Operazione Allied Force, 20 anni fa il bombardamento NATO della Yugoslavia

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Un U.S. Air Force F-15E Strike Eagle parte dalla base italiana di Aviano

Il 24 marzo 1999, la NATO avviava l’Operazione Allied Force, la campagna di bombardamenti aerei diretta contro la Repubblica Jugoslava e in particolare contro la Serbia di Slobodan Milošević. SCOPRI IL FILM STORICO STASERA IN TV

Antefatti all’Operazione Allied Force

Il contesto che produsse l’intervento militare della NATO il 24 marzo 1999 fu quello della guerra del Kosovo. All’inizio degli anni ’90, il paese vede revocarsi una serie di garanzie di autonomia al fine di venire inglobato nel progetto della Grande Serbia, allora guidata da Slobodan Milošević. Un progetto, però, a cui inizia ad opporvisi una resistenza non violenta guidata da Ibrahim Rugova, il quale proclama la repubblica kosovara e indice nuove elezioni. Ad affiancare la resistenza di Rugova, come parte dell’indipendentismo kosovaro, nel 1995 nasce l’Esercito di Liberazione del Kosovo, noto come UCK. Per circa tre anni, le forze dell’UCK si scontrano con i militari e diverse entità statali, tentando di accrescere il loro consenso. Il punto di svolta avviene nel 1998, quando l’esercito serbo inizia ad attuare rappresaglie anti-insurrezionali anche contro la popolazione civile. A seguito di questa pericolosa escalation, l’Alleanza Atlantica minaccia di intervenire militarmente, sotto la legittimazione dell’ONU, con lo scopo di arrivare una tregua, che arriva di lì a poco e che dura fino al gennaio 1999, quando a Racak avviene il massacro di circa 60 civili. L’episodio è il detonatore di una nuova crisi e dimostra che la Serbia non sta rispettando il cessate il fuoco stabilito dalla Risoluzione ONU 1199 del settembre 1998.
Così, tra febbraio e marzo, viene convocata una conferenza a Rambouillet alla quale partecipano le parti in conflitto e il c.d. Gruppo di Contatto, composto dai ministri degli esteri di Italia, Francia, Russia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti. Lo scopo della conferenza è quello di portare la Serbia alla resa e di riconoscere l’autonomia del Kosovo. Ma Milošević non ne vuol sapere, in quanto considera la regione la culla della civiltà serba. Il rifiuto del leader serbo provoca una frattura all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU su come agire.

24 marzo 1999, l’inizio dell’Operazione Allied Force

Nel Consiglio di Sicurezza, l’uso della forza viene negato da parte della Cina, che vedeva nell’indipendenza del Kosovo un precedente per quella del Tibet, e della Russia, la quale stava divenendo sempre più fredda e distaccata nei confronti dell’Alleanza Atlantica. Così, l’azione della NATO ha inizio senza alcuna legittimazione da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. La giustificazione fornita dalla NATO è quella di evitare una nuova pulizia etnica contro la popolazione kosovara, che avviene poco dopo, nel mese di aprile. Quest’ultima complica la situazione e fornisce il casus belli alla NATO per iniziare i bombardamenti aerei. Gli obiettivi degli attacchi riguardarono la capacità di difesa aerea serba, gli obiettivi militari e le infrastrutture, tra cui anche quelle civili, come ponti, centrali elettriche e telecomunicazioni. Durante i bombardamenti, per errore viene colpita anche l’ambasciata cinese. Sebbene l’intervento delle truppe, i c.d. “boots on the ground”, fosse rimasta una opzione sempre sul tavolo, le uniche truppe di terra coinvolte nel conflitto furono quelle dell’UCK, l’esercito di liberazione del Kosovo.
L’Operazione Allied Force andò avanti fino al 10 giugno 1999, quando la Serbia fu costretta ad arrendersi dinanzi all’incessante campagna di bombardamenti aerei.

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