravosa: l’amministrazione di Graziani è stata contraddistinta da violenze, esecuzioni capitali e distruzioni di interi villaggi  che portano  ad inimicare anche quella parte di popolazione che ha salutato inizialmente gli Italiani come dei liberatori dalla tirannide. La repressione di Graziani è così violenta da costringere Roma a sollevarlo dall’incarico sostituendolo con Amedeo. Mussolini detta l’agenda al Savoia: dignità della razza, problemi finanziari, militari e religiosi e autonomia dei governi locali. Il primo punto riguarda la preservazione della razza con la lotta contro il “madamato”, l’usanza, cioè, di avere una concubina indigena.

Tale pratica è sorta nella prima colonia, l’Eritrea, complici due fattori: la scarsità di donne italiane e l’indubbia bellezza e fascino delle donne del luogo. Fino al 1933 ai figli nati da queste unioni viene riconosciuta la cittadinanza italiana; in seguito i fanciulli devono sottoporsi ad alcuni test prima di ottenere la cittadinanza alla maggiore età. Con la guerra di Etiopia si ha una ulteriore stretta arrivando a comminare una pena di cinque anni di prigione a chi intrattiene rapporti di convivenza con donne indigene. La legge ha in realtà una applicazione estremamente limitata e spesso ci si limita al rimpatrio del trasgressore.

Ma, almeno formalmente, Mussolini ci tiene affinchè le razze non si mischino mantenendone l’integrità. Gli altri punti sono ben più importanti ed urgenti. Il Duce vuole che l’A.O.I. raggiunga l’indipendenza economica dopo il completamento di un costosissimo piano di investimenti in infrastrutture in corso e, stante la distanza dalla madrepatria , deve altresì essere in grado di difendersi da sola in caso di conflitto. Questi due punti necessitano di anni di lavoro e lo scoppio del secondo conflitto mondiale ne impedirà la realizzazione con il crollo militare italiano in un lasso di tempo relativamente breve. Anche i rapporti religiosi sono delicati. In Etiopia convivono le religioni copta cristiana, mussulmana e animista. Amedeo, pur cattolico, prova una forte interesse anche per quella musulmana e per i pensatori orientali.

Occorre usare molta diplomazia per mantenere un atteggiamento equilibrato tra tutte, considerando anche che il solito Graziani ha compromesso i rapporti con la chiesa copta con una persecuzione sanguinosa e ottusa. Per ultimo vi è il problema dell’autonomia dei governi locali. Sono in essere due organismi per assisterlo nei suoi compiti il viceré : il Consiglio generale legislativo e la Consulta per l’AOI, quest’ultimo con una rappresentanza di notabili indigeni.

Giuseppe Nasi

Amedeo si mette subito all’opera. Può avvalersi dell’ aiuto di validi collaboratori come il generale Volpini e il generale Guglielmo Nasi, uno dei migliori generali italiani della Seconda Guerra Mondiale. Nasi è il suo braccio destro con le cariche di vicegovernatore generale e governatore dello Scioa, la regione dove ancora cova la rivolta contro il nuovo regime. Questo collaboratore fedele e di costumi austeri dimostra una particolare abilità nell’assicurarsi l’alleanza dei ras locali. Non sempre idilliaci sono i rapporti con la burocrazia e il partito fascista, i cui componenti, pur riconoscendogli il ruolo prioritario rivestito, spesso fanno notare che sono a diretto riporto del duce e solo a lui, in ultima analisi, devono rispondere.

Malgrado ciò il viceré svolge da subito il suo incarico con passione e competenza. Compie visite in tutte le sedi regionali incontrando non solo i collaboratori periferici, ma recandosi nei cantieri per ascoltare le necessità degli operai e dei tecnici che stanno costruendo strade e ponti. Si reca presso i villaggi per stringere i rapporti con quella parte di popolazione che è passata dalla parte degli Italiani e si attende un miglioramento della condizione di vita. Punta molto sull’associazionismo con gli Etiopi. E’ convinto che tutte le razze africane siano degne di rispetto per i valori e le tradizioni che rappresentano e considera gli Etiopi tra i popoli africani più evoluti. Il suo programma di pacificazione si basa su un miglior trattamento dei ribelli con la soppressione dei tribunali militari, la liberazione dei detenuti politici e il ritorno di quelli confinati in Italia o in altri luoghi in Africa.

