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Lili Jacob
Lili Jacob (Jakaob, in ungherese) nasce da una famiglia ebraica il 16 gennaio 1926, nel villaggio di Bílky (Bilke), nella parte di Cecoslovacchia ceduta all’Ungheria nel novembre del 1938, nell’ambito degli Accordi di Monaco e del conseguente smembramento dello Stato, guidato dai nazisti. Infatti, alla stregua dei Sudeti annessi alla Germania, il resto della Rutenia carpatica (di cui Bílky fa parte) e la Transilvania settentrionale (questa nel 1940) vengono inglobate nell’Ungheria del reggente Miklós Horthy, il quale ritiene vantaggiosa un’alleanza con Berlino, non solo perché accomunati dall’ideologia autoritaria; ma anche perché ciò gli consentirebbe di riconquistare proprio quei territori persi a seguito del Trattato del Trianon, dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale. A quel punto, con tutti i nuovi territori, la popolazione ebraica nella ormai “Grande Ungheria” raggiunge le 725.000 unità, la cui circa metà vive nella capitale, dove è ben integrata e fa parte della classe media.
Tuttavia, anche a causa della vicinanza a Berlino, Budapest emana le prime leggi antiebraiche subito dopo l’Anschluss, nel marzo del 1938. Queste, promulgate fino al 1941, peggiorano la vita dei cittadini ebrei. La Prima legge ebraica impedisce all’80% di loro di partecipare alla vita economica, alla classe dirigente, al commercio e all’industria. Questa legge spinge 14.654 ebrei a convertirsi al cristianesimo nel solo periodo 1938-1939.
La Seconda legge ebraica non solo distingue gli ebrei come gruppo “razziale”, piuttosto che religioso; ma gli uomini –ai quali è vietato prestare servizio militare– sono costretti ad aderire a un nuovo tipo di servizio di leva, che in realtà prevede lavori coatti (costruire strada e fortificazioni, scavare trincee, sminare i territori). Impiegati sul campo di battaglia allo scoppio della Seconda guerra mondiale, essendo tassativamente disarmati, circa 40.000-43.000 uomini ebrei muoiono in battaglia.
La Terza legge ebraica, promulgata sulla scia delle Leggi di Norimberga, cerca invece di proteggere la razza magiara. Sebbene queste leggi causino molte difficoltà, la maggior parte degli ebrei ungheresi vive ancora ancora in relativa sicurezza. Questa sensazione svanisce, tuttavia, nell’estate del 1941. Il 27 giugno, infatti– successivamente alla decisione di Horthy di unirsi alla Germania nella guerra contro l’Unione Sovietica– le autorità ungheresi decidono di deportare 18.000 ebrei stranieri (principalmente polacchi, russi, quelli provenienti dall’Europa occidentale e addirittura coloro che non potevano dimostrare di avere la cittadinanza ungherese) verso Est, a Kamenets-Podolsk, in Ucraina, dove vengono sterminati.
Eppure, nonostante questi episodi sporadici, la grande comunità ebraica ungherese è l’unica, nella sfera di influenza e di controllo del terzo Reich a essere relativamente risparmiata dalla furia omicida nazista. Si può, quindi, affermare che gli ebrei stanno relativamente meglio in Ungheria, che non negli altri Stati europei. Tuttavia, la situazione precipita nel 1944. Dopo la sconfitta delle armate tedesche a Stalingrado, Kursk e in altre battaglie in cui l’Ungheria perde decine di migliaia di soldati, Miklós Horthy cerca di sganciarsi da Hitler e da quello che sta diventando, a tutti gli effetti, un abbraccio mortale con la Germania: una mossa del tutto inaccettabile per Berlino.
Il 19 marzo del 1944, le truppe tedesche –Wehrmacht e SS– invadono, così, l’Ungheria, con l’intento di imporre la lealtà del paese con la forza. Al seguito delle forze di occupazione c’è il Sonderkommando guidato da Adolf Eichmann, il cui compito è quello di iniziare ad attuare la “Soluzione Finale” nello Stato magiaro. Le misure antiebraiche già esistenti vengono implementate con azioni ulteriormente degradanti, che hanno già interessato gli altri Paesi occupati. La comunità ebraica viene confinata nei ghetti e costretta a indossare la Stella Gialla. Le proprietà e le attività commerciali ebraiche sono confiscate.
I ghetti, tuttavia, a differenza di quanto avviene in Polonia, hanno vita breve: dopo poche settimane, i loro abitanti –circa 440.000, sui 742.800 stimati nella Conferenza Wannsee (cifra che sale a 825.000, se si considerano le persone ritenute ebree secondo le leggi razziali)– vengono caricati su treni e deportati. In pochi mesi – se si considerano anche i trasporti minori di aprile, della fine dell’estate e dell’autunno 1944– dal 15 maggio al 9 luglio 1944, ad Auschwitz-Birkenau arrivano circa 430.000 ebrei ungheresi; di questi, circa 325.000-330.000 (pari a circa il 75%) vengono gasati al loro arrivo.

