18 aprile 1948: prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana

Comizi elettorali 1948

Il 18 aprile 1948 gli italiani sono chiamati a eleggere per la prima volta i loro rappresentanti. Sono le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana dopo l’entrata in vigore della Costituzione. A soli tre anni dalla fine della guerra, il paese vive un clima di fortissima contrapposizione ideologica, specchio della divisione mondiale nei due blocchi protagonisti della Guerra Fredda appena iniziata. SCOPRI LA SEZIONE STORIA CONTEMPORANEA

I schieramenti delle elezione politiche del 1948

Fin dalle prime battute della campagna elettorale appare chiaro che la lotta si svolgerà quasi esclusivamente tra il Fronte popolare e la Democrazia cristiana. Durante il 26° congresso del PSI (Roma 18-24 gennaio 1948) viene annunciata la costituzione del Fronte popolare, alleanza elettorale tra PCI e PSI. I due partiti si presentano agli elettori sotto un unico simbolo e con un un’unica lista di candidati. Una decisione che si giustifica con la speranza di poter riportare congiuntamente la maggioranza relativa.


Uno dei motivi fondamentali della propaganda DC è l’appello all’elettorato a concentrare i propri voti su di essa quale unico partito democratico che ha una base di consensi sufficiente da disputare ai socialcomunisti la maggioranza relativa. Il comunismo materialista e ateo è il nemico da battere e solo un altro partito di massa come la DC, che rappresenta i valori della civiltà cattolica, può salvare il paese dalla minaccia comunista. Pertanto, secondo le esortazioni dei propagandisti democristiani i voti che vanno agli altri partiti sono voti persi nello sforzo di contenimento del comunismo.

Tensioni ideologiche

Le elezioni del 1948 non sono una normale competizione tra schieramenti avversari, ma assumono piuttosto toni e valenze da “scontro di civiltà”. A fronteggiarsi sembrano stagliarsi il principio del Bene e quello del Male, la Luce e le Tenebre. Sembrano una contesa di stampo apocalittico, il cui esito dischiude o irrimediabilmente compromette il futuro dell’Italia.

La posta in palio è la scelta di campo ideologica e il modello di società e sviluppo economico che il Paese avrebbe dovuto perseguire. Il voto alla DC o al Fronte popolare viene ricondotto a rigide contrapposizioni e drastiche antinomie tra libertà/dittatura, sistema capitalistico/economia pianificata, proprietà privata/socializzazione dei mezzi di produzione.

La demonizzazione dell’avversario politico

La campagna elettorale si sviluppa senza esclusione di colpi all’insegna della demonizzazione dell’avversario, presentato come un autentico nemico interno al servizio dello straniero. L’una e l’altra parte, nel corso della serrata campagna elettorale, esauriscono tutta la gamma degli argomenti polemici. Tesa a parlare alla “pancia” dei cittadini e a suscitare paure e angosce, la campagna elettorale fa ampio ricorso a tutto un repertorio retorico-iconografico funzionale a colpire l’immaginario collettivo e a mobilitare le masse in quella che si profila come una crociata.

Nei manifesti e nella stampa elettorale l’avversario politico è oggetto di invettive e caricature secondo una prassi che ricalca stilemi e stereotipi adottati in passato per disumanizzare il nemico  e relegarlo a uno stadio prossimo all’animalità e ad una malvagità congenita in alcun modo emendabile. La costruzione di un’immagine stereotipata e quindi immutabile dell’avversario, oltre a confermarne la sua eterna pericolosità, serve ad accrescere i motivi di turbamento, di preoccupazione e quindi di mobilitazione.

La Chiesa e le elezioni

L’impegno della Chiesa, sia attraverso l’azione capillare del clero minore che quella pubblica dei vescovi, è massiccio e si rivela prezioso per la DC. Mobilita le schiere dei sacerdoti e dei fedeli in una vera e propria crociata anticomunista attraverso omelie e prediche nei luoghi sacri. Fondamentale la radio, da dove padre Riccardo Lombardi, “il microfono di Dio”, terrorizza quotidianamente gli elettori con la descrizione dell’inferno comunista, un mondo di senza dio che distruggono le famiglie e assassinano i preti.