Rivaluta sia la nobiltà, che Graziani aveva privato di potere e privilegi, sia i personaggi minori distribuendo cariche di “capi villaggio” e “capi distretto” con elargizioni di generose somme di denaro. Interviene anche in campo economico con lo sviluppo agricolo concedendo terre appartenute al Negus e all’erario ai nuovi colonizzatori, soprattutto a soldati congedati, aiutandoli con mezzi finanziari e assistenza tecnica. Evita l’esproprio di proprietà etiopiche per non aggravare la tensione con i ras locali. Sviluppa le piantagioni di caffè e di cotone e avvia quella di caucciù importando di contrabbando i semi dalle Indie Olandesi; quest’ultima attività non vede la luce a causa della guerra che interrompe la coltivazione.

Di grande importanza sono i lavori pubblici effettuati: nel 1940 risulteranno costruiti 7.000 chilometri di strade  e 25.000 di piste, acquedotti, dighe e bacini ed effettuate bonifiche su vasta scala. Importanti progressi si vedono anche nel settore sanitario con nuovi ospedali e ambulatori e la preparazione di sieri e vaccini per prevenire epidemie. L’istruzione veniva limitata, per gli indigeni, a scuole tecniche principalmente di agraria per rendere autosufficienti le prossime generazioni. Malgrado questo sviluppo politico-economico, l’Etiopia, a differenza delle colonie più antiche Eritrea e Somalia, è disseminata di focolai di rivolta e di violenza determinati da bande armate di locali, spesso considerevoli in numero e armamenti. Possiamo suddividerle in due tipologie diverse:

gli sciftà, briganti di professione, che costituiscono una piaga endemica della regione, effettuano razzie contro le popolazioni inermi e combattono contro gli Italiani;

gli arbegnuoc, ribelli provenienti dalle disciolte formazioni militari negussiane che proseguono la lotta contro l’invasore italiano mediante azioni di guerriglia.

arbegnuoc abissini

Entrambe le formazioni ricevono l’appoggio dalla Francia e dal Regno Unito anche dopo che questi hanno riconosciuto la conquista italiana. A partire dal 1939, quando la rivolta sembrava sopita per sempre, proprio l’intervento di diverse missioni di questi Paesi provvede a  rianimare i ribelli. Troviamo in prima linea a coordinare le azioni il generale William Platt, comandante delle forze in Sudan ed Archibald Percival Wavell, capo del settore mediorientale dell’impero britannico.

Le missioni prevedono forniture di armi, materiale, cibarie e il coordinamento tra le varie bande con una azione diplomatica tesa a ripianare le divergenze tra i vari ras.  Il Duca d’Aosta è a conoscenza di queste manovre che ritiene, giustamente, siano finalizzate a destabilizzare il fronte interno in previsione di un conflitto sempre più alle porte.  Alcuni attentati, fortunatamente sventati, alla sua persona, sembrano ideati dalle Potenze avversarie. Purtroppo il nostro servizio di informazioni militare, il SIM, non risulta altrettanto efficacie, sovrastimando in maniera esagerata le forze alleate; questo clamoroso errore di valutazione porterà a fatali conseguenze allo scoppio del conflitto.

Il Duca, per raccogliere in prima persona gli umori dei britannici in Africa, compie nel marzo del 1939 un viaggio a Karthum e Il Cairo accompagnato dal fedele Volpini  Dai colloqui con alte personalità britanniche  il Duca, sinceramente anglofilo, trae inizialmente auspici positivi circa la possibilità di accordarsi per evitare la guerra a fianco della Germania ed appoggia l’opera dell’ambasciatore a Londra, Dino Grandi, tesa a spostare l’alleanza da Berlino a Londra. Questa visione ottimistica è di breve durata: le continue notizie dell’intensificarsi della propaganda inglese verso le popolazioni etiopiche più propense a ribellarsi e l’incremento del flusso di armi a loro favore lo convincono che il conflitto è ormai inevitabile.

E’ ben conscio dell’inadeguatezza del proprio materiale bellico costituito da pezzi da fuoco del primo conflitto mondiale, della scarsità di aerei, mezzi di trasporto, della mancanza di postazioni antiaeree e di carri armati pesanti. Per questo motivo il 3 aprile 1940  si reca a Roma a conferire con Mussolini il quale lo rassicura circa la neutralità dell’Italia. Le richieste del Duca per rendere indipendente la colonia sono notevoli: mezzi corazzati, cannoni anticarro ed antiaerei, pneumatici, benzina e altro ancora. Mussolini promette e rassicura. Promesse vane: solo una parte modesta di quanto necessario arriverà  nei porti di Massaua e Mogadiscio.