Così, nonostante le disfatte tedesche e l’imminente avanzata dell’Armata Rossa, gli omicidi sistematici non si fermano, anzi. Nella primavera-estate del 1944, come visto, le deportazioni degli ebrei ungheresi procedono a un ritmo più elevato rispetto a quanto non sia avvenuto, fino a quel momento, per le altre comunità ebraiche sparse in Europa (a eccezione delle deportazioni degli ebrei del ghetto di Varsavia).
In concomitanza con l’inizio dello sterminio degli ebrei ungheresi, lo storico e primo comandante di Auschwitz (che a novembre del 1943 passa all’Ispettorato dei campi di concentramento, sotto la supervisione di Richard Glucks), Rudolf Höss, fa ritorno ad Auschwitz per supervisionare proprio lo sterminio degli ebrei ungheresi, in quella che viene chiamata in suo onore “Aktion Höss“. Il 9 maggio 1944, Höss annuncia una serie di direttive, tra cui la costruzione di un raccordo ferroviario a tre binari e di una rampa a Birkenau, la riattivazione dei forni crematori inattivi del Crematorio V, lo scavo di fosse di incenerimento, la riattivazione del Bunker 2 con baracche per la spogliazione e la promozione dell’SS-Hauptscharführer Otto Moll a responsabile di tutti i Crematori.

Ed è qui che la vita di Lili Jacob si intreccia con quella degli ebrei della sua comunità e delle altre sparse nei Paesi europei sotto il dominio dei nazisti. Nella primavera del 1944, appena diciottenne, viene inizialmente internata nel ghetto di transito di Beregszász (Beregovo), per poi, il 24 maggio, essere caricata su un treno merci e deportata con la sua famiglia e con la maggior parte degli ebrei ungheresi.
Arrivata sulla rampa di Birkenau il 26 maggio 1944, è brutalmente separata dai genitori e dai fratelli, che non rivedrà più, in quanto immediatamente mandati alle camere a gas. Selezionata per i lavori forzati, Lili (così come tutti coloro che superano la prima selezione) viene registrata come prigioniera nel campo, ricevendo il numero di matricola A-10862, tatuato sul braccio sinistro.
Nonostante il lavoro umiliante – fa parte dello Scheißekommando (vale a dire il gruppo preposto alla pulizia delle latrine– la condizione di vita degradante (rappresentata dalla fame, dalla violenza, dalla scarsissima igiene e dalle epidemie) e la morte che è sempre presente, è fortunata: riesce a sopravvivere (con tutto il peso che la sopravvivenza a un evento così drammatico comporta) all’inferno di Birkenau.
L’inverno del 1944 segna la fine del lager. Il fronte si avvicina e Heinrich Himmler, temendo l’avanzata dell’Armata Rossa, ordina non solo di distruggere le camere a gas e cancellare le tracce dei crimini commessi; ma anche di iniziare le evacuazioni dei prigionieri, ancora in grado di camminare, verso Ovest, verso i territori ancora controllati da Berlino.
Il 16 dicembre 1944, Lili –assieme a un gruppo nutrito di prigionieri– viene così trasferita prima a Zillerthal-Erdmannsdorf, poi a Morchenstern (entrambi sono sottocampi del campo di concentramento di Gross-Rosen) e infine, nel marzo 1944, ormai malata di tifo, a Mittelbau Dora –un lager in cui i prigionieri vengono impiegati tra l’altro, nella costruzione dei missili V-2 –dove viene ricoverata nell’infermeria. L’11 aprile 1945 il campo viene liberato.
Qui accade il secondo miracolo. Non solo sopravvive a Birkenau, a Mittelbau-Dora e al tifo; ma il giorno della liberazione, ormai stremata dalla malattia, viene portata in una baracca tedesca e distesa sul letto. Lì, aprendo un armadio alla ricerca di qualcosa di caldo da indossare, trova un album.
L’Album di Auschwitz: introduzione
Arrivata sulla rampa di Birkenau quel 26 maggio 1944, una volta aperte le porte dei carri, ad attendere Lili (e migliaia di altri deportati) non ci sono le SS preposte al ruolo di guardia, ma anche altre due che si muovono indisturbate. A differenza delle altre guardie, tuttavia, non utilizzano le armi, non picchiano, non gridano, non impartiscono ordini. Tengono tra le mani una macchina fotografica e scattano alcune foto. Nel mentre, le famiglie, al loro arrivo, vengono divise in due colonne allineate: gli uomini e i ragazzi di 16 anni (dal 1944, anche di 14) da una parte; le donne e i bambini (di entrambi i sessi) dall’altra.