La Chiesa cattolica interviene direttamente nella contesa con l’istituzione dei Comitati Civici, fondati da Luigi Gedda (presidente dell’Azione Cattolica) su suggerimento di Papa Pio XII. Lo stesso pontefice disse che la scelta del voto è “con Cristo o contro Cristo”. Il vescovo di Genova, Giuseppe Siri precisa che costituisce peccato mortale sia il non votare sia il votare “per le liste e per i candidati che non danno sufficiente affidamento di rispettare i diritti di Dio, della Chiesa e degli uomini”.

I temi della campagna

I socialcomunisti concentrano buona parte dei propri sforzi propagandistici sui due motivi di dubbia efficacia dell’asservimento democristiano al Vaticano e agli Stati Uniti. La DC sfrutta la paura che la prospettiva di una vittoria comunista suscita tra le classi medie oltre al sentimento di fedeltà verso la chiesa cattolica, diffuso a tutti i livelli sociali.

I motivi di politica estera predominano su quelli di politica interna. Il graduale assorbimento dei paesi dell’Europa orientale nel sistema comunista e i modi in cui è realizzato, sono i principali elementi che favoriscono la propaganda della DC mettendo a fuoco i termini della scelta cui l’elettore è chiamato. Scelta non solo tra due partiti e due programmi, ma tra due concezioni opposte della politica. La DC riesce inoltre a convincere vasti strati dell’elettorato che quella consultazione è decisiva. Da essa deve venire una chiara ed inequivocabile condanna contro il comunismo.

L’Italia tra i due blocchi

La lotta elettorale vede anche l’interessamento attivo dei paesiguida degli opposti blocchi, soprattutto degli Stati Uniti. L’importanza delle elezioni politiche trascende infatti la situazione nazionale, dato che i suoi risultati si rifletteranno sull’equilibrio delle due parti. Pertanto, gli aiuti finanziari americani sostengono abbondantemente lo sforzo elettorale della DC, mentre il PCI riceve i suoi attraverso il Cominform.


Secondo una interpretazione che rientra ormai nella logica della politica dei blocchi, la vittoria dei partiti democratici alle elezioni legherà l’Italia al blocco occidentale, mentre un successo socialcomunista porterà il paese ad assumere in politica estera una posizione neutralista, premessa per un graduale slittamento nel campo sovietico.

Da parte americana non si lascia nulla di intentato per influire sull’andamento della campagna. Vengono persino mobilitati i cittadini italoamericani, che scrivono ai propri parenti in Italia, invitandoli a votare per la “democrazia e contro il comunismo”. Notevole presa sull’elettorato ha soprattutto la prospettiva degli  aiuti economici promessi dal piano Marshall. Questi aiuti, la cui disponibilità viene apertamente condizionata al risultato delle elezioni, sembrano indispensabili per un’Italia in rovina a causa della guerra.

I risultati delle elezioni

Il 18 aprile 1948 le lezioni si svolgono nell’ordine e senza incidenti, nonostante l’acceso tono della campagna elettorale. La percentuale dei voti è altissima. Dall’89% registrato il 2 giugno 1946 per il referendum istituzionale e la Costituente si passa al 92,3%. E’ chiaro che l’elettorato ha compreso la decisiva importanza della consultazione.

La vittoria della Democrazia cristiana risulta schiacciante. Dagli 8 milioni circa di voti del ’46 essa passa 12.741.299, pari ad una percentuale del 48,5% del totale dei votanti. I due partiti socialista e comunista che, nel ’46, presentandosi separatamente, hanno totalizzato rispettivamente 4.758.129 e 4.356.686, nel Fronte popolare sommano 8.137.047 voti, con una differenza in meno di quasi un milione di voti. La concentrazione dei voti sulla DC, il più grosso baluardo al socialcomunismo, prova che uno dei temi fondamentali della propaganda democristiana durante la campagna elettorale raggiunge i suoi scopi.

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