La sua fiducia in Mussolini è scemata, mentre cresce quella nel collega e amico Italo Balbo, governatore in Libia, il quale dice al duce  che quando si è conquistato un impero bisogna conservarlo con la pace. Amedeo guarda anche a Galeazzo Ciano in cui spera di trovare un alleato, ma si illude: il conte è ancora sotto l’influsso de suocero e considera Mussolini infallibile. Amedeo, allora, rivolge le sue speranze verso il re Vittorio Emanuele III il quale è a conoscenza delle pessime condizioni delle forze armate e del sentimento negativo della popolazione verso la guerra. Ma l’idea che il re agisca, magari ponendo Ciano al posto di Mussolini per rassicurare i Fascisti della continuità del potere, se mai è esistita, abortisce subito.

A questo punto il Duca pensa di dimettersi, ma riflette che l’abbandono dei suoi uomini in un momento così difficile non sarebbe degno del nome che porta e della sua storia. Rientra, pertanto, ad Addis Abeba, sempre più preoccupato dall’azione eversiva degli inglesi che fanno arrivare in Sudan il deposto Negus Hailé Selassieé. Pur consapevole dell’inadeguatezza dei mezzi a disposizione valuta con il suo Stato Maggiore un piano per attaccare il nemico subito dopo la dichiarazione di guerra per sfruttare l’iniziale vantaggio numerico di cui gode. La sua convinzione è che l’A.O.I. possa essere la base per azioni offensive verso il Sudan e l’Egitto che porterebbero, se non il ricongiungimento con l’armata libica, alla dispersione delle truppe del Commonwealth su un fronte estremamente vasto.

Un altro attacco viene previsto verso la Somalia britannica ed Aden per chiudere, con il possesso del mar Rosso, la via verso il canale di Suez. Molti punti sono a sfavore del piano: le pessime strade in Sudan , i difficili collegamenti con l’Egitto e, come più volte ribadito, la scarsità dei trasporti, dei carri armati e degli aerei  Ma molti storici militari danno ragione ad Amedeo nell’ipotizzare che un colpo di maglio deciso avrebbe provocato il caos, distolto ulteriori truppe da altri settori (Egitto e Grecia) ed impedito i rifornimenti alle truppe britanniche e sudafricane. Per dirla brutalmente: il topo si poteva trasformare, almeno in un primo periodo, in gatto.  Ma Roma, nella sua incompetenza, non è d’accordo.

Mussolini ritiene che la guerra in cui sta trascinando il suo Paese sarà di  breve durata, al massimo sei mesi; è consapevole che oltre si profilerebbero gravi problemi di sostenibilità dello sforzo bellico. Il suo entourage è ancora ammaliato dalla leggenda dell’infallibilità del Duce e tace per servilismo e convenienza. Poche, come abbiamo visto, sono le voci coraggiose che hanno  espresso al Capo i dubbi e le riserve. Il re non condivide, ma si adegua, tradendo la sua funzione istituzionale ancora una volta. Dalle testimonianze di chi l’ha incontrato in quei giorni cruciali, Amedeo d’Aosta ha una chiara visione del futuro che attende l’Italia. Non parteggia per la Germania di Hitler, essendo uno dei pochi stranieri ad aver letto e compreso il Mein Kampf, manifesto politico nazista.

Prevede lucidamente un andamento del conflitto simile a quello della guerra precedente: successi tedeschi iniziali poi l’intervento americano sarebbe stato fatale per Berlino. Ed è, soprattutto, consapevole di quanto capiterà nell’Impero. Torna ad Addis Abeba certo che va in Etiopia per perdere, vi si reca per un senso dell’onore, per non abbandonare la sua gente. E non parliamo solo degli Italiani, ma anche delle migliaia di Eritrei  che da anni sono legati al nostro Paese e che lotteranno con lui fino all’Amba Alagi, sfilando insieme ai commilitoni metropolitani davanti ai reparti inglesi che rendono loro l’onore delle armi.

La prima fase del conflitto

Da questo momento Amedeo, rispettoso delle gerarchie, chiede istruzioni o conferme dei suoi piani a Roma e al suo capo di Stato Maggiore, il generale Carlo Trezzani, impostogli da Mussolini. Trezzani è un ottimo teorico, ma è completamente a digiuno di importanti incarichi sul campo e non conosce l’Africa. Alcune decisioni che si riveleranno catastrofiche sono da lui “suggerite”, ma in perfetta buona fede. I vertici dell’A.O.I. dipendono da Pietro Badoglio il quale lui sì conosce bene l’Etiopia, avendola conquistata. Ma il Maresciallo segue la linea di Mussolini, pensa ad un conflitto rapido: inutile sprecare mezzi e vite umane in avventate spedizioni; “stare calmi” è il suo ordine.