Successivamente, iniziano le selezioni, solitamente condotte dai medici del campo (e anche dagli altri funzionari incaricati). Questi giudicano a prima vista e rapidamente le persone che sfilano di fronte e, talvolta chiedendo una breve dichiarazione sull’età e la professione, decidono con un gesto della mano se continueranno a vivere o se sono destinati a morire nelle camere a gas.

L’uomo di fronte alla SS è Geza Lajtos e l’uomo alto con gli occhiali è Mendel Mogenstern.
È così che i membri della famiglia Jacob si vedono per l’ultima volta. In un primo momento, Lili riesce a rimanere insieme a sua madre, ma poi quest’ultima viene giudicata inabile al lavoro e spedita in un’altra fila (destinata a uno dei sei crematori in funzione a Birkenau: quattro stabili e due ricavati da case appartenenti precedentemente a dei contadini). La ragazza cerca di raggiungerla, ma viene colpita con un calcio del fucile e ferita a un braccio a colpi di baionetta, prima di essere spedita nella fila dei prigionieri destinati ai lavori forzati. Voltandosi indietro, non vede più il padre e i fratelli maggiori; la madre, con i fratelli più piccoli, è ormai in lontananza, in marcia assieme ad altre centinaia di persone.
Dieci mesi dopo, cercando una coperta, Lili trova qualcosa di straordinario, che la lega per tutta la vita a un esatto momento della sua vita, la mattina del 26 maggio 1944: un album, di color marrone chiaro. Aprendolo, guardando una delle due foto in copertina, riconosce subito il rabbino del suo villaggio, Bílky, Naftali Zvi Weiss. Appena sotto, il titolo “Umsiedlung der Juden aus Ungarn”, “Il reinsediamento degli ebrei dall’Ungheria” (laddove “reinsediamento” è un termine utilizzato dai nazisti per indicare l’eliminazione).
Sfogliando le pagine riconosce i membri della sua comunità, gli amici, i parenti, la sua famiglia. E sé stessa. Le immagini mostrano tutta la procedura adottata, dal momento dell’arrivo dei trasporti al loro “trattamento” (inteso come liquidazione, dunque l’omicidio). Lili capisce di trovarsi di fronte a qualcosa di estremamente importante, non solo per lei, ma anche per il mondo e la storia. Al termine della guerra torna a Bílky, alla ricerca di qualcuno della famiglia scampato allo sterminio. Distribuisce qualche foto ai parenti delle persone ritratte nelle foto, mentre delle altre – circa duecento – vengono create delle copie, che finiscono nel 1946 al Museo ebraico di Praga, nel 1956 a quello di Auschwitz e nel 1957 allo Yad Vashem.
La vendita delle immagini su lastre di vetro al Museo di Praga permette a Lili, suo marito e sua figlia di emigrare negli Stati Uniti. Anche oltreoceano l’ “Album di Lili Jacob” o “Album di Auschwitz” (così viene soprannominato) continua a essere centrale nelle loro vite. Nel corso degli anni, infatti, svariati sopravvissuti a conoscenza di quel “tesoro inestimabile” bussano alla porta per poter vedere quelle immagini, nella vana speranza di riconoscere i loro familiari.
Ma Lili non si separa mai dall’album originale, nemmeno di fronte alle richieste dei giudici di Francoforte nel 1964 –durante il secondo processo contro il personale di Auschwitz, iniziato nel 1963 e al quale prende parte come testimone–di consegnarlo, per acquisirlo come prova e poter così dimostrare la colpevolezza degli uomini alla sbarra. D’altronde, come più volte da lei affermato, sono le uniche foto rimaste della sua famiglia. La donna cede alle richieste di consegnare quelle immagini, tanto preziose per lei, solo il 26 agosto 1980, quando– spinta dai cacciatori di nazisti Serge e Beate Klarsfeld– consegna l’album, con le mani tremanti, allo Yad Vashem a Gerusalemme. Nel farlo, sottolinea che lo dona affinché ciò possa servire da perenne monito.
L’Album di Auschwitz: un’analisi
Prima di procedere con l’analisi, è opportuno soffermarsi sulla denominazione con cui la raccolta di immagini è comunemente conosciuta. L’espressione l’ “Album di Auschwitz”, infatti, presenta almeno due elementi di imprecisione. Il primo riguarda l’uso del singolare. Oggi è nota una sola copia dell’album, quella rinvenuta da Lili. Questa circostanza ha pertanto favorito la diffusione della denominazione al singolare, quasi si trattasse di un esemplare unico. Le testimonianze disponibili–come vedremo più avanti–rivelano però una realtà diversa: gli album prodotti dalle SS furono probabilmente circa quindici. L’esemplare conservato rappresenta dunque l’unico superstite di una serie più ampia e non un documento concepito come unico.
Da un punto di vista storico, sarebbe quindi più corretto parlare degli “Album di Auschwitz. Eppure, anche la seconda parte della denominazione merita una riflessione. Definire l’album “di Auschwitz” può infatti risultare fuorviante, dal momento che furono realizzati diversi album sul campo di sterminio, tra cui uno di un ufficiale delle SS del campo, Karl-Friedrich Höcker, che ritrae momenti di svago del personale del lager e di visite ufficiali; e un altro, commissionato dal Bauleitung, vale a dire la direzione responsabile della costruzione del complesso di Auschwitz-Birkenau. Pertanto, alla luce di queste riflessioni, è più corretto parlare di “Album di Lili Jacob”.