Difendere il territorio con qualche modesta conquista che può aiutare al tavolo delle trattative per ottenere di più. Assistiamo, in sintesi, al solito pressapochismo condito da ingiustificato ottimismo che caratterizza tante disastrose decisioni prese nella Seconda Guerra Mondiale. Badoglio conferma al Duca le direttive che si riassumono in “tutelare all’interno e difendere all’esterno l’integrità politica e territoriale dell’Impero”. Ciò significa schierare le truppe su una linea di 4.800 chilometri di frontiera mantenendo forti presidi nelle zone interne ove opera la guerriglia etiope supportata dagli Inglesi. Questa strategia è disastrosa in quanto rende impossibile alle riserve, che ricordiamo non sono motorizzate,  di intervenire tempestivamente per rinforzare le zone oggetto di attacco alleato.

Meglio sarebbe stato, secondo molti esperti, arroccarsi sull’acrocoro etiope per sbarrare il passo agli Alleati da una posizione di forza, annullando in questo modo la superiorità nemica in mezzi corazzati e mobilità. Dopo la dichiarazione di guerra il 10 giugno 1940 il Duca viene autorizzato a compiere alcune operazioni oltre il confine del Sudan e del Kenya e sollecitato da Badoglio ad occupare la Somalia Britannica. Gli scopi di quest’ultima operazione sono duplici. Dal punto di vista militare ridurre il fronte da 1.150 km ai 700 km di costa sul mar Rosso e dal quello politico registrare una vittoria da far pesare in caso di resa dell’Impero britannico. Il compito viene affidato all’ottimo Nasi che ha sulla carta una netta superiorità numerica sugli avversari.

Ma le truppe italiane si trovano davanti a strade non più esistenti, notizie inesatte, fortificazioni inaspettate, ostacoli vari. Quella che doveva essere una “passeggiata” si trasforma in un mezzo disastro: il territorio viene conquistato, ma i britannici fanno in tempo ad evacuare Berbera  verso Aden lasciando un bottino inadeguato a compensare la perdite subite dai nostri soldati. Il risultato è un ulteriore indebolimento del Regio Esercito in termini di uomini e, soprattutto di materiali e mezzi a fronte della conquista di una terra inospitale e sterile, strategicamente di non primaria rilevanza. Dal punto propagandistico è un successo: anche Churchill, nelle sue memorie, esprime l’insoddisfazione provata per questa sconfitta, l’unica, al momento, inflittagli dagli Italiani.

Con questa conquista cessa l’azione di attacco italiana, come pure terminano le indicazioni contradditorie di Badoglio, destituito dall’incarico di capo di stato maggiore a causa dei rovesci subiti in Nord Africa e in Grecia. A dicembre 1940 è la volta dei britannici di fare una puntata offensiva, questa volta in Somalia a El Uach, per saggiare le nostre difese . L’azione, condotta con truppe interamente autotrasportate, con  carri armati, moderni cannoni e un adeguato appoggio aereo, è un successo completo. Le truppe italiane, costituite principalmente da Somali, pur combattendo coraggiosamente, cedono. Gli Alleati, soddisfatti, si ritirano.

Incredibilmente il viceré apprende la notizia da “Radio Londra”! Chiede al comandante del settore, il generale Gustavo Pesenti, di riferire circa la dinamica dei combattimenti, ma la risposta non lo soddisfa e, con il fedele Volpini, vola a Mogadiscio. Qui, il giorno di Natale, Pesenti gli propone una pace separata con gli Inglesi per salvare l’impero ed, eventualmente, schierarsi con gli Alleati contro l’Italia fascista. C’è ne è abbastanza per il plotone d’esecuzione, ma il Duca, che riconosce al suo interlocutore la buona fede ed è anch’egli convinto che Mussolini stia portando il Paese al disastro, si limita a rimandarlo a casa.

Pesenti viene posto in congedo senza che siano presi provvedimenti nei suoi confronti. Alcuni storici hanno collegato questo episodio ai tentativi inglesi fatti direttamente nei confronti del Duca per staccare la colonia alla madrepatria e trovare in Amedeo un nuovo De Gaulle.  Ma come disse lo stesso Duca, lo statista francese si era ribellato ad un governo collaborazionista con il nemico, mentre nel suo caso si sarebbe trattato di tradimento nei confronti del proprio Paese e della dinastia di cui fa parte.