Gli uomini delle SS che realizzarono l’album organizzarono le fotografie in modo da documentare il processo di arrivo, selezione e registrazione degli ebrei ungheresi al campo. Le foto non sono ordinate in base alla data e all’ora (come si vedrà più avanti, sono state scattate in diversi giorni), bensì raggruppate per fasi del “processo” quotidiano di Auschwitz; né sono accompagnate da didascalie individuali, ma a ogni fase o gruppo di fotografie è stato assegnato un titolo. Originariamente conteneva 197 fotografie suddivise in sei sezioni con titoli e, in alcuni casi, sottotitoli (tutti scritti da Tadeusz Myszkowski, un prigioniero polacco che lavorava come impiegato presso l’Erkennungsdienst).
Il frontespizio è composto da due foto, in ciascuna delle quali sono ritratti due ebrei – di profilo e di fronte– nel tipico stile propagandistico antisemita. Come visto, uno dei soggetti è il rabbino di Bílky, Naftali Zvi Weiss. Appena sotto, il titolo “Umsiedlung der Juden aus Ungarn”, “Il reinsediamento degli ebrei dall’Ungheria”. Come già affermato, il termine “reinsediamento” altro non è che uno dei termini in codice utilizzati dai nazisti per indicare altro, nello specifico lo sterminio.
La prima sezione–intitolata “Ankunft eines Transportzuges”, “Arrivo di un treno di trasporto“– comprende le foto scattate direttamente sulla nuova banchina ferroviaria di Birkenau, conosciuta anche come Neue Rampe. Le SS iniziano a utilizzare questa rampa di scarico a metà maggio del 1944, sostituendo quella usata fino a quel momento, situata fuori dal cancello del lager (la cosiddetta Judenrampe).

La seconda sezione di fotografie è intitolata “Aussortierung“, “Selezione” (più precisamente, “smistamento”). Come noto, quando i trasporti di ebrei arrivavano ad Auschwitz, gli uomini (soprattutto gli ufficiali e i medici) delle SS di solito effettuavano una selezione. Lo scopo, come risaputo, era identificare le persone fisicamente idonee, giovani e sane per il lavoro forzato ad Auschwitz I (il campo base), II (Birkenau), III (Monowitz), o nei campi satelliti. Le persone considerate incapaci di svolgere lavori fisici venivano uccise nelle camere a gas. Questa sezione, che comprende, al suo interno, due sottosezioni: “Männer bei der Ankunft”, “Uomini all’arrivo” e “Frauen bei der Ankunft ”, “Donne all’arrivo”.

La terza sezione è intitolata “Nach der Aussortierung”, “Dopo la selezione” ed è suddivisa in quattro sottosezioni:
- “Noch einsatzfähige Männer”, “Uomini ancora idonei al lavoro”;
- “Noch einsatzfähige Frauen“, “Donne ancora abili al lavoro”;
Queste due prime sezioni mostrano uomini, donne e adolescenti selezionati per il lavoro forzato. Nelle fotografie, appaiono in buona forma fisica, senza problemi di salute visibili, gravidanze o disabilità. Tuttavia, sarebbero stati soggetti a un’ulteriore selezione presso la Zentralsauna, l’edificio utilizzato per la procedura di accoglienza iniziale di quella stretta minoranza di prigionieri scelti per i lavori forzati.
- “Nicht Mehr einsatzfähige Männer “, “Uomini non più abili al lavoro”;
- “Nicht Mehr einsatzfähige Frauen und Kinder“, “Donne e bambini non più abili al lavoro”.
Queste due ultime sezioni mostrano, invece, le immagini di quelle persone–uomini, donne e bambini–che i nazisti ritenevano inadatte al lavoro (in quanto anziane, invalide, malate e, nel caso delle donne, incinte).

Sono presenti anche diverse donne giovani e apparentemente in buona salute: molto probabilmente si tratta delle madri dei bambini di questo gruppo che, secondo il regolamento interno di Auschwitz, venivano gasati insieme per evitare complicazioni e turbamenti dovuti alla separazione dai figli.

La quarta sezione è intitolata “Nach der Entlausung”, “Dopo la disinfestazione“. La disinfestazione, che avviene nella già menzionata Zentralsauna, faceva parte del processo di ammissione ad Auschwitz e che coincideva con il processo di privazione della dignità umana delle loro vittime, nonché con la disumanizzazione dei deportati. L’ammissione al campo prevedeva di spruzzare i prigionieri con una sostanza chimica per rimuovere i pidocchi dai capelli e dal corpo; il taglio dei capelli; la rasatura della barba e dei peli del corpo; e la sostituzione degli abiti civili con le uniformi dei prigionieri (inizialmente il classico abito a strisce, ma negli ultimi anni della guerra–a causa della penuria di vestiti– abiti civili logori, molto spesso appartenenti ad altri detenuti).
La quinta sezione è intitolata “Einweisung ins Arbeitslager“, ”Assegnazione a un campo di lavoro“. Tra le diverse fotografie, alcune mostrano gruppi di prigioniere, con i capelli rasati, che vengono registrate per il lavoro forzato. Alcune indossano abiti civili, altre l’uniforme del campo. È in una di queste che Lili Jacob si riconosce alla fine della guerra.

La sesta, nonché ultima, sezione è intitolata “Effekten“, “Oggetti personali“. Come noto, i prigionieri dovevano abbandonare i propri beni: direttamente sulla banchina o negli spogliatoi dei Crematori. Gli effetti personali venivano poi raccolti da un’apposita squadra di prigionieri e immagazzinati in diverse baracche nel cosiddetto “Kanada“, l’area di smistamento e stoccaggio.

L’obiettivo delle sezioni, di cui è composto l’Album, è quello di presentare tutto il processo come un vero e proprio “imbuto”, attraverso il quale passava l’enorme flusso di persone in arrivo ad Auschwitz. Si assiste, come visto, non solo alla “trasformazione” dei deportati da persone a prigionieri, a numeri, a qualcosa di “diverso” rispetto a quanto non erano fino a quel momento; ma anche a ciò che restava effettivamente dei deportati, sia quelli vivi che dei morti: gli effetti personali.

Il contributo offerto dall’album (le cui immagini sono divise per argomento e accompagnate da didascalie) è, pertanto, straordinario, dal momento che offre una testimonianza visiva unica, senza precedenti, su quanto avviene veramente a Birkenau.
Le immagini servono, infatti, come fattore di documentazione, testimonianza e identificazione. Documentano–come visto–soprattutto il processo di sterminio: l’arrivo dei vagoni; la loro apertura; il “caos organizzato” sulla rampa di Birkenau nei primi istanti; la divisione degli uomini dalle donne; la selezione; il breve tragitto, per la stragrande maggioranza delle persone, verso i Crematori II, III, IV, V (e, quando questi lavoravano a pieno regime, le due ex case coloniche: i Bunker I e II); la procedura di registrazione nel campo, per una stregua minoranza; l’assegnazione al lavoro coatto; la cernita e lo stoccaggio dei beni confiscati.
Le fotografie sono, quindi, l’unica prova dell’arrivo dei deportati a Birkenau. La maggior parte delle persone, giudicata inabile al lavoro, finiva direttamente nelle camere a gas e poi tra le fiamme dei forni crematori, senza essere registrata nei documenti, archivi, conteggi, elenchi e senza essere fotografata (a differenza di coloro che ricevevano il tatuaggio di immatricolazione). Le immagini consentono così di cogliere, almeno in parte, la dimensione umana di quei momenti vissuti da migliaia di persone – e, per estensione, anche da coloro che non furono mai fotografati – nonché di offrire una rappresentazione visiva della Selektion. Esse restituiscono, in questo modo, una testimonianza che le sole parole spesso faticano a rendere nella sua complessità e drammaticità.
Si vedono, ad esempio, uomini, donne e bambini che stanno in piedi davanti al Crematorio III; altri che parlano e si riposano, mentre i più piccoli giocano nei boschetti limitrofi alle camere a gas del IV, ignari di ciò che li attende a breve. Di lì a poco, di loro non sarebbe rimasto più niente, salvo un cumulo di cenere.