Il crollo dell’Impero

Il Duca in divisa coloniale

Il 10 gennaio 1941 si tiene ad Addis Abeba una riunione a cui partecipano, oltre che Amedeo e il generale Trezzani, i vertici militari e civili nel corso della quale si stabilisce di ripiegare su ridotti maggiormente difendibili rinunciando alla difesa dei confini. Da questo momento si succedono ordini contraddittori che evidenziano non solo evidenti divergenze di vedute tra il Duca e Trezzani, suo capo di stato maggiore, ma anche tra quest’ultimo e i comandanti dei vari scacchieri. Le truppe eseguono il ripiegamento in ritardo, troppo lente rispetto ai nemici che avanzano con colonne motorizzate.

Sul fronte settentrionale si cerca di fermare il nemico a Cheren, un complesso di montagne che sbarra il passo verso l’Asmara. Nasce una delle più sanguinose e lunghe battaglie tra fanterie della Seconda Guerra  Mondiale. Le truppe italiane, che resistono coraggiosamente non possono più contare sull’appoggio aereo in quanto la regia Aeronautica ha di fatto cessato di esistere. Il viceré chiede inutilmente a Roma  l’invio di bombardieri per tenere le posizioni. Più volte si reca al fronte per osservare la situazione, ma la condotta del comando generale è contraddistinta da incertezze e debolezza.

La suddivisione della difesa dell’impero in “scacchieri” rende autonomi i singoli comandanti che a volte peccano di egoismo evitando di portare rinforzi ai colleghi temendo di indebolire le proprie posizioni, e quando non ci pensano loro ci si mette Addis Abeba a negare interventi a  volte risolutivi. A ciò si aggiunge una visione errata della situazione sul campo. Cheren ne è una dimostrazione. Al generale Nasi viene proibito di portare rinforzi al generale Carmineo, che comanda le truppe  a Cheren. Trezzani interpreta la sosta nei combattimenti come la rinuncia all’attacco da parte degli Inglesi, mentre questi, all’opposto, si preparano a sferrare una offensiva in grande stile.

Il risultato è che le truppe del Commonwealth sfondano il fronte e quelle italiane, decimate, ricevono l’ordine di ritirarsi per non venire circondate, aprendo così la strada al nemico verso la conquista totale dell’Eritrea. Peggio ancora va in Somalia. Amedeo di Savoia vorrebbe impostare una strategia che vede il fiume Giuba difeso da “bande” coloniali somale con il grosso dell’esercito che colpisce i fianchi del nemico. Trezzani obietta che per questo piano occorrerebbe avere truppe motorizzate che, invece, sono assenti.

Propone una difesa ad oltranza sia a Giuba che a Chisimaio. Amedeo, ancora una volta, si piega alle decisioni del suo sottoposto. Il disastro è totale con le truppe sudafricane che “passeggiano” fino a Mogadiscio, dichiarata “città aperta”. Un’altra colonna attraversa fulmineamente il centro dell’Etiopia, agevolata e accompagnata dai ribelli locali, sempre più numerosi, armati e, malgrado gli appelli alla moderazione del Negus, assetati di vendetta.

Amba Alagi

Le priorità diventano due: preservare i civili  e resistere il più possibile militarmente. Le autorità italiane sono preoccupate per le violenze degli sciftà a cui si sono aggiunti i disertori delle truppe coloniali che approfittano del vuoto di potere per saccheggiare, uccidere e violentare sia i locali che gli Italiani. La difesa degli inermi  viene assunta dai coraggiosi uomini della P.A.I. ( la polizia coloniale), assistiti da volontari locali e coloni; dinnanzi alla violenza cadono le barriere sociali e razziali come avviene a Dire Daua ove un gruppo di difensori composto da una trentina di uomini, sia italiani che etiopi, respingono centinaia di banditi impedendo che invadano i quartieri degli indigeni.

Lo stesso spettacolo si ripete nelle principali città, Addis Abeba in primis. Per questo motivo le autorità italiane chiamano in soccorso le truppe inglesi che stanno avanzando. Questa situazione viene utilizzata dai comandanti inglesi per convincere il viceré, dietro la promessa di difendere la popolazione, ad arrendersi. Amedeo risponde per il rime ricordano ai suoi nemici che la sorte dei civili è sotto la loro responsabilità. Altrettanto importante è cercare di resistere il più possibile impegnando il maggior numero di truppe britanniche per evitarne il trasferimento in Libia dove con l’arrivo dell’Afrikakorps di Rommel la situazione sembra volgere a nostro favore.