Le fotografie dell’Album di Lili Jacob sono tra le immagini più note del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Sebbene le SS abbiano scattato queste fotografie per documentare lo sterminio di massa e la disumanizzazione, le immagini servono a ricordare la dignità umana delle vittime dell’Olocausto e a ricostruire i loro ultimi istanti di vita. Gli uomini, le donne e i bambini ebrei che compaiono in queste fotografie rappresentano, infatti, i sei milioni di ebrei assassinati–di cui più di un milione solo nel sistema concentrazionario di Auschwitz–che sono morti senza lasciare traccia del loro arrivo.
Grazie alle immagini è possibile identificare alcune delle persone ritratte a Birkenau in quei giorni (e solo in quel periodo, giacché ad oggi non ci sono altre foto simili), e dare loro un nome. I pochi sopravvissuti, infatti, hanno riconosciuto sé stessi, i propri parenti e amici provenienti dai vari territori e finiti direttamente nelle camere a gas. Aiutano anche a stabilire che una persona si trovava in un certo posto in un dato momento, che altrimenti sparirebbe senza lasciare traccia del proprio passato. In questo caso, le fotografie consentono di affermare che un deportato e una SS si trovavano sulla rampa o nelle zone limitrofe, venendo utilizzate come vere e proprie prove, anche in diversi processi.
Gli studiosi hanno così identificato nel corso del tempo alcuni dei responsabili nelle foto, analizzando le insegne sulle uniformi, i documenti; e soprattutto attraverso un’analisi comparata con un altro album, chiamato “Album Höcker”, di proprietà di Karl-Friedrich Höcker, ufficiale delle SS ad Auschwitz (nonché aiutante di Richard Baer, ultimo comandante del capo principale) che ritrae il personale del lager durante le visite, le cerimonie ufficiali e le occasioni di svago. Tra i responsabili identificati nell’Album di Lili Jacob figurano:
- L’ufficiale delle SS Walter Schmidetzki, che si trovava sulla rampa durante la selezione del trasporto da Técső;
- Heinz Thilo, ufficiale delle SS e medico, che si occupava della selezione degli ebrei a Beregszász;
- L’ufficiale delle SS e dentista Willi Schatz, che si occupava anche della selezione degli ebrei da Beregszász;
- Stefan Baretzki, membro delle SS, che prestava servizio come capoblocco (Blockführer) ad Auschwitz-Birkenau.
Tutti questi uomini compaiono nelle fotografie sulla rampa durante la selezione degli ebrei, consentendo durante il Processo di Francoforte di identificare e condannare uno degli imputati, il già citato Stefan Baretzki, conosciuto per l’estrema brutalità con la quale picchiava gli arrivati e uccideva i prigionieri.

Le immagini testimoniano, altresì, la costruzione del nuovo binario – ultimato pochi giorni prima del trasporto di Lili Jacob (arrivato, come affermato, il 26 maggio 1944) – progettato in vista dell’imminente arrivo degli ebrei ungheresi, per far arrivare i convogli in prossimità dei Crematori II e III e accelerare, in questo modo, il processo di scarico.
Le fotografie hanno una grande influenza sulla forma che l’Olocausto ha assunto nel immaginario collettivo e quindi svolgono un ruolo centrale nelle sue rappresentazioni: l’album in questione rientra, certamente, tra questi casi. Tuttavia, a differenza delle altre immagini che si distinguono per la potenza e per la violenza che raffigurano– come quelle scattate durante la rivolta del Ghetto di Varsavia, le fucilazioni di massa nell’Europa orientale e le operazioni del Sonderkommando a Birkenau – quelle all’interno dell’ “Album di Lili Jacob” la violenza non è centrale.
Non vengono mostrati gli omicidi, né la ferocia che normalmente accompagna –ad esempio– la fase di scarico dei vagoni e la separazione delle famiglie (nonostante, talvolta, tale processo avvenga in modo più tranquillo, attraverso l’inganno). Eppure, documentano tutte le fasi dello sterminio. Non mostrano le uccisioni in atto, ma immortalano (seppur dall’esterno) i grandi centri di morte–i Crematori sono, infatti, ben visibili in alcune foto–e gli ultimi istanti di vita di molte persone.
Da questo punto di vista, l’album funge non solo da ottimo strumento di documentazione e testimonianza, ma anche da fondamentale fonte per la ricerca storica e l’analisi. Nonostante il grande contributo offerto dall’album, ci sono, tuttavia, delle questioni ancora irrisolte. Infatti, non è stato possibile stabilire
- chi ha commissionato l’album,
- i motivi che abbiano portato alla sua creazione;
- chi sono i destinatari;
- se esistono altre copie e chi è il proprietario di quella rinvenuta da Lili Jacob.
Sono tutte domande a cui, per il momento non è possibile dare una risposta definitiva, sebbene gli storici si sforzino a tal proposito. Durante il processo di Francoforte, è stato invece possibile stabilire con certezza, gli autori: l’Oberscharführer Bernhard Walter, capo dell‘Erkennungsdienst (Ufficio di Identificazione, il cui il lavoro principale –assegnato ai prigionieri che erano fotografi di professione– era quello di scattare fotografie segnaletiche ai prigionieri appena arrivati) e l’Unterscharführer Ernst Hofmann, suo vice. Essendo i fotografi ufficiali del campo, i due erano tra i pochissimi autorizzati a scattare fotografie nell’area di Auschwitz.

Chiamato a testimoniare a Francoforte, Walter–di Hofmann, invece, nemmeno l’ombra, in quanto se ne erano perse le tracce da molto tempo– rispose in maniera evasiva alle domande riguardanti il lavoro di documentazione che aveva realizzato sulla rampa assieme al collega, negando inizialmente il proprio coinvolgimento (per poi ammettere di aver scattato solo qualche fotografia). Di questo parere non sono, ovviamente, gli studiosi, che gli attribuiscono la “paternità” della maggior parte delle foto, e Wilhelm Brasse, prigioniero polacco ad Auschwitz, che aveva lavorato sotto la direttiva dei due nell’Erkennungsdienst.
“Lo so, perché ho sviluppato e stampato alcune di queste fotografie per lui […] Era la fotografia di un’anziana donna scattata nel momento in cui stava entrando nella camera a gas, solo per vedere la sua espressione, la sua reazione: il suo viso era terribile, spaventato e con un’espressione orribile”. (Wilhelm Brasse)

Quanto alle testimonianze di altri prigionieri, Walter veniva spesso visto in motocicletta a Birkenau, e a volte portava con sé la macchina fotografica. Tornava al campo principale (Auschwitz I) impolverato, stanco e ubriaco per sviluppare la pellicola. Occasionalmente la consegnava a un prigioniero per lo sviluppo, a volte proprio a Brasse o a un suo compagno.
C’è, tuttavia, da fare una precisazione: Walter e Hofmann, in quanto sottufficiali, non potevano decidere autonomamente di scattare le fotografie e documentare qualsiasi cosa avesse a che fare con la Soluzione Finale. Questa restrizione poteva essere revocata solo dal comandante del lager o da autorità superiori. Secondo diverse ricostruzioni e supposizioni, i due fotografi ufficiali delle SS nel campo di concentramento di Auschwitz avrebbero creato l’Album, probabilmente proprio su ordine di Rudolf Höss, con l’obiettivo di documentare i trasporti di ebrei in arrivo dall’Ungheria.

Studiosi e sopravvissuti hanno identificato diversi di questi trasporti: dal ghetto di Ungvár, fotografato il 19 maggio 1944; dal ghetto di Beregszász, fotografato il 26 maggio 1944; e dal ghetto di Técső, fotografato il 29 o il 30 maggio 1944. Probabilmente, Walter e Hofmann fotografarono anche trasporti e prigionieri in altri giorni, ma le date esatte sono sconosciute o non confermate. In ogni caso, sebbene l’album sia solitamente associato ai trasporti degli ebrei ungheresi, le fotografie ritraggono in realtà cittadini della Cecoslovacchia prebellica. Lili Jacob stessa era cittadina cecoslovacca, diventando solo in seguito ungherese.

Secondo Wilhelm Brasse, il personale dell‘Erkennungsdienst realizzò inizialmente circa quindici copie dell’album: a oggi, come visto, ne esiste una sola copia nota. A tal proposito, sebbene non sia possibile stabilire con certezza a chi appartenga l’album rinvenuto da Lili Jacob, data la scarsa qualità dello stesso, non sembrerebbe essere stata di proprietà di un persona di rilievo. Gli studiosi ritengono, infatti, che si tratti, piuttosto, della copia privata di Bernhard Walter o, al massimo, di Richard Baer, ultimo comandante di Auschwitz I. Entrambi, da febbraio ad aprile 1945, si trovavano proprio a Mittelbau-Dora–Baer in qualità di comandante–nello stesso periodo in cui vi era internata Lili Jacob.
Sebbene Lili abbia trovato l’album per caso, la sua creazione non è stata affatto casuale. Resta, tuttavia, da capirne il reale obiettivo. Si tratta, per i posteri, sicuramente di una straordinaria raccolta di prove visive sul processo di sterminio a Birkenau. Tuttavia, lungi dal documentare oggettivamente solo l’intero processo di sterminio–giacché, come affermato poc’anzi, a differenza di altre foto scattate dalle SS, queste non mostrano direttamente le uccisioni–è soprattutto un progetto di propaganda interna che celebra l’efficienza dell’operato delle SS durante la deportazione degli ebrei, in questo caso ungheresi (anche se, a tal proposito, occorre sottolineare che il trasporto proveniva dai territori precedentemente appartenenti alla Cecoslovacchia). L’album non è un documento oggettivo e neutrale ma è, innanzitutto, il frutto di un progetto di propaganda interna della dirigenza nazista per dimostrare le capacità operative delle SS. Come ha giustamente osservato Paul Salmons, curatore di una mostra fotografica sulle vittime di Auschwitz, nelle immagini dell’album
“[…] non c’è nulla di clandestino. Quello che viene mostrato è lo sguardo dell’assassino. Quando vediamo la gente arrivare o essere selezionata, vediamo quello che ci vogliono far vedere: un processo efficiente, qualcosa di cui vanno fieri[…]”
Per questo motivo, l’album deve ovviamente essere considerato un evento inscenato, anche se per gli studiosi rappresenta una fonte unica nel suo genere. La violenza non è, quindi, centrale nella raccolta di fotografie. Non appaiono guardie armate, non ci sono i cani aizzati contro i deportati. Non c’è traccia, in pratica, dell’inferno all’arrivo descritto da molti sopravvissuti. Non c’è traccia della violenza, del terrore, della fame, dei cadaveri e delle uccisioni di massa in atto. Non viene rivelato il vero scopo del campo stesso. Ma si tratta solo di un camuffamento delle realtà. La verità è un’altra.
Tanti trasporti arrivavano di notte, mentre gli arrivi ritratti nell’album avvengono tutti di giorno. I deportati, sfiniti dai giorni di viaggio, spesso senza cibo e acqua, scendevano terrorizzati, disorientati e confusi dai vagoni merci alla luce dei potenti riflettori del lager. A quel punto, le guardie intervenivano con brutalità per dividere i membri delle famiglie in colonne. Qui, apparentemente, manca questo clima. Tuttavia, basta guardare con attenzione le foto delle prime due sezioni per notare come ai margini sono ritratte le SS munite di bastoni per colpire i deportati. La violenza, quindi, c’è e viene esercitata, ma non si deve vedere nelle foto. Si può “solo” percepire.