Per entrambi questi motivi il Duca prende la sua decisione finale: abbandona Addis Abeba dichiarandola “città aperta” per evitare bombardamenti e combattimenti salvaguardando così i civili e si trasferisce per l’ultimo combattimento sull’Amba Alagi. Questo luogo ha una duplice valenza. Strategicamente è posto a nord della capitale verso l’Eritrea, sulla direttrice delle colonne britanniche che stanno congiungendo ed è facilmente difendibile. Alta più di 3.000 metri, nell’acrocoro etiope, è  circondata da montagne che annullano il gap tecnologico rendendo inutilizzabili i potenti carri armati britannici.

E’ il posto ideale, pensa il Duca, per attirare più truppe nemiche possibili inchiodandole per un lungo periodo. Ma l’Amba Alagi ha anche un alto valore sentimentale per gli Italiani. Qui, il 7 dicembre 1895, 2.300 uomini, tra nazionali ed Eritrei, al comando del maggiore Pietro Toselli vennero massacrati da oltre 30.000 Abissini. E’ un simbolo del coraggio e del sangue versato per conquistare queste terre e il Duca, che  ha una forte vena di romanticismo, decide di lanciare un segnale emotivo forte ai suoi connazionali. Così il primo maggio 1941 il Duca d’Aosta, ultimo viceré d’Etiopia, sale sull’Amba Alagi e si mette alla testa di un esercito composto da soli 7.000 uomini, in parte metropolitani e per circa 3.000 unità di Eritrei e indigeni irregolari.

Sono pochi, assestati su un terreno infido, dotati di scarsi pezzi di artiglieria e mitragliatrici pesanti, senza copertura aerea, sottoposti ad un continuo bombardamento per terra ed aria. I combattimenti sono continui e sanguinosi. In questi giorni il comportamento di Amedeo è impeccabile: sempre a confortare i soldati, continuamente esposto ai bombardamenti, condivide con la truppa i disagi del freddo e della scarsità di acqua, quest’ ultima determinata dall’inquinamento di alcune fonti dopo un attacco aereo che ha causato la fuoriuscita di benzina da alcuni bidoni. Giorno dopo giorno il fronte si riduce, i combattenti si assottigliano  per le diserzioni di parte delle truppe indigene (ma tanti Eritrei combattono eroicamente fino alla fine) per i morti e, soprattutto i feriti che affollano i pochi rifugi nelle grotte.

La vista dei sempre più numerosi commilitoni che soffrono per  scarse cure mediche, al freddo, nello sporco, sotto il fuoco nemico, induce il viceré  ad avviare , dopo l’invito formulatogli dal comandante avversario, il generale Platt, le trattative per la resa. Il giorno prima, il 14 maggio, un telegramma di Mussolini dava carta bianca al Duca. L’avvio delle trattative inizia con una tragedia. L’aiutante di Amedeo e suo fedele amico da 16 anni, il generale Volpini, con il capitano Nicola Bruno e due carabinieri si avviano al comando alleato. Per raggiungerlo devono attraversare le linee occupate dagli abissini di Ras Sejum, il quale, dopo essere stato alleato degli Italiani è passato al nemico.

Dalle trincee italiane si assiste a tutta la drammatica scena: il gruppo viene fermato da alcuni Etiopi, Volpini ha con loro una animata e breve discussione e riprende il cammino verso gli Inglesi, ma immediatamente gli Abissini aprono il fuoco uccidendo i quattro negoziatori. Dalle linee italiane viene aperto immediatamente il fuoco e si corre per recuperare i corpi dei caduti, ma gli Etiopi sono più veloci e  portano le salme  con loro. Il giorno dopo gli Inglesi, combattendo contro i propri alleati, riescono ad ottenere i cadaveri che vengono consegnati agli Italiani per la sepoltura. Per il Duca, che ha sempre avuto una grande stima e amicizia per Volpini, uomo integerrimo, colto, dotato di buonsenso ed esperienza, il colpo è terribile.

Scrive nel suo diario “Sono stato privato dal destino della persona alla quale volevo più bene dopo mia madre. Dell’amico, del saggio consigliere, del compagno che da 16 anni divideva con me la vita con i suoi giorni lieti e tristi”. Lo stesso Platt è impressionato da questo avvenimento e decide di mandare una delegazione, munita di una consistente scorta armata contro eventuali attacchi degli “alleati” abissini,  presso gli Italiani per trattare la resa. Il Duca prevede tre possibilità al riguardo: la resa a discrezione (cioè senza condizioni), con onore delle armi o armistizio indefinito. L’onore delle armi, che sarà la formula adottata, prevede che le truppe vinte sfilino con le proprie bandiere davanti ad un reparto vincitore che li omaggia con il “presentat arm”, inoltre agli ufficiali viene concesso di mantenere le armi individuali.