Anche i crematori, sebbene compaiano in diverse fotografie, non hanno un ruolo di primo piano.

Ciò non è dovuto tanto al divieto di fotografarli (anche se indubbiamente vigevano restrizioni sulla rappresentazione dell’uccisione stessa)–questo, in realtà, accadeva (basti pensare, ad esempio al Bauleitung, l’ufficio di costruzione delle SS di Auschwitz)–quanto a motivi che si legano ai reali destinatari (qualora, come affermato da Brasse, le copie fossero state effettivamente quindici). In pratica, si decide cosa mostrare e cosa omettere. Walter, quindi, non solo agiva su ordine ufficiale proveniente dall’alto, ma era addirittura in grado di intervenire nel processo di selezione, per rendere la foto più adatta allo scopo propagandistico.
Se ammettiamo, come si presume, che gli album fossero destinati ai vertici del regime, e in particolare a Heinrich Himmler, tutto ciò diventa ancora più comprensibile. Gli artefici della Soluzione Finale erano del tutto al corrente di quanto avveniva nel lager. Non aveva senso, quindi, mostrare al Reichsführer delle SS ciò che lui e l’enorme establishment già sapevano e avevano visto personalmente durante le visite ad Auschwitz e altrove; perdipiù, sarebbe stato alquanto inimmaginabile inviare a Himmler qualcosa di così tanto sgradevole e raccapricciante (considerando lo spiacevole incidente avvenuto durante una fucilazione degli ebrei a Minsk, quando parte della materia cerebrale delle vittime era finita direttamente sul suo cappotto e sul viso e a seguito del quale per poco non aveva avuto un mancamento).
L’album non è una finzione intesa a distorcere la realtà o a presentare questi luoghi in modo fuorviante (a differenza, ad esempio, di un film realizzato a Theresienstadt), nonostante agli occhi dei posteri possa apparire così: le omissioni non servono, infatti, a nascondere la realtà di ciò che stava accadendo, ma sono funzionali ai destinatari. La violenza e la morte sono “inutili” agli occhi del pubblico che avrebbe visto le immagini. In pratica, al di là della messa in scena di ogni singola fotografia, abbiamo a che fare con una storia costruita dalle SS e destinata alle stesse, intesa a mostrare la fluidità delle operazioni e l’efficienza dell’Aktion Höss.
In ogni caso, queste immagini sono lo specchio dell’enorme macchina tedesca di morte e inganno; nonché dell’incredibile e spietato cinismo, che riguarda tutti, compreso il fotografo e che immortala le persone dinanzi a lui, pur sapendo che sono a un passo dalla loro fine e che di loro non resterà nulla (salvo gli effetti personali e un cumulo di cenere). Cosa ci potrebbe essere di più naturale – o di più pieno di speranza – di un bambino che coglie un fiore per il fratello maggiore?

Eppure, guardando l’album senza sapere dove siano state scattate queste foto o cosa raffigurano realmente, si ha una conoscenza parziale che porta a credere che non stia accadendo nulla di sospetto. Solo conoscendo il contesto è possibile comprendere il reale valore di queste immagini–unica testimonianza dell’enorme macchina di sterminio di Birkenau–e capire, ad esempio, che nessuno dei bambini ritratti è sopravvissuto quel giorno e che quindi, quelli sono i loro ultimi istanti di vita, assieme alle famiglie. In questo modo, il boschetto di betulle non è più visto come qualcosa di innocuo, quanto come l’anticamera della morte.
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
– L. Fontana, Fotografare la Shoah. Comprendere le immagini della distruzione degli ebrei, Einaudi, 2025.
– I. Gutman, B. Gutterman, M. Pezzetti, Album Auschwitz, Einaudi, 2008.
- M. Onnis, L. Crippa, Il fotografo di Auschwitz, Edizioni Piemme, 2013.