La terza ipotesi, estremamente ingenua, avrebbe voluto che il Duca restasse con i propri uomini sull’Amba Alagi, trasformato in una specie di campo di prigionia senza reticolati, armati e indipendenti fino alla fine della guerra, per evitare l’umiliazione della resa e della prigionia. Ovviamente questa proposta viene rifiutata dagli Inglesi. Con la firma della resa il 17 maggio 1941 termina la battaglia che ha visto gli Italiani, in netta inferiorità, resistere in condizioni proibitive. Queste condizioni inumane in cui sono vissute le truppe vengono testimoniate dall’aspetto dei soldati mentre sfilano davanti al reparto nemico che rende loro l’onore delle armi: laceri e sporchi, molti barcollanti per la stanchezza, con gli ufficiali che cercano di mantenere un comportamento marziale.

Gli inglesi rispettano i patti solo fino al termine della sfilata, poi lasciano i soldati in balia delle truppe di colore che li depredano di ogni avere e tolgono le pistole agli ufficiali. Il 20 maggio si conclude l’epopea dell’Amba Alagi con Amedeo di Savoia-Aosta che lascia il suo comando, posto in una squallida grotta, e, fiero, elegante e dignitoso passa in rassegna le truppe nemiche: sembra lui il vincitore.  Si avvia verso l’umiliante prigionia e la morte che lo coglierà neppure un anno dopo. Ma il Duca non ha ordinato la resa di tutte le truppe italiane dell’impero, cosa che ha irritato molto i Britannici; l’ultimo ad arrendersi a Gondar il 27 novembre 1941 sarà il valoroso Guglielmo Nasi.

Il Duca scende dall’Amba Alagi col generale Platt

La prigionia e la morte del Duca d’Aosta

Lo stesso 20 maggio inizia il viaggio presso il luogo di detenzione in Kenya. Cavallerescamente il suo avversario, il generale Platt, lo accompagna in auto nella prima parte del percorso. La popolarità del Duca è attestata dalle acclamazioni che riceve non solo dalle colonne di prigionieri italiani che incontra lungo il percorso, ma anche dalle popolazioni indigene che assiepano i bordi della strada quando attraversa i villaggi. Giungono ad Addi Ugri, dove si fermano per due settimane, qui Amedeo riceve la notizia che il re Vittorio Emanuele III gli ha concesso la medaglia d’oro al valor militare.

E’ William Platt che si occupa di reperire un nastrino della decorazione trovandolo chissà come in un negozietto. Da questo villaggio a 58 chilometri da Asmara parte per la sua destinazione finale, lasciando per sempre il territorio da lui saggiamente governato negli ultimi anni. Un aereo lo porta in Kenya; con lui viaggia parte del seguito che gli terrà compagnia in prigionia negli ultimi mesi di vita: il suo aiutante di campo aeronautico, Aldo Tait, e il suo medico e biografo Edoardo Borra. Durante il volo accade un episodio a dir poco bizzarro, ma estremamente indicativo del carattere leale del Duca.

Dopo il decollo i piloti sudafricani cedono i comandi al Duca, del quale è ben nota la passione per il volo. Ad un certo punto entrambi i piloti alleati vanno in cabina a riposare  e si addormentano. Al loro risveglio si accorgono che l’aereo pilotato dal Duca e da Tait, è quasi giunto a destinazione. Chiedono ad Amedeo perché non ne abbia approfittato per dirottare il velivolo verso una zona neutrale e il Savoia risponde che non sarebbe stato corretto visto che gli avevano accordato la loro fiducia. Il 7 giugno giungono così alla fattoria di Donyo Sabuk, una costruzione cadente, sporca, infestata da insetti e serpenti, posta in una zona insalubre.

Al Duca non viene concessa grande libertà o particolari agi, d’altra parte egli stesso ribadisce più volte che desidera essere trattato come gli altri prigionieri di guerra. Il confino nella fattoria malsana viene interrotto settimanalmente con una visita a Nairobi per acquisti scortato da un ufficiale inglese. D’altra parte i politici inglesi vegliano affinchè Amedeo non riceva un trattamento privilegiato e vengono poste diverse interrogazioni parlamentari circa presunti, assolutamente falsi, agi di cui godrebbe il prestigioso prigioniero. Siamo in piena guerra, con il popolo che soffre quotidianamente per le ristrettezze e i lutti e nessuno, neppure i Windsor che ben conoscono il duca, interverrebbe per agevolarlo.

Per ingannare il tempo insegna inglese al suo staff, fa ginnastica, scrive lunghe lettere alla moglie e tiene un diario che, dietro suo espresso ordine, viene bruciato alla sua morte. La noiosa routine quotidiana viene interrotta da qualche visita: il generale Platt, il generale Alan Cunningham, il governatore del Kenya Harry Moore e Lady Mac Millan, la proprietaria della fattoria che ogni volta che lo incontra gli fa l’inchino e lo copre di premure come una seconda madre. Altro ospite frequente è un vecchio compagno del Congo, un avventuriero inglese arruolatosi nel frattempo nell’esercito: Roy Wittit.  Tale è la frequenza degli incontri che Roy viene punito dai superiori e diffidato nel continuare le visite. Il buon inglese non se ne cura e continua ad incontrare Amedeo portandogli cibo e regali. Il 28 dicembre 1941 Amedeo viene colpito da febbre tifoidea e deve mettersi a letto.

Ma è lieto quando, il 6 gennaio 1942, arriva a Donyo Sabouk il generale Nasi, l’ultimo ad arrendersi tra gli Italiani. Amedeo lo accoglie commosso e lo rincuora, preoccupandosi dello stato di salute del suo sottoposto. Ma il vero malato è lui: la febbre continua a perseguitarlo ed il suo medico personale, il dottor Borra, non riesce ad avere dai suoi colleghi i medicinali adeguati. Il 23 gennaio Amedeo ha un miglioramento e ne approfitta per visitare il vicino campo di prigionia per perorare con gli Inglesi la causa delle donne e dei bambini internati. Non gli è concesso avvicinare i prigionieri, ma chiede al suo autista inglese di sfilare molto lentamente lungo la recinzione del campo. Migliaia di soldati italiani, riconosciutolo, si aggrappano ai reticolati acclamandolo. Lui non riesce a trattenere le lacrime. Sarà la sua ultima uscita pubblica: tre giorni dopo viene colto da febbri malariche.

I medici inglesi sottovalutano la gravità della situazione del prezioso prigioniero che, secondo le intenzioni alleate, potrebbe giocare un ruolo importante in caso di resa dell’Italia. Viene ricoverato in un ospedale militare a Nairobi e lasciato per 11 giorni in una specie di sgabuzzino senza prestargli le cure necessarie. Quando il fedele Roy Wittit lo va a trovare capisce la gravità della situazione e fa rapporto ai suoi superiori che trasferiscono il malato in una struttura privata. Ma ormai è troppo tardi.

Inizialmente il generale Platt è ottimista sulla guarigione del suo illustre prigioniero, ma la situazione precipita ed i medici dichiarano che non vi sono possibilità di ripresa: Amedeo ha i giorni contati. Platt chiede che venga riportato in Italia per morire tra i suoi cari, anche il Vaticano interviene per chiedere notizie e gli Inglesi, consapevoli del danno d’immagine che la vicenda comporta vengono colti dal panico e cercano di organizzare un rientro in tutta fretta o, in alternativa di “scaricarlo” trasferendolo in Sud Africa.

Ma il fisico del duca, già provato dalle malattie precedenti e dallo stress della guerra e della resa, non regge. Il 3 marzo 1942, alle 3,30 del mattino, assistito dai suoi compagni di sventura e dal cappellano militare che lo ha confessato prima di dargli l’estrema unzione, spira all’età di 43 anni. Il 6 marzo avviene il funerale: sono presenti gli ufficiali che lo hanno seguito in prigionia e ufficiali inglesi tra cui Platt. Non c’è Wittit, consegnato in caserma. Viene seppellito nel cimitero dei prigionieri italiani a Nyeri ove riposa tutt’ora insieme ai suoi uomini. 

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Edoardo Borra, Amedeo di Savoia, Mursia,1985.
  • Gigi Speroni, Amedeo d’Aosta, Rusconi, 1984.
  • Dino Ramella, Amedeo Duca d’Aosta, Priuli & Verlucca, 2023.
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Tags: Savoia
Maurizio Quaregna

Maurizio Quaregna

Appassionato di storia del XIX e XX secolo, è membro dell'associazione culturale "International Churchill Society Italia".

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